XVIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fame di vita

 

…E DI VITA ETERNA

 

Es 16, 2-4.12-15; Sal 77; Ef 4, 17.20-24; Gv 6, 24-35

 

 

Che cerchiamo? E’ una domanda che attraversa tutto il Quarto Evangelo, dal capitolo primo, quando Gesù chiede ai due che lo seguono “Che cercate?” (cfr Gv 1, 38) fino al capitolo ventesimo, quando il Risorto chiede a Maria di Magdala “Chi cerchi?” (cfr Gv 20, 15). Qui, al capitolo sesto, ugualmente si pone questo problema: “Voi mi cercate non perché avete contemplato i segni, ma perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati!”.
Dal cosa o chi si cerca, al perché cercare Gesù.
Una ricerca che qui è sviata da una motivazione gretta e cieca; una ricerca che è inficiata dalle incapacità a leggere il segno dei pani! Più avanti si vedrà che la folla non ha colto il segno, tanto che chiede a Gesù un’opera, un segno, come se non avesse già ricevuto proprio un’attualizzazione del segno della manna!

Il problema è cercare per poi credere, per poi andare a Lui! Cercare Gesù perché Lui è il termine della vera fede, e Lui è il Pane della vita che compie l’antico segno della manna!
Se non si cerca Gesù per fidarsi pienamente di Lui non si può passare dalla morte alla vita.

In questo dialogo del Quarto Evangelo si vede come Gesù e la folla parlino su due livelli diversi: Gesù parla di un livello rivelativo, di rinnovo totale dell’uomo e del suo profondo; la folla resta ad un primo livello, in cui quello che conta è ricevere solo risposte ai bisogni materiali, concretissimi; Gesù in questa visione della folla è solo un mezzo per avere quel che serve.

Gesù, invece, vuole portare la folla al livello di una fede radicale, che sia passaggio dalle opere da fare all’unica opera che conta e che riguarda l’essere: credere, fidarsi, aderire a Gesù Inviato di Dio; Gesù parla loro di un pane che discende dal cielo e che dà la vita al mondo, e le folle chiedono un pane materiale che risponda solo ai loro bisogni. Di fronte però a questa chiusura, di fronte a questa radicale incomprensione del suo discorso, Gesù non si ferma, e pronunzia la sua auto-rivelazione: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete”.
Il Quarto Evangelo vuole qui affermare con chiarezza che Gesù è la risposta alle nostre “fami” più profonde, più radicali. La nostra sete di senso e di vita è appagabile solo se si va da Gesù: chi va a Lui non ha più fame…chi aderisce a Lui, non ha più sete!

Bisogna però stare attenti a non fare di questo discorso un testo disincarnato e disincarnante…non è che Gesù disprezzi o mostri atteggiamento di sufficienza dinanzi alla fame degli affamati o alla sete degli assetati. Lo dicevamo già domenica scorsa: il discepolo di Cristo, che trova risposta alla sua fame profonda e alla sua sete di senso in Gesù, è colui che poi deve imparare a dare risposte di condivisione al grido degli affamati, dei sofferenti; come il ragazzetto del segno dei pani è chiamato a condividere il poco che ha, il poco che è perché, fecondato da Cristo, divenga risposta alla fame dei poveri.

Ma se questo è vero, e bisognava dirlo, è pur vero che l’Evangelo di Giovanni è su altro registro, segue il registro rivelativo: qui c’è Gesù che, rivelando se stesso, rivela in Lui il compimento delle attese e delle promesse della Prima Alleanza. Qui Gesù narra Dio come Colui che è capace di dare un cibo che non perisce e che dona vita eterna!

Questa vita eterna, si badi, in linguaggio giovanneo, non è la vita ultraterrena, quella del “post mortem”: la vita eterna è la vita di Dio vissuta nella carne degli uomini, vissuta qui nella storia degli uomini; la vita eterna è l’agire di Dio che diviene agire dell’uomo; la vita eterna è il pensiero di Dio che sostituisce il pensiero dell’uomo vecchio; la vita eterna è assumere il comportamento, la vita di Gesù, quella vita che ha narrato Dio voltando le spalle a se stesso, che ha narrato Dio con un amore costoso, che ha scelto di darsi, e di perdersi per gli altri…

Cibarsi di Gesù immette nelle vene del credente la vita stessa di Dio, rende capaci di amare con il suo amore, di agire con le sue azioni, di parlare con le sue parole.
Quando questo accade, la vita eterna è venuta nella storia; quando questo accade nella vita di un credente, lì splende la vita eterna! Senza tema di sbagliare, possiamo dire che, nel linguaggio di Giovanni, “vita eterna corrisponda a “Regno di Dio” negli Evangeli sinottici.
La vita eterna, allora è quella che racconta Dio alla storia, e lo racconta nella vita concretissima e quotidiana del discepolo che è tale perché ha assunto la vita stessa di Gesù.

La vita eterna è ancora, con il linguaggio dell’autore della Lettera ai cristiani di Efeso che abbiamo ascoltato nella seconda lettura di oggi, quell’essere rivestiti di Cristo; vita eterna è quel mostrare Cristo in ogni gesto, parola, azione e pensiero: la vita eterna è dunque l’uomo nuovo creato secondo Dio!

Sedere alla mensa del Pane di vita è lasciar plasmare in noi, di Eucaristia in Eucaristia, questo uomo nuovo che splende di vita eterna, che splende della vita di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IL RIMANERE PASSA PER VIE DI INCOMPRENSIONE, BUIO, PECCATO E TRADIMENTO

Gs 24, 1-2.15-17.18; Sal 33; Ef 5, 21-32; Gv 6, 60-69

 

Siamo all’ultima pagina di questo discorso sul Pane di vita che ci ha  accompagnato in queste ultime domeniche…oggi c’è uno strano ma evidente mutamento: fino a questo momento nel racconto giovanneo si parlava di folle, di giudei ma ora la scena, diremmo, si “restringe” e si parla di “discepoli”! Ora la questione riguarda quelli che stanno con Gesù; cosa ne fanno di quelle parole ardite e “brutali” di Gesù?

Lì, nei pressi del lago Gesù era partito dalla fame concreta della gente che lo stava seguendo, aveva dato risposta a quel loro concretissimo bisogno ma poi, vista la pressione della gente a cui importava solo la materialità di quel bisogno soddisfatto, Gesù passa, con pazienza ma anche con audacia, a parlare di un’altra fame che pure attanaglia l’uomo e a cui si deve dare risposta: la fame di senso, la fame di vita, la fame e la sete che l’uomo prova nel suo profondo: e così Gesù rivela d’essere Lui il Pane disceso dal cielo per saziare la fame dei viventi; Gesù rivela che Lui è il pane-dono del Padre e che chi lo accoglie può dare risposta alla sua fame e sete di senso, alla sua fame e sete di vita. Chi accoglie il Pane che Lui è , dice Gesù, inizia a vivere di un’altra vita: la vita eterna, la vita di Dio in lui!

La rivelazione, però, non era finita qui: Lui stesso, Gesù, dà la sua carne come cibo ed il suo sangue come bevanda ed è necessario mangiare e bere la carne ed il sangue del Figlio dell’uomo. Solo così si instaura un’alleanza profonda e radicale con Dio, solo così inizia un dimorare pieno in cui c’è il di Dio ed è richiesto il dell’uomo.

Il discorso era partito dal dono che è Gesù per la storia, ed era approdato all’Eucaristia, carne e sangue del Figlio, vero cibo e vera bevanda…il cibo eucaristico vuole uomini maturi nella fede, capaci di entrare nella logica del dono fino all’estremo di quella carne e sangue che sono “costosi”!

Dinanzi a questa rivelazione i discepoli manifestano se davvero sono discepoli, se hanno scelto Gesù “in toto” ed al di là della piena comprensione delle sue parole. Seguire Gesù, infatti, non è seguire un personaggio affascinante e potente (aveva moltiplicato i pani!) ma è seguire “altro”, è avere contatto compromettente con una carne immolata ed un sangue versato…molti discepoli povano una ripulsa per questo Gesù! Il solo vero Gesù! Ed ecco che non restano! Ricordiamo che Gesù nel suo discorso aveva detto che il mangiare la sua carne e bere il suo sangue produce il dimorare, il restare come atto del credente pienamente maturo…molti se ne vanno, rifiutano il rimanere e preferiscono le vie facili che essi stessi si creeranno; sì, vie in cui la fame e la sete resteranno ma che sono vie rassicuranti e “a basso prezzo”…

L’Evangelo qui deve registrare un fallimento? Umanamente sì, i seguaci si assottigliano … ma questo assottigliamento non è un fallimento per l’Evangelo … è prodotto dall’Evangelo stesso! L’Evangelo ha mostrato la sua qualità di spada tagliente che fa verità e non ammette mezze misure! I discepoli che a Cafarnao vanno via mostrano che l’Evangelo è una luce che manifesta la verità profonda dei cuori degli uomini: non tutti hanno la maturità e il coraggio di rimanere! E’ questa l’eperienza che che nella Comunità cristiana si fa di continuo: quanti sono andati via! Ma anche chi resta sente forte – e come! – il richiamo del mondo a fare passi indietro! L’Evangelo, però, è annunzio di una forza d’attrazione che viene dal Padre e a cui bisogna solo arrendersi Questa forza d’attrazione è quel “sogno” del Padre che mormora nel cuore degli uomini il suo “rimani e avrai la vita” che oggi ascoltiamo …

Gesù, dinanzi alle defezioni di tanti discepoli “spalanca” le porte della libertà, non incatena con vincoli meramente “affettivi”, non fa ricatti morali … che sovrana libertà la sua: “Volete forse andarvene anche voi?”!

Queste parole suonano come un consenso a che se ne vadano, sono come il gesto di chi spalanca una porta perchè ci sia possibilità rele di libertà e quindi anche di “fuga”!

Credo che  per tutti i credenti scocchi l’ora in cui, dinanzi alle aspre domande dell’Evangelo, dinanazi ai brucianti fallimenti mondani del discepolato (chi segue Gesù non sarà mai un vincente per il mondo!), questa domanda di Gesù risuona con tutta la sua forza per rendere possibile ogni libera e matura adesione …

Pietro qui apre il cuore al “sogno” incomprensibile di Gesù … a cosa dice “sì” Pietro? A nulla! E’, invece, più esatto dire: a chi dice sì”? La risposta è semplice e grande: a Gesù! Solo a Gesù! Pietro sceglie Gesù e qui lo sceglie davvero e non perchè è eun Rabbi di successo (qui, dopo il discorso sul Pane di vita il successò è finito!) e non perchè fa segni straodinari (non assicurano il successo a lunga durata: Gesù morirà in croce nonostante i segni!) ma perchè “ha parole di vita eternasolo Lui le ha!

Pietro ha compreso che Gesù ha finalmente detto nel mondo parole che “profumano” pienamente di Dio e che conducono dove tutto prende senso, Pietro ha intuito che Gesù è “altro” … Pietro gli ha infatti detto “Tu sei il santo  (cioè “altro”) di Dio!” Pietro non capisce di più…non ha capito tutto quello che Gesù ha detto sul Pane di vita ma ha fissato lo sguardo su Gesù e non su altro … e allora rimane!

Il Quarto Evangelo è straordinario … così critico nei confronti di Pietro, qui riconosce che proprio Pietro fu il primo a decidere quel “rimanere” che, per Giovanni, è l’esigenza radicale e terminale di ogni discepolato!

Certo, come per noi, la decisione del “rimanere” passa per le vie di incomprensione, di buio, di peccato e anche di tradimento ma, se quella decisione è piena e matura, alla fine si sa con certezza che non si potrebbe andare altrove: Da chi andremo?

E si resta. E allora davvero tutto diventa possibile!




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XVIII Domenica del Tempo Ordinario – Che cerchiamo?

DAL COSA O CHI SI CERCA, AL PERCHE’ CERCARE GESU’

Es 16, 2-4.12-15; Sal 77; Ef 4, 17.20-24; Gv 6, 24-35

 

Che cerchiamo? È una domanda che attraversa tutto il Quarto Evangelo, dal capitolo primo, quando Gesù chiede ai due che lo seguono “Che cercate?” (cfr Gv 1, 38) fino al capitolo ventesimo, quando il Risorto chiede a Maria di Magdala “Chi cerchi?” (cfr Gv 20,15)…qui al capitolo sesto ugualmente si pone questo problema: “Voi mi cercate non perché avete contemplato i segni, ma perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati!

Dal cosa o chi si cerca al perché cercare Gesù. Una ricerca che qui è sviata da una motivazione gretta e cieca; una ricerca che è inficiata dalle incapacità a leggere il segno dei pani! Più avanti si vedrà che la folla non ha colto il segno, tanto che chiede a Gesù un’opera, un segno. Come se non avesse già ricevuto proprio un’attualizzazione del segno della manna!

Il problema è cercare per poi credere per poi andare a Lui! Cercare Gesù perché Lui è il termine della vera fede e Lui è il Pane della vita che compie l’antico segno della manna!

Se non si cerca Gesù per fidarsi pienamente di Lui non si può passare dalla morte alla vita.

In questo dialogo del Quarto Evangelo si vede come Gesù e la folla parlino su due livelli diversi: Gesù parla di un livello rivelativo, di rinnovo totale dell’uomo e del suo profondo, la folla resta ad un livello gretto, meschino, personalistico, in cui quello che conta è ricevere risposte ai bisogni materiali, concretissimi, banali;  Gesù vuole portare la folla al livello di una fede radicale che sia passaggio dalle opere da fare all’unica opera che conta e che riguarda l’essere: credere, fidarsi, aderire a Gesù Inviato di Dio; Gesù parla loro di un pane che discende dal cielo e che dà la vita al mondo, e le folle chiedono un pane materiale che risponda solo ai loro bisogni. Di fronte però a questa chiusura, di fronte a questa radicale incomprensione del suo discorso, Gesù non si ferma e pronunzia la sua auto-rivelazione: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete”.

Il Quarto Evangelo vuole qui affermare con chiarezza che Gesù è la risposta alle nostre “fami” più profonde, più radicali. La nostra sete di senso e di vita è appagabile solo se si va da Gesù. Chi va a Lui non ha più fame…chi aderisce a Lui non ha più sete!

Bisogna però stare attenti a non fare di questo discorso un testo disincarnato e disincarnante…non è che Gesù disprezzi o mostri atteggiamento di sufficienza dinanzi alla fame degli affamati o alla sete degli assetati. Il discepolo di Cristo che trova risposta alla sua fame profonda e alla sua sete di senso in Gesù è colui che poi deve imparare a dare risposte di condivisione al grido degli affamati, dei sofferenti; come il ragazzetto del segno dei pani è chiamato a condividere il poco che ha, il poco che è perchè, fecondato da Cristo, divenga risposta alla fame dei poveri. Ma se questo è vero e bisognava dirlo, è pur vero che l’Evangelo di Giovanni è su altro registro, segue il registro rivelativo; qui c’è Gesù che, rivelando se stesso, rivela in Lui il compimento delle attese e delle promesse della Prima Alleanza. Qui Gesù narra Dio come Colui che è capace di dare un cibo che non perisce e che dona vita eterna!

Questa vita eterna, si badi, in linguaggio giovanneo, non è la vita ultraterrena, quella del “post mortem” … la vita eterna è la vita di Dio vissuta nella carne degli uomini, vissuta qui nella storia degli uomini; la vita eterna è l’agire di Dio che diviene agire dell’uomo; la vita eterna è il pensiero di Dio che sostituisce il pensiero dell’uomo vecchio…

Cibarsi di Gesù immette nelle vene del credente la vita stessa di Dio,  rende capaci di amare con il suo amore, di agire con le sue azioni, di parlare con le sue parole.

Quando questo accade, la vita eterna è venuta nella storia, quando questo accade nella vita di un credente, lì splende la vita eterna! Senza tema di sbagliare possiamo dire che, nel linguaggio di Giovanni, “vita eterna” corrisponda a “Regno di Dio” negli Evangeli sinottici.

La vita eterna, allora è quella che racconta Dio alla storia e lo racconta nella vita concretissima e quotidiana del discepolo di Cristo. La vita eterna è ancora, con il linguaggio dell’autore della Lettera ai cristiani di Efeso, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura di oggi, quell’essere risvestiti di Cristo; vita eterna è quel mostrare Cristo in ogni gesto, parola, azione e pensiero: la vita eterna è dunque l’uomo nuovo creato secondo Dio!

Sedere alla mensa del Pane di vita è lasciar plasmare in noi, di Eucaristia in Eucaristia, questo uomo nuovo che splende di vita eterna, che splende della vita di Dio!




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