XIV Domenica del Tempo Ordinario – La Parola efficace

Un Evangelo accolto e rivelato ai piccoli

Zc 9, 9-10; Sal 144; Rm 8, 9.11-13; Mt 11, 25-30

Nel tornare al percorso di Matteo in queste domeniche ordinarie, ci ritroviamo subito con una pagina, possiamo dire, centrale del suo Evangelo. Una pagina che è un culmine. E’ culmine dell’esperienza profetica di Gesù, è culmine della sua rivelazione. Tutto ciò che Matteo narrerà da qui in poi chiarirà e confermerà tutto quanto “in nuce” era già detto qui in questo capitolo undici.

Il testo è straordinario e complesso, tanto che alcuni hanno sospettato un’intrusione giovannea nell’Evangelo di Matteo, idea questa ampiamente superata per la maggior comprensione dell’evangelo matteano e della sua composizione; un testo che Matteo, da buono scriba sapiente, ricalca su un passo del Libro del Siracide, la finale (cfr Sir 51, 1-30); vi troviamo uno schema che qui Matteo attribuisce a Gesù: una preghiera di ringraziamento, un soliloquio (in Siracide sulla ricerca della sapienza) ed un invito. Le differenze e le somiglianze tra i due testi ci illuminano e ci aprono nuovi orizzonti.

Sulle “rovine” della sua missione (è il momento della cosiddetta crisi galilaica, momento in cui il “successo” popolare di Gesù scemò e tanti lo abbandonarono; cfr anche Gv 6, 66) Gesù non si lascia abbattere o prendere dal cinismo, non si ferma alle “rovine” … ha detto, certo, parole cocenti contro le città che pur avendo visto i suoi segni hanno rifiutato l’Evangelo (cfr Mt 11, 20-24), ma ora sulle “rovine” di quei rifiuti Gesù ha il coraggio di elevare un inno di lode al Padre, un inno di giubilo addirittura! Di fronte al suo Evangelo Gesù ha una certezza: la parola che annuncia non è vana, è efficace; la sua azione nel mondo non è inutile. Il rifiuto di alcuni non vanifica l’opera potente della parola che è venuto a portare. E’ una certezza che permette a Gesù prima di di dire parole, sì dure ma vere e senza infingimenti, sul rifiuto drammatico di tanti, e poi gli permette di lodare il Padre per l’opera che compie nel mondo. Non è il successo dell’Evangelo che accende la lode di Gesù ma è l’Evangelo stesso; un Evangelo che è tale proprio perché è accolto e rivelato ai piccoli, a quelli che non contano, a quelli che sono affaticati e oppressi. La lode di Gesù è per quello che già Isaia aveva detto: Perirà la sapienza dei sapienti e si eclisserà l’intelligenza degli intelligenti (cfr Is 29,14; testo che Paolo si era compiaciuto di citare in 1Cor 1,19 parlando della stoltezza della croce!); Gesù loda il Padre perché le sue opere sono state rivelate ai “népioi” (cioè agli “infanti”, quelli che neanche sanno parlare; parola che traduce l’ebraico “petajim” che significa semplici, ingenui). Gesù dice che quelle opere il Padre le ha nascoste ai sapienti e le ha rivelate ai piccoli … c’è una grande forza in questo nascondere e rivelare, c’è già una lieta notizia. E’ la notizia circa chi è che conta davvero per il Regno! Possono essere uomini del Regno solo quelli che si lasciano semplificare, quelli che non interpongono barriere tra le opere di Dio rivelate in Cristo e il loro profondo. La barriera più tremenda è quella della presunzione della sapienza che non permette di scorgere la stoltezza della croce come l’unico, paradossale orizzonte di luce.

Segue poi il soliloquio; in verità sono ancora parole di Gesù rivolte al Padre, ma dovremmo dire meglio che sono parole dette davanti al Padre: Gesù proclama la sua relazione con il Padre; se prima il Padre rivelava e nascondeva qui però ora è Gesù che, avendo la conoscenza del Padre, rivela il Padre … Gesù sa di essere l’unico che lo può fare, l’unico capace di dire una parola vera sul Padre; solo chi è disposto ad ascoltare quell’Evangelo scomodo, contraddicente il mondo e la “religione” degli uomini è capace di cogliere la rivelazione del volto del Padre. In fondo solo chi è capace di sentire le parole di Gesù come Evangelo può accedere al Padre; solo chi, spogliandosi delle proprie “grandezze” si fa piccolo, “infante”, cioè senza proprie parole, può ricevere la rivelazione che è Gesù, la rivelazione del Padre che solo Gesù custodisce.

L’insuccesso di Gesù è per Gesù un luogo rivelativo; è rivelativo a Gesù stesso che così comprende dove l’Evangelo davvero può mettere le radici: nei piccoli, nei poveri, negli infanti … quell’insuccesso è anche giudizio sul mondo da parte del Padre! Il Padre nasconde le sue cose al mondo! Così giudica il mondo! Nessun “buonismo” da parte di Gesù … un giudizio netto sì con una lettura lucida della storia! Anche per noi discepoli di Cristo Gesù sia questa una via percorribile: leggere la storia sapendo dire parole nette ove siano da dirsi ma senza arroganze e disprezzo.

Il terzo punto del nostro testo è un invito, un’esortazione; quante volte l’abbiamo ascoltata scendere sulle nostre vite piagate, doloranti, in cerca di sensi che ci sfuggono, in cerca di “perché” che non avranno risposte: Venite a me voi tutti affaticati e oppressi ed io vi darò riposo … Il sapiente del Siracide invitava gli “ignoranti” a lasciarsi istruire dalla sapienza, a prendere su di sé il giogo della Torah (questo versetto sul giogo ci fa sentire chiare le ascendenze della pagina di Matteo da quel passo di Siracide), Gesù invita non gli ignoranti ma quelli che sono affaticati e oppressi da pesi inutili di osservanze che non salvano … e, straordinariamente, parla di un suo giogo … al giogo della Torah, Gesù accosta un suo giogo che rende anche la Torah un giogo soave, liberante! Insomma Gesù invita ad accogliere Lui il mite e l’umile di cuore perché chi lo accoglie impara l’umiltà e la mitezza, chi lo accoglie, in fondo, è già incamminato sulla via dell’umiltà; chi lo accoglie sono i piccoli, quelli che non hanno parole proprie, i curvati … andando a Gesù però questi giungono ad un compimento di umiltà e mitezza.

Ancora una volta Gesù si pone come compimento, come adempimento di promesse, come radicalizzazione delle attese di Israele. Un compimento che Gesù viene a portare nella pace; non è un Dio guerriero che cavalca focosi destrieri ma, come i re in tempo di pace, cavalca un asino, ci ha detto Zaccaria nella prima lettura, non segno di un Messia dimesso ma di un Messia pacifico e pacificatore, un Messia mite  che cerca i miti; un Messia che fa di quei miti disposti ad accoglierlo, terreno per il Regno del Padre, un Messia che si fa tenda di incontro e di riposo per quanti, pronti a volgere le spalle al mondo e alla carne (che non è altro che le logiche mondane; cfr il testo della Lettera ai cristiani di Roma che è la odierna seconda lettura), cercano sinceramente la verità dell’uomo.




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