VI Domenica del Tempo Ordinario – Preceduti dall’Evangelo

PER SCENDERE AL CUORE DELLA LEGGE 

  –  Sir 15, 15-20; Sal 118; 1Cor 2, 6-10; Mt 5, 17-37  –

 

TorahQuando Matteo scrive il suo Evangelo, negli anni ottanta del primo secolo, il Tempio è stato distrutto e Israele sta cercando unità, quella che non è più possibile attorno al Santuario di Gerusalemme, nella fedeltà alla Torah. Israele cerca una nuova ortodossia rispetto alla Legge, una rinnovata fedeltà ad essa; in tal senso la Chiesa di Matteo, una comunità fatta di giudei che hanno riconosciuto in Gesù di Nazareth il Signore ed il Messia, si interpella: qual è la novità del cristianesimo rispetto alla potenza della Torah?

Matteo giunge ad una conclusione incredibile e paradossale, che dobbiamo pur dire anche se con tutto l’amore ed il rispetto che nutriamo – e dobbiamo nutrire – per la Santa Radice di Israele, per il Popolo sempre santo ed eletto che è Israele; il paradosso che Matteo ci porge è questo: è davvero giudeo chi si fa discepolo di Cristo Gesù.

Il testo di questa domenica, per giungere a questa conclusione, ci presenta un’apparente contraddizione: la Legge è immutabile, non passa e, contemporaneamente, Gesù dice di continuo “vi fu detto ma io vi dico”; come mettere assieme queste due affermazioni?

La categoria che ci fa superare il paradosso è la categoria del compimento. Gesù è il compimento delle promesse, è il compimento della Torah, è il compimento dei Profeti … per noi cristiani è chiaro che l’Antico Testamento (e forse, anche per questo, è meglio dire Primo Testamento!) è una realtà aperta, è annunzio, è premessa, e questo significa che, per far sì che esso sia quel che Dio ha desiderato che fosse, è necessario andare oltre; è necessario superarlo, ma non per abolirlo. Per carità! Per dargli pienezza di senso e di significato!

Gesù, in tal senso, viene a dare compimento, viene a dirci, dinanzi alla Legge, il profondo della Legge: non si tratta di osservare dei precetti formalmente, ineccepibilmente; si tratta di comprenderne e viverne il cuore …; non si tratta solo di non uccidere, cioè di non versare il sangue spegnendo la vita dell’altro uomo, si tratta di non ucciderlo nel proprio cuore, bollandolo come stupido o come pazzo …; si tratta di non uccidere il mio amore per lui. Se per uccidere si intende lo spargimento del sangue dell’altro, in tanti ci si può sentire estranei a questo precetto della Torah; ma se si va al cuore della Torah si scopre quante volte noi tutti siamo capaci di uccidere.

Il compimento cui si deve giungere ha come premessa le Beatitudini, che assolutamente non sono un nuovo codice morale (guai a leggerle così!); sono invece la proclamazione di un evangelo: il Regno è arrivato! Il Regno è già nel mondo, perchè Dio si è chinato con amore sulla storia, con la carne del suo Figlio, l’Emmanuele, che sigilla nella nostra carne realmente l’essere povero, l’essere mite, l’essere affamato e assetato di giustizia, l’essere misericordioso, l’essere puro di cuore, l’essere pacificatore … Lui che ha pianto per l’uomo suo fratello, Lui che è stato perseguitato ed ucciso … Che significa questo? Una cosa grande e di capitale importanza, per noi – personalmente – e per la prassi ecclesiale: viene prima l’Evangelo, prima l’annunzio del Regno che è Gesù, prima la conoscenza di Lui e del suo amore e poi la morale! Gesù annunzia prima le Beatitudini, e poi parla di comportamenti che portino compimento alla Legge!

Tale compimento della Legge può avvenire solo se si supera la giustizia degli scribi e dei farisei. Si badi bene che qui scribi e farisei rappresentano due reali e diversi modi di intendere la  giustizia, cioè l’adempimento della volontà di Dio: gli scribi sono gli uomini della lettera, dell’interpretazione materiale della lettera della Torah; sono quelli che si appagano e si sentono giusti, perchè osservano la lettera della Legge; i farisei sono quelli che credono di creare un “di più” con le loro pratiche; all’osservanza letterale della Legge essi aggiungono le pratiche che sono convinti che li salvino, perchè accumulo di “meriti”: l’elemosina, il digiuno, le preghiere fatte in un certo modo … Il discepolo di Gesù è invece quello che è capace di superare queste “giustizie”, perchè ha scoperto d’essere stato preceduto dall’Evangelo che è annunzio gratuito di un amore preveniente, che, in Gesù, si è mostrato in tutta la sua pienezza … Si ricordi sempre che Matteo (come tutti gli evangelisti!) scrive con una chiara visione della Pasqua di Gesù, nella quale la narrazione dell’Evangelo, la luce delle Beatitudini sono piene e complete.

Il discepolo, preceduto dall’Evangelo, risponderà all’Evangelo senza “giocare” con la Torah, senza cercare vie di applicazioni formali e poco costose per esser giusto; il discepolo, preceduto dall’Evangelo, sarà in grado di non fidarsi delle proprie pratiche per accumulare “meriti”. Come si può pensare di “meritare” dinanzi all’eccedenza dell’amore preveniente di Dio?

Ecco che la giustizia del discepolo supera quella e degli scribi e dei farisei, perchè la luce dell’Evangelo che lo precede lo rende capace di scendere al profondo della Torah, e trovarvi le ragioni profonde di Dio. Diviene chiaro al suo cuore, allora, che non si tratta solo di uccidere materialmente, ma si tratta di conservare e custodire tutta la vita dell’altro … Non si tratta di  commettere adulterio, giacendosi con altri dallo sposo o dalla sposa, si tratta di essere fedele all’amore per il coniuge fino all’estremo, nel fondo del proprio cuore, senza che neanche il desiderio inquini l’amore per colui o colei che è stato dato in dono da Dio, come “carne della propria carne”.

La lettura superiore del discepolo fa ravvisare che certi pronunciamenti stessi della Torah furono scritti per la durezza dei cuori, erano cioè generati dall’incapacità che la Torah stessa riconosceva all’uomo di comprendere a pieno, prima di Cristo,  l’amore preveniente di Dio.

Ora, però, la luce del Cristo, della sua croce, del suo amore, dell’Evangelo che è proclamazione del Regno, donato gratuitamente alla storia, rende possibile la nuova giustizia. Per questa nuova giustizia, il discepolo sarà capace di fare delle scelte radicali, sarà capace di togliere da sè cio che si oppone al Regno (e qui c’è l’iperbole del cavarsi un occhio, o del tagliarsi una mano!); per questo non sarà più necessario al discepolo giurare per affermare la verità: egli ha imparato un parlare schietto, in cui i sono ed i no sono no! Quando, infatti, si vive nella lealtà e nella verità, queste non possono essere intensificate da giuramenti di qualsiasi tipo.

Insomma è un mondo nuovo quello che sorge dinanzi alla proclamazione dell’Evangelo del Regno. Un mondo nuovo, di cui il discepolo, diventato sale e luce della terra come si diceva la scorsa domenica, diviene specchio chiaro, capace di superare la Legge perchè capace di scendere al cuore ed al profondo di essa, realizzando la piena umanità a cui la Legge tendeva, e che Gesù ha reso possibile. Il discepolo è servo di questa pienezza sulle tracce del suo Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXX Domenica del Tempo Ordinario – Siamo peccatori perdonati

GESU’ GUARDA AL CUORE 

  –  Sir 35, 12-14.16-18; Sal 33; 2Tm 4, 6-8;16-18; Lc 18, 9-14  –

Il Fariseo ed il Pubblicano - Mosaico, S. Apollinare Nuovo (Ravenna)

Il Fariseo ed il Pubblicano – Mosaico, S. Apollinare Nuovo (Ravenna)

Certamente gli Evangeli hanno compiuto un’opera di semplificazione e anche, in qualche modo, di “diffamazione” nei confronti dei Farisei. Questo perché gli evangelisti scrivono in un tempo in cui il giudaismo, il quale rappresentava l’opposizione più macroscopica alla predicazione dell’Evangelo di Gesù, era ormai nelle mani proprio dei Farisei, vista la fine del sacerdozio dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C.

Certamente non tutti i Farisei erano meritevoli delle invettive di Gesù e, negli stessi Evangeli, scopriamo anche che Gesù era amico di molti di loro che, a dirla tutta, erano, in verità, la parte sana, fedele ed impegnata dell’ebraismo di quel tempo; certo, erano esposti al rischio della “religione”, e questo Gesù l’avrà stigmatizzato ove c’era da stigmatizzarlo, indicando i rischi dell’ ipocrisia degli “uomini religiosi”. Gli evangelisti, inoltre, non fanno solo polemica con il fariseismo storico del tempo, ma mostrano la figura del Fariseo come monito alle loro Chiese nelle quali si insinuava già il rischio della “religione” e dell’ipocrisia … cose terribili sempre in agguato allora come oggi.

Ed ecco la parabola di questa domenica: la famosissima parabola del Pubblicano e del Fariseo. Su cosa appunta l’attenzione questo racconto? Sulla preghiera? Certo, ma sulla preghiera come specchio della vita, sulla preghiera come luogo rivelativo della qualità del credente, come spazio rivelativo di fede, come spazio in cui si potrebbe verificare che certa fede non è più fede.

Il Fariseo della parabola, si badi bene, non è un ipocrita! Il suo peccato non è l’ipocrisia…”ipocrita” è uno che finge, e quest’uomo non finge! Davvero fa tutte le cose che elenca, davvero, per amore della Torah, osserva i precetti ed anzi fa anche di più; infatti digiuna due volte alla settimana, mentre per la Legge dovrebbe farlo una volta all’anno (nello Yom kippur) e per le usanze del tempo, tutt’al più, una sola volta alla settimana; paga le decime di ciò che acquista, ed invece dovrebbe pagare decime solo su ciò che vende … Insomma è davvero un giusto secondo la Legge!

Il peccato di quest’uomo, lo ripeto, non è l’ipocrisia ma la fiducia smodata nelle proprie opere e nella propria “giustizia” … è tanta questa “fede” in sé che la sua preghiera inizia proprio come preghiera (O Dio, ti ringrazio…): ne ha la forma, ma poi non risulta più una preghiera perchè a Dio nulla chiede e tutto ostenta! Inizia con il ringraziare, ma quel ringraziamento è asfittico, ha respiro corto; quasi quasi ci pare una formalità “liturgica,” e le sue parole imboccano una strada che è tutt’altro dalla preghiera. Non capiamo bene perché questo fariseo sia salito al Tempio se non per presentare un “conto” a Dio … certo non è salito per pregare, e quelle parole che dice certo non penetrano le nubi, come scrive l’autore del Libro del Siracide nel brano che oggi si legge. D’altro canto la sua postura ce la dice lunga sui suoi sentimenti dinanzi a questo Dio che certo, per prassi va ringraziato, ma che poi deve esser grato Lui al Fariseo per le sue fedeli osservanze!

L’altro, il Pubblicano, anche lui dice tutta la verità sulla sua vita: è peccatore! Di più non sa dire. La sua condizione è di quelle che non permettono nessuna fronte alta e nessuna pretesa; non ha un “conto” da presentare a Dio, non ha da presentargli altro che la sua miseria. Il Pubblicano ha solo uno sguardo vergognoso su di sè, e uno sguardo speranzoso su Dio; se Dio è il Santo, lui peccatore non è degno, ma se Dio è misericordioso lui può sperare salvezza pur nella sua miseria. Lo sguardo del Pubblicano non si posa sugli altri, ma solo su Dio e sulla miseria della sua vita. Non così il Fariseo: il suo sguardo si posa subito con disprezzo sul pubblicano che, solo con la sua presenza impura, offende la sua vista e la sua “religione”!

Il Fariseo, poichè non sa guardare a Dio, non sa neanche guardare gli altri … il Pubblicano, invece, non osa guardare gli altri: sono tutti migliori di lui. Si osservi, a tal proposito, che Luca pone sulle labbra del Pubblicano una preghiera impressionante: Abbi pietà di me che sono il peccatore! Così nel testo in greco. Non dice “che sono un peccatore (uno fra i tanti!) ma il peccatore, come se fosse lui l’unico peccatore!

Il Pubblicano, diversamente dal Fariseo, prega davvero perché si rivolge a Dio con piena fiducia nella sua misericordia, in una misericordia gratuita, senza motivi … non ha nulla da presentare a Dio se non un vuoto, che sa che Dio può riempire; è il vuoto dei suoi peccati e delle sue lontananze; il Pubblicano è uno che ha aperto gli occhi sulla sua verità e per questo ha colto anche la verità più profonda di Dio: è misericordia, e misericordia gratuita! L’altro è cieco, anzi è accecato da sè e dalla sua reale “giustizia”; al contrario, il Pubblicano conta su Dio e non su di sè!

Questo è quello che più piace a Gesù, questo è quello che, per Gesù, spalanca le vie del Regno! Gesù non loda la vita del Pubblicano e non disprezza le opere buone del Fariseo; Gesù guarda al cuore, e scopre nel primo (il cuore del Pubblicano) una strada spalancata al venire di Dio con la sua misericordia, nel secondo (il cuore del fariseo) una strada sbarrata, perchè ingombra di presuntuosi conti aperti con Dio.

Non è il caso di vantare le opere buone e non è il caso di fare i confronti con i peccati degli altri; è il caso, invece, di affidarsi alla gratuità di Dio dal quale tutto proviene. Fino a quando non si scopre e proclama questo primato di Dio, dice Gesù, non si riesce a pregare in verità e quindi neanche ad imboccare la via della salvezza.

Il Pubblicano di questa parabola viene reso giusto da Dio; quell’altro che ostenta la sua giustizia, non dà a Dio spazi di azione e torna a casa così come era salito al Tempio: pieno di sè, sicuro delle sue opere, ma povero di Dio e di quella vera grazia che potrebbe aprire la sua vita all’amore per gli altri uomini, rinunziando ad ogni disprezzo e riconoscendosi compagno di cammino di ogni uomo! Il Fariseo scende dal Tempio chiuso nella sua solitudine, privo di fratelli e privo di un vero rapporto con Dio.

Gesù è venuto a donarci un altro modello di uomo, un altro stile di fraternità, un’altra consapevolezza del reale: siamo peccatori perdonati che, grazie alla misericordia sperimentata, hanno la possibilità di allargare sempre di più i confini della fraternità!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXII Domenica del Tempo Ordinario – Alla tavola dei Farisei

Parabola del banchetto di nozze - Jan Luyken

SALI PIU’ IN ALTO

–  Sir 3, 17-18.20.28-29; Sal 67; Eb 12, 18-19.22-24; Lc 14, 1.7-14   –

 

Luca è l’unico tra gli evangelisti che ci narra che Gesù accettava inviti alla tavola dei Farisei. Questo è certamente un dato storico, un dato che ci fa capire che non tutti i Farisei erano avversari di Gesù. Certamente Gesù siede alla loro tavola per indirizzare anche la loro ricerca di Dio nella giusta direzione: Gesù li vuole aiutare a passare per la porta stretta delle scelte per il Regno e non per le porte larghe delle apparenze “religiose” che tacitano ed ubriacano il cuore.

Alla tavola di questo Fariseo, Gesù osserva una cosa molto comune tra gli uomini ma molto estranea alle logiche del Regno: ci si vuole accaparrare i posti migliori, quelli più prestigiosi, quelli più in vista e di maggior potere…e Gesù, con pazienza e con speranza, racconta una sorta di parabola; più che un racconto preciso, è una situazione che Gesù mette in risalto. Bisogna però stare attenti a non trasformare questa parola di salvezza in una banale regola di buona educazione o, peggio ancora, di calcolo di convenienza, quasi una regoletta per non fare brutte figure e per non subire umiliazioni.

Gesù va per tutt’altre strade. Infatti, la scelta dell’ultimo posto, senza fare “arrembaggi” ai primi posti, denota un atteggiamento essenziale dinanzi a Dio e, di conseguenza, anche dinanzi agli uomini! La scelta dei primi posti non appartiene alla Chiesa di Cristo … non dovrebbe appartenerle … spesso, invece, l’abbiamo visto e lo vediamo anche nella vita della Chiesa: si cercano le vie della “carriera” … e non c’è nulla di peggio che possa accadere nella vita dei credenti, ed ancor più nella vita del pastori della Chiesa! Gesù, in questa pagina di evangelo, è serenamente spietato con questi atteggiamenti! Il motivo è semplice e, lo ripeto, non è un motivo di galateo!

Chi, infatti, cerca i primi posti, davanti a Dio è uno che non sa attendere da Lui la parola di chiamata che gli deve assegnare il posto nella storia, nella Chiesa, nella vita … è uno che si assegna un posto, e non attende la voce e la volontà di Chi solo può dire: Amico, sali più in alto! Insomma, chi cerca i primi posti non sarà mai un uomo in ascolto della sua vera vocazione. Chi cerca i primi posti è allora uno chiuso a Dio e alle sue parole, ma è anche uno che non ha in alcun conto gli altri. Pensiamoci bene: l’assalto ai primi posti prevede, per statuto, direi, il calpestamento degli altri, il loro continuo scavalcamento, il guardare a loro come rivali o come gente di cui bisogna servirsi come scalini per ascendere a quei posti cosi ambiti! E’ così!

Allora è chiara la preoccupazione di Gesù nel vedere quelle scenette meschine con cui i convitati cercavano di sgattaiolare ai primi posti: chi fa così non è adatto al Regno! Chi cerca i primi posti non è adatto al Regno perché capovolge il rapporto con Dio – che deve essere sempre un rapporto di dipendenza e segnato dalla grazia (e, invece, il carrierista sa lui i suoi meriti e li conosce meglio di Dio!) -, e stravolge poi anche il rapporto con gli altri uomini. Questo è chiarissimo nella parabola del Pubblicano e del Fariseo (cfr Lc 18, 9-14), che ripete il detto di Gesù che anche qui ascoltiamo, Chi si umilia sarà esaltato e chi si esalta sarà umiliato: l’orgoglio del Fariseo, che si crede giusto e degno del primo posto, passa per il disprezzo dell’altro! E’ una trista via obbligata!

La preoccupazione di Gesù è il Regno, e sempre per il Regno sono le sue parole!

La via degli ultimi posti, d’altro canto, è la via che Dio ha scelto in tutta la storia della salvezza, da quando nell’Esodo si è presentato non come il Dio del Faraone ma come il Dio degli schiavi e fino all’ora in cui, nel Figlio, si è lasciato inchiodare al legno degli schiavi!

Scegliere l’ultimo posto è, allora, non una norma di buona educazione o di convenienza, ma è scelta delle stesse vie di Dio, è essere discepoli di Gesù che è sceso all’ultimo posto attendendo con fiducia la voce di Colui che lo avrebbe richiamato dagli abissi della morte…Come è grande quella intuizione del Nuovo Testamento che proclama: “Dio l’ha risuscitato dai morti!” (cfr At 2, 32-33; At 3, 14b e altri). Sì, il Figlio, sceso nel ventre della terra, nell’inferno degli ultimi, ha voluto attendere la parola del Padre: Sali più in alto! (così alla lettera, in greco, la parola che colui che ha invitato dice all’ospite che ha scelto l’ultimo posto: “prosanabéti anóteron” cioè “Sali più in alto”!).

Seguire Gesù è seguirlo a quell’ultimo posto che l’amore impone, l’ultimo posto che è sempre vicino ai piedi dei poveri, di coloro che non possono o non sanno ricambiare, di coloro che non possono reinvitare o fare doni o favori!

Pensiamoci: non ha fatto così Gesù? Non è stato ai nostri piedi? Ai piedi di ciascuno di noi, che non possiamo dargli nulla in cambio, che non abbiamo nessun banchetto degno di Lui, che non abbiamo favori da fargli?

Ecco che allora è chiaro: chi sceglie l’ultimo posto per stare con Lui impara la gratuità; quella gratuità che Gesù insegna al Fariseo con cui sta a mensa dicendogli chi deve invitare … non amici, fratelli, ricchi vicini … ma poveri, storpi, zoppi e ciechi … Il Fariseo ancora non lo sa, e certo ora non lo capisce, ma già ha iniziato perché ha invitato Gesù che si è fatto povero fino alla croce…forse diverrà imbarazzante questa memoria di aver invitato a casa un delinquente morto in croce…o forse sarà inizio di vita nuova per lui e per la sua “religione”…

Gesù  gli chiede di invitare i poveri…anche questa non è una domanda moralistica, ma ha una radice profonda nella sequela di Colui che ha amato fino all’estremo nella più pura gratuità; l’amore è gratuito!

Guai a quell’amore che attende il ricambio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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XI Domenica del Tempo Ordinario – Nella casa di Simone

PERCHE’ LA CASA ECCLESIALE MAI SOMIGLI ALLA CASA DI SIMONE

2Sam 12, 7-10.13; Sal31; Gal 2, 16.19-21; Lc 7, 36-8, 3

 

Che spazio e che posto diamo al Cristo ed al suo Evangelo nella nostra vita? Lo accogliamo nella nostra intimità ma, in fondo, non vogliamo che ci scomodi? Forse vorremmo che, nelle nostre “derive religiose”, Lui fosse solo conferma delle nostre strade, dei nostri modi di pensare, vedere e agire.

L’Evangelo di questa domenica ci presenta una vicenda così: quella di Simone, un fariseo che ha invitato Gesù alla sua mensa … e Gesù che – accusato di stare a mensa con pubblicani e peccatori (cfr Lc 5, 30) – questa volta siede a mensa con un “giusto”, con uno che sta “dalla parte giusta” e non dalla parte “sbagliata”. Ma ecco che la scena viene disturbata da un elemento inatteso: in quella casa “onorata” entra chi non dovrebbe entrare…”una prostituta di quella città”. I gesti che compie sono scandalosi, troppo intimi, ambigui … tocca Gesù, addirittura usa i capelli per asciugargli i piedi bagnati di lacrime, e glieli bacia, li unge di olio profumato! Il fariseo è scandalizzato, e pensa in cuor suo che Gesù non sia un profeta, altrimenti saprebbe che specie di donna è colei che lo tocca … un vero profeta non permetterebbe il protrarsi di quella scena disgustosa, un vero profeta metterebbe subito le cose al loro posto, scacciando quella “donnaccia”, rinfacciandole il suo peccato e la sua condizione. Gesù, invece, è davvero un profeta (anzi è più di un profeta, e la finale del racconto ci fa intravedere questo ulteriore: chi è costui che perdona anche i peccati?), tanto che sa cosa si agita nel cuore di Simone. Dichiara di dovergli parlare, e racconta una breve parabola nella quale traspone precisamente ciò che sta accadendo in quella casa: è chiaro chi sono i due debitori, ed è chiaro chi ama di più!

Simone comprende che il racconto può essere una trappola per lui e risponde cauto: Suppongo quello a cui ha condonato di più. Il seguito delle parole di Gesù è forte, direi “violento” per Simone: lo mette a paragone con la prostituta, un paragone da cui però lui, il giusto, esce perdente…aveva invitato Gesù per sentirsi elogiare dal famoso rabbi, per sentirlo dalla sua parte, e se lo scopre “avversario” … “avversario” delle sue presunzioni … e si ritrova quindi solo con la sua “presunta giustizia” che lo ha messo in catene, lo ha chiuso in una situazione di isolamento e di separazione da tutti … in fondo la parola “fariseo” vuol dire “separato”!

La donna invece come è libera! Poiché sa la sua triste verità, poiché conosce il suo peccato e la sua condizione non ha nulla da perdere e si getta ai piedi di Gesù proprio a partire dalla sua condizione di peccato; è quel peccato che la spinge ai piedi di Gesù, è quel peccato, riconosciuto e da lei ormai rigettato, che la conduce a quel pianto liberatorio e all’omaggio pieno di gratitudine nei confronti di Gesù.

In realtà comprendiamo fin dall’inizio della scena che i due personaggi protagonisti del racconto sono in uno stato di “inversione”: all’inizio della scena, colei che è chiamata peccatrice, prostituta è già perdonata da Dio e accolta da Gesù, mentre il puro fariseo è nel vicolo cieco del peccato di orgoglio, di autosufficienza che gli chiude l’accesso all’unica cosa di cui noi uomini abbiamo bisogno: la misericordia.

I segni di amore che la donna compie nei confronti di Gesù sono la prova che le è stato molto perdonato, e lei ormai ne è consapevole! Ella ama molto perché molto le è già stato perdonato…il fariseo ama meno perché meno ha posto ai piedi di Dio (anzi nulla perché crede di non avere peccati da farsi perdonare!), e l’assenza di gesti d’amore per Gesù lo hanno rivelato.

La verità è che lui, il fariseo, avrebbe molto da farsi perdonare: già i pensieri malevoli e di disprezzo verso quella donna e verso Gesù stesso avrebbero bisogno di misericordia, ma lui è chiuso nella sua autosufficiente cecità.

Il nerbo di questa narrazione lucana è proprio questa situazione “invertita”: un “giusto” agli occhi del mondo che in realtà è raggelato nel suo peccato, e una “peccatrice pubblica” che in realtà è resa giusta dalla fede (La tua fede ti ha salvata, le dice Gesù) che incontra la dolcezza della misericordia di Dio.

Quale è la fede che ha avuto la donna? E’ credere che nulla è perduto, è credere che la misericordia di Dio è più grande del suo grande peccato (cfr 1Gv 3,20), è credere che quella misericordia la poteva gustare ai piedi di quel rabbi seduto a mensa dal fariseo; la sua fede le da’ la forza di affrontare quella casa “pericolosa”, una casa di “giusti” in cui avrebbe facilmente potuto essere disprezzata e insultata … ma in quella casa lei sa che c’è pure, quel giorno, l’“amico di pubblicani e peccatori” (cfr Lc 7, 35). Lei crede che quel rabbi possa essere anche per lei volto di amicizia e di perdono … questa fede rischiosa la salva!

La donna ha nutrito nel cuore questa incredibile speranza, e ha preparato il suo profumo per donarlo al rabbi misericordioso che non rigetta i peccatori … quel profumo che forse le serviva per attrarre gli uomini al suo corpo ora lo usa per dire grazie alla misericordia che le è donata … e con la fede e la speranza questa povera donne è anche icona di amore; un amore grato e senza paura, un amore che sa solo ascoltare e sa rimanere in un silenzio pieno di stupore, un amore  che riempirà tutta la sua vita.

L’Evangelo non ci dice più nulla di questa donna, ma poiché nel racconto di Luca subito dopo c’è l’elenco delle donne che seguivano Gesù, è piaciuto alla pietà cristiana mettere questa donna in quell’elenco, identificandola, indebitamente, con Maria di Magdala … se l’identificazione è indebita, la ragione però di questa identificazione è chiara ed è bella: chi fa un’esperienza di questo genere non può non rimanere per sempre con Gesù, non può non giocarsi tutta la vita, quella vita perdonata e risanata, con Colui che ha generato con il suo amore questa vita nuova!

Simone che aveva accolto Gesù in casa sua, in realtà non lo aveva accolto; la donna che in quella casa era entrata da intrusa, indesiderata, ha accolto davvero Gesù lasciandosi amare e trasformare … e da Lui ha ascoltato la parola di salvezza.

Due possibili modi di incontrare Gesù … Simone avrà compreso la sua vera condizione? L’Evangelo non ce lo dice, lascia aperto il finale: la donna va in pace, e Simone?

Si sarà fatto silenzio a quel banchetto dopo le parole di Gesù … un silenzio imbarazzato o di riflessione … forse anche nelle nostre assemblee l’esito di questo Evangelo deve essere un vero silenzio per i nostri cuori “religiosi”, tentati di giustizia autosufficiente … dovremmo sentire risuonare nel silenzio del cuore le parole di Natan al re Davide che abbiamo ascoltato nella Prima lettura: Quell’uomo sei tu!

Un silenzio in cui lasciarci convincere di peccato (cfr Gv 16,9), perché la nostra “casa ecclesiale” mai somigli alla casa di Simone in cui i peccatori debbano entrare con la paura di essere disprezzati e insultati … che la nostra “casa ecclesiale” sia invece casa comune di fratelli tutti peccatori e tutti bisognosi di misericordia, tutti chini sui piedi dell’unico giusto che anche oggi siede alla mensa di noi peccatori, e che si è fatto peccato (cfr 2Cor 5,21) per stare con noi uomini, tutti peccatori ma tutti amati e cercati dal Dio delle misericordie.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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