V Domenica di Pasqua (Anno C) – Mandatum Novum


CHE VI AMIATE GLI UNI GLI ALTRI

 

At 14, 21-27; Sal 144; Ap 21, 1-5; Gv 13, 31-33. 34-35

Domenica “importante” questa!
La si dovrebbe tenere in gran conto nella vita della Chiesa e nel ciclo omiletico da offrire alle nostre assemblee.
Come si dà gran risalto alla “Domenica del Buon Pastore”, banalizzandola spessissimo con intenti solo vocazionali; come si è voluta creare la “Domenica della Divina Misericordia”, quasi che tutta la celebrazione della Pasqua non fosse stata il grande canto alla misericordia del Signore, così si dovrebbe sottolineare che questa Quinta domenica del ciclo C è la “Domenica del Mandatum Novum”! In greco Giovanni fa dire a Gesù “entolènkainèn” e noi traduciamo spesso con “comandamento nuovo”; in realtà sarebbe più preciso e più chiaro se noi traducessimo con “incarico definitivo”, “incarico ultimo”, “ultimo compito”.

Sì, si tratta di un compito, di un mandato, di un incarico che il Signore dà alla sua Chiesa … l’ultimo. Un incarico che la riguarda nel suo profondo, nella sua identità e poi nella sua missionarietà! E’ davvero l’ultimo compito che il Signore dà ai suoi prima della Pasqua; è quello che dovrebbe guidare sempre l’essere e l’agire della Chiesa: «Un ultimo compito vi do: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri». E poi aggiunge: «Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».

E’ bene che collochiamo questo mandatum novum all’interno del testo, per comprenderne e la portata e le implicanze. Siamo dopo la lavanda dei piedi che ha mostrato con un “mimo” l’amore crocefisso, l’amore fino all’estremo, l’amore che prende la forma di schiavo; un amore che Gesù vuole che i suoi colgano: i piedi li ha lavati a loro, ai Dodici, al primo nucleo della Chiesa, non a quelli di fuori, non ai lontani!
Dalla comprensione della lavanda dei piedi, che è narrazione della Croce, i suoi dovranno essere il nucleo di una fraternità e di un amore che si dovrà espandere a tutti. Il mandatum novum, e la lavanda dei piedi che lo significa, non è un invito ad un amore generale, un amore “pratico” (a volte, anzi spessissimo, mi pare che così venga letto anche al Giovedì Santo, quasi come una banale propaganda caritativa!), ma riguarda l’amore intra-ecclesiale, l’amore che i discepoli, che si sono sentiti toccare i piedi, le loro miserie, i loro peccati e sporcizie dall’amore inginocchiato del Signore, sono chiamati a vivere tra di loro, nella Chiesa, nella Comunità dei credenti in Gesù.

Solo un amore intra-ecclesiale renderà possibile la conoscenza del discepolato e di Colui di cui si è discepoli; solo un amore intra-ecclesiale, che incarna quell’amore del Cristo fattosi schiavo per amore, renderà possibile l’annunzio e la predicazione …
Solo un amore intra-ecclesiale autentico, una vera fraternità mediata da Gesù Cristo, racconterà Cristo e renderà la Chiesa credibile e vera Chiesa di Cristo: «conosceranno che siete miei discepoli» non “conosceranno che siete amici tra di voi” oppure “conosceranno che siete dei filantropi”! Ecco perché allora il mandatum novum riguarda l’identità della Chiesa! Solo così si è Chiesa, e se si è davvero Chiesa si è capaci di raccontare Cristo al mondo!

D’altro canto la logica del Quarto Evangelo è che Cristo racconta il Padre (cfr Gv 1,18) e che la Chiesa deve raccontare Cristo (cfr 1Gv 4, 12). Qui si gioca tutta l’autenticità della Chiesa, la sua affidabilità e credibilità… qui si gioca la sua identità!
C’è poco da fare!
La Chiesa è una Comunità di fratelli che si amano e che lottano per amarsi, e lottano perché nulla si opponga all’amore fraterno che è la sola realtà che può cantare radicalmente il volto di Dio! Si lotta per la fraternità perché la fraternità è una sfida alla nostra mondanità, la fraternità è sì una gioia ma all’interno di una fatica senza sconti.

Il mandatum novum è dato alla Chiesa. Gesù parla dell’amore nella Chiesa e non dell’amore che la Chiesa deve al mondo! Quest’ultimo è più che doveroso, è la sua grande testimonianza ma non ha radice se non questa del mandatum novum. Solo una Chiesa al cui interno c’è amore può dare amore al mondo e dunque ai lontani!

E’ l’amore di Cristo che tocca la Chiesa e la converte; la Chiesa deve riconoscere sempre più quanto questo amore è costoso e sanguinante!

Vorrei notare che Gesù dà il mandatum novum solo dopo che Giuda è uscito per andarlo a consegnare e Lui non l’ha fermato! Questo non perché Giuda non ne fosse degno: anche questa baggianata si è detta… poveri noi se fosse così!
Chi di noi infatti è degno per le sue azioni, le sue intenzioni, i suoi pensieri e le sue “notti” di ricevere il mandatum novum?
No! Gesù dà il mandatum novum quando Giuda esce perché, solo quando Giuda è uscito, la Passione è davvero iniziata! Solo quando Giuda è uscito, e Lui non l’ha fermato, Gesù può dire d’averci amato! Prima dell’uscita di Giuda, Gesù avrebbe dovuto dire: «Amatevi come io vi amerò» … e a Gesù solo il “futuro” non basta a fondare la sua richiesta, una richiesta così grave e grande; quando invece Giuda è uscito Gesù può dire «Come vi ho già amati» perché si è messa in moto la terribile macchina della Passione!

Quando nella Chiesa non paghiamo un prezzo per l’amore fraterno, quando nella Chiesa vogliamo sempre e a tutti i costi difendere noi stessi, preservarci dalla compromissione seria con gli altri fratelli, allora dimentichiamo quell’amore che si è consegnato al tradimento, alla solitudine, ai flagelli, alla derisione, all’ingiustizia, alla croce, alla morte … oserei dire che una Chiesa che non prende sul serio il mandatum novum, per quel che significa in termini di amore intra-ecclesiale, rende “vana la croce di Cristo” (cfr 1Cor 1, 17).

Nella seconda lettura abbiamo ascoltato una straordinaria pagina dell’ultimo capitolo dell’Apocalisse che ci riempie il cuore di speranza; quella Gerusalemme ultima che scende dal cielo è la Chiesa fedele al suo Signore; è la Sposa ormai pronta per lo Sposo; è la Sposa che si ritrova tale perché santificata da Dio, da quel Dio che la abita e che, attraverso di lei, vuole fare nuove tutte le cose. Tutto questo accadrà, per la grazia di Dio, ma a partire da una comunità di poveri uomini e povere donne che, per quell’Amore crocefisso che hanno conosciuto, scelgono di camminare nell’amore reciproco, scelgono la via dell’amore fraterno per cantare la grande novità dell’Evangelo.

Forse, se come Chiesa non abbiamo credibilità e vediamo sempre meno uomini attratti dalle nostre comunità e quindi dall’Evangelo, è perché noi non ci amiamo come Lui, Gesù, aveva sognato!

Pensiamoci seriamente!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XVII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Dare la vita

 

MOLTIPLICARE PER CONDIVIDERE

 

2Re 4, 42-44; Sal 144; Ef 4, 1-6; Gv 6, 1-15

 

Per ben cinque domeniche lasciamo l’Evangelo di Marco per leggere quasi tutto il capitolo sesto del Quarto Evangelo; è il capitolo sul Pane di vita, è il grande discorso eucaristico che il quarto evangelista pone con chiarezza teologica sulle labbra di Gesù.

La Chiesa di Giovanni celebra ormai da più di sessant’anni la Cena del Signore come cuore della sua vita credente, e la riflessione su questo mistero di amore e di presenza del Cristo è giunta, in Giovanni e nella sua Chiesa, ad altissime vette di consapevolezza.
La Chiesa giovannea vede le derive verso cui è tentata la prassi dei credenti: c’è il grande rischio che l’Eucaristia divenga rito “religioso” staccato dalla vita e dalla concreta compromissione che il discepolo deve vivere con il suo Signore che ha dato la vita, e che chiede ai suoi solo e sempre la stessa cosa: dare la vita.

Per il quarto evangelista occasione del discorso è un fatto concreto, un segno che è ricchissimo di valenze teologiche e pratiche.
Il segno che oggi ci è narrato è la moltiplicazione dei pani, il “miracolo” più attestato dagli evangeli; ne abbiamo, infatti, sei racconti poichè sia Matteo che Marco hanno ciascuno due racconti di moltiplicazioni di pani; un fatto dunque certamente storico, e certamente parte di quel patrimonio narrativo che la Chiesa nascente custodiva e sapeva di dover trasmettere.

Giovanni, come è suo solito, ne fa un racconto “altro”; e l’“alterità” non sta tanto nella narrazione stessa, ma nella connessione che Giovanni crea strettamente tra il racconto ed il successivo discorso eucaristico. Una connessione che, a mio avviso, vuole sottolineare con forza che non si può mai separare la dimensione di fede, la dimensione “spirituale”, dalla dimensione esistenziale, concreta, “materiale”! Pena il tradimento dell’Evangelo!

Nel racconto del Secondo libro dei Re, la prima lettura di questa domenica, Eliseo compie un miracolo simile, ma con numeri molto inferiori; il suo, tuttavia, è un prodigio teso solo a provvedere ad un momento di bisogno.
Non così nell’Evangelo di Giovanni: qui il prodigio dei pani è un segno, cioè richiama ad altro; prepara la moltiplicazione di un altro pane di cui Gesù parlerà diffusamente, rispondendo alle domande ed alle dichiarazioni della gente che ha assistito al segno e che ne ha beneficato. Il segno ha fatto nascere domande.

La connessione dei due fatti, la moltiplicazione dei pani ed il discorso eucaristico, ci dichiara che non si può mai prescindere, nei discorsi di fede, dalla concretezza dell’uomo: guai a chi volesse fare discorsi “spirituali”, “mistici”, dimenticando la corposità dell’uomo, la sua “brutale” concretezza, fatta di stomaco affamato, di corpo bisognoso…
L’Eucaristia non supera il livello materiale, lo ingloba!
Lo porta dentro, lo porta a compimento!

La Chiesa “in toto” ed i singoli credenti in particolare, non possono perciò tranquillizzarsi celebrando le loro Eucaristie…piuttosto devono inquietarsi!
Devono inquietarsi perché l’Eucaristia grida una domanda e fa delle richieste: la domanda è quella stessa che il Signore fece a Caino: «Dov’è tuo fratello?» (cfr Gen 4, 9) …domanda che dobbiamo leggere come richiesta di responsabilità circa il fratello; Caino si mostrerà omicida perchè irresponsabile, si manifesterà, cioè, come uno che non risponde alla domanda che riguarda suo fratello; Caino sfugge alla domanda!
L’Eucaristia ci fa la stessa domanda circa le vite concretissime dei nostri fratelli. Ci chiede di non rimanere irresponsabili!
L’Eucaristia è però, allo stesso tempo, anche una pressante richiesta; e lo vedremo nello sviluppo del grande discorso di questo capitolo: la richiesta è quella di dare la vita assumendo il dono di Cristo.

In concreto, il cristiano, cristificato dall’Eucaristia, ha una precisa vocazione: diventare lui stesso pane spezzato per i fratelli e questo «non a parole nè con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (cfr 1Gv 3, 18).
Che risposta daremo? Quali fatti e quale verità mostreranno il nostro amore?
Gesù non amò “a parole nè con la lingua”… il suo amore fu carne e sangue, il suo amore fu vita data…
Allora quei pani moltiplicati sono segno di tutto questo, perchè furono un concreto provvedere alla fame ed al disagio della gente…un provvedere che parte, in primo luogo, dall’accorgersi del dolore e della fame degli altri, e che diviene una scelta a partire da una decisione di condivisione.

Notiamo che il miracolo dei pani che Gesù compie, in tutti gli evangeli, non è un creare dal nulla il pane per sfamare le folle (o facendolo dalle pietre, come aveva suggerito Satana!) ma è un moltiplicare un pane che si è disposti a condividere. La moltiplicazione dei pani avviene sulla base di una disponibilità a condividere! La condivisione è la radice santa di ogni amore che si fa concretezza, che si fa dono, che non si ammanta di spiritualismi ma si compromette veramente, materialmente, pagando un prezzo di amore.

L’Eucaristia scissa dalla condivisione e dalla fatica di farsi carico dell’altro diviene gesto “religioso” detestabile agli occhi di Dio…
Per non rimanere scandalizzati da questa affermazione, si legga a tal proposito una parola forte nelle profezie di Amos:

«Io detesto, respingo le vostre feste,
non gradisco le vostre riunioni;
anche se mi offrite olocausti
io non gradisco i vostri doni
e le vittime grasse…non le guardo.
Lontano da me il frastuono dei tuoi canti:
il suono delle tue arpe non lo posso sentire!
Piuttosto scorra come acqua il diritto,
e la giustizia come torrente perenne!» (cfr Am 5, 21ss).

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

II Domenica di Pasqua (B) – A porte chiuse

 

Apparizione a porte chiuse - Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

Apparizione a porte chiuse – Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

DENTRO LE NOSTRE PAURE

 

At 4, 32-35; Sal 117; 1Gv 5, 1-6; Gv 20, 19-31

 

Ciò che sconfigge il mondo è la nostra fede! Così ha detto Giovanni nel passo della sua Prima lettera che oggi si legge. Il mondo è arrogante, il mondo è autosufficiente, il mondo ha le sue regole razionali e di buon-senso, il mondo si fida di se stesso. Si comprende che, se questo è l’“identikit” del mondo, ciò che si oppone al mondo è la fede, perchè credere significa deporre ogni arroganza, se la fede è vera fede e non sistema di potere e di prevaricazione; credere significa fare il salto oltre il razionale ed il buon-senso; credere è mettere fiducia in un Altro!

La fede che vince il mondo per Giovanni non è una fede generica in un Dio generico, o peggio in un “qualcosa” di superiore; si tratta invece della fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio inviato dal Padre, che è venuto nel mondo e ha parlato al mondo con tutta la sua vicenda: dall’acqua al sangue, cioè dal Battesimo al Giordano, fino al sangue del Golgotha.
Non solo con l’acqua, che richiama la sua vicenda pre-pasquale, ma anche con il sangue che narra la sua vicenda di Pasqua fatta di morte e risurrezione; di questo mistero unitario di Cristo è testimone lo Spirito che è verità.
Non accogliere questo mistero è rimanere con le porte chiuse dinanzi alla testimonianza dello Spirito, testimonianza che ora passa necessariamente per la Chiesa radunata dal Risorto.

Nel sommario di Atti che oggi si legge nella liturgia, la Chiesa è testimone della Risurrezione con una vita fatta di condivisione vera e radicale. E’ come se Luca qui ci volesse dire che senza questa condivisione concreta di beni non si narra la fiducia in Dio, non si narra di un Dio affidabile cui consegnare la propria esistenza. Chi non condivide è ancora uno che si fida di sè, delle proprie cose, del proprio possedere…si fida di ciò che ha, perchè questo lo mette al sicuro. Insomma chi non condivide dice ancora il suo “amen” alle cose e non al Risorto, che ha vinto il mondo.

La celeberrima scena del Cenacolo che oggi si legge si colloca alla sera del giorno di Pasqua e all’ottavo giorno.
Ci sono porte chiuse
Queste porte chiuse ricevono Gesù risorto al proprio interno: il Risorto va a visitare le prigioni che gli uomini si creano con le loro paure; il Risorto va a visitare il mondo che tiene nelle sue braccia – ben stretti – coloro che appartengono al Cristo («erano tuoi e li hai dati a me» cfr Gv 17, 6): la loro arroganza, la loro razionalità, il  buon-senso, il fidarsi solo di se stessi ha impedito loro di accogliere l’Evangelo annunziato da Maria di Magdala fin dal mattino di quel “giorno uno” (cfr Gv 20, 1ss).
Ed eccoli lì, ancora dietro le porte chiuse della loro autosufficienza aggravata da una buona dose di paura. sì, la paura…è una delle armi migliori del mondo: il tentatore sa che deve far entrare in scena la paura per vincere i discepoli, per vincere gli uomini…

E Gesù? Gesù entra a porte chiuse
Entra cioè in quell’inferno chiuso delle loro angosce, delle loro paure ed autosufficienze; e quando Lui entra quello spazio chiuso si riempie di bellezza: pace, gioia, misericordia… inizio di un mondo nuovo!
Lui entra, e soffia da Creatore e ri-Creatore; va a condividere quelle porte chiuse che dopo potranno spalancarsi, perchè ormai dentro ci sono uomini trasformati, uomini testimoni di vita e non più di paura.

Tommaso, che era assente nel giorno di Pasqua, era rintanato in porte chiuse tutte e solo sue; in porte tanto chiuse da non prevedere neanche la presenza degli altri “condiscepoli” (cfr Gv 11, 16): è il primo peccato di Tommaso; è la sua prima mancanza di fede, per cui non riesce a vincere il mondo. Tommaso non crede all’umanissima forza dello stare assieme nella fraternità: in quella sera di Pasqua è solo perché si fida solo di se stesso.

Gli altri, usciti dalla loro tenebra di paura e di autosufficienza, cercano di strapparlo dalla sua tenebra: non ci riescono. Giovanni scrive infatti che essi «gli dicevano: Abbiamo visto il Signore!», e usa il verbo all’imperfetto per dire che la loro testimonianza a Tommaso non fu un momento, non fu una parola veloce e fugace: glielo ripetevano con amore, con la forza dello Spirito, glielo dicevano nella pace, con la dolcezza della misericordia: il Risorto infatti aveva dato loro il compito di perdonare

Tommaso, però, è troppo asserragliato nelle sue porte chiuse
Solo se entra Gesù in quelle porte chiuse tutto cambia…e così Gesù, che sa che nella Chiesa c’è anche Tommaso, che nella Chiesa ci sono anche quei cuori più duri degli altri, entra nelle porte chiuse di Tommaso.
Giovanni, con profondità, scrive che Gesù entra di nuovo a porte chiuse, e sono solo quelle di Tommaso; gli altri infatti sono liberi…
Solo per Tommaso Gesù rifà tutto: annunzia la pace e spalanca a lui le sue ferite perchè, come aveva chiesto, lo tocchi, e dia soddisfazione alla sua insana e folle voglia di prove tangibili…
Quando però Gesù è dentro, tutto si “scioglie”…povero Tommaso! Non tocca nulla, non asseconda più il mondo che lo abitava e lo rendeva prigioniero. Dice solo poche parole, che sono la confessione di fede in Gesù più grande dell’Evangelo: «O Kyriós mou kaì o theós mou» (Signore mio e Dio mio).

Gesù non va a prendersi una rivincita. Gesù, paradossalmente, “gli obbedisce” affinché in lui possa sorgere l’obbedienza. Fiorisce lì l’estrema beatitudine dell’Evangelo: «Beati quelli che hanno creduto senza vedere».

Il Risorto chiede la fede, la fede e basta! Solo così i suoi discepoli potranno vincere il mondo.

Tommaso poteva essere il primo di noi, che abbiamo creduto e crediamo senza vedere (cfr 1Pt 1, 8), ed invece ha voluto essere l’ultimo di quelli che hanno visto e danno testimonianza a noi…
Poteva essere la primizia della Chiesa della pura fede, senza nulla aver visto; è stato invece l’ultimo frutto della fede che scaturisce dall’incontro con il Risorto…

Cristo ha accolto questa via di Tommaso, e vi ha acconsentito. Noi oggi fondiamo la nostra fede anche sulla sua testimonianza a cui l’Evangelo attribuisce quel vertice di consapevolezza: Gesù è Signore e Dio!
La sua testimonianza, che è colma della tenerezza di un incontro personale (Signore mio e Dio mio): le piaghe del Crocefisso sono andate a cercarlo nella sua incredulità; il Signore conosceva il suo cuore, le sue domande, le sue fragilità, il suo peccato e gli ha aperto ancora le piaghe della Passione perchè Tommaso potesse trovarvi rifugio, e da lì, rifiorire e ridivenire Apostolo con gli altri Apostoli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Cristo Re

Giudizio Universale (particolare) - Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina (Musei Vaticani) Roma

Giudizio Universale (particolare) – Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina (Musei Vaticani) Roma



GIUDICE E CROCIFISSO

Ez 34, 11-12.15-17; Sal 22; 1Cor 15, 20-26.28; Mt 25, 31-46

 

Questa solennità nell’ultima domenica dell’anno liturgico fu voluta da Papa Pio XI nel 1925. Il Papa fu spinto a creare questa festa a seguito di molteplici riflessioni, non ultima quella di voler rendere relative le suggestioni dei regimi che in quel tempo pretendevano dai popoli un’adesione personale ed assoluta.

Soffermarsi sulla regalità di Cristo è meditare sulla sua signoria sulla storia e sulla vita dei credenti…una signoria che Paolo, nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge, collega alla Croce e alla Risurrezione di Cristo.
Non è una signoria solo di natura (“Credo in un solo Signore Gesù Cristo”), è piuttosto una signoria che Egli ha conquistato – nella storia – a prezzo del suo sangue… Una signoria che ha lo scopo di liberare e non di schiavizzare; una signoria, infatti, che ha lo scopo di vincere i nemici dell’umanità, quei nemici che rendono l’uomo meno uomo …e l’ultimo nemico che dovrà essere annientato è quello che Gesù già ha vinto a Pasqua: la morte.
Una tale signoria, per il solo fatto di essersi rivelata a pieno sulla Croce nell’amore fino all’estremo, è una signoria che giudica il non-amore dell’uomo.

Anche Ezechiele, nel suo oracolo che ha costituito la prima lettura, ci mostra un pastore buono che ha cura amorosa per le sue pecore, le raduna, dà loro la vita e per questo la sua presenza è giudizio e discernimento tra pecore e capri…un’immagine questa che tornerà nel racconto di Matteo della parabola del Giudizio finale. In questa grande parabola la signoria di Cristo si rivela nel giudicare tutta l’umanità con il metro dell’amore.

Il veniente è il Figlio dell’uomo ed è re; sappiamo bene, però, che il Figlio dell’uomo è Gesù di Nazareth, rifiutato, perseguitato, e assassinato sulla croce come un malfattore. E’ dunque sì un re, ma un re che ha condiviso con l’uomo la fame, la nudità, la solitudine, l’abbandono; un re che allora può legittimamente identificarsi con i poveri e gli ultimi, con i più umili; un re che, pure nella sua funzione di giudice universale, non rinunzia alla logica che ha guidato tutta la sua esistenza terrena: la logica dell’Emmanuele, la logica del sedere alla mensa dei peccatori e dei piccoli, la logica di mettersi dalla parte delle vittime e dei curvati. Ed è un re che ha continuato ad essere presente nella storia anche dopo la sua “partenza”…e vi è rimasto “in incognito”, sotto le spoglie dei suoi fratelli più piccoli.

E’ chiaro, dunque, che non c’è contrasto tra questa pagina “gloriosa” e la croce!
Qualcuno ha anche detto che alla logica dell’amore (la croce) qui si sostituisse quella del trionfo e della potenza (giudizio). E’ assolutamente falso!
Questo Giudice fa perfettamente quello che fa il Crocefisso: svela il senso dell’amore, un amore che appare paradossalmente perdente mentre, in realtà, è vincente!
Il Crocefisso apparve agli occhi del mondo un essere inutile e maledetto, un fallito; invece fu salvezza e benedizione, fu rivelazione di senso; il Crocefisso apparve abbandonato persino da Dio, che così pareva dire parole di smentita su tutta la sua vita… quell’amore nascosto e disconosciuto diventò invece salvezza e benedizione, e da quell’amore grondante sangue e solitudine fiorì la risurrezione e la speranza.
Così è in questa pagina: il Giudice seduto sul trono della sua gloria svela l’uomo all’uomo, e lo fa alla luce della croce! Questo Giudice è il Crocefisso, e proclama che solo l’amore dona all’uomo umanità e consistenza; solo l’amore fa entrare nella vita («Venite, benedetti dal Padre mio!»).

In questa terza parabola, dopo il grande discorso escatologico, la vigilanza appare come capacità di sporcarsi le mani per coloro i quali sono piccoli, per gli esclusi, per quelli che non contano per nulla, per quelli che sono oppressi e curvati sotto il peso del bisogno.
Se nella parabola delle Dieci Vergini il vigilare era l’“essere equipaggiati per il tempo lungo”, e se per la parabola dei Talenti il vigilare era “assumersi responsabilmente il quotidiano rischiando di persona”, il vigilare qui è “amare fattivamente sporcandosi le mani per i più piccoli”…è mettersi dalla loro parte, come fece Gesù! L’amore si esprime concretamente, sottolinea Matteo, anche in questo racconto…
Anche nel Discorso sul monte – e proprio nella sua conclusione! – Matteo ci aveva tenuto a porre il sigillo a tutto il discorso inaugurale del ministero profetico del Figlio dell’uomo, con quel monito: «Non chiunque mi dice ‘Signore, Signore!’ entrerà nel Regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (cfr Mt 7, 21).

Ora, al termine dell’Evangelo, la volontà del Padre brillerà chiara, e chi legge l’Evangelo sa che il Figlio dell’uomo seduto sul trono della sua gloria non è uno che si è solo riempito la bocca di belle e suggestive parole, ma uno che, per gridare la verità di tutte quelle parole, ha steso le sue braccia sulla croce, e si è sporcato le mani per tutti noi, piccoli e bisognosi… La volontà del Padre è che la fraternità tra gli uomini venga sanata per sempre, e la fraternità è sanata lì dove ci si fa carico veramente (non a parole!) dell’altro e del suo dolore.

Il monito va alla Chiesa che conosce l’Evangelo della Croce, e che sa che quella via è la via che anch’essa deve percorrere, senza perdere tempo e senza addolcire i precetti del Signore crocefisso…
Ma a tutti gli uomini – anche a quelli che l’Evangelo non lo hanno conosciuto – brilla, da questa pagina, una grande speranza: la benedizione del Figlio dell’uomo giunge a tutti quelli che – credenti o meno – hanno accolto ed amato…
E’ da notare che questo Giudice non chiede ragione di nessun atto di culto o di tipo “religioso”…il Giudice, glorioso perché trafitto, dice che i “lontani” che hanno accolto ed amato, anche se inconsapevolmente, hanno accolto ed amato Lui!

Martino di Tours ne fece esperienza profonda quando in sogno vide il Cristo rivestito di quel mezzo mantello che lui aveva dato al povero intirizzito dal freddo… «l’avete fatto a me»
Il Cristo è allora re perché così svela il senso di tutto l’universo.
E il senso è l’amore senza confini…

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche: