V Domenica di Pasqua (B) – Dimorare in Cristo

 

VIVERE DELLA SUA STESSA LINFA 

 

At 9,26-31; Sal 21; 1Gv 3, 18-24; Gv 15, 1-8

 

VignaIl cammino nella Pasqua di Cristo che abbiamo celebrato ci conduce oggi ad una parola di Gesù che ci rivela quale deve essere il segreto profondo del vivere quotidiano del discepolo.

Con l’allegoria della vite Gesù ancora ci rivela se stesso, per rivelarci ancora noi stessi; dove ci vuole Gesù? Non dinanzi a Lui e neanche più dietro di Lui…ci vuole in Lui!
E così ci parla di una vite; e non come pure avevano fatto i profeti (cfr Is 5, 1-7; Ger 2, 21) che avevano paragonato Israele ad una vigna, spesso deludente e capace solo di fruttificare uva aspra e selvatica; o una vigna che aveva di continuo bisogno d’essere visitata dal Signore, come a tal proposito dice il Salmo: «Dio potente, ritorna e visita questa vigna» (Sal 80, 15).
Ora, nel testo giovanneo che oggi ascoltiamo, sulle labbra di Gesù risuona una parola in cui Egli si autodefinisce proprio a partire da questa categoria: «Io sono la vite»!
Si badi: non dice di essere la vigna, ma la vite.
Mi pare che tutto si faccia chiaro: il Figlio di Dio, nella visione del Quarto Evangelo, si è fatto vite nella vigna infedele perchè  tutta la vigna stessa possa prendere vita nuova da Lui.

Da sè quella vigna darebbe solo frutti aspri e selvatici, da sè diverrebbe (e di fatto è avvenuto, ed avviene!) luogo di devastazione di ogni “cinghiale” selvaggio, di ogni mondanità che travolge e calpesta tutto (cfr Sal 80, 13-14)…
Gesù, vite vera, è venuto a rendere possibili i frutti, a rendere possibile il vino della gioia, il vino delle nozze (non a caso l’Evangelo di Giovanni si era aperto con il segno di Cana, e con l’abbondanza del vino messianico!).

La vite vera è Lui, e rende fecondi i tralci che hanno il coraggio di farsi alimentare dalla sua stessa linfa! Sì, il coraggio! Coraggio perchè quella linfa vitale è esigente, li rende simili a Lui, li conduce ad essere dono, ed essere pronti a farsi espropriare.

Se non si dimora in Lui, che è il ceppo vitale, ci si secca, si diviene non solo infecondi ma anche totalmente inutili e “buoni solo per essere bruciati”…e si badi che qui non c’è alcuna minaccia dell’inferno – come qualcuno vorrebbe vedere! – c’è solo l’amara affermazione che si vignaiolo, proclama con tutta la forza: è Lui, infatti, che toglie questi tralci che non hanno avuto il coraggio di vivere della stessa linfa del Figlio suo Gesù…e Lui, il Padre, che non riconosce in quei tralci il volto amato e tutto fatto dono del Figlio! Il discorso, naturalmente, è tutto rivolto a chi è nella Chiesa, non è per quelli “di fuori”…il rimanere è per i discepoli, il rimanere è per chi Cristo l’ha incontrato, è per chi presume di stare “dentro” ma poi con il “cuore” è fuori, latita e cerca vie continue di fuga dall’Evangelo.

Il Padre che «viene e visita questa vigna», come dice il Salmo, fa però anche un’altra operazione; un’operazione dolorosa per chi ha avuto il coraggio di rimanere nella vite che è Gesù: pota!
Che sono queste potature? Sono quelle diminuzioni, quelle richieste di tagli, di rinunzie; sono quei “no” necessari a chi ha il coraggio di rimanere in Cristo! Quali siano specificamente le potature non si può dire in astratto e in assoluto…non c’è un elenco di potature!
Ciascuno si deve, e si può porre davanti alla sua esistenza per riconoscere quelle potature che già il Padre ha operato, e per rendersi disponibile poi a quelle ancora necessarie ed ulteriori.
Come fa in natura la vite: chi è potato piangerà, ma vedrà aumentare i suoi frutti e si renderà conto che quei frutti derivano solo da Colui che è la vita, e che fa scorrere verso ogni tralcio, in ogni tralcio, la sua stessa vita!

Capiamo bene allora che i frutti che Gesù ci permette non sono i frutti che il mondo si attende: un uomo che porta frutto, per il mondo, è un uomo di successo, un uomo che possiede, un uomo che ha fatto carriera, che tutti guardano con ammirazione, invidia e – perchè no? – con timore… Paolo parlerà in tal senso di opere della carne opposte ai frutti dello Spirito (cfr Gal 5, 19-26).
I frutti dello Spirito vanno in tutt’altra direzione da quella del mondo: si deve essere disposti a farsi perdenti per il mondo! Ecco perché ci vuole coraggio per rimanere innestati in Gesù, vera vite!

L’uomo è stolto e miope, e tante volte preferisce la secchezza dell’immediato, dell’effimero ai frutti che rimangono: l’uomo vuole gustare nell’oggi il frutto delle sue scelte e dei suoi successi, non importa che siano effimeri.
L’uomo mondano eleva a legge quell’invito del poeta latino Orazio: «Carpe diem», “afferra il giorno, l’attimo, l’immediato, il fruibile, il visibile!” E così ci si ritrova nelle fiamme del non-senso più bruciante, quello senza domani, quello che non rimane!

Il Quarto Evangelo sa invece che la vita con Cristo o si versa in una scelta di stabilità in Lui o, prima o poi, svanisce. Solo chi rimane, chi trova davvero e per sempre dimora in Gesù porta frutto e può fare tutto; non nel senso che diventa “onnipotente”, ma nel senso che può vivere ogni vita, può gustare la sola cosa che importi veramente: il senso del vivere! E questo perchè sa dove vivere!

Il rimanere ci conduce ad un “grembo” caldo in cui l’uomo nuovo può essere formato; fuori dal grembo – per passare ad un’altra metafora – si diventa “aborti” informi e senza vita!

Dimorare in Cristo Gesù! E’ aver scelto la propria casa e averla scelta in modo irrevocabile! Le nostre vite cristiane, ecclesiali, comunitarie sono piene di uomini e donne che, non avendo ancora fatta questa scelta del rimanere, hanno sempre le “valige pronte” per andarsene, per sbattere la porta, magari in nome di una libertà che non hanno (ma ne mancano dentro!), o di una delusione subita da parte degli altri, senza tuttavia soffermarsi a pensare alla delusione che essi stessi infliggono agli altri!.
Sono quelli che non hanno il coraggio di rimanere, e non portano frutto, e non sono mai diventati davvero discepoli.

Rimanere è vivere della stessa linfa vitale di Gesù, e in Gesù scorreva solo il “” al Padre, (cfr 2Cor 1, 19-20), il “” agli uomini suoi fratelli…fino a dare la vita!

Il punto è sempre e solo lì!
Porta frutto solo chi, con Gesù, e in forza di Lui, in Lui dà la vita (cfr Gv 12, 24)!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Ho avuto paura


UN SERVO CHE NON GENERA VITA

 Pr 31, 10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5, 1-6; Mt 25, 14-30

 

Parabola dei Talenti

Parabola dei Talenti, icona


Prima di entrare nel racconto della Passione, Matteo pone sulle labbra di Gesù un grande discorso, l’ultimo dei cinque con cui articola tutta la struttura del suo evangelo: il discorso escatologico, un discorso in cui Gesù porta i suoi ascoltatori a guardare il fine della storia, la meta della storia; ed in quella meta annunzia l’evento del ritorno del Figlio dell’uomo. Un discorso che presuppone che questo Figlio dell’uomo (modo con cui Gesù stesso si è di continuo designato nell’evangelo) debba andar via per poi tornare; presuppone dunque, ed il lettore dell’evangelo lo capisce bene, la Pasqua di Gesù. Egli sarà sottratto alla storia ma poi tornerà, e questo ritorno richiede un atteggiamento essenziale: la vigilanza.

A conclusione del discorso escatologico, proprio per inculcare la necessità di questo atteggiamento di vigilanza, Matteo pone tre parabole: la parabola delle dieci vergini, questa di oggi dei talenti, e la parabola che ascolteremo domenica prossima del giudizio finale.

L’accento che si pone nelle prime due parabole è sulla vigilanza; e se per la parabola delle dieci vergini risulta chiarissimo, lo è forse un po’ meno per la parabola dei talenti, o almeno non è così evidente. Basta tuttavia leggere la conclusione della precedente parabola, per coglierne il tema della vigilanza. “Vegliate, dunque, perché non sapete nè il giorno, nè l’ora. Avverrà infatti come di un uomo che, dovendo partire per un viaggio”.
Quell’“infatti” (in greco “gàr”) è allora importantissimo, proprio perché collega la parabola dei talenti al tema della vigilanza.

Matteo racconta una parabola (anche questa spesso letta in modo moralistico e volontaristico!) con cui – partendo da un’implicita domanda sul tipo di rapporto che instauriamo con Dio – giunge a declinare la vigilanza come capacità di rischiare per mettere in moto i doni ricevuti dal Signore, che è partito nel suo Esodo, ma che poi tornerà.
Il primo problema che il racconto di Matteo pone è quello della relazione che c’è tra il terzo servo, il vero protagonista della parabola (quello cioè su cui puntare tutta l’attenzione per comprendere il messaggio), ed il Padrone.
La parabola è un racconto “a sorpresa”, un racconto in cui il lettore è portato a schierarsi dalla parte sbagliata. Un po’ come avveniva con la parabola degli operai dell’ultim’ora (cfr Mt 20, 1-16), dove il lettore, di istinto, era spinto a sottolineare l’“ingiustizia” del comportamento del padrone della vigna, che paga in modo indistinto gli operai a prescindere dalle ore di lavoro e di calura.
Qui, nella parabola dei talenti, si è portati a pensare che l’atteggiamento “prudente” del terzo servo non sia poi così sbagliato: anche noi ragioniamo come lui, e ci convinciamo che tutto è giunto a buon fine, perché il talento è tornato intatto al Padrone! Il servo, in fin dei conti, non ne ha approfittato; non ha rubato nulla, nè ha usato quel ben di Dio (circa 32 chili di oro!) per suoi scopi personali! Ha conservato il talento con diligenza, e ha fatto anche attenzione a che nessuno toccasse quel patrimonio!
Il lettore ragiona così, come il terzo servo, e si trova tuttavia dalla parte del torto!
La narrazione di Matteo ci conduce a comprendere che questo avviene perché non si sa bene chi sia il Padrone, ed è chiaro che questi nella parabola adombri Dio! Il terzo servo lo definisce come “un uomo duro”, un uomo che “miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso”!
Ecco il tranello!
Dinanzi ad una simile concezione di Dio non c’è spazio se non per due atteggiamenti: la paura ed il legalismo. Sono i due sentimenti che hanno guidato il servo a sotterrare il talento: ha avuto un talento ed un solo talento ha restituito, osservando una banale legge di onestà e di prudenza. Ha avuto paura di trattare con quel padrone “duro”, non ha voluto discussioni con Lui sul suo comportamento circa il traffico di quel talento; e per paura, ha creduto di risolvere il tutto in modo legalistico!

Si deve perciò tornare alla domanda iniziale della parabola: che significa vigilare (in greco “gregoréo”)? Nella parabola delle dieci vergini, vigilare significa essere equipaggiati per un tempo lungo. Qui, invece, c’è una risposta ulteriore: vigilare significa assumersi responsabilmente il quotidiano; e “responsabilmente” vuol dire “rischiando”!
La parabola, allora, ci dice che il problema risiede tutto nel nostro rapporto con il Signore. Il rapporto del terzo servo con il Signore è di paura: è un servo molto diverso da quello delineato nella parabola del servo spietato (cfr Mt 24, 42-51), il quale in fondo non prende sul serio la possibilità di un ritorno del padrone…
Nella parabola dei talenti, invece, è proprio l’incombere del ritorno che paralizza il terzo servo, rendendolo infecondo e privo di ogni iniziativa affinchè il dono immenso del Padrone potesse far frutto. Quello era un dono, e un dono da far fruttare; ma il terzo servo, non avendo compreso che era un dono (“Ecco il tuo!”), non l’ha fatto fruttare; ha creduto perciò di doverlo nascondere, mostrandosi pertanto nella sua verità: un servo “acheîros”, un servo “inutile”, e certamente non nell’accezione positiva, che gli dà l’evangelista Luca, di servo che “non pretende un utile”, di servo cioè che agisce con gratuità (cfr Lc 17, 10), ma nel senso più brutto del termine: un servo che non produce nulla, che non genera vita. Un servo che non è fecondo.

La fecondità di cui si sta parlando è una fecondità che parte dal talento (o dai talenti) che il Signore ha lasciato. La domanda importante allora è questa: cosa sono questi talenti?           E’ facile cadere qui nei soliti discorsi sulle doti personali, sulle capacità e le abilità di ciascuno, sui doni che ciascuno ha ricevuto e così via…nulla di così sviante!
Se andiamo alla struttura della narrazione, ci rendiamo conto che il Signore, che parte e poi ritorna, è Gesù stesso, e ciò che lascia è la sua esistenza. Infatti, il sostantivo che Matteo qui usa per “talento” è “iuparxis”, termine che certo indica anche la “ricchezza” ed i “mezzi di sussistenza”, ma questo secondo significato – direi – deriva dal primo: “esistenza”, “esserci in realtà”.
Allora pare lampante: i beni che Gesù lascia alla sua partenza (con la sua Pasqua) sono quelli dell’Evangelo: è la sua esistenza consegnata agli uomini, è la sua vita che racconta Dio, con l’amore “fino all’estremo” (cfr Gv 1, 18; Gv 13, 1). Ciò che si doveva “trafficare” era l’Evangelo, era l’amore che può cambiare la faccia della terra. E questo non si può sotterrare, non si può nascondere (cfr Mt 5, 15). Questo era richiesto al servo “inutile”, al servo “infecondo”.

Si vigila, allorasolo se si è operosi; e non operosi nell’usare i “propri talenti”, le proprie bravure ed attitudini, ma operosi nel “trafficare” l’Evangelo, prendendolo concretamente sul serio, senza fughe nè paure, ma rischiando e pagando di persona.

p. Fabrizio Cristarella Orestano