XXXIV Domenica del tempo Ordinario (B) – Dunque tu sei re?

 

E’ RE!

Dn 7, 13-14; Sal 92; Ap 1, 5-8; Gv 18, 33-37

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che sorge sulle labbra di Pilato nel dialogo tra lui e Gesù nel IV Evangelo, e che oggi è il cuore della liturgia di quest’ultima domenica dell’anno.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che il romano, gonfio del potere del mondo, rivolge a quello strano Galileo che, in catene e percosso dai suoi, ora gli sta davanti con una presenza che da sola lo interpella e lo stupisce.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che ogni uomo si deve fare e deve fare guardando negli occhi il Galileo che regnama in un modo così diverso da come noi immaginiamo i re e i dominatori di questo mondo.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che io devo farmi dinanzi a Lui che, con i segni di quelle trafitture, si presenta a me chiedendomi la vita, chiedendomi di seguirlo, chiedendomi di prendere con coraggio la sua stessa strada, anzi presentandosi a me come via Lui stesso (cfr Gv 14, 6).
Se davvero gli faccio questa domanda la risposta del Cristo sarà simile a quella che diede a Pilato in quel 14 di Nisan dell’anno 30: “Tu lo dici io sono re … per questo sono venuto presso di te, per questo posso chiederti di consegnarti a me; per questo posso chiederti la vita per ridartela in pienezza, per questo ti ho cercato: per comunicarti la verità”.

Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, è re perché amando fino all’estremo, non si è lasciato dominare dalle logiche mondane di vendetta, di rivalsa, di una giustizia che misura e retribuisce o punisce; è re perché non si è lasciato dominare, ma ha dominato, e il mondo con i suoi meccanismi e i meccanismi che si muovono in ogni cuore umano, ed anche nel suo di vero figlio di Adam.
E’ re perché ha fermato l’“ingranaggio” che da sempre fa muovere il mondo e le cose degli uomini, l’“ingranaggio” del male che genera male, della morte che genera morte, dell’odio che genera odio. Per fermare quell’ingranaggio Gesù di Nazareth vi si è gettato dentro, se ne è fatto “schiacciare” (“E’ stato schiacciato per le nostre iniquità” cfr Is 53, 5), ed ha pagato il prezzo dell’amore che si dona senza riserve.

Così dà testimonianza alla verità. Quale verità?
La verità su Dio e la verità sull’uomo.
Dio è un Dio che non ha nulla di perverso, è un Dio che è un Padre che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (cfr Gv 3, 16); è un Dio che si china ai piedi dell’uomo per toccarlo nelle sue miserie e nel suo peccato di cui si fa carico; è un Dio che regna in un modo altro rispetto ai regni del mondo, e che tuttavia dirà una parola di verità e di senso sulla storia.
L’uomo è creatura infinitamente amata da Dio, da quel Dio che lo chiama figlio nel Figlio e che si è unito, in Gesù, per sempre a lui; l’uomo è un essere che viene dall’Amore e che si realizza nell’amore; è una creatura che, per essere nella verità, è chiamato a ripresentare alla storia, sul proprio volto, il volto di Gesù nel suo “amore fino all’estremo” (cfr Gv 13, 1), per essere uomo deve regnare come Lui, dominando le logiche mondane e chinandosi ai piedi dei fratelli amandoli, non nonostante le loro miserie, ma nelle loro miserie. Gesù dice la verità sull’uomo perché in sé ci mostra una via di vera e piena umanizzazione. Lo stesso Pilato lo dirà qualche riga dopo il passo di questa domenica, nell’Evangelo di Giovanni: “Ecco l’uomo!” (cfr Gv 19, 5).

La solennità di oggi deve essere allora sottratta ad ogni trionfalismo e deve essere posta sotto il segno della rivelazione piena del volto di Dio e del volto dell’uomo. E’ una solennità in cui bisogna contemplare per leggere il senso della storia alla luce di questa rivelazione.

Dunque tu sei re?
Sì, Lui è re capace di rivelare a tutti i popoli, a tutte le genti, a tutte le lingue e culture la verità più profonda, quella cui ogni uomo anela, quella verità che non è saccente, arrogante o schiacciante ma è la verità che dà senso a tutte le fatiche della storia e che mostra orizzonti di luce e di speranza anche lì dove pare regnare il buio e dove pare esistano solo sentieri tortuosi e incomprensibili.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

           




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Coraggiosi nella Speranza

 

TIMORE E CONSOLAZIONE

Dn 12, 1-3; Sal 15; Eb 10, 11-14.18; Mc 13, 24-32

 

Siamo alle ultime due domeniche di questo anno liturgico, e oggi ascoltiamo per l’ultima volta, in quest’anno, la voce dell’Evangelo di Marco poichè a partire da domenica prossima la Chiesa ci propone, a conclusione dell’anno, una pagina giovannea. Oggi l’evangelista ci conduce davvero alla fine o, per meglio dire, al fine della storia.

Siamo nel capitolo che precede la narrazione della Passione, e tutto questo capitolo è occupato da un lungo discorso che Gesù fa solo a quattro degli apostoli: a Pietro, a Giacomo, a Giovanni e ad Andrea (cfr Mc 13, 3). E’ dunque come un discorso riservato, segreto; è una rivelazione per pochi, ma che poi dovrà essere comunicata a tutti (cfr Mc 13, 37). Tutta la folla, ma neanche tutti i discepoli, non ne potrebbero portare il peso, né potrebbero comprenderla … bisogna avere pazienza. Dopo gli avvenimenti pasquali potrà essere divulgata per essere forza di consolazione e forza per la lotta.

Lo sguardo di Gesù allora si slancia oltre gli avvenimenti che sono alle porte, quelli della sua Pasqua che per ben tre volte ha preannunziato ai suoi, e apre loro questa conoscenza di ciò che deriverà dal mistero della Pasqua ormai imminente. Il linguaggio che Gesù usa è di tipo apocalittico, quindi carico di immagini, di segni e che abbisogna di una decodificazione per non esser letto come minaccia o come terroristico: quegli astri che cadono, quel sole che non splende più e quelle potenze dei cieli sconvolte vogliono dire che ci sarà un nuovo ordine del cosmo, che “le cose vecchie sono passate” (cfr 2Cor, 5,17; Ap, 21,4), il mondo che conosciamo passa perché scocca l’ora di un mondo nuovo in cui il Figlio dell’uomo verrà con la sua gloria a dire una parola definitiva sulla storia.

La pagina comunica un senso di timore perché certamente quell’ora sarà anche ora di giudizio; comunica però anche un grande senso di consolazione perché quell’ora sarà ora in cui sarà palese la vittoria dell’amore, la vittoria di Dio ma soprattutto sarà ora di presenza di Colui che i discepoli di tutti secoli hanno amato e desiderato, fin dai tempi della Prima Alleanza … Sarà ora in cui la sua presenza ci permetterà di vedere quel volto tanto atteso (cfr Es 33, 23; Sal 11,7; Sal 27,8) … la sua presenza … non a caso la Chiesa cominciò a chiamare quel giorno del ritorno del Figlio dell’uomo con la sola parola parusia che significa proprio “presenza”.

Anche la prima lettura, tratta dal Libro apocalittico di Daniele, ci mostra questo duplice aspetto: timore e consolazione. In un tempo di grave pressura e persecuzione, tempo in cui i credenti possono cadere nel cinismo e nello scoraggiamento se non nel tradimento, c’è salvezza perché Dio non solo si fa presente, ma dichiara di essere stato sempre vigilante sul suo popolo: “Sorgerà il gran principe Michele che vigila sui figli del tuo popolo”.

Il testo di Marco, all’annunzio di fede, fa seguire dei moniti da parte di Gesù: sottolinea l’imminenza della Parusia ma, contemporaneamente – e ciò pare contraddittorio – precisa subito che nessuno conosce il tempo e l’ora di quella venuta, paradossalmente neanche il Figlio dell’uomo che ne sarà protagonista.
In realtà Marco qui non si contraddice; desidera tuttavia comunicare che l’attesa cristiana è complessa in quanto due possono essere gli atteggiamenti, entrambi errati e portatori di vuoto e morte: ci può essere chi, vedendo tardare la Parusia e vedendo che la storia è sempre la stessa e che continuano ad imperare guerre, morte, ingiustizie, dolori, iniqui che trionfano e giusti che patiscono, può allentare l’attesa e divenire cinico fino a farsi mondanizzare, fino ad adeguarsi a quel mondo che è sempre uguale che non è per nulla cambiato. Dall’altro lato ci può essere chi, presumendo l’imminenza immediata della Parusia, perde ogni interesse alla storia ed alla lotta da fare, nel quotidiano, per essere segno di un’alterità che racconti Dio.
I due atteggiamenti sono entrambi mortiferi poichè davvero lasciano la storia così com’è: i primi vi si adeguano, i secondi se ne disinteressano! Così l’Evangelo viene spento, reso innocuo ed inoffensivo.

Marco ci vuole dire che l’imminenza della Parusia non è un’imminenza cronologica, è un’imminenza, vorrei dire, di certezza, è l’imminenza di un compimento già avvenuto ma che deve ulteriormente compiersi; è l’imminenza del “già e non ancora”! Una simile imminenza vuole che il credente vigili come se l’ora fosse oggi, ma senza affannarsi in impazienze e previsioni. Si deve vigilare cioè come se tutto avesse il suo fine oggi ma si lotta contemporaneamente come se questo fine fosse lontano!

Solo così si può avere vera incidenza nella storia. E’ il solito pericolo che la Chiesa ha corso per secoli e che ancora rischia di correre: quello cioè di installarsi nella storia, adeguandosi alla storia e diventandone addirittura un ingranaggio “religioso” e giustificativo; questo mi pare il pericolo più grande e da temere, anche perché è il più facile da correre in quanto questo atteggiamento di adeguamento alla storia sorge dall’evidenza dei meccanismi mondani a cui è più facile assentire che opporvisi. L’altro atteggiamento è tipico non solo di certi gruppi millenaristici (che spuntano in ogni secolo!) e che sono sempre pronti a mostrare i calcoli del giorno della fine del mondo, ma è soprattutto l’atteggiamento spiritualoide di chi pensa che, per essere pio, il cristiano debba fuggire dal mondo, disprezzarlo e disinteressarsene per pensare solo allo “spirito” … è l’atteggiamento di chi storce il muso davanti alla concretezza della storia con cui si è chiamati a compromettersi e fa questo per un preteso distacco ammantato da Evangelo.

La parola di oggi, invece, ci porta nella storia ma con lo sguardo rivolto all’oltre e vivificato dalla speranza. La parola di oggi ci vuole nella storia come dei coraggiosi che lottano ma con una certezza nel cuore: la vittoria di Cristo è sicura. Attenderlo significa portare frutti di amore, di giustizia e di novità nella storia perché Lui, al suo ritorno, come cantiamo nella notte di Pasqua, trovi accesa la fiamma dell’Evangelo e da lì possa iniziare ad accendere di vita tutto il cosmo portando a compimento ciò che noi, pur lottando, non abbiamo saputo portare a compimento!

Che grande consolazione!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Ho avuto paura


UN SERVO CHE NON GENERA VITA

 Pr 31, 10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5, 1-6; Mt 25, 14-30

 

Parabola dei Talenti

Parabola dei Talenti, icona


Prima di entrare nel racconto della Passione, Matteo pone sulle labbra di Gesù un grande discorso, l’ultimo dei cinque con cui articola tutta la struttura del suo evangelo: il discorso escatologico, un discorso in cui Gesù porta i suoi ascoltatori a guardare il fine della storia, la meta della storia; ed in quella meta annunzia l’evento del ritorno del Figlio dell’uomo. Un discorso che presuppone che questo Figlio dell’uomo (modo con cui Gesù stesso si è di continuo designato nell’evangelo) debba andar via per poi tornare; presuppone dunque, ed il lettore dell’evangelo lo capisce bene, la Pasqua di Gesù. Egli sarà sottratto alla storia ma poi tornerà, e questo ritorno richiede un atteggiamento essenziale: la vigilanza.

A conclusione del discorso escatologico, proprio per inculcare la necessità di questo atteggiamento di vigilanza, Matteo pone tre parabole: la parabola delle dieci vergini, questa di oggi dei talenti, e la parabola che ascolteremo domenica prossima del giudizio finale.

L’accento che si pone nelle prime due parabole è sulla vigilanza; e se per la parabola delle dieci vergini risulta chiarissimo, lo è forse un po’ meno per la parabola dei talenti, o almeno non è così evidente. Basta tuttavia leggere la conclusione della precedente parabola, per coglierne il tema della vigilanza. “Vegliate, dunque, perché non sapete nè il giorno, nè l’ora. Avverrà infatti come di un uomo che, dovendo partire per un viaggio”.
Quell’“infatti” (in greco “gàr”) è allora importantissimo, proprio perché collega la parabola dei talenti al tema della vigilanza.

Matteo racconta una parabola (anche questa spesso letta in modo moralistico e volontaristico!) con cui – partendo da un’implicita domanda sul tipo di rapporto che instauriamo con Dio – giunge a declinare la vigilanza come capacità di rischiare per mettere in moto i doni ricevuti dal Signore, che è partito nel suo Esodo, ma che poi tornerà.
Il primo problema che il racconto di Matteo pone è quello della relazione che c’è tra il terzo servo, il vero protagonista della parabola (quello cioè su cui puntare tutta l’attenzione per comprendere il messaggio), ed il Padrone.
La parabola è un racconto “a sorpresa”, un racconto in cui il lettore è portato a schierarsi dalla parte sbagliata. Un po’ come avveniva con la parabola degli operai dell’ultim’ora (cfr Mt 20, 1-16), dove il lettore, di istinto, era spinto a sottolineare l’“ingiustizia” del comportamento del padrone della vigna, che paga in modo indistinto gli operai a prescindere dalle ore di lavoro e di calura.
Qui, nella parabola dei talenti, si è portati a pensare che l’atteggiamento “prudente” del terzo servo non sia poi così sbagliato: anche noi ragioniamo come lui, e ci convinciamo che tutto è giunto a buon fine, perché il talento è tornato intatto al Padrone! Il servo, in fin dei conti, non ne ha approfittato; non ha rubato nulla, nè ha usato quel ben di Dio (circa 32 chili di oro!) per suoi scopi personali! Ha conservato il talento con diligenza, e ha fatto anche attenzione a che nessuno toccasse quel patrimonio!
Il lettore ragiona così, come il terzo servo, e si trova tuttavia dalla parte del torto!
La narrazione di Matteo ci conduce a comprendere che questo avviene perché non si sa bene chi sia il Padrone, ed è chiaro che questi nella parabola adombri Dio! Il terzo servo lo definisce come “un uomo duro”, un uomo che “miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso”!
Ecco il tranello!
Dinanzi ad una simile concezione di Dio non c’è spazio se non per due atteggiamenti: la paura ed il legalismo. Sono i due sentimenti che hanno guidato il servo a sotterrare il talento: ha avuto un talento ed un solo talento ha restituito, osservando una banale legge di onestà e di prudenza. Ha avuto paura di trattare con quel padrone “duro”, non ha voluto discussioni con Lui sul suo comportamento circa il traffico di quel talento; e per paura, ha creduto di risolvere il tutto in modo legalistico!

Si deve perciò tornare alla domanda iniziale della parabola: che significa vigilare (in greco “gregoréo”)? Nella parabola delle dieci vergini, vigilare significa essere equipaggiati per un tempo lungo. Qui, invece, c’è una risposta ulteriore: vigilare significa assumersi responsabilmente il quotidiano; e “responsabilmente” vuol dire “rischiando”!
La parabola, allora, ci dice che il problema risiede tutto nel nostro rapporto con il Signore. Il rapporto del terzo servo con il Signore è di paura: è un servo molto diverso da quello delineato nella parabola del servo spietato (cfr Mt 24, 42-51), il quale in fondo non prende sul serio la possibilità di un ritorno del padrone…
Nella parabola dei talenti, invece, è proprio l’incombere del ritorno che paralizza il terzo servo, rendendolo infecondo e privo di ogni iniziativa affinchè il dono immenso del Padrone potesse far frutto. Quello era un dono, e un dono da far fruttare; ma il terzo servo, non avendo compreso che era un dono (“Ecco il tuo!”), non l’ha fatto fruttare; ha creduto perciò di doverlo nascondere, mostrandosi pertanto nella sua verità: un servo “acheîros”, un servo “inutile”, e certamente non nell’accezione positiva, che gli dà l’evangelista Luca, di servo che “non pretende un utile”, di servo cioè che agisce con gratuità (cfr Lc 17, 10), ma nel senso più brutto del termine: un servo che non produce nulla, che non genera vita. Un servo che non è fecondo.

La fecondità di cui si sta parlando è una fecondità che parte dal talento (o dai talenti) che il Signore ha lasciato. La domanda importante allora è questa: cosa sono questi talenti?           E’ facile cadere qui nei soliti discorsi sulle doti personali, sulle capacità e le abilità di ciascuno, sui doni che ciascuno ha ricevuto e così via…nulla di così sviante!
Se andiamo alla struttura della narrazione, ci rendiamo conto che il Signore, che parte e poi ritorna, è Gesù stesso, e ciò che lascia è la sua esistenza. Infatti, il sostantivo che Matteo qui usa per “talento” è “iuparxis”, termine che certo indica anche la “ricchezza” ed i “mezzi di sussistenza”, ma questo secondo significato – direi – deriva dal primo: “esistenza”, “esserci in realtà”.
Allora pare lampante: i beni che Gesù lascia alla sua partenza (con la sua Pasqua) sono quelli dell’Evangelo: è la sua esistenza consegnata agli uomini, è la sua vita che racconta Dio, con l’amore “fino all’estremo” (cfr Gv 1, 18; Gv 13, 1). Ciò che si doveva “trafficare” era l’Evangelo, era l’amore che può cambiare la faccia della terra. E questo non si può sotterrare, non si può nascondere (cfr Mt 5, 15). Questo era richiesto al servo “inutile”, al servo “infecondo”.

Si vigila, allorasolo se si è operosi; e non operosi nell’usare i “propri talenti”, le proprie bravure ed attitudini, ma operosi nel “trafficare” l’Evangelo, prendendolo concretamente sul serio, senza fughe nè paure, ma rischiando e pagando di persona.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Come vivere il presente

LEGGERE I SEGNI CHE RICHIAMANO AD UN OLTRE

Dn 12, 1-3: Sal 15; Eb 10, 11-14.18; Mc 13, 24-32

Il traguardo della storia o è qualcosa che si tiene presente sempre, in ogni generazione, o si rischia di restare imprigionati nelle reti di un oggi che non sazia! Che non può saziare!

Il dramma è quando ci si illude d’essere sazi dell’“oggi” e si scherniscono quelli che pensano all’oltre tacciandoli di essere degli “evasori” dalla storia…E così tanti si saziano di quel che sono, di quel che hanno, di quel che vedono. Sono i sazi dell’“oggi”! Sarebbe terribile rimanere sazi dell’“oggi”!

Sarebbe… ed è terribile! Lo è ogni qual volta noi credenti in Cristo pensiamo che l’orizzonte sia solo quello che vediamo e, in qualche modo, possediamo. Lo è ogni qual volta siamo troppo “contenti” del nostro oggi e siamo incapaci di desiderare altro ed oltre. Lo è quando noi credenti ci accontentiamo, e il presente “ci basta”.

Non si può non considerare l’esito della storia se non imminente, e non perchè dobbiamo avere predicazioni e preoccupazioni millenaristiche – quasi che la “fine del mondo” fosse databile ed incombente – ma perchè ogni generazione deve fare i conti con il limite del tempo e con la Venuta del Signore Gesù nella sua Parusìa. Una venuta che, d’altro canto, invochiamo in ogni Eucaristia («nell’attesa della tua venuta»«nell’attesa che si compia la baeata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo»)!

Ogni generazione deve vivere questa tensione verso il Suo ritorno, e deve riconoscere nel proprio tempo quei segni che la annunziano, che ne proclamano la necessità. Ogni generazione deve ravvisare nel suo tempo quei limiti che sono “grido” verso la sua venuta, quelle povertà che sono invocazione al suo ritorno, quelle “impossibilità” o “incapacità” che domandano quell’unico compimento che è pienezza d’ogni compimento: il Suo ritorno!

Nell’Evangelo di oggi ascoltiamo che Gesù prende in prestito dal linguaggio apocalittico del suo tempo (di cui abbiamo avuto un saggio nella Prima lettura di oggi tratta dal Libro di Daniele) dei segni che evocano quei limiti, quei dolori, quelle “potenze” che sovrastano l’uomo e le sue pretese potenze. Nei verstti precedenti aveva parlato di guerre, carestie, terremoti, persecuzioni, tempi oscuri e disperati ma qui aggiunge altri segni che mostrano anche la caducità di quelle cose che a noi paiono fisse ed immutabili: il sole e la sua luce, gli astri che per gli antichi erano fissi nella gran volta del cielo…eppure il sole si spegne, la luna non dà più il suo chiarore e gli astri cadono. Tutto questo accade non perchè l’uomo l’ha prodotto, e neanche l’ha provocato con le sue dissolutezze e con i suoi peccati; no! La fine del mondo non è un castigo! La fine del mondo è il fine del mondo, e questo appartiene al progetto di Dio. E’ la volontà di Dio, fuori della storia, a determinare questo fine e a mettere fine a ciò che noi conosciamo e in cui abbiamo realizzato l’essere uomo, in cui abbiamo costruito le premesse di quel Regno eterno in cui tutto deve acquistare senso e bellezza!

Se le potenze dei cieli cadono (è al plurale: “ai diunámeis”) è perchè deve venire la sola potenza che ha senso e stabilità, quella del Figlio dell’uomo che è la potenza di Dio (al singolare: “metà diunámeos”, “con potenza”!).

Il Figlio dell’uomo è colui che sta andando verso la croce ma che qui si autorivela come colui che ancora verrà a dire l’ultima parola di Dio sulla storia, sugli uomini!

Il discorso escatologico, di cui oggi leggiamo un breve tratto, era iniziato quando i discepoli avevano posto a Gesù una domanda: «Quando accadrà questo e quale sarà il segno che questo starà per compiersi?» (cfr Mc 13,4) ma Gesù ancora non ha risposto al “quando” e non lo fa neanche in questo passo. Usa la parabola del fico per chiedere la capacità di leggere la storia, leggere l’oggi per poter essere protesi verso il futuro che Dio sta preparando.

Se si sanno leggere i segni come quelli del germogliare del fico è necessario imparare a leggere anche i segni che la storia offre per capire che non tutto è in essa e per essa!

Gesù non dà tempi, e non si tenti di decifrare un tempo e un’ora: il Messia (che Lui è) non è onnisciente come noi vorremmo nei nostri deliri “religiosi” …è invece un Messia fragile e vicino (tanto è vero che sta per andare in croce!), ma nella sua umanità – piena e senza sconti – c’è tutto il senso della storia che va vissuta senza millenarismi e ossessioni, ma con lucidità per discernere ciò che ci conduce all’oltre e ciò che ci libera dalle catene del tempo.

Se Gesù non dà indicazioni di tempo, dà però ai suoi tre parole con cui li rassicura circa la certezza della sua Parusia, del suo ritorno glorioso. Il Figlio dell’uomo verrà per quella generazione perversa che continua a fare ciò che avvenne durante l’esodo: tentare Dio e disobbedire, verrà perchè Dio non si fa fermare dalle nostre miserie e infedeltà; verrà di sicuro perchè le sue parole non passerano perchè non sono come le parole che diciamo noi e che spesso sono senza stabilità e fondamento. Le sue parole non passeranno perchè provengono da Dio, e Dio è fedele. Infine assicura che verrà anche se non si sa il “quando”, ma quel “quando” – essendo custodito nel cuore del Padre -, è promessa certa che sarà rivelata al tempo opportuno.

Intanto? Intanto bisogna impostare i propri giorni con una tensione autentica verso l’oltre: è necessario vivere il tempo in pienezza ma senza chiudersi negli orizzonti del tempo…è qui che l’uomo deve sentire il “profumo” dell’eterno; un profumo che non lo disamora della storia, e delle lotte della storia e nella storia, ma che gli fa vivere la storia senza sconti, con lo sguardo capace di scrutare – proprio nella storia – i segni dell’approssimarsi del giorno di Dio.

In questa domenica l’Evangelo ci ricorda che dobbiamo respirare ampio, che siamo fatti per questo. La storia non è meta della storia, il tempo sarà dilatato nell’eterno e se non si vive in questa tensione si rischia di fare della fede una “religione” che assicura il presente e ci tiene ben accomodati in un oggi tanto soddisfacente quanto imprigionante.

In fondo oggi Gesù ci dice: “Vivi il presente e leggi in esso i segni continui che ti richiamano a slanciarti verso l’oltre!

Gesù l’ha fatto, e dopo di Lui la Chiesa nascente. Poi l’hanno fatto i santi e con loro tanti cristiani che hanno saputo coniugare storia ed Evangelo senza farsi intrappolare dalle reti del mondo. Oggi se c’è bisogno di una cosa nella Chiesa è di uomini e donne così.

Padre Fabrizio Crsiarella Orestano




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