Santa Famiglia (Anno C) – Vita donata

 

APPARTENERE A DIO

 

1Sam 1, 20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 1-2. 21-24; Lc 2,41-52

 

Il mistero del Natale si apre ad una vita tutta donata; la sapienza della Chiesa ce lo fa capire ponendo nel giorno successivo al Natale la festa di Santo Stefano, il Primo Martire; la vita di quel Bambino che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme sarà vita pienamente umana, e tutta la rivelazione cristiana ci grida che si è veri uomini solo se si ama fino all’estremo, perdendosi per amore (cfr Mt 10, 39). Tale fu la vita di Gesù, e così deve essere la vita del discepolo di cui Stefano subito è stato “icona”. Vita donata giorno per giorno, vita spesa per Dio e per gli uomini ma nella gioia… Vita che, per Gesù, culminerà nel dono pasquale fatto sulla croce, ma che è vita spesa amando giorno dopo giorno, e trovando in quell’amore la bellezza, la bontà ed il senso…
Se il Natale è il culmine dell’Avvento, rassicurandoci sulla fedeltà di Dio che mantiene le sue promesse e che quindi tornerà a compiere la storia, i misteri cristiani ci mostrano con tutte le loro infinite sfaccettature, come vivere l’attesa, che è il sapore più vero del tempo della Chiesa. Si attende la sua venuta dando la vita, come Stefano … non c’è altro modo per essere un vivente “maranathà

Questa domenica, detta della Santa Famiglia (una festa che direi “pastorale” in quanto creata di recente per avere un’occasione appunto “pastorale”, e parlare così della “famiglia cristiana”), oggi ci dà l’agio di fare un discorso più ampio su ciò che consegue al mistero dell’Incarnazione di Dio. Un discorso che, se fatto seriamente, ci indica ancora sentieri per essere pronti davvero alla venuta del Figlio dell’Uomo.

Non farei allora oggi il solito discorso “trito” sulla famiglia quale “primo nucleo della società”, sulla sua “sacralità” naturale e cristiana… Non lo farei anche perché – diciamocelo francamente – mai come in questi ultimi decenni noi Chiesa abbiamo parlato di “famiglia”, e mai come in questi ultimi decenni la “famiglia” patisce di lacerazioni e disfunzioni! Il problema, a mio umile parere, non è parlare della famiglia ma è annunziare l’Evangelo: quando si fa seriamente questo si evangelizza tutto l’uomo in tutti i suoi ambiti di vita, e quindi anche in quel primo ambito che è la famiglia.

E’ allora necessario che noi annunziamo con coraggio, con profondità, senza edulcorazioni e diminuzioni il mistero di Cristo; è necessario che noi credenti in Lui facciamo innamorare gli uomini di Cristo perché lo cerchino giorno per giorno, e siano uomini in attesa di Lui, impegnati davvero nella storia ma con la coscienza d’essere “stranieri e pellegrini” (cfr Eb 11, 13; 1Pt 2, 11).

 Oggi la liturgia ci dà l’occasione di fare una lettura globale di questo mistero di Cristo e ci invita ad una ricerca appassionata di Lui che è venuto a cercarci prendendo la nostra carne.
L’esito, come scrive Giovanni nel tratto della sua Prima lettera, che ascoltiamo quale seconda lettura, sarà il vivere da figli.

Il racconto di Luca che la Chiesa oggi propone è la conclusione dell’Evangelo dell’infanzia lucano; è un passo direi “unico”…unico perché pare “fuori schema” rispetto a tutto il racconto dell’infanzia; unico perché è l’unico squarcio che gli Evangeli ci aprono sulla vita di Gesù prima del Battesimo al Giordano…e questa “unicità” ci conduce certo ad una sua funzione specifica. Il testo, insomma, non va letto ingenuamente.

Uno smarrimento, quello del ragazzo Gesù, che avviene in un contesto preciso: la Pasqua; ed avviene all’interno di una vera fedeltà di Maria e Giuseppe alla Legge del popolo santo di Dio («si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua»). Un episodio che, al di là del racconto banale della “scappatella” di un adolescente intelligente, contiene un mistero di Dio ed un appello per noi a cui è consegnato l’Evangelo.
Il protagonista del racconto è Gesù. Finalmente! Sì, finalmente, perché fino a questo momento nel racconto di Luca si era parlato di Lui, ma non come di uno che agisce direttamente; fino ad ora il racconto l’aveva mostrato “infante”, cioè “senza parole”; ce lo aveva mostrato passare dalle braccia di Maria a quelle di Simeone, e – ancor prima – avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia quale segno per i pastori …
Ora no, ora per la prima volta Gesù parla.

Il contesto pasquale ci rimanda alla fine dell’Evangelo, quando in un’altra Pasqua Gesù verrà ugualmente smarrito per tre giorni ed al terzo giorno ritrovato dopo un’angoscia grande. In quel ritrovamento ci sarà la definitiva rivelazione della figliolanza divina.
Per Luca, infatti, il Gesù pasquale rivela il Padre, sia sulla croce («Padre nelle tue mani consegno il mio spirito» cfr Lc 23, 46), sia nel giorno della risurrezione («io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso» cfr Lc 24, 49) … e anche questo Gesù dodicenne rivela la sua figliolanza dichiarando che deve essere nelle cose del Padre suo. Dobbiamo far caso che le prime e le ultime parole di Gesù nell’Evangelo di Luca sono un rinvio al Padre!
Gesù rivela dunque di essere Figlio, e di appartenere tutto al Padre; nella prima lettura si è detto che Samuele è ceduto per tutti i giorni della sua vita al Signore; così è Gesù! E’ del Padre, ed in Lui la carne dell’uomo deve fare questo passaggio: scegliere di essere di Dio! E senza mezze misure!

La vocazione ultima e prima del cristiano è offrire la propria carne all’Incarnazione di Dio; è mostrare che si può essere nelle “cose del Padre” fino in fondo; è dare alla storia il “respiro” di Dio; è permettere a Dio di piantare ancora la sua tenda in mezzo agli uomini (cfr Gv 1, 14).
Gesù giovinetto, smarrito per tre giorni ed al terzo ritrovato, è allora narrazione di una “Pasqua annunziata” che si compie in Gesù perché in Lui, l’“esodo” è iniziato, e il Natale già ce lo diceva.

Il “vecchio uomo” in Lui si è mosso verso il “nuovo”; il “vecchio uomo” ormai si è iniziato a versare irreversibilmente nel “nuovo”!
Tutto sarà costoso, ma la novità di Cristo già oggi si può insinuare in tutte le realtà umane, in tutte le strutture umane.
Spetta a noi permettere all’uomo che siamo di incamminarsi verso quell’essere nelle cose del Padre; sempre più in pienezza.

Il mistero della figliolanza sarà così visibile e palpabile nelle nostre vite! E sarà annunzio di speranza!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santa Famiglia (B) – Riconoscere Colui che attendiamo

 

…NELL’ORDINARIO DELLE NOSTRE VITE

 

Gen 15, 1-6;21, 1-3; Sal 104; Eb 11, 8.11-12.17; Lc 2, 22-40

 

La presentazione di Gesù al Tempio, di Rembrandt (particolare)

La presentazione di Gesù al Tempio, di Rembrandt (particolare)

Arriva puntuale, tra il Natale e la Circoncisione di Gesù all’Ottava, la festa della Santa Famiglia. Nata per motivi “pastorali”, questa festa rischia di sviarci, con riflessioni moralistice e “pratiche” (!), dalla contemplazione del Mistero dell’Incarnazione che a Natale abbiamo celebrato.
D’altro canto, come già abbiamo avuto modo di dire negli scorsi anni, la possibilità di prendere ad esempio la Famiglia di Nazareth per le nostre famiglie lascia un pochino perplessi: c’è una madre vergine, un padre “putativo” ed un figlio che è Dio! Una realtà un tantino distante dalle nostre situazioni; quel che da Maria e Giuseppe dobbiamo cogliere perciò è di un respiro più ampio, tanto più ampio di quello delle varie e lodevoli “pastorali familiari”: nel loro “sì” al progetto di Dio c’è una via ecclesiale che riguarda tutti i credenti in Gesù, e non solo le famiglie.
I testi biblici di questa domenica ci danno l’agio di leggere con maggiore profondità il mistero dell’Incarnazione, e prendono le distanze da discorsi “familiaristici” oggi tanto “di moda” nella pastorale della Chiesa.

La Scrittura oggi ci fa riflettere ancora una volta sul tema della fedeltà di Dio! La promessa fatta ad Abramo di essere benedizione per tutti i popoli si adempie in Gesù, il Figlio eterno venuto nella carne. E’ Gesù il primogenito che, come Isacco sul monte, è portato al Tempio per esservi offerto: Maria e Giuseppe, obbedienti alla Legge, senza sentirsene esentati per la straordinarietà della loro vicenda, entrano nelle vie ordinarie del loro popolo e portano il Bambino al luogo cuore della fede di Israele, al Tempio; e lì, al cuore di Israele, avviene un incontro: la Prima Alleanza incontra l’Alleanza Definitiva…le promesse incontrano l’adempimento, l’attesa diviene presenza!

Le braccia di Simeone, vecchio e colmo di attesa, sono le braccia della Prima Alleanza che riconosce il Messia grazie all’azione dello Spirito. Il Messia poteva entrare nel Tempio quel giorno, ed essere sfiorato e non riconosciuto persino da Simeone: quanti in quel giorno avevano visto un padre ed una madre ordinari con il loro bimbo qualunque; eppure Simeone, come poi Anna, ha la capacità di riconoscere Colui che attendeva.

Come Simeone, qui si distanzia da ogni attesa banale e trita del Messia!
Come è capace questo vecchio di scavalcare le immagini di un Messia glorioso e potente, e fermarsi a contemplare un Bambino fragile ed ordinario?  Luca ce ne dà una spiegazione; due sono i fattori che permettono a Simeone di fare questo “salto”: il primo è l’attesa nutrita di assiduità con la Parola della Scrittura, nutrita di presenza alla presenza di Lui, di scelta di dimorare con Dio (la vecchia Anna – dice Luca dimorava notte e giorno nel Tempio).
Queste cose, però, non sarebbero sufficienti se non fossero accompagnate dall’opera dello Spirito Santo che, come ha fecondato il grembo di Maria (cfr Lc 1, 35) così ora rende fecondo Israele – rappresentato dai due vecchi – di fede, di capacità di riconoscimento e di capacità di profezia.
Lo Spirito, che aveva preannunciato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia, rende il suo cuore, già vigilante nell’attesa, capace di riconoscere in quel Bambino portato al Tempio il Messia atteso; lo Spirito gli apre gli occhi ad un riconoscimento. Se ci pensiamo, l’Evangelo di Luca si concluderà ancora con un riconoscimento: sulla via di Emmaus, quei due uomini delusi incontrano un viandante ordinario come tanti, che cammina sulla loro stessa strada e, alla mensa di Emmaus, essi lo riconoscono e non possono che tornare indietro ad annunziarlo come compimento di tutte le speranze.
Il rischio diversamente è grande: sfiorare Gesù, e non lasciarsene sedurre, non lasciarsi interpellare da Lui.

Il vecchio Simeone non solo lo riconosce, ma riconosce in Lui delle domande che pesano: quel Bambino chiede di schierarsi; quel Bambino è segno di contraddizione, impone di fare scelte di campo, e senza infingimenti.

Il Natale vuole questa scelta…non si resta neutrali dinanzi al Natale. Chi resta neutrale, chi rimane come prima, non ha celebrato il Natale di Nostro Signore Gesù Cristo: ha fatto una festa suggestiva ed evocativa che si “gioca” attorno ad una nascita (per tanti un po’ mitica!), ed attorno ad un bambino…tutti segni di umane speranze e di tenerezze, ma il Natale non è questo, e non voleva questo!
Natale vuole riproporre ai credenti una scelta di campo! Nel Natale, d’altro canto, Dio ha fatto una scelta di campo: ha scelto gli umili, i piccoli, i poveri, l’uomo con le sue fragilità, ha scelto i peccatori, ha scelto noi…Lui porterà questa scelta di campo fino alle estreme conseguenze, fino alla croce!

Noi che scelta di campo facciamo? Per chi? Con chi?
Oggi questa domanda ci è gridata dalle parole profetiche di Simeone.
In questa richiesta, forse, si può trovare una parola per la vita delle nostre famiglie. La vita familiare è il più diffuso ordinario, e la liturgia di oggi mi pare che suggerisca che è in questo ordinario che bisogna far brillare lo straordinario di un riconoscimento e di una scelta di campo. L’ordinario può divenire un luogo “esplosivo” di vita nuova oppure la tomba di ogni slancio, la tomba dei sogni e delle speranze.

Il Bambino di Betlemme è quel Gesù che interpella in tal senso ogni suo discepolo, chiede la vita…e gli sconti non sono possibili!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santa Famiglia – Figli chiamati dall’Egitto

NON C’E’ EGITTO CHE DURI PER SEMPRE

  –  Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; Col 3, 12-21; Mt 2,13-15.19-23  –

  

Santa Famiglia, Caravaggio (Roma)

Riposo durante la fuga in Egitto, Caravaggio (Roma)

Contemplare con gioia il mistero dell’Incarnazione è attitudine necessaria e vitale, ma è un’attitudine che subito si scontra con la storia di peccato in cui il nostro Dio si è voluto immergere proprio con l’Incarnazione. La storia non è un’oasi di pace; la storia rigurgita sangue e dolore ed il Figlio di Dio vi si immerge senza sconti e senza privilegi.

E’ nato nel grembo caldo di una famiglia umana, una famiglia contemporaneamente ordinaria e straordinaria. La sua ordinarietà, coniugata con la sua straordinarietà, fa sì che oggi la Chiesa guardi a quella famiglia come modello per le nostre famiglie; siamo convinti che questa esemplarità è un po’ azzardata in quanto troppo straordinaria è quella Famiglia, ma è pur vero comunque che quella Famiglia ci dice una verità per la nostra vicenda di uomini concreti, segnati dal dono della fede: non c’è nessuna esenzione per chi crede! Quanto è meschina quell’idea (madre di tanti “delusi” da Dio!) per la quale chi crede, e compie le opere della giustizia, dovrebbe essere esentato dal dolore, dai patimenti fisici e morali, dall’emarginazione! Quanto è misera e calcolatrice questa concezione di una fede che metta al riparo dalla vita!

Il racconto evangelico di oggi ci dice perfettamente il contrario, e ci ricorda che il solo giusto è stato minacciato da una spada assassina dal principio della sua vicenda umana fino al concretarsi di quell’antica minaccia di Erode sulla croce piantata sul Golgotha. Nessuna esenzione al Figlio di Dio nella carne degli uomini, nessuna esenzione per colei che fu madre e vergine dell’Emmanuele, nessuna esenzione per Giuseppe, figlio di Davide e uomo giusto!

La vicenda, che Matteo si compiace di narrarci per motivi più teologici che strettamente storici (Luca ignora questa fuga in Egitto!), contiene nel suo svolgersi l’indicazione di ciò che davvero occorre al credente per percorrere le strade della storia.

Ancora Giuseppe ne è umile maestro: ascolta e obbedisce! Nell’ultima domenica d’Avvento l’abbiamo visto in quell’obbedienza che lo ha trasformato, dicevamo, da ragazzo innamorato con un suo progetto, in ultimo dei Patriarchi della Prima Alleanza; da custode di un piccolo sogno con confini precisi segnati da una bottega, una casa come le altre, e una sposa feconda a custode del più grande sogno di Dio: essere per sempre, per noi uomini, l’Emmanuele, il Dio-con-noi.

Quell’obbedienza consegna a Gesù la discendenza davidica, quell’obbedienza permette a Dio di chiamare “figlio” quel bambino, e permette a Israele di chiamarlo “Nazoreo”. Giuseppe, come già dicevamo domenica scorsa, è sempre connesso con i nomi di Gesù: lui lo chiama Gesù (cfr Mt 1,21), andando in Egitto permette a Dio di chiamarlo mio figlio (“Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio”) e, stabilendosi a Nazareth, permette al popolo di Israele di chiamarlo Nazoreo e quindi riconoscerlo come colui che Dio aveva promesso. Nazareth ha la stessa radice di “neser”, che significa “germoglio” (“Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse” – cfr Is 11,1; “Da sempre germoglio è il suo nome” – cfr Sal 72,17). A Giuseppe tocca questa obbedienza che dà il nome al Verbo eterno di Dio: Gesù, Figlio, Nazoreo; il suo nome proprio, la sua qualità di Figlio di Dio, il suo essere adempimento delle attese di Israele.

L’Evangelo di oggi, mostrandoci l’opera di obbedienza di Giuseppe, ci fa guardare all’Incarnazione con tutta la sua crudezza; oggi ci è detto il perché profondo dell’Incarnazione di Dio: il Verbo divenne carne (cfr Gv 1,14) per seguirci negli esili e nelle miserie, per fare strada con noi in un nuovo e continuo esodo in cui desidera che anche noi tutti siamo figli chiamati dall’Egitto… L’esilio per la Scrittura fu esperienza dell’Egitto e di Babilonia, due esperienze diverse: l’Egitto fu un esilio diventato schiavitù a causa del peccato degli altri (il Faraone, gli aguzzini…), Babilonia fu esilio causato invece dall’infedeltà di Israele; il Figlio di Dio vivendo l’esilio comincia quella ricerca dell’uomo negli inferi subiti o creati dalla propria iniquità…Nel tornare dall’esilio, Gesù giunge a Nazareth e lì riceve il nome di germoglio, perché inizio di una nuova storia di libertà… Isaia aveva cantato: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse; la stirpe di Iesse (padre del re Davide) pareva secca per sempre, ed il Messia sembrava un sogno impossibile, ma ecco che quel tronco secco è fiorito per la Grazia di Dio e per l’obbedienza di Giuseppe figlio di Davide…ma non è solo quel tronco secco di Iesse che in Gesù fiorisce, ma in Lui fiorisce il ceppo di tutta l’umanità che è infecondo di pace, di bene, di amore perché asservito dal peccato; fiorisce di una santità che non si può dare da sola! La salvezza infatti viene dal grembo di una Madre vergine per dirci che l’uomo nuovo, Gesù, solo Dio poteva darcelo! L’uomo nuovo può essere solo accolto come dono, proprio come fecero Maria con il suo grembo e Giuseppe con la sua obbedienza.

A Nazareth il Figlio di Dio entra nell’umile quotidiano; il Dio-con-noi è davvero con noi, e santifica ogni ferialità, ogni riposo e fatica, ogni gioia ed ogni dolore, ogni amore ed ogni timore…l’esodo di Dio verso l’uomo ed il suo mondo è iniziato perché si compia l’esodo dell’uomo verso il mondo di Dio.

Maria e Giuseppe compagni di questo esodo e di quella quotidianità sono davvero primizia di una nuova storia in cui Cristo è cuore dei giorni. In tal senso ogni comunità umana, a partire da quella familiare, scopre nell’Evangelo un segreto che è fonte di vera pace e di senso: la presenza di Cristo che è presenza di Dio, perché Lui è l’Emmanuele.

Il germoglio (“neser” cfr Is 11,1) è il consacrato di Dio (“nazir” cfr Gdc 13,5.7) che fa fiorire l’umanità nuova rendendola santa con la sua santità.

Lo straordinario di tutto questo è che ci vien detto che questa nostra povera carne può essere davvero luogo di santità! E se il peccato fa scorrere sangue innocente e costringe i giusti all’esilio non dobbiamo temere, perché Dio compie ogni sua parola e promessa, e l’Emmanuele è Dio-con-noi anche negli esili, nelle ingiuste fughe e nel non-senso dell’odio del mondo.

Non c’è “Egitto” che duri per sempre!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 




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Santa Famiglia – La narrazione di una Pasqua

GESU’, SMARRITO PER TRE GIORNI, E AL TERZO RITROVATO 

1Sam 1, 20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3,1-2. 21-24; Lc 2,41-52

 

Cristo tra i dottori (A. Dürer, Museo Thyssen – Madrid)

Il mistero del Natale si apre ad una vita tutta donata; la sapienza della Chiesa ce lo fa subito capire ponendo nel giorno successivo al Natale la festa di Santo Stefano, il Primo Martire; la vita di quel Bambino che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme sarà vita pienamente umana, e tutta la rivelazione cristiana ci grida che si è veri uomini solo se si ama fino all’estremo, perdendosi per amore (cfr Mt 10,39). Così fu la vita di Gesù, e così deve essere la vita del discepolo di cui Stefano subito è stato “icona”. Vita donata giorno per giorno, vita spesa per Dio e per gli uomini ma nella gioia…vita che, per Gesù, culminerà nel dono pasquale fatto sulla croce, ma che è vita spesa amando giorno dopo giorno e trovando in quell’amore la bellezza, la bontà ed il senso…

Questa domenica, detta della Santa Famiglia (una festa che direi “pastorale” in quanto creata di recente per avere un’occasione, appunto “pastorale”, per parlare della “famiglia cristiana”), oggi ci dà l’agio di fare un discorso più ampio su ciò che consegue al mistero dell’Incarnazione di Dio. Non farei allora oggi il solito discorso “trito” sulla famiglia quale “primo nucleo della società”, sulla sua “sacralità” naturale e cristiana…non lo farei anche perchè – diciamocelo francamente – mai come in questi ultimi decenni noi Chiesa abbiamo  parlato di “famiglia” e mai come in questi ultimi decenni la “famiglia” patisce di lacerazioni e disfunzioni! Il problema, a mio umile parere, non è parlare della famiglia ma è annunziare l’Evangelo; quando si fa seriamente questo si evangelizza tutto l’uomo in tutti i suoi ambiti di vita e quindi anche in quel primo ambito che è la famiglia. E’ allora necessario che noi annunziamo con coraggio, con profondità, senza edulcorazioni e diminuzioni il mistero di Cristo, è necessario che noi credenti in Lui facciamo innamorare gli uomini di Cristo perchè lo cerchino giorno per giorno.

Oggi la liturgia ci dà l’occasione di fare una lettura globale di questo mistero di Cristo e ci invita ad una ricerca appassionata di Lui che è venuto a cercarci prendendo la nostra carne. L’esito, come scrive Giovanni nel tratto della sua Prima Lettera che ascoltiamo quale seconda lettura, sarà il vivere da figli.

Il racconto di Luca che la Chiesa oggi propone è la conclusione dell’Evangelo dell’infanzia lucano: è un passo direi “unico”. “Unico” perchè pare “fuori schema” rispetto a tutto il racconto dell’infanzia; “unico” perchè è l’unico squarcio che gli Evangeli ci aprono sulla vita di Gesù prima del Battesimo al Giordano…e questa “unicità” ci conduce certo ad una sua funzione specifica. Il testo, insomma, non va letto ingenuamente. Uno smarrimento, quello del ragazzo Gesù, che avviene in un contesto preciso: la Pasqua; ed avviene all’interno di una vera fedeltà di Maria e Giuseppe alla Legge del popolo santo di Dio (“si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua”). Un episodio che, al di là del racconto banale della “scappatella” di un adolescente intelligente, contiene un mistero di Dio ed un appello per noi cui è consegnato l’Evangelo.

Il contesto pasquale ci rimanda alla fine dell’Evangelo quando in un’altra Pasqua Gesù verrà ugualmente smarrito per tre giorni ed al terzo giorno ritrovato dopo un’angoscia grande. In quel ritrovamento ci sarà la definitiva rivelazione della figliolanza divina. Per Luca, infatti, il Gesù pasquale rivela il Padre, sia sulla croce (“Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” cfr Lc 23,46), sia nel giorno della risurrezione (“io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso” cfr Lc 24, 49)…e anche questo Gesù dodicenne rivela la sua figliolanza dichiarando che deve essere nelle cose del Padre suo. Dobbiamo far caso che le prime e le ultime parole di Gesù nell’Evagelo di Luca sono un rinvio al Padre!

Il protagonista del racconto è Gesù. Finalmente! Sì, finalmente, perchè fino a questo momento nel racconto di Luca si era parlato di Lui ma non come di uno che agisce direttamente; ora no, ora per la prima volta Gesù parla. Insomma Gesù rivela di essere Figlio e di appartenere tutto al Padre; nella prima lettura si è detto che Samuele è ceduto per tutti i giorni della sua vita al Signore; così è Gesù: è del Padre, ed in Lui la carne dell’uomo deve fare questo passaggio, scegliere di essere di Dio! E senza mezze misure!

La vocazione ultima e prima del cristiano è offrire la propria carne all’Incarnazione di Dio; è mostrare che si può essere nelle “cose del Padre” fino in fondo; è dare alla storia il “respiro” di Dio; è permettere a Dio di piantare ancora la sua tenda in mezzo agli uomini (cfr Gv 1,14).

Gesù giovinetto, smarrito per tre giorni ed al terzo ritrovato, è allora narrazione di una “Pasqua annunziata” che si compie in Gesù perchè in Lui, come già dicevamo a Natale, l’”esodo” è iniziato. Il “vecchio uomo”, in Lui, si è mosso verso il “nuovo”; il “vecchio uomo” ormai si è iniziato a versare irreversibilmente nel “nuovo”! Tutto sarà costoso…ma la novità di Cristo già oggi si può insinuare in tutte le realtà umane, in tutte le strutture umane.

Spetta a noi permettere all’uomo che siamo di incamminarsi verso quell’essere nelle cose del Padre; sempre più in pienezza.

Il mistero della figliolanza sarà così visibile e palpabile nelle nostre vite! E sarà annunzio di speranza!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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