Domenica delle Palme (Anno C) – Un orrore abitato da Dio

 

CULLA DI UNA STORIA NUOVA

Is 50, 4-7; Sal 21; Fil 2, 6-11; Lc 22, 14-23, 56

 

Ognuno di noi è l’Adam fatto di no potenti a Dio e alle sue vie; la mano tesa dell’Adam dell’in-principio verso l’albero che proclamava il limite di creatura è storia di tutti i giorni. Noi: una mano tesa a rapire per noi, per salvarci, per aver capacità di salvare la propria vita e di darle l’inebriante sapore della potenza senza limiti e senza barriere.

La Passione di Cristo Gesù è argine alla deriva tremenda di ogni Adam. Gesù capovolge l’Adam, lo conduce al sogno di Dio; non in un in-principio di un’età dell’oro che non è mai esistita, ma verso un futuro inimmaginabile in cui la storia, la nostra storia, può essere trasfigurata. Dobbiamo essere convinti che Cristo non è venuto a riportarci al passato perduto, ma è venuto a portarci al futuro di Dio che è futuro dell’uomo e della storia.

La storia della Passione, che quest’anno leggiamo nella redazione dell’Evangelista Luca, è storia di un radicale rifiuto. Gesù rifiuta fino in fondo di salvarsi con le proprie mani e si getta nelle mani del Padre; mani che non vede, ma che nella fede sa che vi sono oltre la cortina buia e tenebrosa della morte.

La Passione trasfigura la storia! Non bisogna aspettare l’alba di Pasqua per essere avvolti in questa trasfigurazione; lì, nel sepolcro nel giardino, il Padre porrà il sigillo del suo amen sul Figlio eletto e sui suoi passi d’amore nella storia. All’alba di Pasqua coglieremo il frutto meraviglioso ed inaudito di una vittoria che ci schiude una possibilità infinita di vita, che vince davvero la morte!
La Passione è però già trasfigurazione! Questa storia che oggi la Chiesa fa risuonare in tutte le assemblee di credenti, che così entreranno nella Grande Settimana, letta senza Gesù potrebbe essere una solita storia: orrore, ingiustizia, perfidia, avidità, gratuita malvagità, accanimento contro un uomo solo, assenza totale di pietà, cosificazione di un uomo, tradimenti, viltà, fughe, calcoli di potenti, folle manipolate…è tutto l’arsenale di Satana promesso a Gesù fin dalle prime pagine dell’Evangelo: «il diavolo si allontanò da lui per tornare al tempo fissato» (Lc 4, 13); le aberrazioni del cuore umano sono tutte contro Gesù; è il mistero del male annidato nel cuore della storia.
Questo racconto della Passione sarebbe solo orrore se non ci fosse Gesù: lui trasforma tutto, trasfigura tutto…E fa questo solo con la misericordia e l’amore. Questo orrore è abitato dall’Amore di Dio, mostrato a pieno a noi uomini in Gesù. Solo così esso diviene un Evangelo, una bella notizia! Dal pane spezzato come corpo dato e dal calice come sangue versato, fino all’estremo atto d’abbandono di quel «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», è tutto dono di misericordia che trasforma gli orrori abitandoli di perdono! Tutto questo fino a quella vertigine che mai uomo religioso ha saputo pronunciare: Perdonali!
Così la Passione è culla e origine di una storia nuova e trasfigurata… E’ una possibilità davvero offerta all’umanità, una possibilità di salvezza a caro prezzo (1Cor 6, 20) data agli uomini per abitare anch’essi questa storia di amore e misericordia vicendevole.
La Passione di Cristo, via di salvezza per la storia di ogni Adam; la Passione di Cristo, via da percorrere per i suoi discepoli; la Passione di Cristo è una consegna per noi che ci diciamo suoi discepoli.

Questo Evangelo ci dice dove è la salvezza: ci si salva solo perdendo la vita! E’ il paradosso insostenibile dell’Evangelo, è la stoltezza e la follia (1Cor 1, 25) dell’Evangelo…ma solo chi sostiene questo stolto e folle paradosso entra veramente in una sequela che lo salva e che, incredibilmente, salva il mondo.

Con la Passione il cristiano sa come deve attraversare la storia: senza scorciatoie che evitano il Golgotha. Il cristiano sa dove attingere la vera gioia di una vita bella, buona e felice: nell’amore fino all’estremo (Gv 13, 1), nella misericordia di Cristo sperimentata su di sé e perciò donata ancora.
La Passione è una consegna che ci dà l’incredibile possibilità di salvare la storia; sì, lo possiamo, se abbiamo il coraggio di lasciarci immettere nell’Amore del Crocifisso. Tutto questo è dato e richiesto a noi cristiani: sanare con l’amore e la santità gli orrori della storia; le derive del mondo e quelle dolorosissime della Chiesa di Cristo possono essere sanate solo da uomini e donne che accolgono la consegna della Passione per essere altro! Per essere santi! Accoglieremo la santità, il gran sogno di Dio per noi, se accoglieremo la misericordia che ci salva, come il ladro appeso alla croce che si abbandona ad un perdono misericordioso, e getta alle spalle quell’orrore della storia che il ladro stesso aveva contribuito a costruire col suo coltello insanguinato e con la sua sete di oro.

Entriamo così in questa Pasqua di quest’anno di grazia!
Auguriamo a noi stessi e a tutti i credenti che in questi santi giorni le parole di Gesù non vengano ridette invano nelle nostre liturgie; che quelle parole ci spremano lacrime buone e ci conducano ad una gioia che non tema oscuramenti.

Accogliamo il Signore che viene nelle nostre vite segnate dal male del mondo: «Benedetto il Veniente nel nome del Signore»! (Lc 19, 38). Senza paura lasciamogli piantare la Croce nel nostro profondo, lasciamo che lì esploda l’Amore e la vita del Risorto!

E’ ancora l’ora della Pasqua del Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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IV Domenica di Quaresima (Anno C) – La gioia di Dio

 

DALLA PARTE DEI PECCATORI

Gs 5, 9a.10-12; Sal 33; 2Cor 5, 17,21; Lc 15, 1-3.11-32

E’ la domenica della gioia (“Laetare”) e, nel ciclo C del lezionario romano, siamo condotti alla contemplazione di Dio, a leggere Dio per ciò che davvero è, e non per quello che le nostre malevole e stolte presunzioni lo hanno voluto vedere e percepire.

Il capitolo 15 di Luca è un luogo rivelativo di altissimo spessore; Agostino diceva che esso è “l’Evangelo nell’Evangelo”. Il tema di questo capitolo di Luca, e quindi il tema di questa domenica “laetare”, non è il comportamento morale dell’uomo ma il comportamento di Dio.

Sul banco degli accusati, in fondo, c’è Dio e non l’uomo peccatore; questo lo è di partenza, ma il dibattito verte sul modo retto o meno di comportarsi di Dio. Gesù è accusato perché pretende di dire che Dio si comporta con misericordia e accoglienza verso i peccatori; Gesù ha una condotta che viene bollata come scandalosa in quanto, non solo accoglie i peccatori, ma addirittura li attrae: «Si facevano vicini a lui», scrive Luca e i farisei e gli scribi mormorano che il Rabbi di Nazareth siede con gli empi.
Già quel banchetto con cui inizia il capitolo è evangelo: il Figlio di Dio siede con i peccatori, condivide la vita con loro; già solo questo banchetto giustifica la letizia di questa domenica. Con quel sedere a mensa con i peccatori Gesù vuole essere trasparenza di Dio, vuol far presente la misericordia di Dio, vuole rivelare il vero comportamento di Dio; in fondo scribi e farisei si proclamano servi di Dio ma vorrebbero un altro Dio, non quello vero che ha inviato il suo Figlio proprio perché sedesse a quella mensa di peccatori.

Gesù spera che anche i cosiddetti “giusti” siedano a quella mensa, non per condiscendenza verso i peccatori ma mettendosi dalla parte dei peccatori; la parabola del Padre misericordioso, infatti, termina proprio con questa speranza: il padre spera che il figlio maggiore si sieda alla mensa preparata per il figlio sciagurato! Finché i “giusti” non si sederanno a quella mensa assieme agli altri peccatori, peccatori con i peccatori, non conosceranno davvero Dio, anche se se ne proclamano interpreti e difensori! La misericordia di Dio fa paura ai “giusti” perché questi temono di perdere terreno, temono di essere equiparati ai reprobi, ai maledetti, a quelli sui quali amano ergersi con le loro vesti immacolate e con le loro mani pulite; e i “giusti, su chi si ergerebbero – superbi di loro stessi – se quelli che devono guardare loro con tremore e rispetto per la “santità” e la “giustizia” vengono elevati a loro da un Dio che non è quello che loro vogliono, un Dio sempre “a servizio” del loro primato?

Seguono le tre parabole della misericordia di cui oggi la liturgia ci fa leggere solo l’ultima, quella del Padre misericordioso, tralasciando quelle della Pecora smarrita e quella della Dracma smarrita. E’ difficile scinderle, e non lo farò neanche in questa sede. Tre parabole celeberrime e perciò tante volte abusate e lette in chiave moralistica; tre parabole che hanno premura di gridare con gioia la gioia di Dio per la conversione del peccatore, anzi la gioia e l’amore di Dio che lo spingono a lavorare, a perdonare, ad attendere, a cercare perché il peccatore si converta!

Lo scandalo delle tre parabole è proprio qui. Il discorso che Gesù vuole fare è chiaramente teologico e non morale! Noi poi lo abbiamo svilito tingendolo di bieco moralismo.
Dov’è l’evangelo? Dov’è la buona notizia? Innanzitutto nel comportamento di Dio che Gesù mostra nella sua narrazione: un Dio che cerca e gioisce per il ritrovato!
Si badi che Gesù non si sofferma sulla modalità della conversione dell’uomo; la domanda su Dio viene prima della domanda morale: prima “chi è Dio?” e poi, eventualmente, “che devo fare per obbedire a Dio?”. E’ chiaro che, se non so chi è Dio, non so a quale Dio devo obbedire, e quindi quali sono i contenuti veri delle sue domande. Gesù ci chiede di guardare il tutto dalla parte di Dio.

La prima e la seconda parabola sono, in fondo, perfettamente uguali: due modi per dire la stessa cosa. Certo la parabola della Pecora perduta ha in più un grande retroterra nella Prima Alleanza, retroterra che fa grandemente gioco a Gesù ed al suo annunzio. Infatti già nella Prima Alleanza, di cui i mormoratori si dicono discepoli e custodi, si dice di pecore smarrite di cui Dio si fa cercatore; opporsi a questa icona di Dio che Gesù sta ripresentando è allora contraddire quelle stesse Scritture che dicono di amare e custodire; la polemica è sottile e pure irritante per i nemici di Gesù! In più tutti i testi sui pastori, in quella stessa Prima Alleanza, avevano un altro risvolto polemico: Dio è il pastore buono che si oppone ai cattivi pastori che cercano solo se stessi ed i loro privilegi, che cercano di esaltare la loro “giustizia” a discapito degli altri.

Notiamo che Luca nulla dice di ciò che deve fare la pecora perduta, ma ci dice cosa fa Dio per ritrovarla, e della sua gioia nell’ora in cui la trova.

Così preparati arriviamo alla terza parabola, quella dei Due figli, o meglio, del Padre misericordioso. Il tema è limpido: l’attenzione deve essere puntata sul padre e su come si pone verso i due figli – il figlio peccatore “prodigo” e il figlio “giusto” -,  e di come i due si pongono dinanzi a lui. Le storie dei due figli si devono scontrare con la novità della paternità di questo padre. Un padre che non cessa mai di amare: a questo padre non importa nulla del patrimonio perduto; quello che ha in cuore è la lontananza ed il dolore del figlio che ha sbagliato; lo attende nella sua lontananza e quando lo scorge gli corre incontro. Più di quella corsa, che pure è commovente e per noi foriera di grande gioia, più commozione e gioia deve produrre in noi la sua attesa contemporanea alla lontananza del figlio … Il padre è impaziente di ridire al figlio fuggito chi è per lui: «Presto! – dice ai servi – portate qui la veste più bella!» . Non gli dice “sei di nuovo figlio”, ma “sei sempre rimasto figlio, anche nella tua lontananza, anche quando figlio non ti sentivi!”.
Chiediamoci: quale era stato il vero peccato di questo figlio? Non la vita dissoluta, non la prodigalità, ma l’aver pensato alla casa del padre come ad una prigione, l’aver pensato che il padre fosse ingombrante: in fondo aveva detto, nell’andarsene, che avrebbe tanto voluto che il padre fosse morto: «Dammi la parte di eredità che mi spetta»; per avere un’eredità bisogna che il padre sia morto! Per lui la lontananza era stata una liberazione!

Ecco il vero peccato. Quello che gli è accaduto nella lontananza non è castigo, ma condizione in cui lui stesso si è posto … è conseguenza della lontananza … certo servirà a dargli l’impulso per partire ed andare a contemplare il volto vero del Padre; un volto che lui non immagina neanche, finché non lo vedrà e non sentirà su di sé i baci e gli abbracci di quel padre che voleva morto! Finché non arriva a casa non conosce ancora suo padre: pensa d’averne perso l’amore a causa della sua condotta e crede di dover rimeritare l’amore lavorando come un servo. Questo figlio ha una concezione tutta errata di suo padre, una concezione moralistica e retributiva, ed è afflitto dalla terribile malattia dei “meriti”; ma quando arriva a casa capisce che l’amore del padre era prima del suo pentimento! E’ quell’amore che genera il suo pentimento e la sua conversione perché quell’amore gli dona la vera conoscenza di suo padre. L’amore lo ha guarito … ed esplode la gioia del padre che la esprime ordinando una grande festa.

Ecco che entra in scena l’altro figlio, quello “buono”. Che fa? Si irrita e anche lui si pone lontano dal padre e dalla sua gioia; questo figlio maggiore è peggiore dell’altro. In fondo anche lui è lontano e vive lontano dal padre, ma fingendo di essere in casa e con il padre: neanche lui conosce suo padre, non ragiona né come figlio, né come fratello. Vede la sua fedeltà, il suo rimanere, come un peso e la sua obbedienza come una sudditanza. Il figlio maggiore somiglia al minore ma in peggio e soprattutto somigli a gli scribi e ai farisei mormoratori, somiglia a noi quando ci paludiamo di “giustizia” e disprezziamo chi è lontano, chi è peccatore palesemente, chi è segnato da una diversità irriducibile da noi.

Il dramma è che mentre il figlio minore, lo sappiamo ormai, è entrato alla festa, questo maggiore è ancora fuori; Gesù lo lascia al termine del racconto lì fuori ove sta trattenendo anche il padre che, come ha fatto per l’altro figlio, si è recato nella sua lontananza e nella sua durezza di cuore a raccontargli l’amore e la sua filialità («Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo»); il padre vorrebbe tanto che entrasse, e scoprendo il fratello come fratello, scoprisse la sua paternità.

Gesù lascia in sospeso la parabola ed anche la gioia piena del Padre! La conversione dei “giusti” è tanto più difficile di quella dei peccatori!

Domenica della gioia. Sì, la nostra gioia, di noi che riceviamo questo evangelo, questa buona notizia, ma gioia soprattutto di Dio che però noi dobbiamo rendere piena con il coraggio di sedere, anche noi, alla mensa dei peccatori, da peccatori con i peccatori!
Solo Gesù è giusto!
Lo capirà il ladro inchiodato alla croce nelle ultime pagine dell’Evangelo di Luca … se avessimo la sua sapienza e il suo coraggio nella verità!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Avvento (C) – La gioia della Salvezza

 

L’UOMO AL CENTRO

Sof 3, 14-17; Cantico Is 12, 2-6; Fil 4, 4-7; Lc 3, 10-18

 

Ancora il Battista.
Oggi è colto nella sua predicazione che apre l’attesa al “novum” che sta per venire. A chi lo va ad incontrare nel deserto il Battista chiede di fare delle scelte che preparino la venuta di quell’Altro a cui lui non è degno di sciogliere i legacci dei sandali.
Sembra che questa pagina di Luca contraddica il clima di gioia di questa terza domenica d’Avvento, la domenica detta “gaudete” domenica della gioia; pare che il severo profeta del deserto non abbia connotati di gioia, che in lui ci siano solo domande esigenti e parole penetranti e scomode … Se però leggiamo bene il passo di Luca che oggi la liturgia ci propone, vediamo che esso ha un culmine molto preciso: Esortando con molte altre parole annunciava la bella notizia … è la luce dell’Evangelo, la luce gioiosa di una presenza dinanzi alla quale si deve e si può gioire, ma dinanzi alla quale è pure necessario prendere delle decisioni concretissime.

Lo stesso grido di gioia del Profeta Sofonia, che è la prima lettura, culmina con l’annunzio di un’opera di ricreazione che il Signore compirà nel suo popolo: «Ti rinnoverà con il suo amore». Paolo ugualmente, nel celebre passo della sua Lettera ai cristiani di Filippi, che ha lo strano sapore di una gioia comandata, chiede che frutto di quella gioia per il Signore che viene sia un’amabiltà nota a tutti; chiede cioè che il discepolo di Cristo porti la luce di un comportamento bello (cfr 1Pt 2, 12), e che racconti la gioia di una vita luminosa; ed una vita luminosa è solo una vita che decide di non camminare per i soliti sentieri bui del mondo, per i soliti sentieri della sopraffazione, dell’egoismo e dell’avere se stessi come unico orizzonte d’interesse.

Il Battista, a quelli che al Giordano lo interpellano per sapere cosa fare, chiede di attendere il Veniente portando frutti di quella immersione che lui era sto chiamato a dare a quanti la richiedevano. L’immersione in acqua era solo un simbolo di un voler “affogare” ciò che è vecchio e mortifero, farlo portar via dal fiume che inesorabilmente scorre e – ricordiamolo – sfociando il Giordano nelle acque morte del Mar Morto, pare riportare così ad un luogo infernale ciò che è infernale nell’uomo. Un tale gesto rimandava a delle vite mondate da ciò che è opera di morte: ecco dunque le richieste che il Battista fa a chi domanda quale sia la nuova via da percorrere per preparare la strada al Veniente.

Giovanni chiede a tutti una vita non ripiegata su se stessi, una vita capace di condivisione, una vita in cui vi sia attenzione all’altro tanto da accorgersi di chi non ha tunica per condividere ciò che si possiede.
La condivisione è la prima via che rende l’uomo uomo!
Senza questa capacità di attenzione si costruiscono barriere tremende verso l’altro e così le vie al Signore non sono preparate. Il Signore veniente troverà infatti tanti muri di egoismo e di autosufficienza che gli impediranno di passare e portare il fuoco nuovo in cui tutto sarà purificato e da cui sorgerà in modo definitivo l’uomo nuovo.

Con questa prima richiesta rivolta a tutti, il Battista non chiude la sua esortazione: vanno da lui dei pubblicani, gente che faceva il mestiere odioso di riscuotere le penose tasse per l’occupante romano, e a loro chiede di non abusare del proprio ufficio, di non arricchirsi sulle spalle e sulla miseria degli altri che non possono reagire ai loro abusi.
Una richiesta simile Giovanni la fa anche a dei soldati: a questi chiede di non usare la forza delle armi contro gli altri, di non sottometterli e rapinarli con la violenza; e chiede di accontentarsi delle loro paghe.

Al versetto 8 di questo stesso capitolo Luca aveva posto sulle labbra del Battista un’esortazione importante: «Fate frutti degni della conversione», un’espressione che potrebbe essere più significativamente tradotta con “Dimostrate con i fatti che vi siete convertiti”. Una vita nuova non si mostra con dei gesti isolati, ma con la vita, con tutta la vita. Spesso nello spazio cristiano ci si sente porre la domanda: “Che dobbiamo fare?”, e si vorrebbero delle rispostine facili: “Fai dei gesti solidali” oppure “Dai uno scampolo del tuo tempo agli altri”… fai un po’ di volontariato” … cose tutte lodevoli, ma ancora distanti dalla vita, da quella vita nuova che scaturisce dalla gioia dell’Evangelo e che affretta la venuta del Signore.
Il Battista non chiede dei piccoli gesti, ma chiede di cambiare dentro: ogni spazio vitale è luogo per sperimentare la salvezza di Dio; non dei tempi, ma tutto il tempo che si ha … così si ridà un’anima al mondo, andando al profondo, ed il profondo è la vita concreta che è fatta di relazioni umane in cui condividere, in cui non abusare del potere – e tutti ce n’hanno un po’ di potere! – in cui non usare violenza.

L’Evangelo di oggi ci dice che le strutture mondane che sono strutture di peccato (le ingiuste tasse di un oppressore, la violenza delle armi, la guerra) vanno “uccise” dal di dentro, immettendo in esse principi di morte per la sopravvivenza di quelle STESSE strutture: il rispetto dell’altro e la cessazione di ogni violenza fanno cessare oppressioni e guerre.
Che soldato è un soldato che non usa la spada?
La rivoluzione del cristianesimo dovrebbe essere così: immettere Evangelo nel mondo, attraverso vite davvero cambiate dalla gioia della salvezza. Così si inizia a dare morte alle opere di morte, così si inizia a portare l’uomo ed il suo valore al centro, rinunziando ad altre centralità.

Certo tutto questo non sarà indolore, non sarà a basso prezzo. Nelle prime generazioni cristiane il perseguire queste vie di rivolta pacifica alle strutture di morte costò la vita a tanti … quanti soldati tra i primi martiri!! Uomini che, al momento di prendere le armi per fare violenza, le lasciarono cadere al suolo e preferirono essere uccisi piuttosto che uccidere … quanti nei primi secoli scelsero vie di miseria e di povertà perché l’Evangelo chiedeva loro concretamente di smettere delle “professioni” fondate sull’uso dell’altro e sull’abuso sull’altro uomo!

La gioia del cristiano ha radici nella serietà di un Dio che ci ha scelti fino alle estreme conseguenze; ha radici in un’autenticità di sequela con cui non si scherza: la Venuta del Signore sarà compimento di gioia ma anche giudizio veritiero, un o un no sulle scelte dell’uomo e della storia … il Veniente dirà con chiarezza ciò che è grano e ciò che è pula.

Non ci sarà inganno sulla sua bocca: per chi ricerca la giustizia questo è motivo di grande gioia e di grande speranza!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica di Avvento (B) – In principio

 
LA BUONA NOTIZIA

Is 40, 1-5.9-11; Sal 84; 2Pt 3, 8-14; Mc 1, 1-8

 

San Giovanni il Battista (Leonardo da Vinci)

San Giovanni il Battista (Leonardo da Vinci)

L’inizio  dell’Evangelo di Marco è un irrompere nella storia della Bella Notizia che è Gesù: «Inizio dell’Evangelo (della Bella Notizia) di Gesù Cristo, Figlio di Dio»!
L’Evangelo più antico si apre con una parola di grande spessore biblico: “arché” cioè “principio”. Questa è anche la parola con cui inizia tutta la Santa Scrittura: il Libro della Genesi, infatti, inizia con il termine ebraico “reshit”, e “bereshit” significa appunto “in principio”. Anche Giovanni vorrà iniziare il suo Evangelo con la stessa espressione: “en archè”, cioè “in principio”.
Marco, a quell’inprincipio del cosmo, paragona il principio dell’Evangelo: Gesù è questa Bella Notizia, questa Buona Notizia che può fare bella e buona la storia degli uomini.

L’irrompere di Gesù nella nostra storia porta questa notizia di libertà, di gioia, di pienezza…porta cioè la possibilità di realizzare un uomo nuovo, perché conforme al “sogno” di Dio sull’uomo, quel “sogno” dell’in-principio…

Il tempo di Avvento, accendendo i nostri cuori dell’attesa della Venuta del Signore, ogni anno ci chiede di accogliere la Buona Notizia con rinnovato vigore ed entusiasmo, nella certezza che, se quella prima venuta fu Buona Notizia che doveva penetrare ed illuminare la storia, la sua Venuta finale sarà definitiva pienezza per l’uomo e per il cosmo tutto.

L’Evangelo di Marco inizia con questa esplosione di annunzio, e ci condurrà per mano fino alla scena del Golgotha in cui la parola iniziale, che era stata definita principio dell’Evangelo, Buona Notizia («Principio dell’Evangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio») sarà ripetuta dal centurione ai piedi della croce: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (cfr Mc 15, 39). La Buona Notizia è allora, paradossalmente, quel Crocefisso che racconta l’amore che non si spaventa e che non viene meno; la Buona Notizia è l’amore di Dio che vuole generare amore in coloro che sono capaci di accogliere il paradosso di Gesù.

La Venuta finale del Figlio dell’uomo è invocata non solo dalle parole, dall’incessante Maranathà della Chiesa, ma è invocata soprattutto da una disponibilità vera a ricevere la sua presenza nell’oggi della storia.

Marco fa coincidere l’inizio dell’Evangelo con l’apparire del Battista, che chiede ciò che già gli oracoli cantati nel Libro di Isaia chiedevano al popolo immerso nel dolore dell’esilio babilonese: «Preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada al nostro Dio!».
Le parole di Isaia risuonano oggi nella Chiesa per farci delle domande precise, che hanno a che fare con la Venuta del Signore! Sono domande che ci scomodano: ci sono “valli da colmare, colli da abbassare”; c’è da trasformare il “terreno accidentato in pianura”.
Si tratta di “riempire gli abissi” delle nostre depressioni, dei nostri peccati, delle nostre bassezze, e riempirli di fiducia, di affidamento a quelle sole mani che possono sollevarci da quei baratri. Si tratta poi di “abbassare i colli” del nostro orgoglio e delle nostre superbie; si tratta di chinarsi a servire e ad amare fattivamente i nostri fratelli, compromettendosi per l’altro, per la storia, per il dolore che riempie la terra!
Si tratta di trasformare il terreno accidentato, eliminando tutti gli ingombri e gli ostacoli che rendono la via del Signore intasata…si tratta cioè di togliere ciò che non serve, ciò che è sovrastruttura, ciò che ingombra lo spazio di Dio.

La Venuta del Signore è preparata così, ed il suo ritorno è accelerato da atti concreti e coraggiosi di chi prende in mano la storia, e la propria storia, immettendovi il novum della Bella Notizia che è Gesù.
In fondo è Gesù vissuto dai suoi discepoli che prepara la Venuta finale di Gesù: quanto più noi Chiesa saremo Bella Notizia, Buona Notizia, tanto più prepareremo la strada per accogliere il Veniente!

Il Battista, l’ultimo profeta della Prima Alleanza, ha dato la sua vita per gridare una presenza di salvezza; ha scelto le vie impervie del deserto per fare spazio al “più forte” che immergerà nel fuoco dello Spirito.
Per questo nell’Avvento il Battista giganteggia nella sua umiltà; egli è icona di una Chiesa profetica che sceglie di essere tutta protesa ad annunziare il “più forte”, senza farsi essa stessa forte; senza farsi essa stessa “termine” di un’attesa nè orizzonte totalizzante, ma aprendo il cuore degli uomini all’attesa di un ulteriore che non è neanche minimamente immaginabile, ma che è certo perché certa è la promessa di Dio in Gesù Cristo!

Con il Battista ripetiamo allora il nostro Maranathà, disposti a lasciarci immergere dal “più forte” in quel fuoco dello Spirito che brucia, purifica, permette alle nostre vite di riempire le valli, di abbassare i colli, e di trasformare i terreni ingombri ed accidentati.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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