Mercoledì delle Ceneri – Allenarci nella lotta

PRENDERE DIO PER CIO’ CHE NON E’

Gl 2,12-18; Sal 50; 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18

 

E’ ancora Quaresima! Non solo un tempo austero, non solo un tempo di penitenza, ma soprattutto un tempo di grazia!

Tra quaranta giorni è ancora Pasqua! Tra quaranta giorni canteremo ancora l’Alleluia della vittoria…in questi giorni sospendiamo questo canto di giubilo, lo sospendiamo solo perché abbia nuova forza in quella santa notte di resurrezione. Se l’Alleluia è canto di gioia ed esultanza per una vittoria, ogni vittoria è preceduta da una battaglia, da una lotta. La Quaresima è appunto tempo di lotta, tempo di verifica, tempo di prova! Una verifica coraggiosa e veritiera della nostra fedeltà all’Evangelo, una prova della nostra capacità di scegliere Cristo e di voltare le spalle agli idoli.

Tempo, come scriveva Origene, in cui è necessario allenarci in quella lotta essenziale in ogni giorno della vita del cristiano: la lotta a quella tentazione di sempre che vorrebbe che noi prendessimo per Dio ciò che Dio non è! Una lotta a volte brutale, a volte sottile ma una lotta che costa. La Quaresima è la santa palestra per imparare quest’arte ed impararla di nuovo ogni anno con quello che siamo, che siamo divenuti in quest’altro anno di cammino della nostra vita.

Che siamo? Fragilità! Senza illusioni dobbiamo dirlo: fragilità!

Il segno della cenere che oggi la Chiesa ci depone sul capo è memoria austera ed eloquente della nostra fragilità: l’Adam è fatto della polvere della terra ma non rimane polvere! E’ vero, siamo fragilità ma siamo una fragilità amata infinitamente da Dio, una fragilità assunta a pieno da Dio…in Gesù Dio si è compromesso con questa fragilità, l’ha assunta fino a scendere lui stesso in un sepolcro: ha voluto la nostra fragilità senza sconti, fino alla morte: anche quest’anno al Venerdì santo la Chiesa canterà con stupore dinanzi al Crocifisso antiche parole in greco: Dio Santo, Dio Forte, Dio Immortale, pietà di noi! Uno stupore grande che mai la Chiesa dovrà addomesticare: il Santo si è fatto maledetto, il Forte si è fatto impotenza, l’Immortale è precipitato nell’ombra di morte, nel ventre della terra, in un sepolcro come tutti gli uomini!

Una lotta costosa quella della Quaresima, costosa perché è lotta già vinta a prezzo del sangue di Cristo; la nostra polvere, allora, può entrare in quella vittoria che è nostra!

La nostra fragilità è stata resa leggera dall’amore di Dio, Lui ne ha preso sulla croce il peso schiacciante e paralizzante; sul capo non ci è posto un macigno ma un po’ di polvere che, mentre ci ricorda chi siamo nella nostra fragilità, ci narra anche di un Dio che ci dichiara che non permetterà al peccato di schiacciarci!

Tutto questo è per noi non solo consolazione ma pure forza per la lotta. Sulla Quaresima si proietta l’ombra della croce di Cristo, anzi la croce stende il suo riparo su di essa: a quell’ombra possiamo camminare senza timore di cadere assetati sotto un sole immoto ed impietoso…Quella croce in questo tempo santo non sarà, però, solo riparo, sarà per noi tutti anche richiesta e via: richiesta a compiere anche noi, con Cristo Gesù, l’ascesa alla croce perché sia ucciso l’uomo vecchio, via perché camminare nella sua logica di amore e libertà ha un esito: la luce della resurrezione. Non solo allora con-morti insieme al Cristo, come direbbe Paolo, ma anche con-risorti insieme a Lui (cfr. Rm 6,1-4; Col 2,12).

Gli strumenti per compiere questo cammino ce li ha dati l’Evangelo che oggi è proclamato: la preghiera, la condivisione, il digiuno. Il digiuno fa spazio a Dio e ci aiuta a conoscerci nelle nostre debolezze, la preghiera ci conduce a dimorare in Dio, la condivisione è l’atteggiamento essenziale per vivere da uomini veri in questo mondo.

Il frutto di una Quaresima vissuta senza sconti? Un passo ulteriore verso quell’uomo nuovo che la Pasqua di Cristo ci dona la possibilità di essere.

Buona Quaresima!




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II Domenica di Pasqua – Il sogno di Chiesa di Atti

INCREDULITA’ E DUREZZE CHE CI TENGONO FUORI DAL SOGNO DI CHIESA 

At 4, 32-35; Sal 117; 1Gv 5, 1-6; Gv 20, 19-31

 

In questa seconda domenica pasquale la Chiesa è chiamata ad una riflessione sulla sua fede pasquale, sulla sua adesione vitale ed esistenziale al mistero che ha appena contemplato e celebrato nei giorni santi della Pasqua .

Cosa deriva da questa realtà della Pasqua di Cristo? Una volta accolto il Crocefisso Risorto immediatamente nasce la Chiesa. A molti questo non piacerà…ma è così! La Pasqua di Cristo vuole annunziare una possibilità nuova di relazione tra gli uomini che si riconoscono in quell’amore costoso del Figlio di Dio.

Il testo di Atti , che oggi è la prima lettura, è emblematico di questo esito della Pasqua di Gesù: l’esito è una vita in cui si ha un cuore solo ed un’anima sola e in cui, poichè si è questa unità , anche l’avere viene unificato ; i beni messi in comune sono un “sacramento”, un “segno” di quell’ unità radicale che il Crocefisso Risorto dona e crea in chi aderisce a Lui.

Questa di Atti è certo un’icona ideale della Comunità dei credenti ma, il fatto che sia ideale non la fa meno vera nè meno ineludibile. O la Chiesa cammina verso questa meta o smarrisce il suo volto di Comunità radunata dal Crocefisso Risorto, da Colui che venne, come scrive la Prima Lettera di Giovanni , con acqua e sangue, venne, cioè a pieno con la sua morte costosa e vivificante! La fede cristiana è adesione al Signore Crocefisso ma potente nella sua debolezza.

La fede cristiana è quello che Tommaso non sa accettare: è riconoscere le piaghe del Vivente…è credere che sia possibile una risurrezione di un piagato a morte…è riconoscere che la verità di Dio dimora anche in fratelli “piagati ”…sì, perchè il primo peccato di Tommaso fu quello di non aver creduto a quegli uomini fragili, traditori, fuggiaschi e disertori (o “incredibili” come Maria di Magdala per il fatto d’essere donna!) che erano i suoi fratelli. Il primo peccato di Tommaso fu quello d’essersi fermato a quelle piaghe della “chiesa nascente” dando più credito alle piaghe che all’Evangelo che quei piagati gli proclamavano.

Le piaghe del Crocefisso per lui erano solo piaghe di un morto e non riusciva a credere che potevano trasformarsi nelle piaghe di un Vivente, in un luogo di gloria che narra l’amore di Dio…

Mi pare che le piaghe del Risorto richiamino con forza le piaghe della Chiesa; riconoscere Cristo dalle sue piaghe è connesso al riconoscere la Chiesa nelle sue piaghe, nelle sue fragilità, riconoscere la Chiesa come un vaso sì di creta, ma vaso eletto per custodire l’Evangelo (cfr 2Cor 4,7).

Tommaso non riusciva a vedere che quel vaso di creta dei suoi fratelli custodiva l’Evangelo più sconvolgente e trasformante della storia! Ed ecco che Gesù deve andarlo a cercare proprio in quel “territorio” di incredulità e di chiusura; Gesù deve andarlo a crecare proprio dietro le pareti di quel “cuore di pietra” della sua inacapacità a credere. Aveva cercato gli altri dieci dietro la pietra pesante della loro “tomba” di paura e lì, in quello spazio di morte, aveva “soffiato” lo Spirito vivificatore e quei fuggiaschi, increduli e disertori divennero la sua Chiesa, quella che, in embrione, avevamo visto ai piedi della croce nella Madre e nel Discepolo amato…ora è lì creata con il “fango” di quell’umanità fragile e piagata; ora è lì, fatta capace di donare al mondo la sola cosa di cui il mondo ha bisogno: la pace che è remissione dei peccati , che è riconciliazione. Ora quegli uomini possono mettersi, con Lui (stette in mezzo a loro !), in cammino verso quell’unità dei cuori che Atti ci ha mostrato. A quell’unità però manca uno e quando un solo fratello manca, quell’assenza pesa e rende tutti più poveri.

Così il buon pastore , il pastore bello (cfr Gv 10) va a cercare la pecora perduta e non solo la cerca ma gli si offre: apre per quella pecora perduta che è Tommaso le sue ferite; è disposto a farsi toccare in quelle ferite per dare a Lui accesso alla vita. Ci sono in noi “territori” non evangelizzati, abitati dall’incredulità, colmi di quel “buon senso” del mondo per cui un morto è un morto e le ferite sono solo ferite; ci sono in noi degli spazi chiusi al dare credito ai fretelli, alle loro vite evangelizzate (più della nostra, tante volte!), di dare loro fiducia, di amarli nella loro fragilità…sono quei “territori” e quegli spazi che il Risorto vuole visitare e li vuole visitare per sanare quelle incredulità e durezze che ci tengono fuori dal sogno di Chiesa di Atti. Certo! Non può camminare verso la Chiesa di Atti chi non è disposto a lasciarsi visitare e contraddire dalle piaghe del Crocefisso Risorto, chi non è disposto a riconoscere le piaghe dei fratelli non come ostacoli ma come occasione di amore.

La comunione dei beni che Atti ci chiede è comunione di quello che si è prima che di quello che si ha. Guai a chi pretende di mettere in comune con gli altri solo la parte migliore di sè, guai a chi pretende di cogliere dai fratelli solo la loro bellezza e la loro bontà…

Tommaso è ricondotto da Gesù in seno ad una comunità di fratelli fragile e povera, ma che è la sola “casa” dove può abitare e dove lui, il “gemello” (Didimos) di tutti noi, abitati da “ore cattive” di incredulità, è fatto capace della più grande confessione di fede: Signore mio, Dio mio!

E’ vero quello che si canta in un inno pasquale: “Non c’è peccato che non chiami il perdono, non c’è lontano in Dio, non c’è ferita che non possa guarire, rinasce tutto in Dio !”

Il Risorto mostrandoci le sue ferite ci dice che è proprio così, per tutti e anche per Tommaso, peccatore, ferito e lontano.

 




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Battesimo del Signore – Una promessa pasquale

RACCONTARE L’UOMO ALL’UOMO

Is 55, 1-11; Cantico da Is 12, 2-6; 1Gv 5, 1-9; Mc 1, 7-11

 

Oggi si conclude il Tempo di Natale e si apre il cosiddetto Tempo ordinario; tempo in cui siamo chiamati a realizzare quanto abbiamo contemplato nel Tempo d’Avvento e nei giorni del Natale. “Cerniera” tra il Tempo di Natale ed il Tempo ordinario è questa domenica del Battesimo del Signore.
La carne di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, è la nostra carne di figli di Adamo e quella carne, assunta dal Verbo, oggi è immersa da Gesù in una purificazione in cui deve “affogare” il vecchio Adamo. Gesù, il nuovo Adamo, è venuto per compiere una missione precisa: raccontarci Dio ed il suo amore totalmente gratuito e raccontare l’uomo all’uomo. Il racconto, però, non può rimanere solo racconto, spiegazione, informazione … deve diventare concretezza, possibilità realmente offerta.
Il Battesimo al Giordano è promessa pasquale: l’uomo nuovo , Gesù, promette a tutti gli uomini, “prigionieri” dell’uomo vecchio, di essere con loro in un’opera necessaria e dolorosa: la morte dell’uomo vecchio! Immergendo la nostra carne, che ha assunto, nelle acque del Giordano, Gesù inizia una strada dolorosissima in cui giungerà ad inchiodare il peccato, l’uomo vecchio, al legno della croce. Giovanni il Battista, nel passo di Marco di oggi, proclama che Gesù è più forte perché capace di compiere quest’opera definitiva di morte dell’uomo vecchio di cui il suo Battesimo era solo un segno.
Il gesto di Gesù di mettersi in quella fila di peccatori per farsi immergere da Giovanni è “sacramento” di tutta la sua vita: vita di condivisione piena, senza esenzioni della nostra condizione di uomini segnati dal peso della fragilità e della miseria . Lui, Gesù, che non era né peccatore, né meschino, né vile, sceglie di essere tra noi, sceglie la via della condivisione costosa e non la via del privilegio (cfr Fil 2,6).
Inizia qui quella discesa agli inferi che lo farà compagno dell’ ultimo degli uomini, di quello più infimo e più reietto, quello più sporco e meno amabile, di quello più compromesso e cattivo … non sceglie di stare solo a mensa con i fragili ed i peccatori pentiti ma di stare assieme agli uomini in qualsiasi condizione, sceglie l’uomo nel suo peccato, quello che lo abbrutisce e gli imbratta l’immagine di Dio … In questo senso davvero le vie di Dio sono inconcepibili per noi; lo ha detto Isaia nel passo della prima lettura che oggi si ascolta: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie !
Il Verbo si è fatto carne per percorrere questa via incredibile di “compagnia” e quindi di abbassamento.
Oggi capiamo come l’esito del Natale sia qualcosa di tutt’altro che zuccheroso e rassicurante ! La via dell’Incarnazione Dio l’ha presa molto sul serio, gli è costata molto … l’amore costa, c’è poco da fare!
A Natale abbiamo cantato quella dolce nenia di Sant’Alfonso: Ahi quanto ti costò l’avermi amato! e pensiamo subito al Bambino infreddolito avvolto in fasce … ma non è solo questo … da lì per Dio inizia un’avventura meravigliosa di bellezza ma anche di vera compromissione. Da lì per Gesù, Verbo eterno fatto carne, inizia una via umanissima e perciò meravigliosa ma anche una via che, per custodire la sua bellezza, paga un prezzo ; il prezzo della spoliazione, il prezzo del con-soffrire, dell’assaporare l’amarissimo boccone della morte. Questa scelta di Gesù di Nazareth, certamente una scelta sofferta, cercata, frutto di un discernimento tale che nessuno di noi può neanche lontanamente immaginare, ha un esito straordinario: la rivelazione piena, per Gesù, della sua identità . Finalmente Gesù di Nazareth sa davvero chi è : è il Figlio amato, oggetto di una gioia indicibile di quel Dio dei padri che ora Gesù sa di poter e di dover chiamare Abbà, Padre suo tenerissimo, fonte di un progetto incredibile di vita e di “compagnia” per l’uomo che Egli ama.
Gesù di Nazareth sa di essere il Figlio unico del Padre ma sa anche di portare la carne di ogni uomo; sa che Dio gli è Padre per davvero e sa pure che nessun uomo gli è estraneo! Lo Spirito che scende su di Lui sarà – scriveva San Basilio – compagno inseparabile di quel cammino di Emmanuele che Gesù intraprenderà; sarà la forza della sua piena umanità, della sua capacità di dono fino all’estremo; non lo esenterà dalla fatica della libertà e dal dolore, ma gli darà quell’unzione per cui quella carne che ha assunto potrà essere “luogo” della Parola da proclamare con fermezza (profezia), sarà capacità di offerta piena di sé nell’amore (sacerdozio), sarà vittoria sul mondo e sulle sue strade egoistiche di morte (regalità).
La sua discesa nelle acque del Giordano non è un gesto esemplare (che terribile tendenza quella di fare dei gesti e delle parole di Gesù occasioni esemplari e moralistiche, vuote della fatica dell’umano!) ma è un’ora di approdo ad una piena coscienza di sé, è ora di scelta di campo (stare dalla parte dei peccatori), è ora di unzione della sua carne santissima. Al Giordano Gesù, Figlio di Adam e Figlio terno di Dio, diviene il Cristo, l’Unto perché riceve l’Unzione che è lo Spirito, Unzione che gli dona la pienezza della profezia, del sacerdozio e della regalità .
Così, con la potenza della parola profetica , con la forza di offrirsi totalmente , con bellezza di un amore che tutto vince e che sa donare fino all’estremo, il Figlio di Dio plasma la nostra carne ad essere carne dell’uomo nuovo. Si è fatto uomo perché tutti gli uomini possano essere uomini nuovi, possano essere come Lui, anzi, diranno i Padri siriaci, perché ogni uomo possa essere non un figlio di Dio ma il Figlio di Dio!
Immergendosi oggi nelle acque del Giordano, alla ricerca della miseria dell’uomo, Gesù, come ha sempre detto la tradizione cristiana, santifica tutte le acque perché possano essere, nel Battesimo, luogo di salvezza per tutti coloro che vi saranno immersi per morire al vecchio uomo e nascere alla novità di vita dell’Evangelo.
Oggi possiamo sentire nel cuore una grande consolazione: Gesù di Nazareth ci ha scelti nella nostra miseria … non ci ha scelti solo perché è nato a Betlemme, facendosi carne da Maria Vergine per un eterno consiglio del Dio delle promesse, ma ci scelse anche coscientemente, ormai adulto, dopo l’umanissima fatica di un discernimento libero della sua identità e dopo essersi posto dinanzi al Padre ed alla sua volontà. Ci fu un giorno santissimo in cui Gesù di Nazareth decise di scendere nel Giordano con i peccatori, scelse così ognuno di noi prendendoci per mano per condurci alla vita nuova.
Per questo pagò un prezzo … lo pagò con gioia ed amando in una vita bella, buona e felice … ma lo pagò!
Le nostre vite di credenti sono umane, belle, piene, sensate? Le nostre vite pagano un prezzo?




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