I Domenica di Quaresima (B) – La tentazione

 

TEMPO DI FRAGILITA’ E LOTTA

 

Gen 9, 8-15; Sal 24; 1Pt 3, 18-22; Mc 1, 12-15

 

Tentazioni di Cristo (particolare) - Cappella Sistina

Tentazioni di Cristo (particolare) – Cappella Sistina

La Quaresima inizia con una pagina evangelica austera e duramente interpellante: la pagina delle Tentazioni di Gesù nel deserto. Anzi sarebbe bene dire, leggendo la redazione di Marco, la Tentazione di Gesù nel deserto perché il secondo evangelista, differentemente dagli altri sinottici, non descrive tre tentazioni, ma ci parla in modo sintetico dell’essere tentato di Gesù. E’ pagina che ci riguarda, e che ci riguarda in quanto discepoli che hanno fatto la fatica dell’ascolto di una voce che li ha chiamati e che, con gioioso stupore, hanno iniziato a seguire; e che ci riguarda poi in quanto discepoli che hanno scoperto la loro vocazione e la stanno percorrendo…

La vocazione di Dio, il suo sguardo che si posa su di noi, la sua voce che ci chiama per nome e che ci chiama figli, e lo Spirito che ci è donato, non ci mettono al sicuro dalla tentazione; di questo dobbiamo sanamente farci convinti, per non cadere in illusioni pericolose e in delusioni distruttive. La tentazione ci dice che siamo fragili e vulnerabili! La tentazione cerca chi si appresta a servire il Signore (cfr Sir 2, 1), e si appoggia alle nostre fragilità; ognuno di noi, se è onesto, può raccontare questa storia di fragilità.

L’Evangelo è oggi scioccante perché ci dice che Gesù si trovò in questa condizione di fragilità vulnerabile proprio all’indomani della sua vocazione, all’indomani della sua scoperta circa la verità del suo vero volto e della sua identità: «Tu sei il mio Figlio, l’amato»; all’indomani cioè della discesa su di Lui dello Spirito che consacrò la sua umanità per la missione di salvezza.
Marco lega in modo forte ed indissolubile la vocazione di Gesù alla tentazione, e così ci apre uno squarcio grande di riflessione sulla nostra condizione di discepoli: è proprio questa condizione di discepoli chiamati dal Signore, di uomini e donne che hanno scoperto un sogno di Dio su di loro, di persone che hanno sentito bruciare sulla propria carne il tocco straordinario ed inenarrabile di Dio, che “chiama” la tentazione e la lotta.

 Lo Spirito – scrive Marco – “caccia” Gesù nel deserto, ed il verbo “ekbállein” qui utilizzato indica proprio un’azione violenta, un’azione necessaria. Lo Spirito dunque fa solo questo: non è Lui che tenta Gesù, non è lì per aiutarlo, ma lo conduce ad affrontare la Sua fragilità.
Nell’Evangelo di Marco tale fragilità viene messa alla prova per lungo tempo: differentemente da Matteo e da Luca, Marco non dice che la tentazione di Satana arriva alla fine dei quaranta giorni (Matteo scrive infatti: «dopo aver digiunato quaranta giorni ebbe fame»), ma lascia intendere che quei quaranta giorni furono tutti di tentazione. Per quaranta giorni, dunque, Gesù deve guardare in faccia la sua fragilità e affrontare i pensieri cattivi che bussano al suo profondo… pensieri cattivi che riguardano la sua relazione con Dio, e quindi con il mondo.

A differenza di Matteo e Luca, Marco non specifica la natura delle tentazioni nè il modo di Gesù di affrontarle; e non dice neppure l’esito delle tentazioni, lasciando aperto il racconto. Alla fine del testo c’è quella misteriosa annotazione: «stava con le fiere e gli angeli lo servivano», e qualcuno ha voluto vedervi – certo a ragione – un ritorno al giardino dell’in-principio in cui Gesù, come l’Adam uscito dalle mani di Dio, è pacificato con il cielo (gli angeli) e con la terra (le fiere).
Marco ci dice che Gesù affrontò la lotta con la sua fragilità, con il mondo e le sue suggestioni. E lasciando aperto il racconto – non dicendocene cioè esplicitamente l’esito – suggerisce che tutto l’Evangelo sarà luogo di questa lotta, perché la tentazione si protrae per tutta la sua vicenda. Il verbo “peirázein” (“tentare”, “provare”) tornerà in seguito incarnandosi in situazioni concretissime, in cui il Figlio dovrà misurare la sua fragilità e la sua fedeltà al Padre.
I nemici di Gesù continuamente lo proveranno, fino all’ora suprema del Golgotha! Lì la fragilità giungerà all’estremo, e lì quella stessa fragilità narrerà per sempre il volto di Dio: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» esclamerà il centurione senza mezze misure.
Quell’uomo che – fragile – ha gridato l’abbandono di Dio chiedendogliene ragione; quell’uomo che ha urlato morendo, narra Dio perché totalmente affidato a Dio, e perché ha imboccato una strada per nulla scontata: una strada che va tanto lontano da ogni mondano buon-senso, che va tanto lontano da ogni compromesso che poteva salvarlo…

La lotta inizia per Gesù nel deserto, e dura per tutta la sua vita.
La lotta inizia per chi vuole seguire Gesù e dura per tutta la sua vita…è così! Il Gesù di Marco, infatti, uscendo dal deserto, inizia a chiedere di seguirlo, e di seguirlo in questa lotta: «Convertitevi e credete all’Evangelo»… Ecco lo “statuto” del discepolo! Ecco la via di ogni giorno! E guai a noi se un solo giorno fosse scevro da questa lotta!

La Quaresima è “sacramento” di questa condizione contemporanea di fragilità e di lotta. La Quaresima è tempo di prova costosa, ma in cui siamo preceduti ed accompagnati dall’umanità del Figlio di Dio che, senza sconti, ha affrontato la lotta con noi e per noi. La sua vittoria pasquale, che celebreremo alla fine di questi quaranta giorni, sarà luce gettata nel buio di tanti giorni di lotta senza quartiere, e a volte senza vittoria; di giorni di lacrime e sangue, che sono necessari alla nostra autenticità.

Chiamati da Dio, siamo riempiti di grazia e di gioia; chiamati da Dio, siamo contemporaneamente immersi in una lotta inesorabile da cui non ci possiamo sottrarre, e in cui dobbiamo lasciar lottare Cristo in noi.
La Quaresima è tempo di esercizio per questo: ricordandoci che siamo polvere  come ci ha fatto ripetere la Chiesa al Mercoledì delle Ceneri – e ricordandoci la nostra fragilità: una fragilità che Cristo ha “impastato” con il suo stesso sangue, per fare di noi quell’uomo nuovo con cui Dio fa un’alleanza di pace. Il nostro stato di uomini in lotta non è tuttavia uno stato di assenza di pace, ma uno stato di una pace paradossale che scaturisce da quella lotta che si incontra con la salvezza operata da Cristo.

Se la nostra cenere ci rattrista, la luce dell’arcobaleno di grazia che la illumina ci riempie di speranza: Dio salva ed illumina gli uomini, tutti gli uomini, e i cercatori di Dio sono gli “apri-pista” di tutta l’umanità, perché Cristo Gesù tutto ha assunto per tutto salvare!

Quaresima, tempo di prova e tempo di “radiosa tristezza” come dice la liturgia dell’oriente cristiano: la nostra povera cenere è inondata dalla luce della vita; la nostra povera cenere non resta cenere…
E’ allora tempo di prova, è tempo di lotta e, paradossalmente, tempo di luce multicolore e di pace, perché la pace è stare “al proprio posto”…e il nostro posto è quello nella lotta!
Fu così per Gesù, ed è così per ogni discepolo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Mercoledì delle Ceneri – Inizia il tempo della lotta!

UNA LOTTA VINTA A PREZZO DEL SUO SANGUE 

Gl 2,12-18; Sal 50; 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18

 

Crocifisso (particolare), Cimabue

E’ ancora Quaresima! Non solo un tempo austero, non solo un tempo di penitenza, ma soprattutto un tempo di grazia. Tra quaranta giorni è ancora Pasqua! Tra quaranta giorni canteremo ancora l’Alleluia della vittoria…in questi giorni sospendiamo questo canto di giubilo, lo sospendiamo solo perché abbia nuova forza in quella santa notte di resurrezione. Se l’Alleluia è canto di gioia ed esultanza per una vittoria, ogni vittoria è preceduta da una battaglia, da una lotta. La Quaresima è appunto tempo di lotta, tempo di verifica, tempo di prova! Una verifica coraggiosa e veritiera della nostra fedeltà all’Evangelo, una prova della nostra capacità di scegliere Cristo e di voltare le spalle agli idoli. Tempo, come scriveva Origene, in cui è necessario allenarci in quella lotta essenziale in ogni giorno della vita del cristiano: la lotta a quella tentazione di sempre che vorrebbe che noi prendessimo per Dio ciò che Dio non è! Una lotta a volte brutale, a volte sottile ma una lotta che costa. La Quaresima è la santa palestra per imparare quest’arte ed impararla di nuovo ogni anno con quello che siamo, che siamo divenuti in quest’altro anno di cammino della nostra vita.

Che siamo? Fragilità! Senza illusioni dobbiamo dirlo: fragilità!
Il segno della cenere che oggi la Chiesa ci depone sul capo è memoria austera ed eloquente della nostra fragilità: l’Adam è fatto della polvere della terra ma non rimane polvere! E’ vero, siamo fragilità ma siamo una fragilità amata infinitamente da Dio, una fragilità assunta a pieno da Dio…in Gesù Dio si è compromesso con questa fragilità, l’ha assunta fino a scendere lui stesso in un sepolcro: ha voluto la nostra fragilità senza sconti, fino alla morte- Anche quest’anno al Venerdì santo la Chiesa canterà con stupore dinanzi al Crocifisso antiche parole in greco: Dio Santo, Dio Forte, Dio Immortale, pietà di noi! Uno stupore grande che mai la Chiesa dovrà addomesticare: il Santo si è fatto maledetto, il Forte si è fatto impotenza, l’Immortale è precipitato nell’ombra di morte, nel ventre della terra, in un sepolcro come tutti gli uomini!
Una lotta costosa quella della Quaresima, costosa perché è lotta già vinta a prezzo del sangue di Cristo; la nostra polvere, allora, può entrare in quella vittoria che è nostra! La nostra fragilità è stata resa leggera dall’amore di Dio, Lui ne ha preso sulla croce il peso schiacciante e paralizzante. Sul capo non ci è posto un macigno ma un po’ di polvere che, mentre ci ricorda chi siamo nella nostra fragilità, ci narra anche di un Dio che ci dichiara che non permetterà al peccato di schiacciarci! Tutto questo è per noi non solo consolazione ma pure forza per la lotta. Sulla Quaresima si proietta l’ombra della croce di Cristo, anzi la croce stende il suo riparo su di essa: a quell’ombra possiamo camminare senza timore di cadere assetati sotto un sole immoto ed impietoso…Quella croce in questo tempo santo non sarà, però, solo riparo, sarà per noi tutti anche richiesta e via: richiesta a compiere anche noi, con Cristo Gesù, l’ascesa alla croce perché sia ucciso l’uomo vecchio, via perché camminare nella sua logica di amore e libertà ha un esito: la luce della resurrezione. Non solo allora con-morti insieme al Cristo, come direbbe Paolo, ma anche con-risorti insieme a Lui (cfr. Rm 6,1-4; Col 2,12). Gli strumenti per compiere questo cammino ce li ha dati l’Evangelo che oggi è proclamato: la preghiera, la condivisione, il digiuno. Il digiuno fa spazio a Dio e ci aiuta a conoscerci nelle nostre debolezze, la preghiera ci conduce a dimorare in Dio, la condivisione è l’atteggiamento essenziale per vivere da uomini veri in questo mondo.
Il frutto di una Quaresima vissuta senza sconti? Un passo ulteriore verso quell’uomo nuovo che la Pasqua di Cristo ci dona la possibilità di essere.

Buona Quaresima!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Natale del Signore (C) – Dio povero, Dio fragile

DIO BISOGNOSO DI AMORE E DI CURE

 Notte Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2, 1-14

Aurora Is 62, 11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20

Giorno Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18

 


Noi poveri, noi fragili, noi deboli, noi bisognosi d’amore, noi bisognosi di cure, noi bisognosi di mani pietose all’inizio della vita come alla fine della vita, noi contemporaneamente segno di speranza con il solo nostro nascere, noi capaci di grandi sogni, noi più grandi di noi stessi…

E oggi cosa celebriamo?

Dio povero, Dio fragile, Dio debole, Dio bisognoso di amore, Dio bisognoso di cure, di mani pietose di una madre come poi delle mani pietose di Giuseppe D’Arimatea alla fine…Dio fatto carne segno di grande speranza già solo per il suo nascere, Dio fatto carne nella storia di Gesù di Nazareth, inimmaginabile presenza di Dio che salva proprio in quella debolezza estrema… Nulla di più lontano dalle fantasie “religiose” degli uomini!

Chi mai poteva solo immaginare una cosa simile?

Un Dio così non è uno scudo dietro cui difendersi, non è il “Dio degli eserciti” protagonista di epiche battaglie, non è il Dio che dà risposta ad ogni domanda e tappa i buchi delle nostre incomprensioni di senso.

Il mistero del Natale per questo deve stupirci! Non perché ci intenerisce con le sue nenie e le sue memorie familiari di Natali più o meno antichi… Ci stupisce se apriamo davvero occhi e cuore a questo “incongruo” del Natale.

Si celebra un Dio fragile… Si canta “Gloria”, cioè il “peso” di Dio che salva, sopra la culla di un bambino che non pesa nulla. Uno dei miliardi e miliardi di bambini apparsi su questa antica crosta della terra… questo bambino è però adempimento di una promessa.

Quale?

Certo quella fatta ad Abramo (“in te saranno benedette tutte le genti della terra” cfr Gen 12, 3), certo quella fatta a Davide (“una casa farà a te il Signore; la tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me” cfr 2 Sam 7 ,11-10), la promessa fatta tramite Isaia (“la vergine concepirà un figlio ed Emanuele sarà il suo nome cfr Is 7, 14 )… Sì, è l’adempimento di tutte queste promesse che sintetizzano l’attesa di Israele, ma questo bambino di Betlemme, Dio-con-noi, è adempimento di una promessa che viene prima di tutte queste che la Scrittura ci enumera: la promessa che l’uomo è in quanto uomo!

Sì, l’uomo è un grande promessa il cuore dell’uomo ha una bellezza e un’insondabilità tali che l’uomo si percepisce come una promessa di un di più, di un infinito che egli stesso, il più delle volte, non sa dire ed esprimere!

Facendosi carne Dio è risposta a questa promessa che l’uomo è; è risposta alla sete d’eterno e d’infinito che l’uomo ha nel suo profondo e che si scontra ogni giorno con il limite, con il finito e soprattutto con il male…

E’ Lui viene… e non viene di fronte a noi uomini, viene in mezzo a noi, si costruisce la sua tenda tra di noi (cfr Gv 1,14), si fa uno di noi e ci mostra che quella promessa che l’uomo sente su di sé, la promessa di umanità, è vera e possibile… è vera e possibile perché noi siamo creati e amati dalla tenerezza di un Dio che è Padre amante e tenerissimo, è vera e possibile perché il nostro male Lui può e vuole guarirlo, perché ciò che a noi è impossibile e irraggiungibile Lui lo rende possibile e raggiungibile e ne fa un dono per noi!

Un dono… il Natale è tempo di dono… Ma cos’è dono? Il bambino che attende il dono è uno che ha una speranza grande, quella di ottenere qualcosa che da solo non potrebbe mai avere…

Il dono dovrebbe essere sempre una sorpresa, un qualcosa di insperato… E’ difficile fare un dono in tal senso… il dono racconta ciò che Dio ha fatto per noi nella storia: ci ha donato la nostra piena e vera umanità, quello che ci palpita dentro come una grande nostalgia ma che da soli non possiamo costruire…

E allora eccolo lì  Dio… piccolo e fragile come piccolo e fragile sono io, spoglio di potenza per dirci che la grandezza dell’uomo non sta nella potenza ma nella fragilità perché la fragilità è l’altra faccia dell’amore!

Eccolo lì Dio, pronto a fare il nostro percorso di uomini: crescere, farsi amare, imparare, conoscere, lottare contro ogni disumanizzazione che assedia l’uomo, instaurare relazioni umane libere e belle, fare una vita bella, buona e felice, morire per amare fino all’estremo

Stanotte l’abbiamo sentita questa parola straordinaria di Paolo: “E’ apparsa la grazia di Dio… per insegnarci  a vivere in questo mondo” (cfr Tt 2, 11-12)! Gesù è l’uomo in cui è mantenuta ogni promessa d’umanità ecco perché il Figlio di Dio prese carne!… E da quella mangiatoia di Betlemme, anzi fin dal grembo di Maria, l’umanità cominciò ad essere “contagiata” dalla  bellezza di quest’uomo nuovo…

Sì, è così! Dobbiamo proclamarlo in questo giorno santo!
E’ L’Evangelo!

E’ vero, nel mondo c’è ancora tanto orrore, tanto male, tanto non–senso che pare senza sbocco, tante lacrime che ci paiono un oceano di pianto, c’è ancora tanta ingiustizia, c’è la follia arrogante di chi distrugge la terra, c’è la follia superba di chi pretende di dominare e usare gli altri…ma l’umanità nuova è già nata… noi cristiani ne siamo gli annunziatori poveri e umili e possiamo custodirla questa speranza e dobbiamo consegnarla.

Ecco cosa brilla nella notte del Natale: l’uomo nuovo è nato ed in Cristo si è compiuto… e da questo non si torna più indietro…

In questi ultimi decenni c’è stata una crescente retorica cristiano attorno al Natale: “salvare il Natale” dal consumismo e via di seguito… Pensateci: “salvare il Natale”! Ma no! E’ il Natale che salva noi!

Nel nostro occidente ormai il Natale è così (e sottilmente tutti lo vogliamo così!) non facciamo battaglie inutili, facciamo invece la battaglia decisiva: crediamo alla speranza, siamo uomini nuovi, sempre più nuovi nella condivisione e nell’umanità; puntiamo lo sguardo su Gesù e gioiamo per Lui… Se sarà così non ci disturberanno le mille luci, i dolci e i doni del “Natale consumistico”… Forse sapremo usare tutte queste cose per la nostra battaglia…quella vera!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica di Pasqua – La Resurrezione è la fede cristiana

UN INGRESSO NEL FUTURO

At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-11a.12-13.17-19; Gv 20,19-31

 

La resurrezione è la fede cristiana! Noi cristiani non crediamo all’immortalità ma alla resurrezione! Dio non è venuto in Gesù in un immortale ma in uno di noi, fragile e mortale! Giovanni nel prologo del suo Evangelo ce lo dice con chiarezza quando scrive che il Verbo divenne carne (Gv 1,14) ed usa, direi, una parola brutale: sarx che suggerisce la fragilità, la debolezza, la mortalità… Se la via del cristianesimo è la resurrezione ciò significa che non si salta la morte ed il dolore; la resurrezione deve passare per la morte, la resurrezione passa per la morte e fa compiere un balzo in avanti, verso il futuro. La resurrezione non è un ritorno al  passato, ma un ingresso nel futuro impensabile di Dio in cui ci porta con il nostro passato, la nostra storia. Ecco perché il Risorto si ripresenta ai suoi con le sue piaghe! Nell’Evangelo di questa domenica esse sono protagoniste. Quelle piaghe non sono cancellabili, la resurrezione non le ha annientate: la resurrezione è fedele alla storia!

Il corpo del Risorto è il corpo di Gesù di Nazareth ma nel balzo verso il futuro di Dio…in questo futuro “eterno” porta i segni della sua fragilità, del suo Amore per il mondo, del nostro peccato. Il corpo del Risorto è quello di Gesù di Nazareth in tutto simile a noi eccetto il peccato (cfr Eb 4,15) dunque fragile e mortale; il corpo del Risorto è segnato da quelle piaghe che, liberamente e per amore si è lasciato infliggere per attirarci a sé (cfr Gv 12, 32) amandoci fino all’estremo (cfr Gv 13,1); il corpo del Risorto è il corpo di Colui è stato trafitto per noi (cfr Gv 19,37; Is 53,5), a causa dei nostri peccati!

Mostrando le sue piaghe nel cenacolo la sera del giorno di Pasqua, Gesù non solo dà un segno della sua identità (il Crocifisso è il  Risorto!) ma racconta anche chi è Dio e chi siamo noi.

Quelle piaghe narrano l’Evangelo di un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito (cfr Gv 3,16); quelle piaghe narrano anche la nostra identita: chi siamo? Degli amati fino all’estremo (cfr Gv 13, 1; Gv 19,30), fino a quelle piaghe e a quel cuore trafitto…siamo però ancora la causa di quelle trafitture, ne siamo la causa per i nostri peccati; questa è una verità da non tacere, una verità da dirci certamente senza “dolorismi” e atteggiamenti falsamente penitenziali. Il nostro peccato è il contributo fattivo e concretissimo che noi diamo al male del mondo, alla morte e alle perversioni mondane; tutto questo Gesù lo ha preso nella Passione, e se ne è lasciato schiacciare senza aprire la sua bocca e senza minacciare vendetta (cfr 1Pt 2,23-24), e così facendo ha spezzato l’odio che nutre il male del mondo.

La piaga mortale, quella del costato, è poi segno che la Resurrezione non è un atto concluso una volta per sempre: non si può vivere con il cuore trafitto; quella ferita mortale è allora memoria, come scrive un teologo francese (Germain Leblond), che il Padre eternamente risuscita il Figlio, che le energie di resurrezione si dispiegano nel tempo e nell’eternità. Allora davvero quelle piaghe sono gloriose (gloria, in ebraico kavod = peso): ci narrano cioè il peso che Dio ha avuto per Gesù, e il peso che noi abbiamo avuto per Lui che ci ha amati fino all’estremo.

Entrando nel cenacolo, egli incontra degli uomini ancora chiusi nei loro sepolcri di paura…Gesù è uscito dal sepolcro, ma i suoi sono ancora in una tomba di paura impotente…il Risorto entra nelle loro porte chiuse e vi porta la luce delle sue piaghe gloriose…le mostra loro non per rinfacciare il male che ha subito ma per narrare loro l’estremo, definitivo evangelo della vittoria dell’amore; amore che perdona e che crea ministri di perdono, crea una comunità retta dalla remissione dei peccati, una comunità che vive perdonanandosi perché perdonata, una comunità che ha la responsabilità della remissione dei peccati e non perché, come banalmente e riduttivamente spesso si dice, qui Gesù “istituisce” il sacramento del perdono! No! E’ troppo poco! Quello è lo zenith, l’apice di questa economia nuova del perdono…la comunità dei discepoli di Gesù ha la responsabilità della remissione dei peccati perché Gesù le chiede di essere portatrice nella storia di una capacità di perdono grande, senza confini; se quella Comunità non dovesse essere questo la remissione dei peccati non giungerà agli uomini! E’ una responsabilità ma è anche un dono… Anzi  è il dono che genera la responsabilità: il soffio dello Spirito che esce dalle labbra de Risorto è dono di riconciliazione, è dono di una nuova creazione!

Le piaghe gloriose sono andate a cercare i discepoli ancora “sepolti” e vanno a cercare anche l’assente Tommaso…quelle piaghe sono ancora protagoniste di questa ultima scena del quarto Evangelo (l’Evangelo di Giovanni finiva qui, lo straordinario capitolo 21 è aggiunta della Chiesa giovannea)…quelle piaghe vanno a cercare il più debole, il più debole perché si fa forte del suo raziocinio imprigionante; quelle piaghe lo trasformano, gli rivelano chi è lui e chi è Dio, lui un incredulo, Dio Amore che non si stanca…quelle piaghe permettono a Tommaso di pronunciare quella profressione di fede con la quale riconosce il Risorto. Questi proclama da quell’ora l’economia definitiva della salvezza: credere senza vedere…si potrà vedere solo attraverso l’Evangelo narrato e custodito dalla Chiesa, quell’Evangelo che ci conduce ai segni che Cristo ha compiuto sotto gli occhi dei suoi discepoli e che ora è possibile vedere attraverso quello sta scritto che ci è consegnato perché crediamo e abbiamo la vita. Così saremo beati…più di Tommaso, anche più del Discepolo amato che vide e credette (cfr Gv 20, 8)…Noi ci fidiamo del loro sguardo e ancor più della loro fede e da allora su ogni umile cristiano risuona l’estrema beatitudine dell’Evangelo: Beati quelli che senza vedere crederanno.




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