IV Domenica di Quaresima (Anno C) – La gioia di Dio

 

DALLA PARTE DEI PECCATORI

Gs 5, 9a.10-12; Sal 33; 2Cor 5, 17,21; Lc 15, 1-3.11-32

E’ la domenica della gioia (“Laetare”) e, nel ciclo C del lezionario romano, siamo condotti alla contemplazione di Dio, a leggere Dio per ciò che davvero è, e non per quello che le nostre malevole e stolte presunzioni lo hanno voluto vedere e percepire.

Il capitolo 15 di Luca è un luogo rivelativo di altissimo spessore; Agostino diceva che esso è “l’Evangelo nell’Evangelo”. Il tema di questo capitolo di Luca, e quindi il tema di questa domenica “laetare”, non è il comportamento morale dell’uomo ma il comportamento di Dio.

Sul banco degli accusati, in fondo, c’è Dio e non l’uomo peccatore; questo lo è di partenza, ma il dibattito verte sul modo retto o meno di comportarsi di Dio. Gesù è accusato perché pretende di dire che Dio si comporta con misericordia e accoglienza verso i peccatori; Gesù ha una condotta che viene bollata come scandalosa in quanto, non solo accoglie i peccatori, ma addirittura li attrae: «Si facevano vicini a lui», scrive Luca e i farisei e gli scribi mormorano che il Rabbi di Nazareth siede con gli empi.
Già quel banchetto con cui inizia il capitolo è evangelo: il Figlio di Dio siede con i peccatori, condivide la vita con loro; già solo questo banchetto giustifica la letizia di questa domenica. Con quel sedere a mensa con i peccatori Gesù vuole essere trasparenza di Dio, vuol far presente la misericordia di Dio, vuole rivelare il vero comportamento di Dio; in fondo scribi e farisei si proclamano servi di Dio ma vorrebbero un altro Dio, non quello vero che ha inviato il suo Figlio proprio perché sedesse a quella mensa di peccatori.

Gesù spera che anche i cosiddetti “giusti” siedano a quella mensa, non per condiscendenza verso i peccatori ma mettendosi dalla parte dei peccatori; la parabola del Padre misericordioso, infatti, termina proprio con questa speranza: il padre spera che il figlio maggiore si sieda alla mensa preparata per il figlio sciagurato! Finché i “giusti” non si sederanno a quella mensa assieme agli altri peccatori, peccatori con i peccatori, non conosceranno davvero Dio, anche se se ne proclamano interpreti e difensori! La misericordia di Dio fa paura ai “giusti” perché questi temono di perdere terreno, temono di essere equiparati ai reprobi, ai maledetti, a quelli sui quali amano ergersi con le loro vesti immacolate e con le loro mani pulite; e i “giusti, su chi si ergerebbero – superbi di loro stessi – se quelli che devono guardare loro con tremore e rispetto per la “santità” e la “giustizia” vengono elevati a loro da un Dio che non è quello che loro vogliono, un Dio sempre “a servizio” del loro primato?

Seguono le tre parabole della misericordia di cui oggi la liturgia ci fa leggere solo l’ultima, quella del Padre misericordioso, tralasciando quelle della Pecora smarrita e quella della Dracma smarrita. E’ difficile scinderle, e non lo farò neanche in questa sede. Tre parabole celeberrime e perciò tante volte abusate e lette in chiave moralistica; tre parabole che hanno premura di gridare con gioia la gioia di Dio per la conversione del peccatore, anzi la gioia e l’amore di Dio che lo spingono a lavorare, a perdonare, ad attendere, a cercare perché il peccatore si converta!

Lo scandalo delle tre parabole è proprio qui. Il discorso che Gesù vuole fare è chiaramente teologico e non morale! Noi poi lo abbiamo svilito tingendolo di bieco moralismo.
Dov’è l’evangelo? Dov’è la buona notizia? Innanzitutto nel comportamento di Dio che Gesù mostra nella sua narrazione: un Dio che cerca e gioisce per il ritrovato!
Si badi che Gesù non si sofferma sulla modalità della conversione dell’uomo; la domanda su Dio viene prima della domanda morale: prima “chi è Dio?” e poi, eventualmente, “che devo fare per obbedire a Dio?”. E’ chiaro che, se non so chi è Dio, non so a quale Dio devo obbedire, e quindi quali sono i contenuti veri delle sue domande. Gesù ci chiede di guardare il tutto dalla parte di Dio.

La prima e la seconda parabola sono, in fondo, perfettamente uguali: due modi per dire la stessa cosa. Certo la parabola della Pecora perduta ha in più un grande retroterra nella Prima Alleanza, retroterra che fa grandemente gioco a Gesù ed al suo annunzio. Infatti già nella Prima Alleanza, di cui i mormoratori si dicono discepoli e custodi, si dice di pecore smarrite di cui Dio si fa cercatore; opporsi a questa icona di Dio che Gesù sta ripresentando è allora contraddire quelle stesse Scritture che dicono di amare e custodire; la polemica è sottile e pure irritante per i nemici di Gesù! In più tutti i testi sui pastori, in quella stessa Prima Alleanza, avevano un altro risvolto polemico: Dio è il pastore buono che si oppone ai cattivi pastori che cercano solo se stessi ed i loro privilegi, che cercano di esaltare la loro “giustizia” a discapito degli altri.

Notiamo che Luca nulla dice di ciò che deve fare la pecora perduta, ma ci dice cosa fa Dio per ritrovarla, e della sua gioia nell’ora in cui la trova.

Così preparati arriviamo alla terza parabola, quella dei Due figli, o meglio, del Padre misericordioso. Il tema è limpido: l’attenzione deve essere puntata sul padre e su come si pone verso i due figli – il figlio peccatore “prodigo” e il figlio “giusto” -,  e di come i due si pongono dinanzi a lui. Le storie dei due figli si devono scontrare con la novità della paternità di questo padre. Un padre che non cessa mai di amare: a questo padre non importa nulla del patrimonio perduto; quello che ha in cuore è la lontananza ed il dolore del figlio che ha sbagliato; lo attende nella sua lontananza e quando lo scorge gli corre incontro. Più di quella corsa, che pure è commovente e per noi foriera di grande gioia, più commozione e gioia deve produrre in noi la sua attesa contemporanea alla lontananza del figlio … Il padre è impaziente di ridire al figlio fuggito chi è per lui: «Presto! – dice ai servi – portate qui la veste più bella!» . Non gli dice “sei di nuovo figlio”, ma “sei sempre rimasto figlio, anche nella tua lontananza, anche quando figlio non ti sentivi!”.
Chiediamoci: quale era stato il vero peccato di questo figlio? Non la vita dissoluta, non la prodigalità, ma l’aver pensato alla casa del padre come ad una prigione, l’aver pensato che il padre fosse ingombrante: in fondo aveva detto, nell’andarsene, che avrebbe tanto voluto che il padre fosse morto: «Dammi la parte di eredità che mi spetta»; per avere un’eredità bisogna che il padre sia morto! Per lui la lontananza era stata una liberazione!

Ecco il vero peccato. Quello che gli è accaduto nella lontananza non è castigo, ma condizione in cui lui stesso si è posto … è conseguenza della lontananza … certo servirà a dargli l’impulso per partire ed andare a contemplare il volto vero del Padre; un volto che lui non immagina neanche, finché non lo vedrà e non sentirà su di sé i baci e gli abbracci di quel padre che voleva morto! Finché non arriva a casa non conosce ancora suo padre: pensa d’averne perso l’amore a causa della sua condotta e crede di dover rimeritare l’amore lavorando come un servo. Questo figlio ha una concezione tutta errata di suo padre, una concezione moralistica e retributiva, ed è afflitto dalla terribile malattia dei “meriti”; ma quando arriva a casa capisce che l’amore del padre era prima del suo pentimento! E’ quell’amore che genera il suo pentimento e la sua conversione perché quell’amore gli dona la vera conoscenza di suo padre. L’amore lo ha guarito … ed esplode la gioia del padre che la esprime ordinando una grande festa.

Ecco che entra in scena l’altro figlio, quello “buono”. Che fa? Si irrita e anche lui si pone lontano dal padre e dalla sua gioia; questo figlio maggiore è peggiore dell’altro. In fondo anche lui è lontano e vive lontano dal padre, ma fingendo di essere in casa e con il padre: neanche lui conosce suo padre, non ragiona né come figlio, né come fratello. Vede la sua fedeltà, il suo rimanere, come un peso e la sua obbedienza come una sudditanza. Il figlio maggiore somiglia al minore ma in peggio e soprattutto somigli a gli scribi e ai farisei mormoratori, somiglia a noi quando ci paludiamo di “giustizia” e disprezziamo chi è lontano, chi è peccatore palesemente, chi è segnato da una diversità irriducibile da noi.

Il dramma è che mentre il figlio minore, lo sappiamo ormai, è entrato alla festa, questo maggiore è ancora fuori; Gesù lo lascia al termine del racconto lì fuori ove sta trattenendo anche il padre che, come ha fatto per l’altro figlio, si è recato nella sua lontananza e nella sua durezza di cuore a raccontargli l’amore e la sua filialità («Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo»); il padre vorrebbe tanto che entrasse, e scoprendo il fratello come fratello, scoprisse la sua paternità.

Gesù lascia in sospeso la parabola ed anche la gioia piena del Padre! La conversione dei “giusti” è tanto più difficile di quella dei peccatori!

Domenica della gioia. Sì, la nostra gioia, di noi che riceviamo questo evangelo, questa buona notizia, ma gioia soprattutto di Dio che però noi dobbiamo rendere piena con il coraggio di sedere, anche noi, alla mensa dei peccatori, da peccatori con i peccatori!
Solo Gesù è giusto!
Lo capirà il ladro inchiodato alla croce nelle ultime pagine dell’Evangelo di Luca … se avessimo la sua sapienza e il suo coraggio nella verità!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

Battesimo del Signore (Anno C) – Un’ora di grazia!

 

 VICINO ALL’UOMO E ALLA STORIA

Is 40, 1-5.9-11; Sal 103; Tt 2, 11-14; 3, 4-7; Lc 3, 15-16.21-22

 

Questa domenica conclude, con grandissime prospettive, il Tempo di Natale e ci proietta in quel cammino quotidiano che la liturgia della Chiesa sottolinea come “Tempo ordinario” che non è un tempo “minore”, di minore importanza, ma è la nostra vita appunto “ordinaria”: qualcosa, dunque, di grande importanza!

Questa domenica del Battesimo del Signore ci ripresenta, come una grande sinfonia, tutti i temi che, in qualche modo, abbiamo udito e contemplato nei giorni del Natale.

Risentiamo oggi le parole della consolazione per bocca del Profeta Isaia: la presenza di Gesù, il Figlio eterno fatto carne, vicinanza estrema di Dio, è davvero consolazione per le vie dolorose della storia; è davvero via dritta e spianata per giungere alla nostra piena umanità, come ha scritto Paolo nel bellissimo testo della Lettera a Tito che abbiamo ascoltato anche nella Notte del Natale: E’ venuto ad insegnarci a vivere «in questo mondo»: è questa la via della rivelazione cristiana per giungere a Dio, la via dell’uomo!

E il Figlio si immerge nelle acque torbide del nostro peccato, uomo tra gli uomini, infinitamente santo ma in fila con i peccatori, Signore della storia ma sottomesso alla mano del Battista!
Ora di grazia questa discesa nel Giordano, ora di grazia per noi uomini, ora di grazia per lo stesso Gesù che qui termina il suo percorso, diremmo oggi, di discernimento, nella ricerca della sua identità; ora di grazia per Lui che riceve dal Padre quella parola rivelativa: «Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto»! Finalmente qui Gesù sa pienamente la sua identità di Figlio e la sua missione di salvezza che già il suo stesso solo nome portava.
Gesù” è in ebraico “Jeoshuah” che vuol dire proprio “Il Signore salva”. Con Gesù dalla nostra parte, in fila con i peccatori fino a diventare egli stesso “peccato” appeso alla croce, inizia per noi uomini un tempo nuovo, un tempo di consolazione e di possibilità di vita altra, tempo di compagnia piena e definitiva di Dio. In Gesù si manifesta la vicinanza estrema di Dio alla storia e ad ogni uomo!

Nel passo di Luca che oggi si ascolta è impressionante un contrasto: il Battista, per dichiarare senza mezze misure di non essere lui il Cristo, sottolinea una infinita distanza tra lui stesso e quel Veniente, che battezzerà in Spirito santo e fuoco; dirà, infatti: «Non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali».
Dio invece, in quel Figlio sceso nel Giordano, grida la sua vicinanza all’uomo e alla storia!
Al Giordano Dio finalmente si rivela per quello che è: Padre e Figlio e Spirito Santo!
Così la terra è raggiunta dalla voce del Padre, dalla carne del Figlio, dalla discesa dello Spirito “in forma corporea”: forte richiamo, questo, alla corporeità dell’uomo il quale lì, nella sua carne, dovrà dare accesso a Dio, al suo Soffio rinnovatore.

Se il primo Adam si era nascosto da Dio e i cieli si erano chiusi (cfr Gen 3, 8.24) quest’ultimo Adam, Cristo Gesù, si spalanca a Dio nella preghiera e i cieli si aprono sulla storia degli uomini! Luca annota con sottigliezza, infatti, che la manifestazione di Dio avviene dopo il Battesimo e mentre Gesù pregava.
«Pregava»… sì, è solo nella preghiera che il nostre essere figli si fa chiaro e può dipanarsi come vita altra, vita di figli e non di schiavi, vita nella storia, «in questo mondo»!
La preghiera è l’“atmosfera” in cui il battezzato può sopravvivere come figlio! Senza questo “respiro” di vita che è la preghiera, pure se “nati” nel Battesimo, si muore soffocati quali figli di Dio!
Gesù di Nazareth nel “respiro” della preghiera scopre il suo vero volto di Figlio ascoltando la voce del Padre; nella preghiera permette ai cieli di aprirsi di nuovo per la storia…il “grido” di Isaia (Is 63, 19) riceve finalmente risposta: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!»

La teofania del Giordano ci dice che i cieli ormai sono aperti: il Figlio è venuto nella nostra carne, lo Spirito di Dio aleggia di nuovo sulle acque per una nuova creazione (cfr Gen 1, 2), la voce del Padre risuona colma di tenerezza e di compiacimento per l’uomo! Ora davvero tutto è possibile all’uomo amato da Dio!

Il Figlio amato sceglierà liberamente e per amore di pagare un prezzo per donarci la santità che è, non stanchiamoci mai di ripeterlo, piena umanità! Il Figlio di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, oggi lo contempliamo “affogato” nelle acque del Giordano, sporche del peccato dell’uomo che il Battista immergeva per la conversione, ma lo contempleremo ancora confitto al legno dei maledetti per portare a pieno compimento la sua scelta di essere “con noi”!

Gesù nel suo amore ci ha davvero immersi in Spirito Santo e fuoco nel giorno del nostro Battesimo; e in quel giorno santo per ognuno di noi ci è stato fatto un grande dono: in Gesù Dio ci ha fatti suoi, e ha acceso in noi un fuoco che brucia tutto ciò che di Dio non è, e ci fa ardere di quell’amore capace di dare la vita! Il solo vero amore, perché vero amore è solo quello che dona la vita!|

Vivere da battezzati è questo! Essere figli nel Figlio ardenti del fuoco di Dio!
E’questo il fuoco che dovrebbe scaldare e rinnovare il mondo.
I santi lo fanno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Lasciarsi toccare

 

 

PER LA VITA E PER LA SALVEZZA

 

Sap 1, 13-15;2, 23-24; Sal 29; 2Cor 8, 7.9.13-15; Mc 5, 21-43

 

Continua la serie di “miracoli” con cui Marco conferma, con gli atti, le parole che Gesù ha pronunziato con autorità. Anche qui, come nel passo precedente della tempesta sedata che si leggeva la scorsa domenica, c’è un passaggio dalla potenza di Gesù che vince ogni impurità alla necessità della fede.

Tutto ciò che è per la vita e per la salvezza è possibile a Dio, è possibile a Gesù!
Questa possibilità, però, non è dispiegata come potenza sovrumana che schiaccia le nostre impotenze, che le umilia umiliandoci. Dobbiamo invece dire che la potenza d’amore che salva, presente in Gesùdiventa accessibile all’uomo solo per una via: la via della fede!
E’ la fede che dà accesso e a Giairo e alla donna emorroissa a quella potenza di vita e di salvezza che è in Gesù.
Certo la fede è un rischio…e non solo perché è un fidarsi dell’invisibile e di ciò che non è misurabile con i nostri soliti metri, ma perché espone il credente a prendere una posizione, a fare una scelta di campo, ad essere guardato con sospetto da chi è pieno di “buon senso” e di “buona educazione”.

La donna malata di emorragie, infatti, ha dovuto sopportare su di sé gli sguardi di disprezzo e di derisione dei presenti; ha dovuto e voluto svelare se stessa di fronte alla domanda di Gesù su chi l’avesse toccato; e l’ha fatto dinanzi ad una folla ostile a lei che aveva avuto attenzione da quel Rabbi famoso… Tra tutta una folla che toccava e spintonava Gesù, in verità, però, solo lei lo aveva toccato con la fede: gli altri forse l’avevano toccato con l’entusiasmo, con la curiosità, con il desiderio d’avere dei benefici.
Di certo, di fatto, lei sola ha sperimentato la “dùnamis” di salvezza che usciva da Gesù, perché lei aveva una certezza scevra da ogni dubbio: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello sarò guarita».

Ha dovuto affrontare gli sguardi di giudizio dei benpensanti che, certamente, l’hanno condannata per il suo gesto “disobbediente” a tutte le leggi di purità contenute nella Scrittura: una donna come lei, con quelle emorragie, non solo era impura, ma faceva contrarre impurità a chiunque la toccava. La donna dunque ha fatto contrarre impurità a Gesù…ma è quello che Gesù voleva da quando ha scelto, nel suo primo giorno “pubblico”, di mettersi in quella fila di peccatori sulla riva del Giordano; fin da allora Gesù s’era messo dalla parte degli impuri diventando – come dice il Battista nel Quarto Evangelo – «l’agnello di Dio che porta su di sé il peccato del mondo» (cfr Gv 1, 29).

Tra gli sguardi ostili su questa donna si delinea però un altro sguardo; quello di Gesù che le annunzia con amore un evangelo: la chiama “figlia”, le rivela la potenza della sua fede, e le dona pace e salvezza.
Questa piccola donna ritorna alla vita, e alla vita dignitosa che ogni essere umano dovrebbe avere; torna nell’anonimato e nel silenzio, ma ormai la sua mano ha toccato il “fuoco” di Dio, non solo perché ha toccato il corpo di Gesù, ma perché si è lasciata toccare, “bruciare” dalla fede.

Marco ha incastonato il racconto della donna emorroissa all’interno di un racconto più ampio: quello della figlia di Giairo. Anche Giairo ha dovuto affrontare gli altri per mostrare e vivere la sua fede; anche Giairo ha dovuto esporsi al ridicolo, e all’idea che di lui si fanno gli altri: un povero padre “impazzito” di dolore tanto da sperare pateticamente l’impossibile.
I saggi amici di Giairo, infatti, gli dicono parole di “buon senso”, parole di “buona educazione”: «Non disturbare più il Maestro: tua figlia è morta!»

Il buon senso comune dice che “alla morte non c’è rimedio”…ecco tutto. Tuttavia, dove c’è Gesù, noi dovremmo saperlo: questa frase non ha più senso!
Il problema è che per tanti cristiani continua ad avere senso perché, in fondo, per loro Gesù è solo un “sapiente”, un “maestro”, un uomo buono e caritatevole, uno che insegna cose buone, un maestro di sana morale…basta!
Ma Gesù non è questo, o per lo meno non è affatto solo questo: Gesù è salvatore e non in virtù della sua potenza, ma in forza del suo amore che rischia, che prende per mano la morte. Se, infatti, nella scena precedente è stata la donna a far contrarre impurità a Gesù con il toccarlo nella sua condizione di impura, qui, nella casa di Giairo, è Gesù stesso che, prendendo per mano la bimba morta, contrae l’impurità che il tocco di un cadavere conferiva. In definitiva, è Gesù che prende su di sè la nostra impurità, anche la nostra suprema impurità che è la morte!

I “saggi” che sono presenti, se hanno benevola compassione per quel “padre impazzito di dolore”, deridono Gesù perché chiama “sonno” la morte. Siamo alle solite: “alla morte non c’è rimedio“!
In questa situazione Gesù chiede il silenzio, vuole il silenzio, e Marco ci conduce “in alto”, ci porta su un “osservatorio altissimo”: la Pasqua di Gesù. E’ da lì che bisogna guardare questa scena, perché essa è rivelativa di come la Pasqua di Gesù sia vittoria sulla morte per noi, per le nostre membra fredde di morte come le manine di quella bambina, per le nostre speranze spezzate nel fiore della vita (la ragazzina ha dodici anni!).
Per questo motivo Marco  usa i due verbi della Risurrezione: “eghéiro” (“alzarsi”) e “Anìstemi” (“mettersi in piedi”), e ci mostra che Gesù chiama con sé i tre discepoli che saranno testimoni sia della gloria della Trasfigurazione che della prostrazione mortale, della sfigurazione del Getsemani. Sono cioè i testimoni di luce e di tenebra: Pietro, Giovanni e Giacomo chiamati ad essere testimoni della sintesi tra i due momenti… si giunge alla vita attraversando l’oscura valle della morte.

Anche per questo straordinario “miracolo” di risurrezione la potenza di Gesù non si manifesta in modo “inumano”, ma passando per la fede di quel padre che accoglie in silenzio la parola che Lui gli dice: «Non temere. Continua solo ad avere fede!».
Parole di una semplicità disarmante, parole “illogiche” che dovremmo però sentirci risuonare nel profondo in ogni ora di buio, in ogni ora che pare senza sbocchi e senza vie d’uscita. Solo fede!

Ecco la possibilità, ecco la via di accesso alla potenza di amore di Gesù, ecco l’accesso alla sua potenza che salva: una potenza “debole” perché esposta a pagare il prezzo della condivisione assoluta, sia dell’impurità presa su di sé sia della morte, che per Lui sarà addirittura morte di croce!

E lì, sul Golgotha, morte e impurità saranno assieme, al massimo grado dell’orrore, ma – attraversate dalla forza di quell’amore fino all’estremo  – si trasformeranno in vita per il mondo.

Mettiamo fede in questa “potenza debole”?
Se lo facciamo, dobbiamo sapere che intanto il mondo ne riderà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Entrare nel Regno

 

 SCENDERE NEL NOSTRO PECCATO

Ez 18, 25-28; Sal 24; Fil 2, 1-11; Mt 21, 28-32

 

I due figli e la vigna (Icona)

I due figli e la vigna (Icona)

La parabola dei due figli. Una pagina splendida per la sua sobrietà, un racconto scarno ed efficace, una parola che vuole “graffiare” le placide sicurezze degli interlocutori di Gesù che gli avevano domandato con quale autorità compiva gesti come quello di scacciare i mercanti dal Tempio (cfr Mt 21, 12ss; Mt 21, 23). Gesù risponde con una domanda circa il Battista (“da dove proveniva il battesimo di Giovanni? Dagli uomini o dal cielo?”), una domanda essenziale per Gesù: solo chi ha accolto l’invito a conversione del Battista può avere accesso al riconoscimento di Lui e della sua autorità.
Quelli che lo avevano interrogato avevano preferito non rispondere per una scelta “politica”, per non compromettersi nè con Gesù nè con la folla che stimava il Battista.
E Gesù rifiuta anche Lui di dire dell’origine della sua autorità, scegliendo subito dopo – ci dice Matteo – di dire qualcosa a questi uomini induriti dalla loro presunzione.
E lo fa con tre parabole che ascolteremo in queste tre domeniche.

La prima parabola è quella dei due figli. Inizia con una domanda: Che ve ne pare? E’ un invito a non rimanere fuori dalla parabola, ma ad entraci e a farsi “ferire” da essa. La parabola termina con un’altra domanda: Chi dei due ha fatto la volontà di suo padre? Tra le due domande poste da Gesù agli interlocutori c’è la breve parabola: due domande che non si possono eludere, e dinanzi alle quali non si può non prendere posizione.

Non eludiamo l’Evangelo: se allora questa parabola era rivolta ai capi e agli scribi del popolo di Israele, oggi è rivolta a noi, e vuole “graffiare” noi!

C’è un figlio che dice no alla richiesta del padre di andare a lavorare nella vigna, e lo dice con un semplice, ma netto “non voglio!”; poi, pentitosi di quel rifiuto, ci va.
C’è un altro figlio che alla proposta del padre risponde prontamente  ma poi non ci va; in greco risponde con un semplice ed entusiastico “egó”, “io”, e quell’io quasi gridato ci fa pensare… Questo figlio, infatti, è uno che pensa sempre a quel suo io, che deve apparire buono, retto, limpido e, in ogni caso, in primo piano! In realtà quell’io è carico di “filautίa”, di quell’amore di sé che chiude in sé, e fa guardare ad ogni costo solo ai propri interessi.

La domanda di Gesù non può avere che una risposta: il figlio che ha detto “non voglio” ha fatto la volontà del padre; non quell’altro figlio, impeccabile e con l’io perfetto sulle labbra. La risposta è solo una, e gli interlocutori di Gesù la pronunziano prontamente.

Gesù tuttavia applica subito la parabola alla storia concreta della loro vita, e lo fa con uno di quei detti scandalosi per ogni uomo religioso: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli. Sì, quelli, i pubblicani e le prostitute, hanno detto di no alla legge, alle osservanze, alla “religione”, ma poi – per la Parola che hanno ascoltato – si sono pentiti e “sono andati nella vigna”…
Loro, i capi, gli scribi, i farisei hanno sulle labbra quel terribile “egó”, non hanno saputo vedere il loro peccato, e sono rimasti fuori nelle loro mortifere sicurezze; sembrano sempre pronti a lavorare nella vigna, ma in realtà sono sempre a casa loro!

I pubblicani e le prostitute, che prima avevano ascoltato il Battista, ora ascoltano Gesù; essi non si nascondono dietro paludamenti “religiosi” e sacri, non hanno alcun “egó” dietro cui nascondersi e nessuna “giustizia” di cui paludarsi: hanno davanti il loro banco di riscossione di tasse inique, o lo squallido commercio del loro corpo (cfr Sal 51,5: “il mio peccato mi è sempre davanti”) … Ed eccoli lì: entrano nel Regno, perché convertiti dall’Amore che perdona.

Cosa ha permesso ai pubblicani ed alle prostitute di entrare nel Regno? La misericordia. Una misericordia che essi hanno potuto sperimentare grazie al loro peccato. E’ paradossale – come sempre – ma è così!

Perchè quel figlio del no si pentì? Il testo non ci dà risposte, non ci dice dell’atteggiamento del padre dinanzi a quel rifiuto; il silenzio del racconto forse ci dice di un silenzio del padre paziente ed innamorato di quel figlio ribelle, di un padre che conosce il cuore del figlio e ne attende i frutti. Certo è che quel figlio passa dal “non voglio!” ad un vero; certamente deve aver sentito il peso ingiusto del suo no dinanzi all’amore del padre.

I pubblicani e le prostitute ci passano avanti perché possono pesare il loro peccato dinanzi al peso dell’Amore che li cerca nelle parole di Gesù, nell’Evangelo che hanno ascoltato con cuore stupito.

Il rischio per noi è che non sperimentiamo questa grazia, perché crediamo di dare sempre l’impressione di dire …in realtà rischiamo di dire solo “egó”!
Come facciamo a misurare la nostra verità dinanzi all’Evangelo? C’è solo una via: il confronto con Gesù a viso aperto, a cuore aperto…

Paolo scrive ai suoi amati cristiani di Filippi che è necessario avere lo stesso sentire di Gesù che spogliò se stesso assumendo, per amore del mondo, la forma di schiavo crocefisso. Cristo fu umile perché discese… Ecco la via: l’umiltà che ci permette di scendere nelle profondità del nostro peccato e dei nostri “non voglio!” … ed è lì che incontriamo Cristo.

Non a caso, al capitolo settimo Della santa Regola, Benedetto dice ai suoi monaci di percorrere i gradini dell’umiltà per giungere alla verità, e l’ultimo dei dodici gradini non è una vetta ma una profondità: il monaco “stimandosi sempre colpevole dei suoi peccati… ripensi nel cuore ciò che disse quel pubblicano evangelico con lo sguardo fisso a terra: ‘Signore non sono degno io, il peccatore, di alzare i miei occhi al cielo’ ”.

Il monaco, scrive il nostro Santo Padre Benedetto, entra nel Regno solo se si mette davvero nei panni del pubblicano…e questo è vero per tutti: siamo tutti ingiusti e avvezzi alle prostituzioni. Se lo riconosciamo dinanzi all’Amore, ci pentiamo e andiamo davvero nella vigna a testimoniare di essere dei peccatori perdonati dalla Croce del Figlio, che non ritenne un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso, venedoci a cercare nella nostra miseria.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche: