XV Domenica del Tempo Ordinario – Il Buon Samaritano

 

…UNA PARABOLA DEL FIGLIO!

Dt 30, 10-14; Sal 18; Col 1, 15-20; Lc 10, 25-37

 

Il Buon Samaritano (Van Gogh)

La grande attenzione che oggi si deve fare dinanzi a questa pagina dell’evangelista Luca che è al cuore di questa domenica è quella di non ridurla a parola moralistica che dà buoni consigli religiosi e pii invitando a comportamenti solo etici…questa pagina infatti non è questo e se indica una via morale non è cero questo il suo primo scopo.

Il dottore della Legge che chiede a Gesù che cosa deve fare per avere la vita eterna si sente ricondotto da Gesù stesso verso quel campo della Santa Scrittura di cui dovrebbe essere esperto; la risposa che dà a Gesù, pure esatta ed unificante (Luca pone sulle labbra di questo personaggio l’unificazione tra amore per Dio ed amore per il prossimo) attende ancora un compimento, un compimento che consiste nell’andare oltre quel “come se stessi”.
Gesù conduce pian piano il dottore della Legge verso questo compimento, e lo fa sottolineando quella parola d’amore che Dio ha pronunciato sul suo popolo, una parola che, come oggi ascoltiamo dal passo del Deuteronomio, è stata posta sulle labbra e nel cuore del popolo perché sia fatta, sia fatta diventare vita.

La parola dell’amore vuole concretezza, e il dottore della Legge lo comprende; ecco, infatti, che il suo domandare, nato insidioso e malizioso («un dottore della Legge si alzò per tentare Gesù», cosi scrive Luca), pare che qui si trasformi in domanda sincera. La risposta a questa domanda è la celebrare parabola del Buon Samaritano.

Il dottore chiede a Gesù, in fondo, “dove” e “a chi” donare quell’amore preziosissimo che è al cuore della Legge. Gesù, che rifugge dai mille casi e pure dalle rispostine pie e preconfezionate, risponde con il racconto di una storia! Una storia precisa, ma ampia, tanto ampia da avere il sapore della storia dell’umanità, da avere il sapore della storia della sua stessa vicenda di uomo tra gli uomini.
Alcuni Padri, infatti, amano chiamare questa parabola non del Buon Samaritano ma Parabola del Figlio, intendendo che in questo racconto è adombrata la vicenda del Figlio di Dio che si accosta compassionevole alle nostre piaghe. Così i Padri ne fecero una straordinaria allegoria per cui ogni elemento della narrazione divenne, nella loro lettura, un simbolo della vicenda della nostra salvezza, dalla locanda-Chiesa ai due denari interpretati in svariati modi…

Senza entrare in questi particolari, quello che mi pare vada custodito è che certamente Gesù che sta rispondendo alla domanda del dottore (Chi è il mio prossimo?) con una storia che non fa altro che raccontare il suo modo di agire con l’uomo. Non è un caso che in questa parabola tutti i personaggi abbiano una specificazione che dà loro un nome: i briganti, un sacerdote, un levita, un samaritano, l’albergatore…tutti tranne uno: colui che non fa nulla, tranne che lasciarsi amare e servire dal samaritano dopo essere stato vittima di briganti… lui è semplicemente un uomo.

Di fronte all’uomo ci si può porre con rapina, con violenza, con indifferenza, col passare oltre oppure con compassione.
«Un samaritano passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione» dice Luca (in greco esplanchnìste dal verbo splanchìizo), usando un verbo che nei Vangeli è usato per dire della commozione profonda di Gesù (cfr Mc 6, 34; Lc 7, 13); è il verbo della commozione della donna-madre dinanzi al dolore del proprio figlio, dinanzi al pianto del proprio figlio…è commozione viscerale, è dolore che parte dall’”utero” dove quel figlio si è formato. Il verbo greco che Luca usa è lo stesso che traduce, nell’Antica Alleanza, il verbo ebraico che i profeti usano per dire che il Signore si commuove per il suo popolo (cfr Os 11, 8). Questo verbo dunque tradisce l’identità del samaritano: adombra Gesù stesso, Gesù che si è accostato all’uomo ferito, abbandonato a se stesso, preda della violenza e della morte.

Capiamo così che la parabola è rivelativa, ed è necessario perciò leggerla non sul piano morale, che resta sullo sfondo come conseguenza di quell’evento d’amore che è il Figlio di Dio, venuto a cercarci sulle nostre strade di deserto e di morte.

La parabola ci invita a cambiare le prospettive delle nostre domande a Dio, domande sempre sul piano moraleggiante, sempre con lo scopo di farci rassicurare sulle cose da fare. «Chi è il mio prossimo?», aveva chiesto il dottore intendendo chiedere “Chi devo amare?”
La risposta di Gesù è assolutamente capovolgente: il tuo prossimo è chi ha compassione di te!

E’ una risposta sconvolgente!
Non bisogna cercare tanto a favore di chi agire, a chi dispensare la propria generosità, quanto è necessario farsi trovare da Colui che ha compassione di noi. Se non ci lasciamo trovare da Gesù, che è venuto a cercarci nella nostra povertà ferita e malata di morte, non potremo essere capaci di misericordia vera. Se non ci lasciamo afferrare da Lui che vuole farsi carico di noi, la nostra sarà sempre una parodia di misericordia, una parodia di amore per il prossimo. Una parodia perché il grande rischio è che i nostri siano gesti ed atti egoistici paludati da amore, gesti protesi a volersi sentire buoni e giusti. Questo non accade invece quando mi lascio trovare da Gesù, quando gli so mostrare le mie ferite, le mie solitudini senza speranza, le mie impotenze…allora dovrò abbandonare ogni autosufficienza, ogni pretesa di attività e dovrò lasciarmi vedere, amare, curare, caricare, affidare da Gesù. Riconoscendo in primo luogo che Gesù si è fatto a me prossimo,  fisserò lo sguardo su di Lui e sulla sua gratuità ad ogni costo…allora capirò come «amare il prossimo come me stesso» chiede un oltre, chiede un compimento: contemplando Colui che si è fatto buon samaritano per me capirò che l’amore parte dall’amare il prossimo come me stesso, ma deve compiersi in un amare il prossimo più di me stesso, in un amore fino all’estremo.

Un amore così solo Gesù ce lo può dire e donare.

Il racconto allora è chiaramente rivelativo perché ci conduce alla contemplazione di Gesù, il Figlio di Dio nella nostra carne in cui, come dice l’autore della Lettera ai cristiani di Colosse, di cui oggi leggiamo un tratto del primo capitolo, «abita ogni pienezza» e che ha riconciliato il mondo «con il sangue della sua croce»; ha amato con il suo sangue, nel suo sangue.

La via della vita eterna, di cui il dottore della Legge chiede all’inizio del suo incontro con Gesù, passa per l’amore di Gesù; è il lasciarsi amare nella verità per camminare, pur se con fatica, verso un amore nella verità, un amore che non abbia paura di amare il prossimo più di se stesso.
Questa è la via di Gesù.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Maria S.S. Madre di Dio – Le promesse di Dio

LE NOSTRE RADICI NELLA SANTITA’ DI ISRAELE

  –  Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2, 16-21  – 

Il nuovo anno solare inizia con una liturgia piena di luce per la nostra umanità, per la storia…un nuovo anno è ancora un pezzo di storia che si dischiude innanzi a noi uomini. Su questa storia è spalancata una luce che è più forte di tutte le tenebre che pure paiono incombenti…

La prima lettura che oggi la liturgia propone è tratta dal libro dei Numeri, ed è la benedizione che i sacerdoti di Israele dovevano (e devono) pronunciare sul popolo santo di Dio; una benedizione che è presenza del Signore ed è la luce del suo volto che brilla per il popolo…la luce del volto è il sorriso, è quel sorriso di benevolenza e di amore che Dio ha per il suo popolo…Nella notte di Natale però abbiamo sentito che gli angeli hanno cantato una nuova benevolenza di Dio, una benevolenza estesa a tutti gli uomini. Ecco la luce con cui inizia questo nuovo anno: è l’amore di Dio che brilla per tutti gli uomini, un amore che è benedizione e pace! La benedizione riservata a Israele è ora estesa a tutti gli uomini e questo meraviglioso dispiegamento dell’amore di Dio è avvenuto in Gesù Cristo, Dio nella nostra carne: In lui sono benedette tutte le famiglie della terra (cfr Gen 12,3). La promessa fatta ad Abramo è adempiuta in Gesù con fedeltà…Gesù, Figlio di Dio, figlio di Maria, figlio di Abramo è per noi benedizione, luce, pace, via nuova e definitiva di umanità!

Questo è avvenuto perché Lui, Gesù, è vero figlio di Dio e vero figlio di Abramo… Gesù veramente ebreo nella sua carne è il Salvatore promesso attraverso Israele…Ecco oggi l’importanza di celebrare la circoncisione di Gesù! Nell’ottavo giorno dalla sua nascita, ci narra Luca nel suo Evangelo, egli fu circonciso nella sua carne secondo la legge di Israele…così egli fu inserito nel popolo santo di Dio che è Israele, così è stato il Messia promesso, così ha potuto essere il nostro Salvatore e Redentore!

Solo la sua carne ebraica poteva salvarci…se egli non fosse stato circonciso, non avesse quindi fatto parte del popolo ebraico, non poteva essere il Salvatore; Luca nell’Evangelo sottolinea questa sua ebraicità perché essa è necessaria all’adempimento delle promesse, da quella fatta ad Abramo (Gen 12,3) a quella fatta a David (2 Sam 7,8-20). Troppe volte noi cristiani l’abbiamo dimenticato rinnegando stoltamente la nostra radice ebraica!

La luce della salvezza si estende su tutta l’umanità attraverso quella carne segnata dall’alleanza con Israele, in cui si adempiono tutte le promesse di Dio! Un giorno sulla croce quella carne ebraica porterà il peso del peccato del mondo, quella carne ebraica nella resurrezione sarà primizia dell’umanità redenta e ricondotta al cuore di Dio! Gesù vero Dio, vero uomo, vero ebreo! Così ci ha salvati!

Dopo aver celebrato il mistero dell’Incarnazione, oggi, nell’ottava del Natale, non è secondaria la memoria della circoncisione di Gesù: ci ricorda che le nostre radici sono nella santità di Israele, ci ricorda che il Figlio di dio ha posto al sua tenda in un popolo, in quel popolo eletto da Dio per essere depositario delle sue promesse e del suo amore per tutti gli uomini; dice il libro del Siracide facendo parlare la Sapienza: Il Creatore dell’universo mi diede un ordine…mi fece piantare la tenda e mi disse “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele”!  Sì, la Sapienza di Dio che è il Verbo, il Cristo, ha posto la sua tenda in Israele e la sua carne è vera carne di uomo e di uomo ebreo, circonciso all’ottavo giorno secondo la Legge.

Paolo nella seconda lettura tratta dalla lettera ai Galati, ci narra lapidariamente l’Incarnazione riassumendo i temi della celebrazione odierna: nato da donna, nato sotto la Legge: infatti oggi celebriamo quella donna alla quale possiamo dare il titolo vertiginoso di Madre di Dio; celebriamo quella Legge alla quale il Figlio si sottomise per adempiere tutte le promesse della legge stessa…così Gesù ci liberò dalla Legge, non distruggendola ma adempiendola, e ci ha donato la figliolanza divina…

All’inizio del nuovo anno la Chiesa si ricorda della fedeltà di Dio che non teme lo scorrere del tempo ma che nel tempo si realizza e si radica; Cristo Gesù è l’adempimento di ogni promessa di Dio…misuriamo oggi, dinanzi a questo tempo nuovo che ci è donato,quale sia la nostra capacità di fidarci di quella parola di promessa; chi si fida della promessa di Dio non vivrà il rapporto con Lui tra mille pretese ma puntando il cuore e lo sguardo sulla promessa stessa. In Cristo Dio mostra la sua fedeltà ieri, come oggi, come domani. Su questa fedeltà possiamo fondare lo scorrere dei nostri giorni.

Su questo tempo nuovo che ci è dato in questo anno, brilla poi la divina Maternità di Maria, in lei è offerta all’uomo la straordinaria notizia che l’uomo ha potuto accogliere nel grembo il Figlio di Dio: Maria è un lembo di questa nostra terra che Dio ha riempito di sé, ma da quel lembo Dio vuole iniziare una storia nuova con ogni lembo di questa storia, con ogni uomo che edifica questa storia, con ogni uomo che viene in questa storia!

Accogliere Dio ed offrirlo come Maria è la vocazione di ogni cristiano; così porteremo  quella pace che gli angeli hanno cantato nel Natale, una pace che ha la sua origine non in noi ma nell’amore di dio, gratuito ma accolto, un amore fedele che adempie le sue promesse così come fece con Israele in cui tutte le promesse di Dio divennero sì in Gesù Cristo  (cfr 2Cor 1,20).




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XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Nel paese delle Parabole

COSA CONTA PER NOI?

Ez 18,25,28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21, 28-32

 

 

Da oggi, per tre domeniche, Matteo ancora ci conduce nel “paese delle parabole” e lo fa per mostrarci, con un trittico (la parabola di oggi dei due figli, quella dei vignaioli omicidi e quella degli invitati alle nozze), un grande dramma che si consuma nella storia ma che, in fondo, si può consumare in ognuna delle nostre vite: il dramma del rifiuto dinanzi alla proposta dell’Evangelo.

Il conteso in cui fioriscono queste tre parabole è una domanda provocatoria che la predicazione di Gesù genera nei cuori dei capi di Israele, che rappresentano la mentalità “religiosa”, legalistica, grettamente attaccata al potere: con che autorità fai queste cose? Gesù aveva risposto con un’ulteriore domanda: Vi chiederò anche io una cosa e, se me la direte, vi dirò anche io con quale autorità faccio queste cose. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini? I capi preferiscono non rispondere e Matteo fa seguire le tre parabole che spiegano il costante rifiuto che l’Evangelo trova. Certo in primo luogo qui Matteo è provocato dallo “scandalo” del rifiuto dei capi del popolo dell’Alleanza e delle Promesse, ma sarebbe un errore leggere queste tre parabole a senso unico, quasi con un retrogusto anti-ebraico, quasi come un’accusa contro Israele … Matteo partendo dall’esperienza di Israele, anzi dei capi di Israele (ricordiamo sempre che c’è l’Israele fedele, un resto che ha accolto Gesù e l’Evangelo e senza il quale non saremmo stati evangelizzati; è l’Israele che ha assolto la fedeltà all’elezione e all’Alleanza!) lancia un monito alla sua Comunità ecclesiale, monito circa una delle grandi piaghe che possono affliggere i percorsi di fede, la piaga dell’ipocrisia, del dire e del non fare, del dire e del non essere, del dire “Signore, Signore” e poi costruire la propria casa sulle sabbie del mondo, sulle sabbie dell’apparire (cfr Mt 7,21ss) … E’ proprio questo il peccato del figlio che dice il suo ma la sua vita è poi un no; è lo scegliere la via dell’apparire figlio obbediente ma di non esserlo per davvero; è la via ipocrita di voler apparire irreprensibili ma di essere ben altro; antichi codici del Nuovo Testamento raccontano la parabola inventando l’ordine dei figli: prima quello che dice no e poi fa la volontà del padre e poi quello che dice e non lo fa. Pare che questa sia la versione autentica, versione che chiaramente esclude una lettura solo polemica contro il rifiuto dei capi giudei. L’ordine che poi è passato successivamente nei codici fu certamente suggerito dall’interpretazione dei due figli con Israele (il primo che dice ma poi non fa) e i pagani (il secondo figlio sembrava figlio del no, ma poi ha accolto l’Evangelo). In realtà Matteo non voleva rinchiudere la parabola solo all’interno di questa polemica; se così fosse oggi leggeremmo una pagina solo archeologica e che non avrebbe nulla da dire al nostro vivere la fede cristiana, al nostro essere Chiesa alla sequela di un Signore esigente ma capace di dare un senso ultimo alle nostre vite.

La parabola dei due figli ci mette in guardia contro ogni volontà di apparire quel che non si è, contro ogni divorzio tra dire ed essere, tra essere e fare.

Quel che conta, dice Matteo, è la capacità di ricredersi, del coraggio di dire no alle vie che si erano scelte e dire a quelle che si erano rifiutate. In fondo Gesù non chiede una piena conformità tra il dire e l’agire (chi sarebbe al riparo?), chiede l’onestà di ricredersi, il coraggio di non indurire il cuore. Un “pentimento”, che giunge anche “alla fine” (“hysteron”), diventa possibilità di entrare nell’obbedienza.

Seguire l’Evangelo è certo via che scomoda, è lavoro in una vigna che spesso dà frutti amari dell’amarezza della incomprensione tra fratelli, delle divisioni e delle ingiuste contrapposizioni; seguire l’Evangelo è andare a lavorare in una vigna in cui si richiede di non cercare il proprio interesse, come ascoltiamo oggi da Paolo nella sua Lettera ai cristiani di Filippi; la via indicata è chiara: chi riesce ad uscire dalla disobbedienza per entrare nell’obbedienza è discepolo dell’ Obbediente per eccellenza: Gesù; Lui dovette lottare contro la tentazione della disobbedienza e dell’autonomia e, come scrivono i Padri,  lottò per noi e lo fece solo in un modo: facendosi obbediente fino alla morte e alla morte e alla morte di croce. Da allora ogni figlio tentato di disobbedienza, tentato dall’ apparire, ha la possibilità concreta di far sua l’obbedienza del Figlio.

Ricordiamo ciò che Isaia ci faceva ascoltare la scorsa domenica: Le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (cfr Is 55,9) ; l’obbedienza a Dio ed alle sue vie è percorrere quelle vie e far propri quei pensieri. Eun cammino costoso che fa uscire dal proprio interesse per entrare nel regime del farsi dono, costasse il perdere ogni possesso (Non ritenne di comportarsi da avaro dinanzi alla sua divinità), costasse le vesti che ci proteggono condizione di schiavo), comportasse una piena assoluta condivisione con chi è fragile, misero (Divenne simile agli uomini), costasse il lasciarsi umiliare fino all’estrema umiliazione che è il disfacimento della morte!

Gesù ha fatto questoè il Figlio obbediente che chiama tutti i figli all’obbedienza, che ci invita a guardare nei nostri fratelli la fatica dell’obbedienza, in noi il rischio di essere doppi per volontà di apparire. Correre questo rischio nasce dall’aver corso un altro rischio che ne è la fonte: il rischio della verità su se stessi, il rischio di infrangere la nostra immagine irreprensibile di uomini abituati all’elogio.

Qui Gesù ha la forza di proclamare una di quelle parole che continuamente vengono fraintese perché colme solo della forza dell’Evangelo senza neanche un granello di mondanità: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio. Pubblicani e prostitute passano avanti non perché peccano ma perché non possono barare sulla loro verità … il loro è un no palese che può trasformarsi in ; il problema è che certi sì, di chi si crede al sicuro, si rivelano dei no mascherati di figliolanza e di fedeltà, mescolati di dedizione alla vigna del padre … in realtà il figlio che dice no ma poi obbedisce mostra di amare la vigna, ci va in obbedienza. L’altro pare ami quella vigna (lo ostenta col suo falso ) ma non ci va, non vi entra neanche. Il figlio che va nella vigna nonostante le sue parole di diniego ama la vigna e vi porta il suo sudore, la sua fatica, ci va contraddicendosi perché quel che conta per lui non sono i propri desideri (Non ne ho voglia!) ma quel che conta alla fine è il fare la volontà del padre.

Cosa conta per noi? E’ una domanda impegnativa, compromettente; una domanda che ci chiede di prendere davvero posizione e non a parole ma con la vita! Gesù che era la Parola fece sempre ciò che diceva, non si nascose dietro le parole ma le parole che pronunciava si affrettava a farle fiorire di vita; senza fughe e senza rimandi.   




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I Domenica di Quaresima – La lotta

QUESTO E’ UN TEMPO DI GRAZIA

Gen 2, 7-9;3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11

 All’inizio della Quaresima la prima pagina evangelica che la Chiesa ci apre dinanzi è quella delle tentazioni di Gesù, che quest’anno leggiamo nella redazione di Matteo.

Di certo, la Chiesa vuole suggerirci che si apre un tempo di grazia in cui ci è richiesta una grande lotta. La lotta, che è condizione quotidiana del cristiano, potremmo dire che, in questo tempo santo, si fa più aspra per chi davvero vuole permettere alla liturgia di scandire la sua vita per lasciare che il Mistero di Cristo lo plasmi sempre più, di anno in anno, nell’uomo nuovo.

Al principio della Quaresima è importante ricordarci che questa lotta sarebbe solo lotta titanica destinata al fallimento, alla frustrazione, se non ci fosse Gesù e la sua lotta vittoriosa sulla tentazione!

Il fatto che Lui abbia affrontato tutte le nostra tentazioni, di cui questa pagina sono una mirabile sintesi antropologica e teologica, averle attraversate custodendo la fedeltà al Padre, non è solo un “bell’esempio”, ma è mistero che ci salva e dona alla nostra umanità già quella vittoria che Gesù ha conseguito.

La lotta di Gesù nel deserto di Giuda, dopo il battesimo al Giordano, si svolge all’unico campo in cui una lotta del genere può aver luogo: il terreno della sua libertà e l’oggetto di questa lotta è il vivere da figlio! Sì, Gesù lotta per questo: vivere da Figlio tutto ricevendo dal Padre o vivere nella rapina accaparrandosi ciò che si reputa necessario per la propria vita?

Adamo nel giardino dell’in-principio tese la sua mano per rubare il dono di Dio, Gesù qui tende la sua mano vuota attendendo da Dio quel pane che sazi la sua fame (Non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio) e la sua vita sarà davvero tutta un ascolto e così sarà parola profonda, tenera, esigente e consolante per ogni uomo.

Adamo nel giardino dell’in-principio tese la sua mano per disporre di Dio, per essere addirittura come Lui, Gesù che era suo Figlio non volle disporre di Dio ma si offrì a Lui senza sfidare la sua potenza (Non tenterai il Signore tuo Dio), anzi scelse la via dell’impotenza del crocifisso; il Padre gli darà il dono della resurrezione in cui vincerà la grande nemica che pareva inespugnabile: la morte.

Adamo nel giardino dell’in-principio cercò il potere passando sopra le parole di Dio ed ergendosi a signore di se  stesso, Gesù non si prostrò a Satana e gli gridò il suo “Vattene!” perché solo Dio si adora; non calpestò la signoria del Padre ed il Padre l’ha proclamato Signore dandogli in eredità tutte le genti (cfr Is 53,12; Col 2,15).

Il primo Adamo è capovolto da Cristo Gesù, l’Adamo definitivo. Il primo rapinò il secondo si offrì; il primo rubò, il Cristo si fece figlio obbediente e tutto ricevette in dono dal Padre.

L’alternativa è lì: rubare o accogliere il dono? L’alternativa è lì perché rubare è di chi vuole salvare la propria vita (cfr Mt 16,25), il ricevere il dono è di chi si fida mettendo la propria vita nelle mani di un Altro.

La via di Satana è quella che il mondo apprezza grandemente ed è la via di chi “si fa da sé”, di chi si procura piacere, ricchezza e potere … E’ la via che riceve gli applausi di un mondo che tutto riduce al “concreto” più banale, a ciò che si mangia … Quanto e come il mondo apprezza gli “uomini concreti” che non sognano, che non attendono, che non rischiano e tutto calcolano! Gesù è invece altro: sogna, attende tutto dal Padre, ha rischiato fino alla croce, senza alcun calcolo per salvare la propria vita! E’ così il Gesù che esce vittorioso dalle tentazioni! Matteo, se ci pensiamo bene, ci mostra come la tentazione prenda la via dell’ovvietà (dovremmo rifletterci davvero per le nostre vite perché credo che sull’ovvietà la tentazione ha una gran presa sulla nostra fragilità!): è ovvio, infatti, che l’uomo abbia dei bisogni, il problema è vedere come li soddisfa! I bisogni che l’uomo ha (che poi Freud inquadrerà nelle tre “libido” che già l’antico tratto della Genesi che abbiamo letto mostrava perfettamente!)  servono anche a costruire l’uomo ma l’uomo usa la logica della rapina o la logica del dono? Si vive nella storia rapinando o ricevendo? Possedendo o condividendo? Rapinare e possedere è diabolico, ricevere e condividere è da figlio! Gesù scegliendo la via filiale ci rende capaci di percorrere con lui quella stessa strada.

La Quaresima inizia così: un invito ad attraversare la storia da figli perché la nostra meta è essere il Figlio di Dio … questa meta è un dono di grazia; i “si” obbedienti ricevono il dono lasciando che Dio sia Dio!

In fondo è questa la grande lotta: lasciare che Dio sia Dio custodendo nell’obbedienza e nella libertà la sua parola perché con essa Egli ci plasmi.

E’ la grande strada da percorrere in questa Quaresima!




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