III Domenica di Quaresima (Anno C) – Giustizia e Pazienza

NELLA STORIA DEGLI UOMINI

Es 3, 1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10, 1-6.10-12; Lc 13, 1-9

La cronaca di un episodio sanguinoso che ha macchiato il culto a Gerusalemme e la memoria di un incidente occorso durante la costruzione del Tempio in cui morirono diciotto operai, dà a Gesù l’occasione di una riflessione sul vero volto di Dio e sull’urgenza della conversione…il tutto sfocia in una parabola che è al centro della nostra liturgia di questa domenica.

La prima cosa che Gesù deve smascherare è la ricorrente idea che una morte violenta o dolorosa sia conseguenza immediata di un peccato, di una colpa; deve negare che ci sia cioè un rapporto causa-effetto tra peccato e castigo all’interno della storia. Questione vecchia che già i profeti avevano stigmatizzato (cfr Ez 18, 1) e che il Libro di Giobbe aveva confutato con il suo affascinante percorso. Un’idea però tanto radicata da essere ancora oggi serpeggiante persino nel popolo cristiano. Gesù deve smascherare la menzogna di questa idea e sottolineare contemporaneamente che Dio non è questo punitore spietato; deve sottolineare che non c’è collegamento diretto tra “disgrazia” e un peccato del “disgraziato”. Gesù afferma che episodi come quelli citati vanno letti nella linea di un appello forte, pressante, urgente alla necessità di non sprecare la propria vita, di non svilire il proprio tempo, di non imboccare vie di morte ma di spendere la vita, che è così fragile ed esposta, volgendosi a Dio, alle sue strade; in una parola convertendosi!

 Non cogliere l’urgenza della conversione pone nel rischio di sentirsi dire da Gesù: «Perirete tutti allo stesso modo» … e, si badi bene, non è una minaccia; non si tratta di essere puniti per dei peccati; si tratta, invece, di “perdere la vita” credendo, ingannevolmente, di “guadagnare il mondo intero” (cfr Lc 9, 25; Mt 16, 26).

Gesù non può accettare che si pensi a Dio come ad un giustiziere astioso che attende solo il momento opportuno per regolare i conti senza pietà! Questo Dio non è il Padre di cui Lui è innamorato e che è venuto a narrare all’umanità.

Ed ecco così la parabola del fico sterile. Gesù usa questo racconto per dire chi è davvero il Padre suo. C’è questo albero presso cui il proprietario è venuto a cercare frutti per ben tre anni, e non ne ha mai trovati; che fare?
Bisogna stare molto attenti a leggere questa parabola e soprattutto non bisogna leggerla come un’allegoria, per cui ogni elemento deve corrispondere nel significato ad un’altra realtà. Per esempio, nel discorso di Gesù nel IV Evangelo sulla vite e i tralci (cfr Gv 15, 1ss) ci troviamo dinanzi ad un’allegoria («Io sono la vite, voi i tralci e il Padre mio è il vignaiolo»); qui no!
Se leggessimo questa parabola come allegoria rischieremmo di vedere nel padrone severo il Padre e nel servo buono il Figlio che così risulterebbe più compassionevole, più paziente e più buono del Padre! Capiamo bene che Gesù non avrebbe potuto mai raccontare così suo Padre; la chiave di lettura non può essere questa. Mi pare che i due personaggi non siano assolutamente il Padre ed il Figlio: i due personaggi sono due istanze che, potremmo dire, si agitano in Dio stesso: l’istanza della verità e della giustizia e l’istanza della pazienza compassionevole.

In effetti, il padrone non ha torto a perdere la pazienza ed a pensare di abbattere il fico inutile … in più il fico tutto verde e senza frutti è icona di quella religiosità solo apparente che è in abominio al Signore (cfr Mic 7, 1 o Ger 8, 13); il servo, rappresenta, come dicevo l’istanza del cuore di Dio che non può scatenare la sua collera ma decide di pazientare, di attendere. Dio sceglie di non assumere solo l’equità ma di attendere.

Il tempo che si prolunga è però segno di misericordia non di assenza di giudizio sull’infecondità e sui rinvii che impediscono ogni conversione. Il tempo si prolunga per permetterci di usare il tempo saggiamente, di viverlo e non sprecarlo; il tempo non si prolunga per giustificare rimandi ed indifferenze.

La vicenda di quegli uccisi per ordine di Pilato e quella degli operai morti nel cantiere della Torre di Siloe ricordino a tutti che il tempo è breve e che la vita va vissuta, e senza sprechi insensati; invece di blaterare su presunti castighi di Dio in risposta di chissà quali oscuri delitti o peccati, sarebbe saggio pensare a non gettar via la vita ed il tempo che ci sono concessi dalla Misericordia.

Dinanzi al Dio “che ha tempo per l’uomo”, come scriveva Karl Barth, all’uomo è chiesto di vivere il tempo con responsabilità. Il racconto nel Libro dell’Esodo di Mosè al Roveto ardente ci narra proprio di un Dio che si cala nella storia degli uomini (Sono sceso, dice il Signore); un Dio che è capace di vedere, ascoltare e conoscere il dolore dell’uomo e che fa del tempo un luogo di vita e non di morte.

Il Nome rivelato a Mosè è una promessa: «Io-ci-sono»!
Lui c’è, e dona la grazia di saper cogliere il dono del tempo, il kairòs che ci è dato perché la vita sia davvero vita e non sia sprecata. L’unico “spreco” che, di contro, è doveroso al discepolo di Cristo, è quello della Croce ove la vita è “gettata” per amore, “sprecata” e non conservata gelosamente. Uno “spreco” che è dunque nella logica di un tempo vissuto in pienezza, di una vita in cui si arde fino a consumarsi. Chi è capace di vivere così riesce a dare quei frutti che il Signore attende dalla nostra pianta.

La Quaresima sia tempo di grazia per imparare a “sprecare” la vita così; non perdendola ma offrendola.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Quaresima – La Domenica dell’urgenza

LA PAZIENZA DI DIO GRIDA URGENZA

 Es 3, 1-8.13-15; Sal 102; 1Cor 10, 1-6.10-12; Lc 13, 1-9

La Quercia del Monastero di Ruviano

La quercia del Monastero di Ruviano

Possiamo dire che questa domenica sia la domenica dell’urgenza! E’ urgente volgersi verso Dio…è la domenica in cui si deve contemplare contemporaneamente e l’urgenza della conversione e la pazienza di Dio! Questa pazienza, lungi dal trasformarci in attendisti che di continuo rimandano le grandi decisioni di vita come le “piccole” decisioni di conversioni nel quotidiano, vuole invece far “bruciare” ancor di più, far bruciare l’urgenza nei nostri cuori! E’ paradossale, ma la pazienza di Dio grida urgenza…tutto questo però vuole una cosa essenziale: occhi aperti sulla storia!

Leggere la storia è uno dei compiti più umani che ci siano: solo l’uomo, infatti, è capace di leggere il reale della sua storia e della storia del mondo che lo circonda, nessun altro vivente sa farlo…solo l’uomo…e Dio! Sì, Dio legge la storia, ne sente i gemiti, avverte il bruciante sapore delle lacrime, avverte l’acre odore del sangue…ne sente anche i sussulti di speranza e i trasalimenti di gioia…percepisce nella storia lo scoppiare dell’odio, ma anche lo sbocciare delle tenerezze dell’amore e della compassione. Il racconto della vocazione di Mosè, che oggi leggiamo dal Libro dell’Esodo, mette difronte Dio ed un uomo, Mosè, appunto. Dio, che conosce la storia del suo popolo; la sa leggere; ne ha ascoltato il grido di dolore…Dio, che legge quella storia e trova per essa vie di salvezza. Difronte a Lui l’uomo Mosè che, invece, è fuggito da quella storia in cui voleva intervenire a modo suo, e che si è accomodato in una situazione di tranquillità senza più nessuna voglia di leggere la storia; di contro, la lettura che Dio fa di quella storia del suo popolo in Egitto è una lettura “costosa” perché il testo fa dire a Dio: “Conosco le sue sofferenze” ed il verbo ebraico che l’autore usa (il verbo “yadà”) intende una conoscenza non intellettuale e meramente cognitiva, ma una conoscenza esperienziale, che tocca, che scotta…

Leggere la storia è leggere i segni dei tempi; Gesù, al capitolo precedente (12,56) ha chiamato ipocriti quelli che si rifiutano di leggere la storia; i segni non sono solo quelli che Lui, Gesù, dà con le sue parole e i suoi gesti, ci sono segni da leggere anche nella storia quotidiana; ci sono fatti in cui brilla incredibilmente una parola di Dio, in cui risuona un appello, in cui – come già dicevo – viene “gridata” un’urgenza!

Nel passo i Luca di questa domenica vengono riportati a Gesù due fatti di cronaca: l’uno prodotto da scelte dell’uomo (la rivolta di questo gruppo di zeloti galilei che Pilato ha sterminato senza pietà mentre offrivano sacrifici al Tempio), un altro prodotto dalla casualità o dalla natura (il crollo della Torre di Siloe che uccise degli operai che lavoravano alla costruzione del Tempio). Dinanzi a questi due fatti, Gesù rifiuta l’interpretazione popolare semplicistica e perversamente “religiosa” per cui quelle morti sono dei castighi…un’interpretazione che non è una vera lettura dei segni dei tempi perché tiene fuori gli interpreti-lettori da quella vicenda. Gesù vuole, invece, che fatti come quelli vengano letti nell’ottica dell’urgenza della conversione! Questi fatti – su cui Gesù rifiuta di dare un giudizio moralistico – devono incitare a prendere sul serio la vita, a non perdere tempo, a rispondere agli appelli di Dio e soprattutto a quell’appello che è Gesù stesso con la sua vita, le sue scelte, la sua parola.

Certamente il linguaggio che Luca pone sulle labbra di Gesù ha una sua ambiguità che va compresa e decodificata: escluso il rapporto di causa-effetto tra peccato e quegli eventi di cronaca, sembra poi che Gesù affermi che Dio punisca quelli che non si convertono. La realtà è che Gesù qui si esprime come i profeti della Prima Alleanza: parla come quei profeti che dicono che l’esilio in Babilonia fu castigo per l’infedeltà del popolo. La verità è che chi non approfitta del tempo presente per volgersi di nuovo a Dio, per cambiare vita, non si libererà dal male che può accadere (cfr Sal 7, 12-13; Sal 50, 22). Il male viene non perché Dio castiga, ma perché una mancata conversione fa precipitare l’uomo in situazioni di debolezza e di errore, e questo genera ingiustizie e dolori.

Se la lettura non fosse questa, che senso avrebbe la parabola del fico sterile che Luca collega subito a questo detto di Gesù? Quello che la parabola vuole narrare è una situazione in cui non bisogna allegorizzare…Che voglio dire? Che non è detto che ogni elemento del racconto debba corrispondere ad un significato. Qualcuno, infatti, procedendo così, vorrebbe che il Padrone del campo fosse il Padre e il Servo buono Gesù…un’allegoria che non mi pare lecita…prima cosa perché non ci troviamo dinanzi ad un’allegoria ma dinanzi ad una parabola, ma poi soprattutto perché una lettura del genere contrasta con la rivelazione che Gesù ci ha fatto del Padre! Non può essere che Gesù racconti una storia per dire di essere più buono e più paziente del Padre! La linea da seguire non è questa. Se proprio si vogliono trovare delle corrispondenze, mi pare che il Padrone, con il suo modo di ragionare e di parlare, rappresenti il sentire comune, il “buon senso” del mondo…il Servo è, invece, la logica di Dio, la logica dell’Evangelo, la rivelazione del vero volto di Dio. Per Gesù, Dio non è un Dio crudele, un padre-padrone che costringe gli uomini a seguirlo, con la paura del castigo con cui è pronto a distruggere chi non gli obbedisce! La rivelazione di Gesù ci mostra, invece, un Dio che è Padre perché – come scriveva Fra’ Roger Schutz – “può solo amare”!

Gesù ci racconta di un Dio paziente, tanto da attendere frutti anche dal fico delle “apparenze ostentate” (si evince che questo fico abbia solo belle foglie e nessun frutto: icona, dunque, di quegli “uomini religiosi” che sono uomini di sterili apparenze!). Chi conosce un Dio così comprende che c’è un urgenza che preme e dinanzi a cui, se si è davvero discepoli di Gesù, non ci si può tirare indietro. Non si butta, infatti, la vita in attese senza esiti; non ci si ferma impauriti dinanzi al Dio rivelato da Gesù, che è un Dio così amoroso da essere capace di aspettarci e di continuare a scommettere su di noi; non ci si ferma dinanzi ad un Dio che si mostra disposto a “fare la sua parte” (gli zapperò intorno e vi metterò il concime, dice il servo della parabola), perché l’infruttuoso porti frutto, perché l’uomo delle apparenze trovi vie di autenticità e di conversione.

Una certezza del genere è forza per continuare la lotta di questa nostra Quaresima!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Come vivere il presente

LEGGERE I SEGNI CHE RICHIAMANO AD UN OLTRE

Dn 12, 1-3: Sal 15; Eb 10, 11-14.18; Mc 13, 24-32

Il traguardo della storia o è qualcosa che si tiene presente sempre, in ogni generazione, o si rischia di restare imprigionati nelle reti di un oggi che non sazia! Che non può saziare!

Il dramma è quando ci si illude d’essere sazi dell’“oggi” e si scherniscono quelli che pensano all’oltre tacciandoli di essere degli “evasori” dalla storia…E così tanti si saziano di quel che sono, di quel che hanno, di quel che vedono. Sono i sazi dell’“oggi”! Sarebbe terribile rimanere sazi dell’“oggi”!

Sarebbe… ed è terribile! Lo è ogni qual volta noi credenti in Cristo pensiamo che l’orizzonte sia solo quello che vediamo e, in qualche modo, possediamo. Lo è ogni qual volta siamo troppo “contenti” del nostro oggi e siamo incapaci di desiderare altro ed oltre. Lo è quando noi credenti ci accontentiamo, e il presente “ci basta”.

Non si può non considerare l’esito della storia se non imminente, e non perchè dobbiamo avere predicazioni e preoccupazioni millenaristiche – quasi che la “fine del mondo” fosse databile ed incombente – ma perchè ogni generazione deve fare i conti con il limite del tempo e con la Venuta del Signore Gesù nella sua Parusìa. Una venuta che, d’altro canto, invochiamo in ogni Eucaristia («nell’attesa della tua venuta»«nell’attesa che si compia la baeata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo»)!

Ogni generazione deve vivere questa tensione verso il Suo ritorno, e deve riconoscere nel proprio tempo quei segni che la annunziano, che ne proclamano la necessità. Ogni generazione deve ravvisare nel suo tempo quei limiti che sono “grido” verso la sua venuta, quelle povertà che sono invocazione al suo ritorno, quelle “impossibilità” o “incapacità” che domandano quell’unico compimento che è pienezza d’ogni compimento: il Suo ritorno!

Nell’Evangelo di oggi ascoltiamo che Gesù prende in prestito dal linguaggio apocalittico del suo tempo (di cui abbiamo avuto un saggio nella Prima lettura di oggi tratta dal Libro di Daniele) dei segni che evocano quei limiti, quei dolori, quelle “potenze” che sovrastano l’uomo e le sue pretese potenze. Nei verstti precedenti aveva parlato di guerre, carestie, terremoti, persecuzioni, tempi oscuri e disperati ma qui aggiunge altri segni che mostrano anche la caducità di quelle cose che a noi paiono fisse ed immutabili: il sole e la sua luce, gli astri che per gli antichi erano fissi nella gran volta del cielo…eppure il sole si spegne, la luna non dà più il suo chiarore e gli astri cadono. Tutto questo accade non perchè l’uomo l’ha prodotto, e neanche l’ha provocato con le sue dissolutezze e con i suoi peccati; no! La fine del mondo non è un castigo! La fine del mondo è il fine del mondo, e questo appartiene al progetto di Dio. E’ la volontà di Dio, fuori della storia, a determinare questo fine e a mettere fine a ciò che noi conosciamo e in cui abbiamo realizzato l’essere uomo, in cui abbiamo costruito le premesse di quel Regno eterno in cui tutto deve acquistare senso e bellezza!

Se le potenze dei cieli cadono (è al plurale: “ai diunámeis”) è perchè deve venire la sola potenza che ha senso e stabilità, quella del Figlio dell’uomo che è la potenza di Dio (al singolare: “metà diunámeos”, “con potenza”!).

Il Figlio dell’uomo è colui che sta andando verso la croce ma che qui si autorivela come colui che ancora verrà a dire l’ultima parola di Dio sulla storia, sugli uomini!

Il discorso escatologico, di cui oggi leggiamo un breve tratto, era iniziato quando i discepoli avevano posto a Gesù una domanda: «Quando accadrà questo e quale sarà il segno che questo starà per compiersi?» (cfr Mc 13,4) ma Gesù ancora non ha risposto al “quando” e non lo fa neanche in questo passo. Usa la parabola del fico per chiedere la capacità di leggere la storia, leggere l’oggi per poter essere protesi verso il futuro che Dio sta preparando.

Se si sanno leggere i segni come quelli del germogliare del fico è necessario imparare a leggere anche i segni che la storia offre per capire che non tutto è in essa e per essa!

Gesù non dà tempi, e non si tenti di decifrare un tempo e un’ora: il Messia (che Lui è) non è onnisciente come noi vorremmo nei nostri deliri “religiosi” …è invece un Messia fragile e vicino (tanto è vero che sta per andare in croce!), ma nella sua umanità – piena e senza sconti – c’è tutto il senso della storia che va vissuta senza millenarismi e ossessioni, ma con lucidità per discernere ciò che ci conduce all’oltre e ciò che ci libera dalle catene del tempo.

Se Gesù non dà indicazioni di tempo, dà però ai suoi tre parole con cui li rassicura circa la certezza della sua Parusia, del suo ritorno glorioso. Il Figlio dell’uomo verrà per quella generazione perversa che continua a fare ciò che avvenne durante l’esodo: tentare Dio e disobbedire, verrà perchè Dio non si fa fermare dalle nostre miserie e infedeltà; verrà di sicuro perchè le sue parole non passerano perchè non sono come le parole che diciamo noi e che spesso sono senza stabilità e fondamento. Le sue parole non passeranno perchè provengono da Dio, e Dio è fedele. Infine assicura che verrà anche se non si sa il “quando”, ma quel “quando” – essendo custodito nel cuore del Padre -, è promessa certa che sarà rivelata al tempo opportuno.

Intanto? Intanto bisogna impostare i propri giorni con una tensione autentica verso l’oltre: è necessario vivere il tempo in pienezza ma senza chiudersi negli orizzonti del tempo…è qui che l’uomo deve sentire il “profumo” dell’eterno; un profumo che non lo disamora della storia, e delle lotte della storia e nella storia, ma che gli fa vivere la storia senza sconti, con lo sguardo capace di scrutare – proprio nella storia – i segni dell’approssimarsi del giorno di Dio.

In questa domenica l’Evangelo ci ricorda che dobbiamo respirare ampio, che siamo fatti per questo. La storia non è meta della storia, il tempo sarà dilatato nell’eterno e se non si vive in questa tensione si rischia di fare della fede una “religione” che assicura il presente e ci tiene ben accomodati in un oggi tanto soddisfacente quanto imprigionante.

In fondo oggi Gesù ci dice: “Vivi il presente e leggi in esso i segni continui che ti richiamano a slanciarti verso l’oltre!

Gesù l’ha fatto, e dopo di Lui la Chiesa nascente. Poi l’hanno fatto i santi e con loro tanti cristiani che hanno saputo coniugare storia ed Evangelo senza farsi intrappolare dalle reti del mondo. Oggi se c’è bisogno di una cosa nella Chiesa è di uomini e donne così.

Padre Fabrizio Crsiarella Orestano




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III Domenica di Quaresima – I segni dei tempi

GIUSTIZIA E MISERICORDIA 

Es 3,1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13, 1-9

 

Nel passo evangelico di questa domenica alcuni riferiscono a Gesù un’atroce episodio di cronaca: un eccidio ordinato da Pilato per sterminare un gruppo di ribelli galilei; si vorrebbe che Gesù prendesse una posizione per condannare l’iniquità del potere e la sua violenza, Gesù. però, non cade in questa trappola e, come sempre, conduce tutti all’oltre, all’oltre di Dio. In quei tempi era facile dare ad eventi come questo narrato a Gesù un’interpretazione politica o religiosa; quella politica divide il mondo in buoni e cattivi e quella religiosa è capace di vedere in uno sterminio (o in incidente mortale come quello che Gesù stesso cita subito dopo) una punizione di Dio per il peccato, punizione che pure paleserebbe dei peccatori (quelli colpiti) e dei giusti (gli altri che magari ringraziano Dio di non essere come quei peccatori!)

Gesù rifiuta nettamente queste due vie: pur sottolineando l’orrore commesso da Pilato che ha mescolato sacrilegamente sacrificio ed eccidio, non divide il mondo in buoni e cattivi, né in senso politico, né in senso religioso. Gesù si rifiuta di avallare un volto pervertito di un Dio giustiziere e pieno di astio in attesa solo di regolare i conti senza alcuna pietà; si rifiuta di dare a suo Padre questo volto orrendo in cui gli uomini religiosi amano compiacersi. Gesù sa altro del Padre, ben altro. Si rifiuta inoltre di entrare in polemiche politiche in cui Pilato è il cattivo ed i ribelli sono i buoni: anche questi sono certamente peccatori perché hanno l’assurda pretesa di fare giustizia con le armi dell’ingiustizia e della violenza. Per Gesù il problema è altrove: che lettura siamo capaci di fare della storia?

Alla fine del capitolo precedente Gesù aveva invitato a guardare e osservare con discernimento i segni dei tempi (Lc 12,54-59), ora qui Luca ci mostra Gesù  che indica due eventi storici precisi da cui è possibile trarre un appello pressante, due eventi da cogliersi come segni dei tempi. Non sono punizioni di Dio ma segno della nostra fragilità, della nostra caducità, segno di un tempo che è breve che grida un’urgenza: è necessario convertirsi, è necessario volgersi a Dio seriamente rigettando ciò che ci rovina, rigettando le illusorie libertà che invece ci incatenano. E’ urgente decidersi per intraprendere quella lotta per un vero esodo verso la libertà. Nella prima lettura odierna il Dio dei padri chiama Mosè a decidersi per questo esodo; il nostro Dio si presenta a Mosè come un fuoco ardente che brucia di un’urgenza: la salvezza; il Dio del Sinai è lì ad attendere la decisione di Mosè e la sua disponibilità a rischiare lasciando le sue acquisite sicurezze. Mosè, pur tra le sue resistenze, riconosce il tempo di Dio per la salvezza ed intraprende l’impensabile.

Gesù oggi ci invita a scegliere: è l’ora!

L’urgenza della scelta da compiersi non è in contrasto con il seguito della pagina evangelica di questa domenica; la parabola del fico sembra suggerire una pazienza che incoraggi a rimandare qualsiasi urgenza; sembra che si possa aspettare a portare frutti. In realtà la misericordia paziente di Dio non può spegnere l’urgenza, è solo l’alveo meraviglioso che, una volta conosciuto, non ci fa tollerare più rimandi. In fondo chi rimanda mostra di non conoscere la qualità della misericordia di Dio, il suo caro prezzo.

Per alcuni quei tre anni in cui il padrone è venuto a cercare invano dei frutti sono il tempo di Gesù, il tempo del suo ministero, l’anno supplementare che il vignaiolo chiede ancora è tutto il tempo della storia in cui la pazienza (alla lettera la macrotimìa) di Dio pazienta (cfr 1Pt3,20) finché gli uomini si decidano per lui.

La misericordia allora non spegne l’urgenza di conversione, di decisione, di risposta alle chiamate di Dio;  La nostra debolezza, fragilità e caducità non sono ostacolo all’urgenza della conversione ma la profonda ragione di essa.

La parabola del fico pieno di foglie e senza frutti non contrappone la giustizia del Padre e la  misericordia del Figlio, non oppone quel Taglialo! al Perdonalo ancora per un anno! (così alla lettera quel lascialo; sorprendentemente è lo stesso verbo che nel Padre nostro serve a dire perdona a noi i nostri peccati); in Dio giustizia e misericordia sono sempre in dialogo misterioso ma vero; se per noi giustizia e misericordia sono una tensione insolubile, in Dio esse sono misteriosamente una sola realtà ma senza annullarsi reciprocamente.

Non ci si può prendere gioco della sua paziente misericordia per sfuggire alla decisone, è invece necessario riconoscere nella bontà di Dio che Cristo ci ha narrato la più grande spinta alla conversione e alla sua urgenza.




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