XIV Domenica del Tempo Ordinario (B) – Lasciarsi interpellare

 

E’ QUANDO SONO DEBOLE CHE SONO FORTE

Ez 2, 2-5; Sal 122; 2Cor 12, 7-10; Mc 6, 1-6

 

Certamente Dio è grande, ma spetta solo a Lui decidere come mostrare questa sua grandezza: i modi che Dio sceglie non sono mai coincidenti con le nostre visioni ristrette, scontate e “religiose”…

La pagina evangelica di oggi continua a farci riflettere sull’unico accesso possibile a Dio, la “porta” della  fede. La narrazione di Gesù, rifiutato dai suoi a Nazareth, è una pagina che non ci vuole solo raccontare delle difficoltà di Gesù nel suo paese (sarebbe banale!); essa è soprattutto conferma di come l’uomo si comporti dinanzi a Dio!
Marco è attento a non usare per Nazareth la definizione di paese, adottando invece il termine patria, poiché più carico di impliciti richiami affettivi, storici, concreti e “carnali….in fondo Marco ci sta mostrando ciò che Giovanni dirà nel suo Evangelo: «Venne nella sua casa e i suoi non l’hanno accolto» (cfr Gv 1, 11).
Il termine patria ci aiuta ad uscire dagli stretti confini di Nazareth facendoci travalicare la piccola storia del rifiuto di Gesù da parte del suo paese, e conducendoci su un terreno rischioso anche per noi. Gesù è tra i “suoi”, e questi lo rifiutano: è la storia del rifiuto di Dio, che tutta la vicenda di Israele tragicamente testimonia, quando Dio si presenta all’uomo non come l’uomo vorrebbe…e Dio fa sempre così!

Il problema, allora, è sempre l’immagine di Dio che noi ci siamo fatti; il problema è sempre lo stesso: siamo noi a voler plasmare Dio secondo i nostri canoni comodi e le nostre visioni, e non vogliamo assolutamente lasciarci plasmare da Dio, nè da quello che Lui è nè dalle vie che Lui intraprende nella storia.

Come può Dio venire nel falegname, nel figlio di Maria? Un uomo qualunque, uno segnato anche da maldicenze e da nascita incerta…
E’ infatti molto offensivo dire di un ebreo di quel tempo che è “figlio di sua madre” e non di suo padre; di Gesù si doveva dire “ben Joseph”, “figlio di Giuseppe” e mai “figlio di Maria”: questa sottolineatura è certamente malevola ed irridente.

Nei nazaretani sono conviventi stupore e rifiuto, stupore e scandalo: lo stupore è solo l’atteggiamento iniziale con cui essi osservano ciò che esce dalla bocca e dalle mani di Gesù; le parole e i gesti di Gesù stupiscono, ma altra cosa è affidarsi a quelle parole e a quelle mani. I nazaretani non sono disposti a fidarsi…lo scandalo impedisce loro il passaggio, lo scandalo è inciampo, è ostacolo alla fede; lo scandalo è generato dai pregiudizi e dalla volontà di incasellare Dio, le sue parole e i suoi gesti in schemi precostituiti e rassicuranti!

Capiamo bene che qui si parla di noi!

Dinanzi a Gesù, l’uomo deve lasciarsi interpellare e, per lasciarsi interpellare davvero, deve deporre le sue visioni e le sue potenze.
Leggevo in questi giorni un testo di Oscar Wilde il quale, alla fine della sua vita, approdò ad una vera fede cristiana di cui, in fondo, era sempre stato impregnato: egli dice proprio del rapporto con Cristo, un rapporto inevitabile, e così scrive: «Questo è il fascino di Gesù Cristo in sintesi […] non pretende di insegnare niente a nessuno, ma basta essere portati alla sua presenza, che si diventa qualcosa. E tutti siamo destinati a comparire davanti a Lui. Almeno una volta nella vita ogni uomo cammina con Cristo verso Emmaus».
E’ vero: bisogna trovarsi davanti a Lui, e lì si prende posizione…o lo scandalo o la fede.

Una chiave per leggere questa esigenza dell’Evangelo ci è data dal passo straordinario della Seconda lettera di Paolo ai cristiani di Corinto che oggi si legge: perché dimori in me la potenza di Cristo è necessario vantarsi delle proprie debolezze
Questo è il vero terreno di confronto con il Cristo, qui è la reale possibilità di riconoscere la potenza delle Sue parole e delle Sue mani; «E’ quando sono debole che sono forte», scrive Paolo! L’Apostolo riesce a scrivere queste parole con coraggio perché le ha sperimentate nella sua carne, nella sua vita.
Paolo ha dovuto deporre le sue forze, le sue precomprensioni di Dio, i suoi “incasellamenti” di Dio; Paolo ha dovuto lasciarsi sconvolgere dal “falegname”, dal “figlio di Maria”, da Colui che è venuto nel nascondimento di una carne “qualsiasi”, da Colui che è venuto per una via scandalosa, esposto al rifiuto fin dall’inizio della sua vicenda terrena, e rifiutato fino alla fine, e «fino alla morte e alla morte di croce» (cfr Fil 2, 8).
Paolo ha dovuto girare le spalle a se stesso ed accettare lo scandalo di Cristo. Questo ha significato per lui accettare lo scandalo della sua debolezza e fragilità, lo scandalo di quella spina che permane nella sua carne.

Questa non è un’operazione teorica o meramente speculativa, questa è operazione concretissima che espone al rischio ed al rischio mortale della fede. Espone ad una fede che non ha nulla di “ragionevole” nel senso mondano del termine; sì, perché non è “ragionevole” farsi discepoli di un crocefisso, di un fallito, di uno che, per la storia degli uomini, è finito non male ma malissimo. Solo la fede in questo Dio scandaloso apre, però, all’oltre di Dio.

 Scrive Marco che Gesù a Nazareth non poté operare miracoli (in realtà subito dopo corregge il tiro, e dice che anche lì ha avuto compassione di alcuni malati!), e questo perché i miracoli sono suscitati dalla fede, non generano la fede: nessuno crede grazie ai miracoli, ma Dio può operare cose straordinarie in chi crede.
Qui dobbiamo sottolineare che i miracoli non sono tanto i prodigi che sovvertono le leggi di natura, ma sono, in massima parte, quel rendere possibile ciò che all’uomo è impossibile; sono quei sovvertimenti di vita, quelle conversioni, quei mutamenti, quel bene che pensiamo precluso a noi per i nostri limiti, debolezze e infermità del cuore che poi in Dio, in Cristo, nella forza dell’Evangelo divengono improvvisamente reali.
Miracoli sono quei sì che pare che mai il nostro cuore possa dire…eppure se ci si consegna, se ci si vanta delle proprie debolezze, quei terribili ed inamovibili no divengono dei dolcissimi e belli.
Certo costosi, ma che ci rendono spalancati al mondo perché spalancati a Dio.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

IV Domenica del tempo Ordinario – Gesù può liberarci

L’AMORE MALATO DI NOI STESSI

Dt 18, 15-20; Sal 94; 1Cor 7, 32-35; Mc 1, 21-28

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

La parola di Gesù è una parola diversa, una parola “altra”.
E’ parola di rivelazione di un evangelo, come ascoltavamo la scorsa domenica (“Il Regno di Dio si è avvicinato!”). E’ poi parola che ordina un necessario ed urgente cambiamento di rotta (Volgetevi verso l’Evangelo! Fidatevi dell’Evangelo! Cambiate vita!); ed è anche parola potente, che fa ciò che dice: una parola cioè che ha “exousìa”, che ha “potenza”. Nella Scrittura questa parola è attribuibile solo a Dio: lui ha questa potenza.
In ebraico è “shaltan” (da cui deriva l’arabo “sultano”, uno che ha potere), e indica quella potenza creatrice che ha la parola di Dio. Gesù ha una parola così. Tanto diversa dalle parole “ripetute” perchè imparate, dagli Scribi! La gente lo nota subito! La parola di Gesù è altro! E’ nuova, è potente … nasce dalla vita che Lui vive, dalla vita che Lui è!

La parola di Gesù è la parola del profeta promesso dal Libro del Deuteronomio; di quel profeta che rinnoverà la potenza innovativa della Torah consegnata a Mosè.
Il popolo, spaventato dalla teofania del Sinai, aveva chiesto di non vedere più manifestazioni straordinarie di Dio, ed ecco che il Signore promette le mediazioni: la Parola verrà detta da uomini, cui la Parola stessa verrà confidata; bisogna perciò ascoltarli.
L’autore del Deuteronomio non sa, e non può immaginare, che la mediazione definitiva metterà assieme la vera presenza di Dio e la vera umanità del Messia, Gesù di Nazareth. E’ Lui il profeta definitivo promesso a Israele: la promessa del Deuteronomio è realizzata nella carne di Gesù di Nazareth, al di là di ogni possibile ipotesi.

Lo straordinario del Dio biblico è che Lui parla! Uno straordinario che sfocia nel parlare di Gesù, che è la Parola! Il suo parlare stupisce e rivela vie nuove, il suo parlare snida il male.
Il testo dell’Evangelo di Marco, che oggi si ascolta, ci narra il primo “miracolo” di Gesù per il secondo Evangelo: un esorcismo. Un particolare è notevole: l’uomo su cui verrà compiuto l’esorcismo è all’interno della sinagoga, è nascosto e confuso tra quelli che sono lì per la preghiera e l’ascolto della Parola; l’uomo è lì dove non dovrebbe essere poiché la sinagoga è luogo ove si è radunati da Dio per la parola e per il culto; ed è lì che la parola di Gesù lo snida!
Come è vera questa scena: il male, l’“immondo”, si annida, ben nascosto in noi, nelle nostre strutture umane e perfino nelle nostre strutture ecclesiali … è ben mascherato! A volte è perfino travestito da “bene”.
Lo spirito che possiede quest’uomo in sinagoga è detto “immondo” e, per la Bibbia, “immondo” è tutto ciò che attiene alla morte; la morte è la suprema impurità. Tutto ciò che ha contatto con la morte è “immondo”; e la parola di Gesù, che è vita e grida la potenza e la bellezza della vita, snida questa “immondizia”!
Così avviene nelle nostre vite: quando risuona la vera parola di Gesù, questa mette a nudo il nostro male, le nostre iniquità. Lo stesso spirito immondo non può fare a meno di gridare e rivelare così la sua presenza!

Questo spirito immondo fa una cosa strana: parla al plurale! Ci si chiede perché.
Forse, dice qualcuno, parla a nome di altri spiriti immondi; o forse sottilmente vuole comprendere in quel plurale anche l’uomo di cui ha preso possesso; lo vuole con sé; lo vuole assimilare a sé; lo considera una cosa sola con lui!
Di fatto Gesù, nello sgridarlo, dirà “Taci!”, usando il singolare e, distinguendolo chiaramente così dall’uomo, gli dice “Esci da quell’uomo!”. E’ come se dicesse “quell’uomo non è tuo; non è tuo territorio; l’uomo è terreno di Dio; è figlio di Dio!”.

Lo spirito immondo dice a Gesù due verità, che neanche lui – che è servo di menzogna – può negare: Gesù è venuto a portare rovina all’impurità, alla morte, al male che lacera l’uomo. Lo spirito immondo, inoltre, sa chi è Gesù, e lo designa come l’opposto di ciò che lui stesso è: Gesù è il Santo di Dio, e “santo” è l’opposto di “immondo”!
Nella Bibbia al termine “santo” si oppone sempre il termine “immondo”, “impuro”; la santità attiene alla vita, attiene cioè a Dio che è amante della vita (cfr Sap 11, 26); l’impurità invece attiene alla morte e a colui che della morte ha potere, il diavolo (cfr Eb 2, 14).
Gesù però non vuole che la rivelazione della sua santità avvenga per bocca di un demonio, e gli intima di tacere. La rivelazione della sua santità avverrà nel paradosso della croce, impurità assoluta, ed avverrà per bocca di un impuro (il centurione pagano) che dirà l’estrema rivelazione dell’Evangelo di Marco: “Davvero quest’uomo è il Figlio di Dio” (cfr Mc 15, 39). Lì splenderà la santità di Dio che, come dirà Giovanni nel suo Evangelo, sarà gloria dell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1). Lì, sulla croce, Satana sarà incatenato per sempre …

Intanto però Gesù ha già iniziato la lotta con il male che ci abita e ci rende schiavi; l’Evangelo di oggi ci chiede di credere a questa potenza di Gesù che può liberarci; ci chiede di credere più a questo umile potere di liberazione che alle menzogne del male che ci abita, e che così spesso è mascherato da “bene”. Ci chiede di non dar credito alla menzogna che ci vuole una cosa sola con il male che ci abita e ci tormenta; Gesù, infatti, smaschera subito la menzogna di quel plurale che lo spirito immondo usa.
Il male ci strazia e grida forte, proprio come fa con quel pover’uomo della sinagoga di Cafarnao prima di lasciarlo. Ormai è smascherato da “uno più forte”, come aveva detto il Battista (“Dietro di me viene uno che è più forte di me“, cfr Mc 1, 7): uno che non solo chiede cambiamento di rotta alle vite degli uomini, non solo chiede di fidarsi dell’evangelo e non delle menzogne del “divisore”; ma uno che ha anche la forza, la “exousìa”, di dare la libertà con al sua parola potente.
E’ alla sua parola che allora dobbiamo volgere il cuore.
Chiediamoci, allora: ci stupiamo della sua parola? Marco ci dice che la gente era stupita dal suo insegnamento. Credo che dobbiamo dircelo: quando leggiamo l’Evangelo, e non ci stupiamo, significa che non abbiamo capito! E’ così!
E quando non capiamo, vuol dire che non abbiamo dato accesso nel nostro profondo a quella parola, e non le permettiamo di snidare il nostro male; non le permettiamo cioè di darci le vie e le possibilità di conversione.

Questo esorcismo rappresenta il primo miracolo di Gesù nell’Evangelo di Marco; per Marco infatti l’opera di Cristo è la liberazione dal male che abita l’uomo, che lo schiaccia, lo schiavizza, lo rovina!
Lo spirito immondo della sinagoga di Cafarnao grida a Gesù “sei venuto a rovinarci!” e, tante volte, anche noi scopriamo in noi un grido simile dinanzi alle proposte esigenti e radicali dell’Evangelo!
E’ vero: Gesù è venuto a rovinare la nostra brama di autodeterminazione, la nostra ubriacatura di pseudo-libertà, le nostre “gabbie dorate” in cui siamo felicemente prigionieri dei nostri peccati che amiamo. Gesù è venuto a rovinare quell’amore malato di noi stessi, che ci fa calpestare gli altri e vuole sempre “salvare noi stessi”, e che non vuole amare perchè amare costa!
Gesù è venuto davvero a rovinare l’uomo vecchio ma, se solo sappiamo stupirci per un attimo delle sue parole nuove e potenti, quella menzogna sarà smascherata, e ci sarà chiaro che a rovinarci era la brama di autodeterminazione sganciata da Dio; a rovinarci era la nostra libertà malata, a rovinarci erano le “gabbie” dei nostri peccati, a rovinarci è quella “filautìa” che non ci permette di amare dando la vita!
Forse, quando queste cose ci lasciano, ci straziano ma finalmente saremo uomini veri, liberi e capaci di annunziare quel Regno in cui nessun altro ci possiede, se non il Padre che Gesù è venuto a raccontarci …
Non ci possiede, nel Regno, se non Lui che ci consegna alla vera libertà, quella dei figli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

III Domenica di Pasqua – Emmaus, luogo dell’anima


UNA DOMENICA FATTA POESIA! 

At 2, 14a.22-23; Sal 15; 1Pt 1, 17-21; Lc 24, 13-35

 

Emmaus, di Janet Brooks-Gerloff

Emmaus, di Janet Brooks-Gerloff

Emmaus è un luogo dell’anima… Sì, è un luogo che riguarda l’anima del credente, del discepolo di Cristo. Emmaus è luogo dell’anima perché prima o poi ci troviamo incamminati su strade di tramonti o di speranze declinate al passato (Noi speravamo… dicono i due di Emmaus!).

Emmaus è un luogo dell’anima perché ci chiede di non credere alla notte, pure quando incombe; Emmaus è un luogo dell’anima perché ci chiede di riconoscere che non bastiamo a noi stessi, e che abbiamo bisogno che un Altro “resti con noi”. Emmaus è un luogo dell’anima perché lì si palesa una presenza che pareva essere assenza, e che è disposta a “trasformare il nostro lutto in gioia, il nostro abito di pianto in abito di festa” (cfr Sal 30).

Emmaus è un luogo dell’anima perché è luogo dove ci sentiamo cercati e raggiunti da una parola che ci fa ardere il cuore… Emmaus risponde alla nostra attesa, tante volte inconscia, di sentire parole di fuoco e non parole ghiacciate dal non senso, dalla disumanità e dal vuoto di morte.

Emmaus è un luogo dell’anima in cui tutti vorremmo trovarci per sentire il profumo di una primavera pasquale colma di speranza, nella luce dorata di un tramonto che – paradossalmente – si trasforma in un’aurora di un giorno nuovo, senza mai più tramonto…

Emmaus è un luogo dell’anima per chi, ascoltata la Parola, non vuole più parole.

Emmaus è un luogo dell’anima perché abbiamo bisogno di una forza non nostra per ripartire, per tornare indietro, per incontrare e re-incontrare i fratelli.

Emmaus è un luogo dell’anima perché è il luogo in cui si incontra quel pane spezzato che ci è lasciato perché plasmi e modelli in noi l’uomo nuovo nato a Pasqua.

Emmaus è un luogo dell’anima perché l’incontro con il Risorto ci conduce al cuore della Chiesa dove doniamo e riceviamo l’annunzio pasquale, che è ragione di vita, che è motivo per cui vale la pena lottare e spendere i giorni.

Emmaus è un luogo dell’anima perché abbiamo bisogno che Cristo stesso ci racconti la Pasqua… e quando questo avviene, ce ne accorgiamo subito: il cuore arde nel nostro petto. E allora la morte è alle spalle, e la croce può essere compresa non come sconfitta che uccide le speranze, ma come vittoria che infonde la speranza!

Penserete che questa domenica si sia fatta poesia… forse è vero…ma per questo Emmaus è luogo dell’anima, e l’anima oggi, dinanzi alla bellezza e alla grandezza di questa pagina, non sa altro che cantare…poi lo si può fare bene o in modo maldestro…ma si vuole cantare…

E così, in questa domenica, lasciamoci avvolgere dalla tenerezza di Emmaus, e lasciamoci portare lì dove la Pasqua oggi chiama ciascuno di noi…lo possiamo perché Lui, Gesù Nostro Signore, entra per rimanere con noi.

Qui a Emmaus!

p. Fabrizio Cristarella Orestano