XXIV Domenica del Tempo Ordinario – Entriamo a far festa

Il figliol prodigo, Giorgio De Chirico (1922)

Il figliol prodigo, Giorgio De Chirico (1922)

LA GIOIA DI RITROVARE CIO’ CHE SI E’ PERDUTO  

   –    Es 32, 7-11.13-14;  Sal 50; 1Tm 12-17; Lc 15, 1-32    –

 

      Questo più che celebre passo evangelico l’abbiamo già ascoltato durante il cammino di Quaresima. La liturgia oggi lo ripropone, chiedendocene ancora una lettura ed un approfondimento, e lo fa aggiungendo alla parabola del Padre misericordioso anche le prime due parabole della misericordia: quelle del pastore in cerca della pecora perduta e quella della donna che ritrova la moneta perduta. Luca ci offre, in questo capitolo del suo Evangelo, davvero qualcosa di essenziale per la nostra vita credente, per la nostra relazione con il Dio che Gesù è venuto a raccontarci.

  Contrariamente a quanto di solito si è fatto, queste parabole vanno lette in senso teologico e non in senso morale; in senso teologico in quanto è di Dio che vogliono parlarci e non del peccatore, delle “reazioni” di Dio dinanzi al peccatore e non dei comportamenti morali o immorali. Se avessimo letto sempre assieme le tre parabole, forse sarebbe stato più chiaro: infatti nella prima parabola nulla si dice del comportamento della pecora per essere ritrovata … non deve fare nulla … e tantomeno la moneta! Tutto è incentrato sulla gioia del pastore e della donna … come tutto poi, nella terza parabola, si raccoglierà attorno alla gioia del padre che accoglie e fa festa …

   E’ questo il Dio che Gesù narra; un Dio che non attende nulla da chi si perde, se non che si lasci abbracciare, che si lasci issare sulle spalle del pastore e ricondurre “a casa” …

La casa, nella parabola del padre e dei due figli, ha un ruolo importante: il peccato dei due figli – perchè tutti e due i figli sono nell’errore – è un peccato di relazione con quel padre e quella casa. L’uno, il figlio minore, ha percepito la casa del padre come prigione che “castra” le sue libertà e la sua sete di mondo, mentre l’altro, il figlio maggiore, ha percepito la casa del padre come rifugio per una vita; una vita certamente fatta di lavoro, ma anche di una comoda sicurezza che gli riconduce un’immagine confortante di sè: l’immagine di un giusto che ha diritto a tutto il patrimonio del padre, per esserne un domani padrone assoluto!

  Se ci pensiamo bene i due figli (tutti e due!), in fondo, vogliono solo una cosa, una cosa terribile: vogliono che il padre muoia!

Il minore, che parte, gli chiede l’eredità che gli spetta; in pratica è come se dicesse al padre: “poichè ancora non muori, ed io non posso aspettare perchè lì fuori c’è un mondo che mi attende con la sua bevanda inebriante, facciamo come se tu fossi morto, dammi l’eredità!”. Quell’altro figlio, il maggiore, lavora come una bestia da soma perchè attende quella stessa morte per divenire lui il padrone di tutto; la sua delusione è che quel fratello che ha sperperato tutto sia tornato (sperava che fosse morto anche lui?), e che sia tornato prima della morte del padre; meglio se fosse tornato – se proprio doveva tornare! – quando il padrone fosse diventato lui….come l’avrebbe scacciato via con piacere!

    Forse questa può apparire una lettura dura ed estremista, ma mi pare che ogni desiderio di assoluta indipendenza dagli altri è volere che l’altro (padre o fratello) non ci fosse … e questo equivale alla morte …

  Al centro, dunque, c’è il padre e la sua casa … un padre che pazienta, ed attende che le libertà dei due figli facciano i loro percorsi … un padre che rischia per le libertà dei figli.

   Sembra che con il figlio più giovane il rischio sia stato enorme: ha perduto tanto danaro, quello che il figlio ha sciaguratamente sperperato,  ma questo sarà il prezzo per una vita più autentica e libera per quel figlio. Se non fosse caduto così in basso, al prezzo dello smarrimento di quel patrimonio, quel ragazzo non sarebbe riuscito a mettere fine al suo smarrimento! Il padre sembra stolto a cedere a quel figlio, perdendo tanto danaro, ma in realtà sa che la salvezza del figlio deve passare per una perdita, per uno smarrimento, per un prezzo … poi sarà l’amore a conquistare quel ragazzo, smarrito dentro e fuori …   Solo quando quel figlio tornerà liberamente nelle sue braccia, spoglio di tutto, si sentirà davvero figlio, e non più prigioniero; la miseria in cui è caduto, si badi, non è causa di conversione, ma incentivo ad iniziare un cammino di ritorno, certamente con motivi di squallido calcolo, ma attraverso cui potrà finalmente conoscere suo padre.  Non può diventare un servo, come pure aveva ipotizzato nei suoi calcoli; il padre gli dichiara, con la sua attesa, la sua speranza, con i suoi gesti e con i suoi doni, non che è di nuovo figlio, ma che lo è sempre rimasto!

     Quell’altro figlio, il figlio maggiore, il cosiddetto “buono”, costituisce, se ci riflettiamo bene, un’inclusione con l’inizio del racconto di questo quindicesimo capitolo dell’Evangelo di Luca: è proprio come quegli scribi e farisei che mormorano per la misericordia di Gesù; il racconto dei due figli termina infatti con uno dei due che mormora per la misericordia … Come di quegli scribi e farisei, anche di questo figlio “giusto” non sappiamo l’esito della vicenda; conoscerà il vero volto di suo padre?

    Se il figlio minore è fuggito perchè si sentiva prigioniero, ingabbiato, privo di libertà, il maggiore è vissuto da schiavo, ed anche lui senza conoscere quel padre con il quale pure viveva… E’ peccato fuggire, è peccato vivere da schiavo … la via santa è quella della figliolanza vissuta nella libertà, una figliolanza che riconosce il volto del padre, perchè ha sperimentato l’esserne amato senza ragioni e senza meriti. Il figlio minore di questa parabola ha accolto questa via di libertà che è al di là delle fughe, e che consiste in un rimanere, amato e amante, in quella casa che è del padre, e poichè è del padre, è di tutti i fratelli.

    L’altro figlio resta fuori e non vuole entrare alla festa per quel fratello che non ricosce più come tale, non vuole entrare a quella festa che è espressione (in questa parabole, e nelle due che l’hanno preceduta) di quella gioia grande di Dio dinanzi ai perduti che Egli ritrova … entrerà il figlio maggiore a quella festa? Permetterà al padre di entrare a quella festa, o lo “inchioderà” fuori a pregarlo di entrare?

     Raccontando queste parabole, Gesù racconta suo Padre, ma fa anche una promessa: prenderà sulle spalle tutto il mondo per portarlo alla casa di suo Padre, lo farà portando la croce, portando quel peso su cui sarà inchiodato … così, senza nulla chiedere, colmo di una speranza senza ragioni umane, morirà amando tutti gli uomini e, dall’alto della croce, fino alla fine della storia, come il padre della parabola, resta in attesa di tutti i figli perduti, per convincerli di un amore infinito, di un amore che non ama gli amabili, di un amore colmo di una speranza che non si stanca.

     Questo è il nostro Dio che, in Gesù, tutto ci ha detto e tutto ci ha dato. Consegnarsi al suo abbraccio è la strada della vera libertà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XVII Domenica del Tempo Ordinario – La preghiera

QUNADO PREGATE DITE COSI’… 

Gen 18, 20-21. 23-32; Sal 137; Col 2, 12-14; Lc 11, 1-13

 

Oratio

La preghiera…troppo marginale nella vita di tanti credenti, troppo banalizzata, troppo paganeggiante … troppo svalutata nella prassi ecclesiale, anche se, a parole, nessuno negherebbe l’importanza del pregare nello spazio ecclesiale. Quello che però non viene negato con le parole (sarebbe “indecente”!) è poi ridotto al lumicino nella prassi, con la scusa – piena del solito “buon-senso” – che le urgenze sono molte, e che … “il Signore sa…”

Gesù però ha pregato. Nonostante le urgenze, anzi proprio perché le urgenze premevano…cosa, infatti, è più urgente dell’annunziare al mondo l’Evangelo? Eppure Gesù non era un “faccendone”, e alimentava quell’urgenza con il contatto vivo con il Padre, con il tempo dato a Lui, con l’ascolto vissuto nella fede.

Tutt’altro che marginale è il pregare di Gesù nel racconto di Luca: prega durante il battesimo al Giordano, prega sul Tabor, prega per scegliere i Dodici, prega nelle fatiche apostoliche, prega nel Getsemani, prega sulla croce, prega ad Emmaus quando “prende il pane e rende grazie” …

La preghiera è porta aperta sul mondo di Dio, è porta e via per quello stesso mondo, per venire a noi e per donare a noi la capacità di essere uomini del Regno.

Il passo di questa domenica ci mostra come la preghiera di Gesù sia provocatoria per i discepoli; lo vedono pregare e gli chiedono che insegni loro a fare lo stesso. La preghiera che Gesù insegna ai discepoli è il “Pater” che, pensiamoci bene, non è una qualsiasi preghiera, né tantomeno una formula di preghiera; è ben altro. Gesù certo dice: “Quando pregate dite così” ma già il fatto che il Nuovo Testamento ce ne trasmetta due versioni ci testimonia che non sono le parole che contano … quel che conta è esprimere fiducia, figliolanza, creaturalità, dipendenza … quello che conta è mettersi dinanzi a questo Dio che Gesù ci ha consegnato come Padre, con libertà e amore, con coraggio e umiltà, con sguardo ampio su se stessi e sul mondo.

La pagina straordinaria del Libro della Genesi, in cui assistiamo all’intercessione di Abramo, è già un’immagine potente della preghiera e della relazione che Dio vuole che instauriamo con Lui. Abramo ha una preghiera audace ma umile … è audace perché sa di essere ascoltato e sa anche di essere stato visitato da Dio (il passo di oggi, infatti, segue immediatamente al racconto della visita dei Tre Uomini che Abramo riceve alle Querce di Mamre); è umile perché è preghiera della creatura dinanzi al Creatore, ed è umile perché, mentre dice al Signore ciò che pensa e ciò che teme, si fida dei giudizi di Dio. Non osa dare ordini a Dio, ma ardisce fare domande…Abramo non pretende di essere colui che deve trovare giusti a Sodoma, è il Signore che li deve trovare; insomma è il giudizio di Dio che determinerà l’esito della preghiera.

La preghiera di Abramo è coraggiosa perché è vera intercessione! “Intercedere”, infatti, significa, alla lettera, “fare un passo tra”: Abramo si pone tra Dio ed il suo sdegno e Sodoma… Abramo osa rischiare di stare dalla parte “sbagliata” … ma ci sta per amore degli uomini suoi fratelli … Insomma la preghiera è cosa seria, è presa di posizione, è rischio … e questo perché l’amore è “rischioso”, l’amore è “presa di posizione” …

Nell’Evangelo, Gesù non solo consegna il “Pater” ma aggiunge anche un insegnamento sulla preghiera … il “Pater” è dato da Luca in una forma breve diversa da quella usuale che è tratta dall’Evangelo di Matteo: la forma sintetica di Luca, per molti esegeti, potrebbe essere una forma più vicina all’originale uscita dalla bocca di Gesù e di cui Matteo elaborerebbe una versione con allargamenti e chiarimenti. Qui il Padre è invocato semplicemente e senza alcuna specificazione: Padre! E’ come un’esplosione che parte dal profondo del cuore, dal profondo di quella coscienza filiale che Gesù viveva in modo unico e radicale, e che dona ai suoi discepoli, a coloro che mettono fede nella sua fede. E’ dalla fede di Gesù in questo Dio dei padri, che è suo Padre, che sgorga questo grido di fiducia che in Luca non ha bisogno di altro … solo Padre!

La santificazione del Nome” va colta rettamente perché tanti pensano che sia riconoscere la santità di Dio, in realtà qui si chiede che il credente possa essere lui stesso strumento della proclamazione della santità di Dio. La vita filiale, altra, differente (santa!) del credente racconta la paternità di Dio, l’alterità di Dio, cioè la santità di Dio!

L’altra domanda, quella circa il Regno (“Venga il tuo Regno”) probabilmente nella redazione più antica di Luca (testimoniata da alcuni manoscritti) suonava “Venga il tuo Spirito Santo su di noi e ci purifichi” (poi si sarebbe conformata per assimilazione al testo di Matteo diventando “Venga il tuo Regno”!). Ma comprendiamo che l’una cosa è radice dell’altra: se lo Spirito viene sulla Chiesa e la purifica, essa diviene luogo del Regno, diviene luogo in cui inizia a regnare Dio e non più il peccato (cfr Rm 6, 12).

Segue poi la domanda al Padre circa il pane necessario per ogni giorno…comprendiamo che è invito alla sobrietà e ad ogni logica di accumulo, di ogni fidarsi di ciò che si possiede. Chiedere il pane di ogni giorno è chiedere un cuore capace di fidarsi, un cuore abbandonato a Colui che è chiamato Padre. Se Lui è Padre non ho più bisogno di rifugiarmi nell’accumulo per provvedere all’incerto domani.

La domanda successiva è la richiesta del perdono dei peccati chiamati qui da Luca proprio “peccati” (amartías) e non “debiti” (oifeilémata) come Matteo … poi si parla di “debitori”, come Matteo, in modo che sia chiaro che il discepolo rimette, perdona, condona, rinunzia ai crediti … il discepolo è uno capace di “perdere” per amore del Padre; è uno che, amato da questo Dio che è Padre, è capace di avere un cuore come quello di un padre che ai figli tutto dona e nulla chiede.

L’ultima domanda da rivolgere al Padre è quella circa le tentazioni … cosa si chiede? Il semitismo che qui è usato, come in Matteo, farebbe pensare ad un Dio che “induce” alla tentazione; in realtà, lo sappiamo, la Scrittura non distingue la cause prime dalle seconde, o la causa attiva da quella permissiva per cui andando sempre alla “causa prima” si arriva sempre a Dio. In realtà qui si chiede a Dio di donare la capacità di attraversare la tentazione, la prova. La parola greca che Luca usa è “peirasmòn” che appunto significa “prova”, “ora di pressura”, “tentazione” a cedere al mondo ed alle sue vie. Le “prove” per l’Evangelo sono quelle che ha subito Gesù nel deserto quando il diavolo gli voleva indicare vie mondane; le “prove” sono quelle che lo stesso Gesù ha subito durante la passione, prove in cui ha dovuto attraversare il dolore, l’ingiustizia e la morte; “prove” perché ore in cui si deve restare fedeli, saldi nella fede, ore in cui è necessario resistere fidandosi di Dio. Tutto questo spalanca il cuore del discepolo ad una grande fiducia; “in primis” la fiducia di essere ascoltati da Dio. Il Padre ascolta la preghiera … questa era già ferma coscienza di Israele che, nella liturgia sinagogale, chiama Dio “shomea tefillah”, cioè “ascoltante la preghiera

Il Padre che Gesù ci narra ascolta e compie le vie dell’amore che ha nel suo cuore paterno. Come scriveva Bonhoeffer: “Dio non sempre esaudisce le nostre preghiere ma è sempre fedele alle sue promesse”. Colui che ascolta ci conduce per le vie delle sue promesse che non vengono meno, e a cui Lui non viene meno.

C’è una cosa che questo Padre non rifiuta mai a chi glielo chiede: lo Spirito Santo; lo Spirito è infatti quell’Amore che il cuore di questo Padre sente di continuo traboccare per i suoi figli; lo Spirito è quell’Amore che ha donato Gesù al mondo (cfr Lc 1,35) e che al mondo darà la Chiesa (cfr At 2, 1ss) generando figli nel Figlio. E’ lo Spirito che ci fa figli, è lo Spirito che grida in noi “Abbà” (cfr Gal 4,6)!

Ecco perchè l’Evangelo di oggi si chiude sulla promessa certa del dono dello Spirito! E’ Lui, lo Spirito, che ci può far dire, in verità, senza infingimenti, senza doppiezza, ma nella vera filialità “Abbà”! Il Padre non nega questo Spirito che fa figli, questo Spirito che permette all’uomo di riconoscersi creatura e figlio!

E’ quello che l’Adam era nell’“in principio”!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 




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Pentecoste – Compimento della Pasqua

FARE DELLA PASQUA LA VIA DA PERCORRERE NEL QUOTIDIANO

At 2, 1-11; Sal 103; Rm 8, 8-17; Gv 14, 15-16.23-26

 

La Pasqua di Gesù giunge oggi al suo compimento con il dono dello Spirito!

Nel libro degli Atti, Luca narra gli eventi che irruppero nella Chiesa al cinquantesimo giorno dalla Risurrezione (in greco cinquantesimo si dice “pentecostòs”), eventi che la Chiesa nascente comprese come pienezza del dono dello Spirito Santo che il Risorto inviava dal Padre suo. Luca inizia il suo racconto con una annotazione: mentre il giorno di Pentecoste stava per compiersi (ed usa il verbo “pleróo”); siamo, dunque, dinanzi ad un compimento. Anzi, dinanzi al compimento che è l’ingresso dello Spirito Santo nel mondo, dinanzi all’irruzione nella storia di Colui che è l’eterno amore del Padre e del Figlio; siamo dinanzi a questa irruzione dell’Amore nel cuore stesso dell’uomo!

Lo Spirito viene a custodire i credenti nella fede per renderli capaci di vita nuova segnata solo dall’amore; viene per dilatare il respiro della speranza lì dove gli uomini non avrebbero mai osato di dilatarlo! Viene per ricordare Gesù, viene – come ha scritto Paolo ai cristiani di Roma – a gridare nel nostro cuore, che ne era incapace, il dolce nome di intimità con Dio: Abbà! Lo Spirito viene a ricordare Gesù perché Egli non sia mai scambiato per un personaggio del passato; ne rende così attuali e vivificanti la parole, ne rende vivo e presente in ogni luogo ed in ogni tempo il suo Corpo nell’Eucaristia e, facendo questo, dà vita al suo Corpo che è la Chiesa!

Lo Spirito viene a trasformare sempre più gli uomini in fratelli…è opera grandiosa che porta compimento all’opera pasquale di Gesù di Nazareth che con la sua morte e risurrezione ha abbattuto il muro del peccato che separava l’uomo da Dio e l’uomo dall’uomo (cfr Ef 2, 14) …  ora lo Spirito irrompe con i suoi doni  accendendo d’amore i credenti e consegnandoli alla speranza.

La Pentecoste (Shevuoth) era per il popolo di Israele la festa del dono della Torah, e questo dono inestimabile della Legge data a Israele si compie nel dono di Colui che è la Legge definitiva … come Gesù, anche lo Spirito non viene ad abolire la Legge (cfr Mt 5, 17-18), ma viene a compierla in una pienezza incredibile … la Legge, infatti, si compie quando si ama con l’amore di Dio (pieno compimento della Legge è l’amore cfr Rm 13,10), e lo Spirito che è l’Amore del Padre e del Figlio è versato nel cuore dei credenti perché essi vivano da figli e non più da schiavi, perché essi siano liberati dalla paura per vivere nella vera libertà dei figli!

Lo Spirito è dato ai credenti perché essi siano sempre più coeredi di Cristo, portatori, cioè, di ciò che Cristo è, e di ciò che Cristo ha fatto … Cristo Gesù è Figlio, e lo Spirito ci fa figli, Cristo Gesù ha dato se stesso, e lo Spirito ci rende capaci di essere dono d’amore “fino all’estremo”; Cristo Gesù è assiso alla destra del Padre nei cieli  e lo Spirito – possiamo dirlo senza tema di sbagliare – è Colui che, dentro di noi ci grida sempre l’ulteriore e ci “trascina” verso la meta che è anche per noi il grembo di Dio.

Lo Spirito è allora Colui che suscita in noi la fede perché – come abbiamo ascoltato nel passo dell’Evangelo di oggi – ci ricorda Gesù che ci ha raccontato l’unico Dio in cui credere, che ci ha raccontato un Dio affidabile perché amante fino all’estremo. Lo Spirito è ancora Colui che suscita in noi l’amore perché Egli è l’Amore e, versato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5), ci spinge ad amare come Cristo ha amato (cfr 2Cor 5,14); lo Spirito, infine, è Colui che suscita e sostiene in noi la speranza perché mette nel nostro cuore quella speranza che non delude (cfr Rm 5, 4-5) perché fondata sull’evento Cristo!

La Pentecoste, dunque, è compimento perché il Dono che è lo Spirito rende il credente in Cristo compiuto (cfr Ef 4, 12-13), perfetto, incamminato cioè verso la pienezza della maturità.

Lo Spirito mette nel cuore i desideri di Dio e toglie sempre più – a chi da Lui si lascia guidare – i desideri della carne, cioè i desideri mondani, quelli che si oppongono a Dio.

Davvero la Pentecoste è la meta della Pasqua in quanto il Dono dei doni, che è lo Spirito, ci rende capaci di fare della Pasqua di Gesù davvero la via da percorrere nel quotidiano; insomma lo Spirito realizza in noi ciò che Gesù ha realizzato nella sua Pasqua: senza lo Spirito, la Pasqua di Gesù resterebbe opera sublime di amore e di vita che vince la morte ma sarebbe opera a noi inaccessibile!

In questo giorno santissimo di Pentecoste, nello Spirito, tutto questo ci è dato, e noi possiamo viverlo! Basta lasciarsi avvolgere dal fuoco dello Spirito che purifica, sana, riscalda, raddrizza, piega … è forte e dolcissimo, è riposo, è riparo, è conforto … è luce nel nostro profondo!

Se Cristo nella sua Pasqua ha creato l’uomo nuovo, è nello Spirito Santo che quell’uomo nuovo ci è donato e reso accessibile!

Dinanzi ai doni si possono fare solo due cose: rifiutarli o accoglierli! Chi accoglie il Dono che è lo Spirito e si lascia da Lui guidare è – come abbiamo ascoltato da Paolo – figlio di Dio!

Ecco: la Pasqua è compiuta! In Gesù Cristo il Padre voleva farci un solo dono, se stesso come Padre … voleva farci figli! La figliolanza è il grande compimento! Ed è il dono del Padre, attraverso il Figlio, nella potenza dello Spirito Santo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Quaresima – L’annunzio del perdono e della misericordia

LA TERRA DELLA FRATERNITA’ 

 Gs 5, 9-12; Sal 33; 1Cor 5, 17-21; Lc 15, 1-3.11-32

 

 Nella celebre parabola di questa domenica “Laetare”, la parabola del Figliuol prodigo (o, come meglio si dovrebbe dire, la parabola del Padre misericordioso), qual è il peccato più grande di quel figlio? Ha cercato una libertà per vie sbagliate? Certo! Ha sperperato tutti i suoi beni? Certo! Lo ha fatto tra prostitute e gozzoviglie? Certo! Ma il suo peccato più grande è stato quello di dubitare dell’amore del padre; è da questo peccato “primo” che sono scaturiti tutti gli altri! E questo fino alla discesa più estrema che ha sperimentato! Quando, condotto ormai allo stremo dai suoi peccati è in un porcile a pensare di contendersi le carrube con i maiali, si fa dei calcoli di convenienza sul ritornare o meno da suo padre, e di quel padre pensa una cosa terribile: “Non sono più da considerare un suo figlio, mi tratterà da servo!” E questo perché lo pensa? Ma perché è abitato dalla convinzione di non aver “meritato” il suo amore, non lo ha “meritato” perché è caduto nel peccato! Ecco il volto più subdolo ed imprigionante del peccato: credere che l’amore di Dio vada “meritato”!

Bisogna convincersi che quando il figlio prodigo giunge alla casa di suo padre non ha fatto, in verità, neanche un po’ di strada verso la “conversione”…la sua strada nuova inizia solo lì! Tutto il suo cammino di ritorno è solo un cammino di calcolo e di convenienza; il vero cammino di conversione inizia lì, sulla soglia della casa di suo padre quando scopre che non doveva “meritare” nulla, che non deve “meritare” nulla! Deve solo lasciarsi amare!

L’esperienza straordinaria che siamo chiamati a fare al cuore di questa Quaresima è quella di permettere a Dio di “sommergere” i nostri peccati nell’oceano del suo amore senza domande di ricambio, nell’oceano di quell’amore che non chiede nulla e tutto dona…che anzi chiede solo una cosa: che la nostra libertà si apra al suo amore che sana, accoglie, lenisce ed indica vie nuove e meravigliose di vita!

Con la sua libertà quel figlio era sceso fino agli abissi dell’essere “nulla”, ed ora con la stessa libertà deve aprirsi ad un abbraccio che lo chiama “figlio!”, un abbraccio che nulla gli sottrae, un abbraccio che non vuole ascoltare quel discorsetto che il figlio si è preparato e nel quale voleva dire una cosa orribile ed impossibile: “Considerami un tuo servo e non più un tuo figlio”!

Il figlio si getterà in quell’abbraccio e si convertirà perché gli è stato fatto conoscere davvero il cuore del padre!

E’ questa, allora, davvero domenica di gioia (è la cosiddetta Domenica “laetare”!) perché al centro della Quaresima c’è oggi un annunzio di perdono e di misericordia che è per davvero un evangelo, anzi è l’evangelo, è la buona notizia per eccellenza!

Proprio così: tutti, infatti, siamo assetati di perdono, tutti siamo assetati di una parola che ci guarisca e ci sani gratuitamente senza “se” e senza “ma”, senza ricatti morali, senza richieste! Siamo tutti degli assetati di perdono e sappiamo che l’unica cosa che ci guarisce profondamente è l’amore.

Accogliamo allora oggi questo evangelo in cui Gesù ci narra Dio con tratti meravigliosi! Ecco chi è Dio! E’ questo Padre sconcertante nella sua alterità: lo è con il figlio minore sciagurato e scialacquatore, un figlio partito in malo modo, ma sempre atteso senza il venir meno della speranza per lui; lo è con il figlio maggiore ancora più sciagurato perché pieno di un irritante e presuntuoso perbenismo. E’ un Padre sconcertante che fa sempre il primo passo…è lui che esce incontro al figlio minore, anzi gli corre incontro! Esce poi incontro al figlio maggiore, anzi questo è “pregato” da questo Padre strano…un Padre che è disposto a rimanere fuori con il figlio maggiore così come era rimasto in attesa di quell’altro figlio nella sua lontananza!

La finale della parabola è aperta: il figlio maggiore entrerà alla festa? Di certo fin quando il figlio maggiore non entrerà alla festa neanche il Padre vorrà entrarvi…la festa non inizierà fin quando i cosiddetti “giusti” non avranno il coraggio di sedere alla mensa dei peccatori con l’unico Padre comune! Fino a quel momento la festa sarà senza gioia piena, perché senza il Padre e senza il fratello maggiore non potrà esservi vera festa! La parabola era stata introdotta proprio da una polemica di un gruppo di “figli maggiori” scandalizzati di Gesù seduto a mensa con i peccatori! Sedendo a quella mensa di peccatori Gesù voleva raccontare ancora Dio…ma tutti quei “fratelli maggiori” non riuscivano a coglierlo perché troppo chiusi nella loro pretesa “giustizia”, troppo colmi di disprezzo per i peccatori…Gesù vorrebbe guarirli dal loro male…vorrebbe vederli entrare a sedere a quella stessa mensa…Solo chi fa questo entra davvero nella Terra Promessa, come ci ha raccontato il testo del Libro di Giosuè, perché la Terra Promessa è la terra della fraternità, e fin quando non si riconosce il Padre comune e fin quando non si guarda negli occhi il fratello come fratello e non come “giusto” o “peccatore”, non si è fatto nessun passo nella Terra della promessa di una umanità nuova, libera perché amata, libera perché amante!

Nella domenica della gioia il Signore ci chiede di lasciarci riconciliare, come ha scritto Paolo ai cristiani di Corinto, perché chi si lascia riconciliare deve riconoscere di non possedere alcuna “giustizia”, deve riconoscere che deve tutto ricevere perché è solo un peccatore fratello di peccatori! La festa della misericordia può esplodere solo se ognuno apre le porte della propria libertà accogliendo l’amore che perdona e sedendo alla comune mensa dei peccatori perdonati!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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