VII Domenica del Tempo Ordinario – Il paralitico

LA REMISSIONE DEI PECCATI DIVIENE GUARIGIONE DEL CORPO

Is 43, 18.19.21-22.25-25; Salmo 40; 2Cor 1, 18-22; Mc 2, 1-12

Le folle cercano Gesù … ma perché lo cercano? Sono coscienti di ciò che cercano?
Certo, lo cercano per i “miracoli” (è la tentazione di sempre … anche di oggi! Quanti raduni per fenomeni straordinari, “apparizioni” vere o presunte … quante folle per i “prodigi”!) ma certo lo cercano anche la sua parola è altro … lo dicevano già quelli di Cafarnao: erano stupiti del suo insegnamento; infatti egli insegnava loro come uno che ha potenza (“exousìa”) se non come gli scribi (cfr Mc 1,22); poi certo Gesù doveva emanare anche un fascino straordinario … la gente lo cerca, insomma, per i più svariati motivi … Gesù, nel passo di oggi, cerca di indirizzare la loro ricerca, anzi il motivo della loro ricerca.
Ai bisogni delle folle Gesù cerca qui di opporre il vero bisogno che deve animare la loro ricerca …che deve animare anche la nostra ricerca.
La scena del paralitico calato dal tetto della casa di Cafarnao è suggestiva, rimane impressa…i quattro portatori scelgono l’unica via d’accesso a questo Rabbi assediato, una via difficile, insolita; alla loro audacia Gesù risponde dando loro rivelazione del vero bisogno dell’uomo.
Infatti, dopo tutta quella fatica che mirava al “miracolo”, Gesù oppone loro una parola grandiosa e “pericolosa”, grandiosa ma fattualmente inverificabile: Figliolo, sono rimessi a te i peccati; notiamo che Gesù dice questa frase dopo che ha vista, constatata la fede dei quattro e anche dei paralitico che accetta quella manovra pericolosa per poter arrivare a Gesù. Sì, vista la loro fede, Gesù vuole portarla a compimento; vista la loro “piccola” fede, perché fede “solo” in un miracolo, fede nella capacità che gli attribuiscono di rispondere al bisogno dell’infermo, Gesù vuole farla diventare “grande” e ha bisogno di comunicare loro il solo vero motivo per cui Lui è venuto e per cui dunque bisogna cercarlo: la remissione dei peccati. Questa è il grande terreno su cui potrà costruirsi l’umanità nuova che Lui è venuto a portare.
La lebbra, che Gesù ha sanato nella pagina precedente, è la manifestazione esterna di ciò che l’uomo diventa lontano da se stesso, lontano da Dio, lontano dalle ragioni di senso del vivere…a questo paralitico Gesù chiede di guardare più a fondo, di guardare dentro di lui quel buio che lo rende “para-litico” (alla lettera “come-una-pietra”!) cioè immobile, dimentico del suo essere, come uomo, per natura, un “viatore”. A quest’uomo raggelato nel suo immobilismo Gesù proclama con tenerezza (Figliolo, lo chiama) che la radice del suo male è sanata, che il suo peccato è rimesso. E’ la remissione dei peccati il grande bisogno dell’uomo; quel sogno di “santità”, di alterità che già spingeva le folle sulle rive del Giordano da Giovanni il Battista che le immergeva per la remissione dei peccati, ora viene spigato dinanzi agli occhi di quegli uomini.
Nella scena che Marco ci ha raccontato ci sono dei paralitici più paralitici del “paralitico” calato dal tetto; sono gli Scribi che Marco annota che stanno seduti e fanno solo una cosa: giudicano Gesù e lo considerano un empio, un bestemmiatore perchè si attribuisce il potere di Dio; essi sono davvero come-pietre , immobili nei loro scemi in cui hanno ingabbiato anche Dio. Davanti a questa immobilità Gesù dà loro il segno del paralitico che esce dalla sua immobilità; è un segno che Gesù – si badi – non fa per l’uomo malato su quel lettuccio, è un segno che Gesù compie per quegli altri malati, quelli seduti nel loro immobilismo. “Perchè voi conosciate che il Figlio dell’uomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati, io ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”. Il misericordioso Gesù fa misericordia anche a quegli uomini induriti ed immobili come-pietre; è a loro che Gesù si rivolge dicendo “perché voi conosciate” … Notiamo quanti verbi di movimento: “ alzati , prendi il tuo lettuccio, va’ e poi gli stessi verbi vengono ripetuti per descrivere l’obbedienza del guarito: si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò”; il verbo che dà inizio al miracolo è il verbo “eghèiro”, “alzarsi”, “sorgere”, “risorgere”; è il verbo pasquale per eccellenza. L’uomo è chiamato da Gesù ad una libertà totale e piena che parte dal profondo, dalle sue ferite più intime, dal male che lo abita e che Lui è venuto a sanare; la libertà che Gesù dona giunge a tutta l’esistenza dell’uomo e lo fa uscire da ogni mortifero immobilismo.
L’uomo è una realtà complessa e non riducibile ad una sola dimensione; dinanzi all’uomo si può essere preoccupati solo del suo corpo, del suo “concreto”, della sua storicità, tanto da fare grandi sforzi (come i quattro del racconto di Marco) perché il suo corpo, la sua concretezza sia sanata; di contro ci sono quelli che “spiritualizzano” l’uomo al punto tale da far perdere ogni importanza ed ogni rilevanza alla sua carne e alla sua storicità; sono quelli preoccupati dell’“anima” che, obliando la carne dell’uomo con i suoi pesi, le sue bellezze, le sue gioie e le sue fatiche alla fine finiscono per dimenticare l’uomo.
L’uomo è un tutto unitario e Gesù è venuto a dircelo con il mistero intero della sua presenza tra noi: mistero di incarnazione, di morte e di resurrezione. Mistero in cui tutto l’uomo è afferrato da Dio ed è ricondotto pure a se stesso ed alla sua vera identità e collocazione storica.
Nel racconto di Marco di oggi Gesù riconduce l’uomo ad una vera unità: la remissione dei peccati diviene anche guarigione del corpo che narra e proclama quel perdono che permette all’uomo di uscire fuori da ogni paralisi, da ogni riduzione a pietra immobile, da ogni incapacità ad essere viatori.
L’Evangelo di questa domenica dice a noi credenti che la storia si mette in moto a partire da una liberazione più profonda, che non è di constatazione immediata, una liberazione che scaturisce dal sentire su di sé parole di perdono e di riconciliazione … lì inizia l’uomo nuovo, lì dove sente su di sé: Sono rimessi a te i peccati. Ha detto Gesù: Il Figlio dell’uomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati; vi viene di pensare che quel sulla terra contenga anche un per la terra , cioè per la concretezza della storia, per la sua corposità che attende redenzione e senso.
E’ così che Gesù fa davvero nella storia “una cosa nuova”, come ha cantato il Libro di Isaia nella prima lettura di oggi … l’uomo nuovo germoglia dalla parola di perdono che è Gesù.

IV Domenica di Avvento – La nostra arroganza verso Dio

VIE CHE SONO ALTRO E OLTRE

  –  2Sam 7, 1-5.8b-12.14a.16; Sal 88; Rm 16, 25-27; Lc 1, 26-38  –  

 

Il nostro tempo è segnato da una grande arroganza dell’uomo; un’arroganza che non solo si esercita verso l’altro uomo, specie se più debole o bisognoso, ma anche verso l’“alto”, verso Dio, verso l’ulteriore, verso il “non misurabile dalle nostre categorie, dai nostri metri, dalle nostre bilance, dal nostro sentire.
Sempre più l’umanità è tentata di guardare solo all’interno dei confini della storia, di quella che può controllare, convinta com’è che le risposte alla storia vengono solo dalla storia.
E Dio?
O lo si esclude, come fa la gran parte degli uomini “emancipati”, o lo si riduce allo spazio di poche occasioni rassicuranti (certe tappe della vita o le feste “irrinunciabili” come il Natale) oppure lo si inquadra nel prevedibile, nella “conservazione” di un esistente che sempre si ripete e nella pretesa, addirittura, di accampare “meriti ” presso di Lui. E così lo si fa andare a finire nel computo dei profitti …
E’ il rischio mortifero che oggi corre il cristianesimo; la via opposta a questa è la fede cristiana … non un cristianesimo che assomma in un gran calderone tradizioni, “religione”, buonismi di varia natura, rassicurazioni, moralismi, controllo, potere, elemosine che fanno sentire “buoni” (magari “per lo meno a Natale!”) e tante altre contraffazioni di questo genere ma fede cristiana che è aprire gli orizzonti della storia, della propria storia ad un ulteriore di Dio che non è deducibile dalla storia ma avviene nella storia, irrompe nella storia.
Davide, nel racconto del Secondo libro di Samuele che oggi ci è proposto, è tentato di “religione”, è tentato di arroganza tanto da voler erigere una casa a Dio come l’ha fatto per sé (si noti che l’ha costruita prima per sé!); a un simile atteggiamento stoltamente presuntuoso, autosufficiente e “religioso” il Signore risponde con una profezia affidata a Natan (il quale pure lui deve “convertirsi” dalla sua approvazione al progetto del re!) in cui ristabilisce gli equilibri: il primato è suo, Davide non si inganni (forse le sue vittorie lo hanno accecato!); la casa la darà il Signore a lui e non sarà né di cedro, né di pietra ma sarà di carne e sarà una casa stabile per sempre.
Parole misteriose che vanno ben oltre la storia di una dinastia (per altro disastrosamente corrotta e annientata in poco più di quattro secoli!), parole che dischiudono una via imprevedibile in cui solo Dio ha primato ed iniziativa.
L’ Avvento di Dio è in questo orizzonte e non in quello del prevedibile o del controllabile. In questa quarta domenica del nostro cammino d’Avvento la liturgia ci chiede di deporre ogni traccia in noi di arroganza e di miopia. La venuta del Signore si accoglie solo nell’umile disponibilità a vie e a logiche che sono “altro” e “oltre” e solo deponendo noi stessi e i nostri progetti.
Quest’ultima tappa di Avvento ci chiede di dare spazio a Dio, ci chiede di divenire noi stessi spazio aperto a Dio, con tutto ciò che siamo.
La scena dell’Annunciazione che oggi riascoltiamo ci presenta un quadro di gratuità da un lato (in Maria non c’è alcun merito!) ma anche, dall’altro, di una piena disponibilità a farsi spazio per Dio cosa questa che implica un rinunziare ai propri progetti riconoscendo la priorità e la grandezza di quelli di Dio.
E’ quello che fa Maria: lei, promessa a Giuseppe, deve volgere le spalle al suo umile e dolce progetto, alla sua promessa al ragazzo che ama, per permettere a Dio di realizzare il suo progetto e compiere le sue promesse. Incredibilmente è Maria, con il suo “” il compimento di quella promessa fatta da Natan ad un re tanti secoli prima.
Certo Maria è opera di Dio totale e gratuita ma l’opera di Dio non annulla l’uomo; lei deve esercitare la sua piena e totale libertà; la “porta” dell’umanità la deve aprire lei, è lei la possibilità umana di risposta.
Dio è presente in tutta la sua realtà in quell’ora di Maria: il Padre l’ha riempita di grazia e la sta interpellando, il Figlio vuole essere accolto e chiamato per nome da lei (Lo chiamerai Gesù! aveva detto Gabriele), lo Spirito è pronto a scendere su di lei per fare del suo corpo di vergine un corpo di madre … ma se questo è vero da parte di Dio, Maria non rinunzia alla sua “parte”: pone domande, cerca risposte, dice il suo “”.
L’avvento di Dio non schiaccia l’uomo ma lo rende responsabile della sua storia e di quella del mondo; l’avvento di Dio non vuole le arroganze e le presunzioni dell’uomo ma chiede all’uomo di essere pienamente e totalmente se stesso; l’avvento di Dio chiede che l’uomo prenda nelle mani coscientemente la propria libertà per poi consegnarla a Lui perché divenga terreno e spazio di una venuta che si faccia stabile dimora di pace e misericordia.