I Domenica di Quaresima – Togli la tentazione e nessuno si salverà

E’ LO SPIRITO A CONDURCI NEL DESERTO

Dt 26, 4-10; Sal 90; Rm 10, 8-13; Lc 4, 1-13

 

 La Quaresima inizia nel deserto!

L’Evangelo con cui la Chiesa ogni anno inizia questo tempo “favorevole” (un tempo, cioè, che può “favorire” la nostra piena adesione al Signore!) è quello del racconto delle Tentazioni di Gesù nel deserto. Quest’anno è il racconto di Luca che ci prende per mano e ci conduce in questo nuovo deserto quaresimale in questo anno di grazia.

Il deserto…è il luogo in cui si rimane con se stessi, in cui è possibile fare i conti con se stessi, è il luogo in cui si scopre l’emergere dal profondo di noi delle dominanti mondane che vorrebbero fagocitarci e possederci. Il deserto è il luogo in cui è necessario riconoscere che dal profondo di noi emerge la tendenza a “salvare se stessi”, a volere per sé gli altri per usarli, a volere per sé le cose per usarne, a volere per sé il potere per essere assolutamente indipendenti da chiunque! Moti tutti che sorgono da dentro l’uomo, e che sono sua responsabilità…non dipendono dagli altri, dalle loro provocazioni o miserie…il deserto è utilissimo anche per questo: ci riconduce a noi come responsabili dei nostri moti negativi e ci impedisce di accusare gli altri (che non ci sono!); perfino Gesù, vero Dio e vero uomo, non potette non sperimentare queste dominanti mondane che gli insorgevano da dentro per la scelta di Dio di condividere “in tutto la nostra condizione umana” (cfr Eb 2, 17-18).

Il deserto è “icona” di questo tempo di Quaresima perché questo tempo è un tempo per stare difronte a noi stessi, direi, con brutalità, senza darsi sconti, senza chiudere gli occhi; è un tempo per invocare da Dio una più grande conoscenza di sé; per permettere alla Parola di essere scudo e baluardo dinanzi alle onde del mondo, che vorrebbero invadere la nostra umanità disumanizzandola.

Il racconto evangelico delle Tentazioni ci suggerisce una cosa di capitale importanza: è lo Spirito che conduce Gesù nel deserto! E anche per noi è così: non è la nostra buona volontà a spingerci nel deserto quaresimale, è lo Spirito che vuole condurci in questo deserto per un “faccia a faccia” con la nostra verità. Un “faccia a faccia” doloroso e faticoso, ma in cui la presenza dello Spirito è garanzia di un’autentica possibilità di lotta e di una lotta “non disperata”!

Il cammino di Quaresima è un cammino che vuole, in fondo, solo una cosa: la ripresa coraggiosa del primato di Dio nel cuore del credente. Un primato che si può proclamare quando si è “conosciuto” il Signore, si è fatta, cioè, vera esperienza di essere amati e salvati, quando si è fatta esperienza di figliolanza!

Il testo del Deuteronomio che si legge in questa domenica ci fa fare una lettura dell’opera di salvezza definitiva che Dio ha compiuto, ci racconta in modo sintetico l’esperienza dell’Esodo in cui Israele “conobbe” il Signore… L’esito di quell’esperienza fu una terra di libertà. In quella terra di libertà però Israele deve imparare a riconoscere il primato di Dio e la salvezza che viene solo da Lui; solo se farà questo rimarrà radicalmente libero! L’offerta delle primizie, che il Deuteronomio prescrive, va proprio in questa direzione: deporre davanti a Dio quei frutti e prostrarsi è riconoscere la sua signorìa, il suo primato, la sua paternità. Quando Israele non lo farà (o lo farà solo ritualmente!) cadrà nell’idolatria, e potrà giungere a servirsi di Dio per avere potere o farsi valere.

Nel deserto Gesù è tentato proprio su questo primato di Dio, di quel Dio che, nel Battesimo al Giordano, gli si è rivelato come Padre. (cfr Lc 3, 21-22). Una paternità che va riconosciuta e vissuta, non usata! Le tentazioni che Luca racconta (in diverso ordine rispetto a Matteo) sono quelle che può subire il credente, la Chiesa; le subì già Israele. E’ la tentazione di far coincidere il progetto messianico, il progetto dell’Evangelo, con un progetto sociale e politico, o la tentazione di una manifestazione spettacolare e risolutiva della “religione”. Per ben due volte il diavolo si rivolge a Gesù con una parola terribile: Se sei figlio di Dio…è terribile perché mette in gioco la figliolanza, ciò che Lui è…mette in gioco e in dubbio l’esito del faticoso cammino di comprensione di sé che Gesù ha compiuto fino al Battesimo al Giordano. Sulla parola paterna di Dio Gesù scommette tutta la sua vita, per quella parola farà bruciare di amore tutta la sua fedeltà…e ora, proprio su quella parola di dichiarazione di figliolanza, il tentatore insinua il suo veleno…

Il demonio, infatti, cerca di insinuare il dubbio sulla figliolanza in modo subdolamente strumentale: quello che vorrebbe è che Gesù usasse la paternità di Dio e non le fosse obbediente nell’amore “fino all’estremo”. Vorrebbe che Gesù, profittando di quella figliolanza, imboccasse una via disumana: saltare la fatica dell’umano e della storia. E’ il contenuto della prima tentazione: le pietre da far diventare pane sono l’icona terribile di una fatica da saltare…il pane, infatti, non si fa con le pietre ma con una molteplice fatica (dal contadino al fornaio) tesa a dare cibo e vita agli uomini.

Gesù, che è venuto ad umanizzare l’uomo, non può e non vuole avallare questa via miracolistica e deresponsabilizzante…Dio non è un ponte che scavalca l’umano, è invece la strada per attraversarlo e gustarlo fino in fondo…

La terza tentazione per Luca è a Gerusalemme, meta di tutto il suo Evangelo e quindi anche della via anti-evangelica che il diavolo propone a Gesù. Questa tentazione a Gerusalemme è la suprema perché è la tentazione della “religione”: buttarsi giù dal Tempio può apparire un gesto che manifesta la grandezza e la potenza di Dio, un gesto che “rivelerebbe” la sua gloria! Il problema è che la gloria di Dio non è uno spettacolo stupefacente, la gloria di Dio è lo spettacolo della croce! Solo in quello spettacolo (Luca dirà “theorìa” cfr Lc 23,48) ci sarà la vera rivelazione di Dio! Anche per questa tentazione il diavolo la gioca sul dubbio della figliolanza…un uso, lo ripeto, strumentale del dubbio; perché il dubbio porti all’uso di Dio.

Il diavolo è sottile perché sa che chi usa Dio gli toglie il primato e la signoria, chi usa Dio (o pretende di farlo) lo cosifica, e proclama se stesso signore di tutto, perfino di Dio che usa come strumento per i propri fini.

Nella seconda tentazione Dio non è neanche nominato dal diavolo perché in questa tentazione egli vorrebbe sostituirsi a Dio davanti a Gesù, tanto che osa chiedergli adorazione! Una mostruosità senza fine: Dio in adorazione della perversione e del potere! Dinanzi a questa tentazione seducente ed inebriante di un potere senza limiti ma comprato con l’unica moneta che lo ottiene, l’“adorazione” del male, è Gesù che proclama il nome liberante di Dio, e ancora citando la Scrittura (cfr Dt 6, 13)…

Gesù vinse realmente le tentazioni perché veramente ebbe fame e pensò di soddisfarla saltando le fatiche degli uomini; veramente si sentì inebriare dalla visione di un potere inimmaginabile; veramente sentì bruciargli dentro la tentazione di usare Dio per soggiogare gli uomini…veramente sudò sangue dinanzi all’orrore della croce e di una morte che il mondo gli gridava “inutile” e “insensata”…

Gesù, con la forza dell’amore per il Padre e per gli uomini suoi fratelli, con l’amore per la Parola contenuta nelle Scritture attraversò la tentazione! E fu inizio del suo esodo, inizio della sua Pasqua! Per attraversare davvero la tentazione, infatti, Gesù alla fine morì sulla croce per amore del Padre e degli uomini; lì superò l’estrema tentazione di salvare se stesso con le sue mani e lo fece consegnandosi alle mani “invisibili” del Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (cfr Lc 23, 46).

Attraversare le tentazioni è principio di esodo anche per noi…questo attraversamento sarà la nostra Pasqua. Gesù ci ha preceduti e ci ha aperto una strada. Come scriverà Agostino: “Ha vinto per no”.

Su quella sua vittoria iniziamo questa Quaresima per giungere all’esodo pasquale assieme a Gesù. Con Lui sarà possibile attraversare la nostra esistenza di uomini segnati dalla tentazione dell’autosufficienza e della gloria. Con Lui sarà possibile riaffermare il nostro essere figli consegnati alle mani del Padre. Con Lui, percorrendo le strade delle Scritture, opporremo al mondo i nostri “no” in quella lotta che ci salva perché  come diceva S. Antonio il Grande: “Chi non avrà conosciuto la tentazione non potrà entrare nel Regno dei cieli, togli la tentazione e nessuno si salverà”.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Battesimo del Signore – Vivere da battezzati

ESSERE FIGLI NEL FIGLIO, ARDENTI NEL FUOCO

Is 40, 1-5.9-11; Sal 103; Tt 2, 11-14; 3, 4-7; Lc 3, 15-16.21-22

 

Battesimo di Cristo (Icona, Museo di Belgrado)

Questa domenica conclude, con grandissime prospettive, il Tempo di Natale e ci proietta in quel cammino quotidiano che la liturgia della Chiesa sottolinea come “Tempo ordinario” che non è un tempo “minore”, di minore importanza, ma è la nostra vita appunto “ordinaria”…qualcosa, dunque, di grande importanza!

La domenica del Battesimo del Signore ci ripresenta, come una grande sinfonia, tutti i temi che, in qualche modo, abbiamo udito e contemplato nei giorni del Natale. Risentiamo oggi le parole della consolazione per bocca del Profeta Isaia; infatti, la presenza di Gesù, il Figlio eterno fatto carne, vicinanza estrema di Dio, è davvero consolazione per le vie dolorose della storia, è davvero via dritta e spianata per giungere alla nostra piena umanità, come ha scritto Paolo nel bellissimo testo della Lettera a Tito che abbiamo ascoltato anche nella Notte del Natale: E’ venuto ad insegnarci a vivere in questo mondo…è questa la via della rivelazione cristiana per giungere a Dio…la via dell’uomo!

E il Figlio si immerge nelle acque torbide del nostro peccato, uomo tra gli uomini, infinitamente santo ma in fila con i peccatori, Signore della storia ma sottomesso alla mano del Battista!

Ora di grazia questa discesa nel Giordano; ora di grazia per noi uomini; ora di grazia per lo stesso Gesù che qui termina il suo percorso, diremmo oggi, di discernimento, nella ricerca della sua identità; ora di grazia per Lui che riceve dal Padre quella parola rivelativa: “Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto”!

Finalmente qui Gesù sa pienamente la sua identità di Figlio e la sua missione di salvezza che già il suo stesso solo nome portava. “Gesù” è in ebraico “Jeoshuah” che vuol dire proprio “Il Signore salva”. Con Gesù dalla nostra parte, in fila con i peccatori fino a diventare egli stesso “peccato” appeso alla croce, inizia per noi uomini un tempo nuovo, un tempo di consolazione e di possibilità di vita altra, tempo di compagnia piena e definitiva di Dio. In Gesù si manifesta la vicinanza  estrema di Dio alla storia e ad ogni uomo!

Nel passo di Luca che oggi si ascolta è impressionante un contrasto: il Battista, per dichiarare senza mezze misure di non essere lui il Cristo, sottolinea una infinita distanza tra lui stesso e quel Veniente che battezzaerà in Spirito santo e fuoco; dirà, infatti: “Non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali”. Dio invece, in quel Figlio sceso nel Giordano, grida la sua vicinanza all’uomo e alla storia!

Al Giordano Dio finalmente si rivela per quello che è: Padre e Figlio e Spirito Santo! Così la terra è raggiunta dalla voce del Padre, dalla carne del Figlio, dalla discesa dello Spirito “in forma corporea”; forte richiamo, questo, alla corporeità dell’uomo il quale lì, nella sua carne, dovrà dare accesso a Dio, al suo Soffio rinnovatore.

Se il primo Adam si era nascosto da Dio e i cieli si erano chiusi (cfr Gen 3,8.24), quest’ultimo Adam, Cristo Gesù, si spalanca a Dio nella preghiera e i cieli si aprono sulla storia degli uomini! Luca annota con sottigliezza, infatti, che la manifestazione di Dio avviene dopo il Battesimo e mentre Gesù pregava.

 “Pregava”… sì, è solo nella preghiera che il nostro essere figli si fa chiaro, e può dipanarsi come vita altra, vita di figli e non di schiavi, vita nella storia, “in questo mondo”!

La preghiera è l’“atmosfera” in cui il battezzato può sopravvivere come figlio! Senza questo “respiro” di vita che è la preghiera, pure se “nati” nel Battesimo, si muore soffocati quali figli di Dio!

Gesù di Nazareth nel “respiro” della preghiera scopre il suo vero volto di Figlio ascoltando la voce del Padre; nella preghiera permette ai cieli di aprirsi di nuovo per la storia…il “grido” di Isaia (63,19) riceve finalmente risposta: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”

La teofania del Giordano ci dice che i cieli ormai sono aperti: il Figlio è venuto nella nostra carne, lo Spirito di Dio aleggia di nuovo sulle acque per una nuova creazione (cfr Gen 1,2), la voce del Padre risuona colma di tenerezza e di compiacimento per l’uomo! Ora davvero tutto è possibile all’uomo amato da Dio!

Il Figlio amato sceglierà liberamente e per amore di pagare un prezzo per donarci la santità che è, non stanchiamoci mai di ripeterlo, piena umanità! Il Figlio di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, oggi lo contempliamo “affogato” nelle acque del Giordano sporche del peccato dell’uomo che il Battista immergeva per la conversione, ma lo contempleremo ancora confitto al legno dei maledetti per portare a pieno compimento la sua scelta di essere “con noi”!

Gesù nel suo amore ci ha davvero immersi in Spirito Santo e fuoco nel giorno del nostro Battesimo; in quel giorno santo per ognuno di noi ci è stato fatto un grande dono; in Gesù Dio ci ha fatti suoi e ha acceso in noi un fuoco che brucia tutto ciò che di Dio non è, e ci fa ardere di quell’amore capace di dare la vita! Il solo vero amore, perché vero amore è solo quello che dona la vita!|

Vivere da battezzati è questo! Essere figli nel Figlio ardenti del fuoco di Dio! E’questo il fuoco che dovrebbe scaldare e rinnovare il mondo.

I santi lo fanno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santa Famiglia – La narrazione di una Pasqua

GESU’, SMARRITO PER TRE GIORNI, E AL TERZO RITROVATO 

1Sam 1, 20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3,1-2. 21-24; Lc 2,41-52

 

Cristo tra i dottori (A. Dürer, Museo Thyssen – Madrid)

Il mistero del Natale si apre ad una vita tutta donata; la sapienza della Chiesa ce lo fa subito capire ponendo nel giorno successivo al Natale la festa di Santo Stefano, il Primo Martire; la vita di quel Bambino che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme sarà vita pienamente umana, e tutta la rivelazione cristiana ci grida che si è veri uomini solo se si ama fino all’estremo, perdendosi per amore (cfr Mt 10,39). Così fu la vita di Gesù, e così deve essere la vita del discepolo di cui Stefano subito è stato “icona”. Vita donata giorno per giorno, vita spesa per Dio e per gli uomini ma nella gioia…vita che, per Gesù, culminerà nel dono pasquale fatto sulla croce, ma che è vita spesa amando giorno dopo giorno e trovando in quell’amore la bellezza, la bontà ed il senso…

Questa domenica, detta della Santa Famiglia (una festa che direi “pastorale” in quanto creata di recente per avere un’occasione, appunto “pastorale”, per parlare della “famiglia cristiana”), oggi ci dà l’agio di fare un discorso più ampio su ciò che consegue al mistero dell’Incarnazione di Dio. Non farei allora oggi il solito discorso “trito” sulla famiglia quale “primo nucleo della società”, sulla sua “sacralità” naturale e cristiana…non lo farei anche perchè – diciamocelo francamente – mai come in questi ultimi decenni noi Chiesa abbiamo  parlato di “famiglia” e mai come in questi ultimi decenni la “famiglia” patisce di lacerazioni e disfunzioni! Il problema, a mio umile parere, non è parlare della famiglia ma è annunziare l’Evangelo; quando si fa seriamente questo si evangelizza tutto l’uomo in tutti i suoi ambiti di vita e quindi anche in quel primo ambito che è la famiglia. E’ allora necessario che noi annunziamo con coraggio, con profondità, senza edulcorazioni e diminuzioni il mistero di Cristo, è necessario che noi credenti in Lui facciamo innamorare gli uomini di Cristo perchè lo cerchino giorno per giorno.

Oggi la liturgia ci dà l’occasione di fare una lettura globale di questo mistero di Cristo e ci invita ad una ricerca appassionata di Lui che è venuto a cercarci prendendo la nostra carne. L’esito, come scrive Giovanni nel tratto della sua Prima Lettera che ascoltiamo quale seconda lettura, sarà il vivere da figli.

Il racconto di Luca che la Chiesa oggi propone è la conclusione dell’Evangelo dell’infanzia lucano: è un passo direi “unico”. “Unico” perchè pare “fuori schema” rispetto a tutto il racconto dell’infanzia; “unico” perchè è l’unico squarcio che gli Evangeli ci aprono sulla vita di Gesù prima del Battesimo al Giordano…e questa “unicità” ci conduce certo ad una sua funzione specifica. Il testo, insomma, non va letto ingenuamente. Uno smarrimento, quello del ragazzo Gesù, che avviene in un contesto preciso: la Pasqua; ed avviene all’interno di una vera fedeltà di Maria e Giuseppe alla Legge del popolo santo di Dio (“si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua”). Un episodio che, al di là del racconto banale della “scappatella” di un adolescente intelligente, contiene un mistero di Dio ed un appello per noi cui è consegnato l’Evangelo.

Il contesto pasquale ci rimanda alla fine dell’Evangelo quando in un’altra Pasqua Gesù verrà ugualmente smarrito per tre giorni ed al terzo giorno ritrovato dopo un’angoscia grande. In quel ritrovamento ci sarà la definitiva rivelazione della figliolanza divina. Per Luca, infatti, il Gesù pasquale rivela il Padre, sia sulla croce (“Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” cfr Lc 23,46), sia nel giorno della risurrezione (“io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso” cfr Lc 24, 49)…e anche questo Gesù dodicenne rivela la sua figliolanza dichiarando che deve essere nelle cose del Padre suo. Dobbiamo far caso che le prime e le ultime parole di Gesù nell’Evagelo di Luca sono un rinvio al Padre!

Il protagonista del racconto è Gesù. Finalmente! Sì, finalmente, perchè fino a questo momento nel racconto di Luca si era parlato di Lui ma non come di uno che agisce direttamente; ora no, ora per la prima volta Gesù parla. Insomma Gesù rivela di essere Figlio e di appartenere tutto al Padre; nella prima lettura si è detto che Samuele è ceduto per tutti i giorni della sua vita al Signore; così è Gesù: è del Padre, ed in Lui la carne dell’uomo deve fare questo passaggio, scegliere di essere di Dio! E senza mezze misure!

La vocazione ultima e prima del cristiano è offrire la propria carne all’Incarnazione di Dio; è mostrare che si può essere nelle “cose del Padre” fino in fondo; è dare alla storia il “respiro” di Dio; è permettere a Dio di piantare ancora la sua tenda in mezzo agli uomini (cfr Gv 1,14).

Gesù giovinetto, smarrito per tre giorni ed al terzo ritrovato, è allora narrazione di una “Pasqua annunziata” che si compie in Gesù perchè in Lui, come già dicevamo a Natale, l’”esodo” è iniziato. Il “vecchio uomo”, in Lui, si è mosso verso il “nuovo”; il “vecchio uomo” ormai si è iniziato a versare irreversibilmente nel “nuovo”! Tutto sarà costoso…ma la novità di Cristo già oggi si può insinuare in tutte le realtà umane, in tutte le strutture umane.

Spetta a noi permettere all’uomo che siamo di incamminarsi verso quell’essere nelle cose del Padre; sempre più in pienezza.

Il mistero della figliolanza sarà così visibile e palpabile nelle nostre vite! E sarà annunzio di speranza!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XVII Domenica del Tempo Ordinario – Al cuore della Preghiera

MAESTRO, INSEGNANCI A PREGARE

Gen 18, 20-32; Sal 137; Col 2, 12-14; Lc 11, 1-13

 

Per l’Evangelo di Luca la preghiera che Gesù insegna (in Matteo è il Padre nostro, in Luca l’invocazione è semplicemente Padre) sorge dalla preghiera di Gesù stesso.

Accogliere il Signore-Samaritano in viaggio per “cercare” le nostre ferite è lasciarsi trovare da Lui permettendogli di amarci (parabola del Buon Samaritano), accoglierlo è ascoltarlo dando a Lui il primato, riconoscendo che l’ascolto è davvero l’‘unum necessarium’ (sosta in casa di Marta e Maria), accoglierlo è pregare dallasua preghiera, nella sua preghiera (Evangelo di questa domenica).
I discepoli sono rapiti dall’aver guardato la preghiera di Gesù. Da lì scaturisce in loro una nostalgia di preghiera vera, autentica, vitale: Maestro, insegnaci a pregare. Il problema è sempre lo stesso: avere lo sguardo fisso su Gesù (cfr Lc 4, 20; Eb 12,2). E’ stupefacente osservare come tanti cristiani abbiano reticenza perfino a nominare il nome di Gesù…A volte perfino in certe riunioni “ecclesiali” il grande assente è Lui; non lo si nomina, non si tiene lo sguardo su di Lui…e così tutte le storture e le derive sono possibili…anzi, sono certe!

E’ necessario entrare nella preghiera di Gesù per cogliere di essa quello che è possibile e decisivo per noi…la risposta che Gesù dà alla domanda di preghiera dei suoi dà loro accesso alla dinamica filiale della sua preghiera e, partendo dal loro desiderio, spalanca loro i confini di un desiderio che ha bisogno di allargarsi, di espandersi verso l’infinito.

Tutto questo Gesù lo compie però in una grande concretezza; una concretezza mai banale né ristretta. La versione di Luca nella sua forma sintetica è fortemente evocativa di un concreto che si apre all’oltre, a quello che noi uomini neanche oseremmo pensare.

Al cuore del Pater c’è una domanda che ci porta direttamente a ciò che noi siamo: bisogno di pane, fragilità che chiede nutrimento, vita che non si alimenta da se stessa ma che ha bisogno dell’altro. Il pane evoca gli altri…quante mani occorrono per fare un pane! Tante: l’aratore, il seminatore, il contadino, il mietitore, chi impasta, chi inforna…gli altri…chiedere il pane significa sapere che si ha un bisogno vitale e che la risposta è negli altri, è in un Altro da cui ogni dono proviene.

Il Pater è allora una preghiera che ci consegna alla verità su di noi e su Dio: Dio è Padre, noi siamo fragilità, bisogno, fratelli intrecciati in una storia in cui senza l’altro si è miseri e perduti. La verità su di noi è ancora un’altra: noi siamo anche peccatori e perciò bisognosi di misericordia…tra di noi non c’è nessun giusto…Abramo, nella prima lettura tratta dal Libro della Genesi, sogna che tra gli abitanti di Sodoma ci sia per lo meno qualche giusto…non se ne trovarono…il Pater ci dona la certezza che nella nostra ingiustizia noi possiamo esser fatti giusti da un amore di misericordia, da un amore paterno che si getta alle spalle la nostra ingiustizia; il Padre che Gesù ci chiede di pregare è misercordia che non si spaventa della nostra fragilità; Perdonaci come noi perdoniamo è la richiesta che Luca pone nella sua versione della preghiera di Gesù: l’esperienza di essere perdonati genera capacità di perdono, genera misericordia. Il Padre di Gesù non solo è colui che ci dà pace con il perdono ma è colui che nella tentazione ci è accanto e ci sostiene aiutandoci a lottare. Non ci toglie la tentazione, non può farlo, ma nella tentazione, come già disse un giorno ad Antonio il Grande nel deserto, lotta nella nostra lotta.

Insomma, l’Evangelo di questa domenica ci conduce al cuore della preghiera di Cristo per insegnarci il cuore della preghiera e Gesù non ha paura di chiederci di osare pregando. Già Abramo, come abbiamo ascoltato, osò dinanazi a Dio che scendeva contro Sodoma e Gomorra; si fece intercessore (alla lettera: colui che fa un passo “tra”), si pose tra Dio ed i “peccatori”, rischiò di persona; nelle città perverse, però, non si trovò neanche un giusto. Nella “nostra città perversa” oggi un giusto il Padre lo trova: Gesù. L’intercessione di Lui è potente e ci dona pace e libertà. Abramo fu capace di osare, di avere un grande desiderio, di volare alto. La preghiera del Pater è proprio su questa linea: desidera farci compiere un passaggio, direi un’esodo coraggioso: dai nostri bisogni, al bisogno che noi siamo. Abbiamo bisogno dei doni di Dio ed è bene che lo ricordiamo in un sano realismo, ma è vero pure che siamo bisognosi di Lui. Cerchiamo le consolazioni del Padre, ed è giusto, ma dobbiamo passare a cercare il Padre delle consolazioni. L’Evangelo di oggi ci insegna a pregare e pregando ci spinge ad avere grandi desideri. Sì, grandi desideri! Solo se abbiamo grandi desideri saremo accoglienza del grande Dono: il Padre darà lo Spirito Santo a quanti glielo chiedono. Così si conclude il passo dell’Evangelo di oggi. Non a caso alcuni codici all’inizio del Pater di Luca hanno una domanda diversa rispetto al Venga il tuo regno di Matteo: Venga il tuo Spirito su di noi e ci purifichi. Ecco il grande dono! Se però non dilatiamo il cuore nel desiderio, a desiderare di concepire l’inconcepibile e credere che l’impossibile è possibile, rimarremo sempre in ovili ristretti, berremo sempre a pozzanghere stagnanti, non respireremo nell’esteso spazio della vera libertà.

Diciamoci la verità: oggi si preferiscono i bassi profili ed i desideri da quattro soldi con la scusa di non volere troppo o di non voler rimanere delusi; oggi non si vogliono grandi sogni, ma piccoli progetti possibili! Così si mostra tutta l’empietà che ci abita e troppo spesso ci abita anche come Chiesa! Infatti, dietro questi bassi profili non c’è affatto umiltà o fragilità, ma c’è solo superbia, orgoglio cieco che ci suggerisce di desiderare solo ciò che è possibile a noi, alle nostre opere! Inoltre i grandi sogni costano…per lo meno si pagano con l’essere incompresi…per lo meno! Chi però ha sperimentato la paternità di Dio sa che può osare, che l’impossibile è possibile presso Dio, sa che Dio non ci dona solo il pane, un pesce o un uovo per i nostri bisogni immediati…sa che Lui attende di darci molto di più! Attende addirittura di darci il suo Spirito che ci santifica!

Grandi desideri! Grandi sogni! Non smettiamo di nutrirli! Gesù, il Signore, fu qui tra noi uomo di grandi desideri e di grandi sogni! Noi siamo il frutto dei suoi sogni! Gesù sognava affondando le radici in una preghiera audace, che non si stancava; una preghiera che non fu sconfitta neanche dai chiodi e dall’odio dei suoi nemici; una preghiera che nell’estremo della croce osò chiedere misericordia per chi non aveva misericordia, per i crocifissori per nulla pentiti di quell’orrore che commettevano. In quell’ ora il giusto si trovò: era lì appeso al legno…l’intercessione che Abramo aveva osato iniziare si compì per sempre.

E allora ci vuole coraggio: per Lui, per Cristo Gesù, noi osiamo pregando e osando preghiamo!

 




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