III Domenica di Avvento – Giovanni, icona della nostra gioia

L’UOMO DEL DESERTO E’ DAVVERO UN PROFETA

Is 35, 1-6a.8a.10; Sal 145; Gc 5, 7-10; Mt 11, 2-11

 

 

Oggi la liturgia della Chiesa ci invita a gioire!

Colui di cui celebriamo l’attesa è davvero vicino e non solo perché la data del Natale si approssima sul calendario, ma perché chi sa cogliere il suo venire diventa capace di trasformare la propria esistenza in un’attesa gioiosa che è attenta al suo irrompere umile e quotidiano; chi è uomo dell’Avvento ama la venuta del Signore e guarda l’ “oltre” con speranza.

Tutto questo è gioia!

E’ gioia perché chi è così non rimane prigioniero dell’oggi senza domani, non rimane schiacciato sotto il peso della storia che pare voglia vincere i nostri “sogni”! Chi è uomo dell’Avvento vive la libertà dell’attesa dell’ “oltre”, dell’impensabile … si fida.

In questa domenica ci è data un’icona paradossale di questa gioia: Giovanni Battista in carcere! E’ paradossale perché un uomo in carcere non ci richiama alla gioia, è paradossale perché nel testo dell’Evangelo di oggi non si parla esplicitamente della gioia di Giovanni ma di una sua crisi profonda. L’uomo del deserto è capace di crisi, l’uomo dalla parola potente e sferzante è capace di mettersi in dubbio, l’uomo che ha gridato: Progenie di vipere! ora non grida più, domanda. Ed è qui la sua grandezza: Giovanni è davvero un profeta; lo è perché non è chiuso in se stesso, neanche nelle parole che ha annunziato, è profeta perché vuole leggere la storia, è profeta perchè umilmente domanda ad un altro … e da quella risposta potrebbe anche venir fuori la dichiarazione del suo fallimento … Sei tu il Veniente o dobbiamo attenderne un altro?

Nella crisi Giovanni resta uomo dell’Avvento. Il suo sguardo è sempre puntato all’ “oltre”, al Veniente … è disposto ancora ad attendere. Giovanni qui mi pare davvero meraviglioso: umanamente non ha futuro, come può sperare mai di uscire da quel carcere? Eppure si proclama disposto all’attesa.

Questa crisi di Giovanni è per noi conforto e insegnamento; è conforto perché anche un uomo “di roccia” come il Battista è entrato in una notte ma è insegnamento perché dice come quella notte si attraversa. Giovanni indica una via: avere lo sguardo rivolto all’ “oltre” e non credere all’eternità della notte. Nella notte, infatti, Giovanni agisce con speranza: invia i suoi discepoli a Gesù per domandare a Lui. Non si accontenta di ciò che sente o gli è riferito, chiede a Gesù di leggergli la storia, chiede a Gesù la parola definitiva anche sulla sua identità di profeta: è un fallito o è veramente il profeta che ha annunziato il Veniente?

Gesù non gli risponde se non con una citazione dalla Scrittura … Giovanni deve saper leggere Gesù con la “lente” della Scrittura e qui in particolare di Isaia. E’ il passo che ha costituito oggi la prima lettura: le opere dell’atteso si compiono Gesù; Giovanni legga questo!

I ciechi vedono: è Gesù la luce nelle tenebre; gli zoppi camminano: è possibile davvero un nuovo esodo in cui gli uomini, con Gesù, saranno capaci di camminare verso la terra promessa; i sordi riacquistano l’udito: in Gesù risuona la Parola definitiva che è possibile ascoltare; i morti risuscitano: Gesù è venuto a portare la vita e la morte comincia ad arretrare perche la vita vincerà; ai poveri è predicata una buona notizia: Giovanni stesso ora è il povero cui è annunciato un evangelo che lo deve far esultare di gioia, come al principio della sua vita “danzò” nel grembo di Elisabetta sua madre (cfr Lc 1,44); Giovanni può accogliere, come tutti i poveri, prigionieri ma speranzosi, un Evangelo di letizia che spalanca i loro carceri, che libera dai pesi che vogliono schiacciare i “sogni”!

Giovanni, accogliendo la Parola di Gesù avrà esultato di gioia, anche in quel carcere buio … lì ha rivisto la luce, lì si è messo di nuovo in cammino nella speranza, lì ha ascoltato nuovamente una Parola di salvezza, lì è risorta la sua speranza! Giovanni è il termine della profezia; ora può riposare perché il Veniente è giunto! Non bisogna attendere un altro … bisogna attendere Lui, Gesù! Sempre!

Dinanzi alla grandezza di questo profeta capace di negare se stesso per porre domande Dio, Gesù non può tacere e pronuncia il più grande elogio (l’unico nell’Evangelo!) che poteva pronunciare: Giovanni non è una banderuola che segue i venti che mutano; ha lo sguardo fisso solo su Dio; si è banderuole quando si seguono i venti esterni, quelli delle mode e dei “buon sensi” mondani, ma si può essere ancor più canne sbattute dal vento se si seguono i venti che sono dentro di noi: le paure paralizzanti, i desideri smodati e brucianti, la voglia di quiete che non si compromette e preferisce un oggi grigio ad un domani pieno ma incerto perché posto nelle mani di un Altro … Giovanni, dice Gesù, non ha scelto le vie facili: né le belle vesti, né i palazzi lussuosi, ha scelto il deserto e lo ha fatto fino alla fine, accettando anche il deserto della crisi e dell’aridità!

E’ il più grande dei nati di donna, così dice Gesù! E ha detto una cosa enorme: è più grande di Abramo, di Mosè, di Davide, dei profeti … sì, è il più grande perché in Giovanni tutte le attese sono concentrate e lui è stato la parola definitiva prima del compimento; è più grande per la sua umiltà che non ha temuto di divenire domanda umiltà che non ha temuto di farsi cambiare le attese!

E Gesù aggiunge: Il più piccolo del Regno, però, è più grande di Lui. Parole queste enigmatiche che a volte sono state spiegate banalmente come un elogio ai cristiani, il più piccolo dei quali sarebbe più grande del Battista perché ormai appartenente all’Alleanza definitiva; una spiegazione che, oltre ad essere banale, è depauperante per il Battista ed è anche irrispettosa della Prima Alleanza con Israele. In realtà Gesù sta parlando di se stesso; è ancora una risposta alla domanda del Battista sulla sua identità: Sei tu il Veniente? Sì, lo è ed è il più piccolo perché si è incamminato sulla via della spoliazione che giungerà alla croce su cui griderà l’estrema povertà di un “Perché?” senza risposta (cfr Mt 27,46). E’ Gesù il più grande perché si è fatto più piccolo in quanto è colui che davvero si è umiliato e perciò verrà esaltato (cfr Mt 23,12), è davvero colui che ha avuto il coraggio di perdere la propria vita  e perciò la ritrova (cfr Mt 10,39).

Giovanni può veramente ricevere, e noi con lui, l’annunzio di un Evangelo che fa esultare di gioia come dice Isaia nel passo che abbiamo ascoltato: possiamo esultare anche se siamo deserti e terre aride, anche se abbiamo mani fiacche e ginocchia vacillanti … Possiamo deporre la paura ed il buio perché Gesù è l’Atteso che compie le promesse e la nostra vita non è più nel carcere del non-senso ed immersa nelle tenebre e nell’ombra della morte (cfr Lc 1,79). Come scrive l’Apostolo Giacomo, l’oggi può essere riempito di pazienza, o meglio di “macrotimìa”, della capacità di “sentire in grande” (così alla lettera), di guardare cioè lontano, nell’attesa del Veniente cogliendo con uno sguardo profondo e paziente, “macrotimico”, la sua presenza nella storia, nei fratelli, nelle vicende del mondo … I profeti sono stati modelli di “macrotimìa”, dice Giacomo, di quella paziente attesa di chi è capace di sentire in grande, di vedere in grande senza lasciarsi “accecare” al buio, cogliendo nella storia le tracce di Dio, delle sue strade che conducono ad una nuova umanità.

Rallegriamoci allora come Giovanni tendendo le orecchie del cuore alla voce dello Sposo che viene! (cfr Gv 3, 29).

VI Domenica di Pasqua – Ecco la “casa” dell’uomo

 ECCO L’AMORE DI DIO

At 10, 25-27.34-35.44-48; Sal 97; 1Gv 4, 7-10; Gv 15, 9-17

 

Questa domenica siamo condotti ad una cima altissima della rivelazione di Dio in Cristo Gesù…meglio: siamo condotti ad una profondità inaudita e di cui è tanto difficile dire parole. Sia il tratto della Prima lettera di Giovanni che il passo del Quarto Evangelo, che oggi risuonano nelle nostre assemblee, avrebbero bisogno solo d’essere ripetuti nel cuore, masticati, “ruminati” perchè lo Spirito ci faccia assaporare il senso più profondo e vitale che essi possono avere per noi uomini, per le nostre vite, per la possibilità di attraversare questa storia concreta in modo altro, diverso, sensato…gioioso !

Al centro del passo del Quarto Evangelo, infatti, c’è la gioia …la gioia di Gesù, la gioia eterna del Figlio che Lui vuole sia la nostra! La gioia! Parola difficile in ore di crisi, di dolore, di dubbi, di delusioni, di stanchezze, di peccato, di solitudine, di morte.

Eppure per Giovanni tutto deve condurre lì…alla gioia …a quella gioia che è il senso della vita , che è pienezza della vita. Il Quarto Evangelo fa dire a Gesù proprio di questa pienezza di gioia e lo fa con il verbo greco “pleròo”, che è un verbo di compimento, per dirci che la gioia è meta e “compimento” di ogni vita.

Gesù, con la sua rivelazione di Dio, con il suo amore, non solo ci ha narrato l’amore ma ce lo ha anche dato; ci ha dato la possibilità di vivere una vita nella gioia più vera!

Le parole della Scrittura che oggi ci vengono consegnate sono una grande meta di tutta la rivelazione di Dio…parole non da capire intellettualmente, ma da farsi entrare dentro, parole da sussurrarsi nel cuore, da ripetersi incessantemente perchè plasmino il nostro mondo interiore: “amatissimi, amiamoci gli uni gli altri perchè l’amore è da Dio…perchè Dio è amore ”.

Ecco la “casa” dell’uomo, l’amore di Dio! E’ da lì, da quella “casa” che noi proveniamo ed è a quella “casa” che è necessario tornare per rimanervi , per dimorarvi, appunto!

All’inizio del capitolo, con l’allegoria della vite e dei tralci, che la scorsa domenica abbiamo meditato, Gesù ha cominciato, nel Quarto Evangelo, a proclamare la assoluta necessità a rimanere in Lui, a dimorare in Lui per prendere vita da Lui…oggi la Chiesa ci propone di continuare la lettura di quel capitolo e qui, il Gesù di Giovanni, ci dice cosa è concretamente questo rimanere, quale è questa “casa”. Il rimanere è rimanere nel suo amore. Un’espressione questa di una profondità grande; pensiamoci bene: ha detto nel mio amore …non cioè in un amore qualsiasi, che potrebbe avere le facce infinite delle nostre mistificazioni e dei nostri interessi, no! Nel suo amore …è lì che bisogna rimanere. In primo luogo nell’amore con cui ci ha amati…il che significa che è necessario rimanere nella capacità di lasciarsi amare …rimanere nel suo amore è allora lasciarsi avvolgere dal primato del suo amore …nella sua Prima lettera Giovanni lo ha ribadito: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi …questo ci libera da ogni atteggiamento “religioso” per cui vogliamo fare delle cose per Dio, per essere amati e beneficati…Dio non ha bisogno di queste miserie fatte di calcolo … il suo è amore che previene e Gesù ne è icona lampante: Dio non ha aspettato la nostra conversione per inviare il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati ma – direbbe Paolo – mentre eravamo ancora peccatori Cristo morì per noi (cfr. Rm 5,8). Nell’Evangelo di oggi Gesù ci conduce a questo stesso primato dell’amore parlando della nostra elezione, della nostra chiamata a Lui: non noi abbiamo scelto Lui ma Lui ha scelto noi …

Rimanere nel suo amore, allora, è dare questo primato al suo amore per noi, lasciandosi amare e plasmare ogni giorno dalla sua presenza nelle nostre vite; significa riconoscere la nostra chiamata all’intimità con Lui come assolutamente gratuita. Tutto questo, però, in una condizione stabile , dimorando , restando in Lui!

Rimanere nel suo amore, poi, vuol dire che bisogna rimanere in quell’amore che ama fino all’estremo …solo quello così è il suo amore; non ha misura! La misura di quel suo amore è colma solo all’estremo …il suo amore è quello che lo ha condotto fino ai piedi dei suoi suoi, a contatto con le loro miserie e vergogne, è quello che sulla croce gli farà gridare “tetélestai” (“è compiuto ” che è come dire “fino all’estremo ”). Il suo amore è quello che dà la vita; Gesù ha detto, nel testo giovanneo di oggi, nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita.

Rimanere nel suo amore è entrare in questa dinamica di amore che nasce dall’essere amati fino all’estremo ed essere amati così nella più pura gratuità preveniente; rimanere nel suo amore è dimorare in questa “casa” dell’amore di Gesù che è “casa” dell’amore che è la vita stessa di Dio…

In questo testo di Giovanni c’è continuamente un “come”: Come il Padre ha amato me così anch’io ho amato voi…Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato il comandamento del Padre mio e rimango nel suo amore… e più avanti: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi… Questo “come” non è un invito all’imitazione, ma è rivelazione di una fonte: l’amore del Padre è fonte dell’amore del Figlio, l’obbedienza del Figlio alla volontà del Padre è fonte di una nostra rinnovata possibilità di obbedienza, l’amore del Figlio per noi è fonte del nostro amore reciproco!

Comprendiamo allora che in questa via dell’uomo nuovo non è il volontarismo che ci salva, ma è l’accoglienza di ciò che Dio ha “nel cuore” per noi, di ciò che il Figlio ha immesso nelle “vene” della storia, nelle “vene” dell’umanità!

L’uomo nuovo è colui che accoglie il “nome nuovo” che il Figlio gli dà: amico !

Davvero straordinario! L’amico è chi è ammesso nell’intimità dei propri pensieri, dei propri sogni, dei propri progetti…l’amico è colui per cui si dà la vita ! Sentire su di sè questo nome nuovo di amico può rivoluzionare la nostra esistenza, perchè questo ci fa conoscere (sperimentare!) la fonte di una possibilità nuova e concreta di umanità… In questo nome di amico, che è nome dato dall’amore, bisogna rimanere …questa è la “casa” del discepolo di Cristo!

Il nostro profondo ripeta con stupore: Amatevi come io vi ho amati!

 

IV Domenica di Quaresima – Oggi, tempo di radiosa tristezza!

LA DOMENICA DELLA GIOIA

2Cr 36, 14-16.19-23; Sal 136; Ef 2, 4-10; Gv 3, 14-21

Questa è la domenica della gioia; è la domenica detta “Laetare ” dalle parole dell’antifona di ingresso di questa liturgia tratte dal Libro di Isaia : “Rallegrati, Gerusalemme e voi tutti che l’amate riunitevi. Esultate e gioite voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione”. Parole piene di consolazione per chi ha fatto un’esperienza di tristezza per le proprie fragilità e peccati e si trova dinanzi ad una salvezza improvvisa e immeritata. Il nostro sguardo, allora, deve essere rivolto con speranza grande verso l’orizzonte nuovo e limpido di questa salvezza.

Il nostro cammino verso la Pasqua si avvia al compimento ed i testi della Scrittura che oggi la Chiesa propone ci mostrano questo compimento. Ci sono immagini di esilio e di deserto: Babilonia luogo di esilio conseguenza del peccato, il deserto in cui Mosè innalza il serpente di bronzo perché siano guariti quelli che erano stati morsi dal fuoco della mormorazione contro il Signore; l’esilio ci richiama però anche sottilmente l’“uscita”, l’“esodo” del Figlio dal seno del Padre che lo ha inviato perché ha tanto amato il mondo!
Rallegrarsi! Ma perché? Perché la liberazione è vicina, è possibile; il Figlio si è fatto innalzare sulla Croce e da lì attira tutti a sè (cfr Gv 12, 32).
Rallegrarsi sì! Perchè, se è vero che esilio e deserto ci ricordano il nostro peccato e tutte le nostre contraddizioni all’alleanza, ci ricordano tutti gli spazi di Dio ingombri in noi da altro, se è vero che la Quaresima ci ha condotti a far emergere la nostra incapacità a custodire la parola dell’alleanza, è vero anche però che difronte a tutto questo c’è l’amore incondizionato di Dio. E’ allora proprio vero quello che proclamano le Chiese d’Oriente: questo della Quaresima è un tempo di “radiosa tristezza”! Oggi dobbiamo porre l’accento sull’aggettivo: radiosa !
L’amore che fa diventare radiosa la tristezza per i nostri peccati ci è ricordato sia dal passo del Secondo libro delle Cronache che oggi apre la liturgia della parola sia dal passo dell’Evangelo di Giovanni; tutti e due i testi ci consegnano parole calde e certe: “Il Signore inviò i profeti perché amava il suo popolo e la sua dimora ”, “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio” … E noi sappiamo dove l’amore si è a pieno manifestato: in Cristo crocefisso .
Dinanzi alla nostra inadeguatezza alle esigenze dell’Evangelo noi proviamo vergogna e questo potrebbe condurci alla frustrazione o peggio ancora al cinismo (quel cinismo che fa dire a tanti – anche ad uomini di Chiesa! – “deve andare cos씓non illudiamoci, è sempre stato cos씓l’uomo è così e bastamica vogliamo cambiare il mondo !?”). Il Figlio innalzato è però luce per tollerare la nostra verità di miseria e per lottare per l’Evangelo senza stancarci. La vergogna di Cristo sulla croce, infatti, rende tollerabile la nostra vergogna .
Ecco allora il motivo per rallegrarci in questa domenica!
Il Libro delle Cronache non è un libro che semplicemente racconta dei fatti (questo, circa la fine dell’ esilio babilonese, lo avevano già fatto il Secondo libro dei Re e il Libro di Esdra ) è un libro che interpreta quei fatti, ne vuole trovare il senso .
Il peccato del popolo e dei suoi capi civili e religiosi ha contaminato tutto e, perfino il luogo santo, il Tempio, che Dio si era “santificato” (“separato”) per sé in mezzo al suo popolo, è stato reso impuro. Il peccato è stato così grande che non c’è più rimedio (alla lettera: “non c’è più guarigione”!); l’autore delle Cronache però capisce che questa contaminazione senza rimedio, senza possibilità di guarigione, diviene luogo di misericordia; una misericordia che percorre una via impensabile: Ciro Re di Persia! Lui sarà strumento di salvezza per il popolo che nulla ha fatto per meritare salvezza!
E’ un “evangelo”: Dio trasforma il male in terreno di amore, trasforma l’oppressore in salvatore e così cerca di riportare il popolo infedele alla fedeltà a qull’amore a cui Lui, il Signore, mai era venuto meno.
Ecco dunque il senso : ciò che regge la storia del popolo è l’amore incondizionato di Dio; per l’autore del Libro delle Cronache Dio regge sempre le sorti della storia, anche quando a dominare è un pagano…questo è motivo di grande speranza, di grande consolazione: Dio ama e liberamente libera!
L’esilio allora ha un motivo che è la disobbedienza del popolo e la sua infedeltà ma è anche “tempo necessario ”; infatti se prima il testo ha detto che “non c’è più guarigione”, più avanti l’autore parla di “sabati necessari” (sarebbero i settanta – ecco perché “sabati” – anni di esilio); ma “necessari” a cosa? A rinascere; è il tempo concesso per la conversione . Ciò che era inguaribile il Signore lo sana !
Nel passo dell’Evangelo di Giovanni torna il tema della rinascita ; è un tratto del dialogo tra Gesù e Nicodemo ed è il momento in cui Gesù dà il primo annunzio della Passione: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. C’è il deserto, luogo di lotta e di cammino faticoso per uscire dall’esilio e c’è il tema dell’infedeltà nella memoria degli israeliti morsi dai “serpenti brucianti ” che troviamo nel Libro dei Numeri (21, 4-9): pare che non ci sia guarigione ma il Signore ordina a Mosè l’innalzamento del serpente di bronzo e chi volge al serpente lo sguardo sarà sanato … allo stesso modo gli uomini morsi dalla morte e dal non-senso bruciante devono volgere lo sguardo al Cristo inchiodato al legno dei maledetti, condannato ad una morte insensata e vergognosa. Quello sguardo renderà possibile la guarigione. Al termine dell’Evangelo, Giovanni scriverà, dopo il colpo di lancia, quella citazione del Libro di Zaccaria : “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. E’ chiaro che non si tratta di un “guardare” materiale, si tratta di “volgere al Cristo la vita”, si tratta di “convertirsi” a Lui comprendendo, per quel che ci è possibile, a cosa è giunto l’amore di Dio per il mondo, per l’uomo.
Il testo giovanneo parla di giudizio ma è chiaro che qui “giudizio ” è opera di guarigione , di risanamento ; c’è una situazione ferita , e mortalmente ferita, ed il Crocefisso in questa situazione (la condizione dell’uomo) è giudizio e guarigione. E’ giudizio non perché pronunzi sentenze ma perché il suo stesso e solo innalzamento sulla croce giudica tutto il non-amore che è nel mondo e che ferisce senza guarigione la vita degli uomini.
Vivere alla presenza del Crocefisso significa permettere a questo giudizio liberante , a questo giudizio di un amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) di arrivare in ogni angolo della nostra vita … un giudizio che discerne la verità: “Dove vanno i nostri passi? Verso la luce o nelle tenebre?”
Aderire (credere) esistenzialmente al Crocefisso è vita: Chi aderisce (chi crede) ha la vita eterna dirà Gesù, sempre nel IV Evangelo (cfr Gv 5,24)! Gesù usa il presente : ha la vita eterna! Non è allora qualcosa che riguardi una vita futura ma il qui ed ora di ogni discepolo!
Lo scopo di Giovanni non è metterci angoscia, facendoci sentire il peso d’un giudizio quotidiano e continuo, ma dirci che avere lo sguardo rivolto al Crocefisso ci permette di vivificare ed autenticare la nostra esistenza credente. Davanti al volto di Gesù innalzato , in un amore fino all’estremo, siamo chiamati a pronunziare una parola di senso e di verità sulle nostre vite.
Il giudizio e la guarigione vengono dalla croce di Cristo innalzata nel deserto delle nostre infedeltà! Proprio lì! Non è allora un giudizio astratto ma è un giudizio che avviene nel luogo della tentazione e della prova; lì il Signore si piega per portare guarigione. Il Figlio è venuto, commenta la Chiesa giovannea (ricordiamo che i vv da 16 a 21 del capitolo 3 di Giovanni non sono parole che dice Gesù ma sono un commento a quella rivelazione dell’innalzamento da parte della Chiesa) non per una condanna ma per una guarigione che passa per la sua morte.
Anche se il testo di oggi non comprende i primi versetti del dialogo con Nicodemo, non possiamo non ricordare che il tutto era partito da un’affermazione limpida e netta di Gesù: E’ necessario rinascere dall’alto. Permettere, cioè, a Dio di “rifare” la nostra esistenza credente il che può avvenire solo se si mette fede in Gesù. Questo porta alla luce che permette di vedere lontano e di discernere l’oggi; e non possiamo non ricordare che Nicodemo era andato da Gesù di notte (cfr Gv 3,2).
E’ tempo di uscire da quella notte che ci rende anonimi ed irresponsabili. E’ tempo di venire alla luce e senza temere che la luce illumini le nostre vergogne … dinanzi a noi c’è Uno che ha scelto la nostra vergogna lasciandosi innalzare sulla croce e, illuminando le nostre vergogne, le guarisce con la sua misericordia piena d’amore.
L’autore della Lettera ai cristiani di Efeso ha aggiunto consolazione a consolazione in questa domenica di gioia: le nostre infedeltà non stancano l’amore di Dio che è ricco di misericordia e ci salva non per le nostre opere di giustizia (chi potrebbe salvarsi così?) ma per sua grazia.
E’ allora davvero possibile rinascere!
E’ possibile gioire senza sentirsi schiacciati dalle nostre vergogne!
Basta volgere lo sguardo al Trafitto per noi… Volgersi a Lui è guarigione e vita nuova.
E’ tempo di gioire e di mettere tutta la nostra speranza nel Signore…Lui guarisce e fa vivere…possiamo essere uomini nuovi. E solo per un motivo: in Cristo Dio ci ha tanto amati
Fino all’estremo!
E’ vero, la Quaresima è un tempo di radiosa tristezza!

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III Domenica di Avvento – Gaudete!

IL CRISTIANO PERVASO DALLA GIOIA E’ UN EVANGELO

Is 61,1-2.10-11; Cantico da Lc 1; 1Ts 5, 16-24; Gv 1, 6-8.19-28

 

Oggi la liturgia della Chiesa ci invita al gaudio, alla gioia … è la domenica detta “gaudete” (dall’“incipit” dell’antifona d’ingresso della Messa) perché è tutta pervasa da una certezza di compimento, da una certezza di vicinanza del Signore. Il rosa è il colore dell’aurora e per questo i paramenti liturgici hanno oggi questo colore; l’aurora della salvezza, del mondo nuovo, è alle porte perché il Signore bussa e desidera solo che noi gli apriamo le porte della nostra vita (cfr Ap 3, 20).
Rallegratevi” ci ripete oggi la Chiesa … e dicendoci questa parola ci fa interrogare sullo stato della nostra gioia cristiana. L’apostolo Paolo nel passo della Prima lettera ai cristiani di Tessalonica che oggi si proclama, ci indica una via quotidiana da percorrere come credenti: Sempre gioite, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie (in greco “eucaristèite”). Insomma lo spazio della vita del cristiano è pervaso da una gioia radicale e da un profondo senso di stupita gratitudine e, poiché il credente riconosce che questa gioia, questi doni, questo stupore che fanno bella la sua vita vengono da Dio, ecco che non può essere altro che un uomo eucaristico , cioè, un uomo del ringraziamento; quando poi cerca la fonte di quella gioia e di quello stupore che rendono “altro” la sua vita, il credente non può che riconoscere che quella fonte è solo e sempre una persona: Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, Messia e Salvatore. E’ così: per il cristiano la fonte della gioia è Gesù che è presente anche se, nell’oggi, la sua è una presenza celata, una presenza che non si impone nell’evidenza.
E’, infatti, sempre vero quello che il Battista, che oggi è ancora protagonista di questa terza tappa d’Avvento, dice con ferma certezza: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete … Il Battista indica così una presenza celata ma non per questo meno vera.
La presenza di Cristo pervade la storia ma si coglie solo nella fede e per grazia; dare credito a questa presenza nascosta è aprire la vita alla causa più radicale di gioia: Dio è con noi ! E, se questo è vero, anche nella tribolazione, del dolore e perfino nella morte, possiamo dire con cuore pacificato: Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? (cfr Rm 8,31). E allora la gioia può fiorire anche tra le lacrime, anche tra le contraddizioni perché è una gioia che non dipende in alcun modo dal mondo, ma solo dal Cristo!
Nel quarto evangelo ci sono due cose che sono del Cristo e sono diverse assolutamente da quelle del mondo: la pace e la gioia. Infatti Gesù nel quarto evangelo parla della sua gioia e quella stessa sua gioia Gesù la mette nel cuore dei suoi … si badi che questa parola sulla gioia è consegnata alla Chiesa nell’imminenza della passione! Non è allora una gioia “facile”, da buontemponi, da scanzonati allegri perché tutto va bene … è la gioia che deriva da Cristo e dal suo amore e che diviene evangelo !
Il cristiano, pervaso da questa gioia, è infatti lui stesso un evangelo, una bella notizia. La bella notizia è che la gioia può mettere radici anche in questa “valle di lacrime ” perché la causa è solo Gesù e Gesù presente. L’uomo della gioia è come il servo di cui canta il Libro di Isaia; è consacrato per una sola cosa: per portare la bella notizia della libertà, della consolazione, della misericordia senza condizioni! Il servo proclama questo evangelo rivestito di gioia: Gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio … è questa gioia che rende credibile l’evangelo! Senza gioia l’evangelo è irriconoscibile, perde la sua forza rinnovatrice, la sua forza d’attrazione.
E’ la gioia di una via certamente esigente e lontana da ogni mezza misura, ma è gioia vera perché legata ad una presenza di Dio che brucia dentro e legata ad un sapore diverso e sensato che così la vita assume.
Il Battista, nelle parole dell’Evangelo di Giovanni che la Chiesa ha scelto per questa terza tappa dell’Avvento, ci è presentato come il testimone della luce, come il profeta che ha saputo leggere la volontà di Dio ed ha piena consapevolezza della sua identità; Giovanni sa chi non è ma sa anche chi è … e, sapendo chi è, sa pure cosa deve fare. L’austero profeta del Giordano è qui profeta della gioia e testimone della gioia. E’ testimone di una presenza, come dicevamo, nascosta ma reale e luminosa. Giovanni sa di non essere lui la luce ma sa anche di dover aprire varchi alla luce vera … e la luce è simbolo potente di gioia .
La profezia è questo: saper ascoltare Dio e dire, di conseguenza, parole di senso alla storia, leggere la storia e scoprirvi le tracce di Dio … il Battista è consacrato con l’unzione profetica per preparare l’irruzione gioiosa della luce, la sua profezia però ci appartiene perché anche noi siamo stati unti dallo Spirito per la profezia e per la testimonianza. Cose queste che costano, ma che non possono essere eluse da chi davvero ha conosciuto Cristo Gesù. Quando quella presenza nascosta si è rivelata alle nostre vite (a volte per attimi brevissimi ma luminosi!), quando abbiamo sentito la sua carezza nella tribolazione, la sua forza nella nostra debolezza, la sua parola nei silenzi più profondi, allora abbiamo compreso che nulla poteva più essere come prima e che quella presenza nascosta, non evidente, doveva essere testimoniata ed annunciata con forza e con coraggio, a qualunque prezzo, come il Battista che ha il coraggio e la parresia di dire dei no netti e dei altrettanto netti. Allora abbiamo capito di dover essere testimoni di una gioia e di una presenza che sempre attendiamo e che colora d’aurora anche i giorni in cui il mondo crede più al tramonto e alla notte che alla luce!
Viene nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. E’ così! Cediamo il nostro cuore alla gioia!