I Domenica di Avvento (Anno C) – Il Signore ritorna

 

CERTEZZA E INVOCAZIONE

Ger 33, 14-16; Sal 24; 1Ts 3, 12-4, 2; Lc 21, 25-28. 34-36

L’Avvento non è attesa del Natale! E’ un po’ semplicistico ed infantile dire così; l’Avvento culmina nel Natale!
L’Avvento è tanto di più: è attesa del Signore che ritorna! Il Natale verrà e sarà conforto alla fatica dell’attesa: se è già venuto, adempiendo le promesse fatte ad Israele, vuol dire che ancora manterrà la promessa e tornerà.

L’Avvento è tempo di esercizio, di preghiera, di riflessione per preparare la venuta del Signore, quella che avverrà alla fine della storia, quella che invochiamo e di cui siamo certi. La parola  Maranathà è la preghiera tipica dell’Avvento, ma in verità è tipica della vera identità cristiana, perché si è cristiani se si attende il Signore, se si fa della storia un’attesa impegnata e vigilante di Lui.
La parola Maranathà ci dice contemporaneamente certezza ed invocazione; è una parola in aramaico – la lingua parlata da Gesù e dalla prima comunità cristiana – che troviamo nel Nuovo Testamento, nella Prima lettera ai cristiani di Corinto (1Cor 16, 22) nel suo suono originale e che troviamo, questa volta tradotta in greco, alla fine del libro dell’Apocalisse (Ap 22, 20); essa può avere due significati: Marànathà (Il Signore nostro viene!) oppure Marana thà (Signore nostro, vieni!).
Dunque certezza ed invocazione! Certezza perché Lui l’ha promesso, ed oggi ascoltiamo questa promessa nel passo dell’Evangelo di Luca, Evangelo che ci accompagnerà in tutto questo nuovo anno liturgico che oggi ha inizio.

Sì, è certo: Gesù tornerà, ed a Lui dovremo consegnare la storia trasfigurata dal suo Evangelo e Lui consegnerà tutto al Padre ed al suo amore …
Se sarà questo, la sua venuta come non invocarla, come non attenderla, come non sperarla con tutto noi stessi, come non lottare per affrettarla?

L’Evangelo ancora oggi ci parla con quel linguaggio apocalittico che ritrovammo in Marco due domeniche fa: la realtà che conosciamo sarà capovolta dalla venuta del Figlio dell’uomo, tutto sarà nuovo e questa novità dovrà passare attraverso il giudizio del Figlio dell’uomo; un giudizio che Luca ci chiede di prendere molto sul serio: quegli uomini che muoiono di paura vogliono dirci proprio la serietà e la verità di un giudizio con cui bisognerà fare i conti! Bisognerà avere coraggio per comparire davanti al Figlio dell’uomo; mi viene da dire che ci sapranno andare quelli che avranno avuto il coraggio della sequela nel loro cammino storico …
Quale sarà il criterio netto del giudizio del Figlio dell’uomo veniente? Uno solo: aver seguito il progetto di vita del Crocefisso, l’essere stato suo discepolo, ma per davvero …

La formula che troviamo in Lc 9, 24 ci dice chiaramente quale sia questo progetto su cui tutto si giocherà: “Chi conserva la sua vita la perde e chi la dona la ritrova!”. Chi vive così, certo con tutte le lotte, le fatiche e le cadute che possono – anzi, devono esserci – si prepara alla venuta improvvisa del Figlio dell’uomo ed al suo giudizio.
Ed allora non bisogna lasciarsi sorprendere impreparati, bisogna stare attenti a non lasciarsi inghiottire dalla vita, a non farsi scorrere addosso la vita; il fare soffoca tutto e questo ci rende incapaci di riconoscere il tempo opportuno per la salvezza, il tempo per dire e ridire con gioia il nostro al Signore Gesù.

Domenica scorsa dicevamo che la festa di Cristo Re non deve avere sapore trionfalistico e questo è vero anche per il ritorno glorioso del Figlio dell’uomo. Certamente è vero che quel giorno sarà giorno di trionfo e di un trionfo palese a tutti, a differenza della sua vittoria pasquale che non fu palese a tutti e che è conoscibile solo nella fede e “visibile” solo nell’amore fraterno nella comunità ecclesiale. Questo trionfo finale in potenza e gloria grande deve però essere letto correttamente: non significa assolutamente che Dio alla fine della storia abbandonerà la strada della croce, e quindi dell’amore costoso, per sostituirla con quella della potenza e  – magari, come tanti vorrebbero – della vendetta! Vedete, se così fosse, significherebbe – come scrive Bruno Maggioni – che la croce non sarebbe più il centro della salvezza progettata da Dio in Cristo, e la sequela del Crocefisso non sarebbe più l’elemento decisivo di una vita umana e sensata, l’elemento decisivo del giudizio di Dio.

E’ chiaro che, se Dio abbandonasse la via della Croce per sostituirla alla fine, alla venuta del Figlio, con la mondana logica della potenza, darebbe ragione a tutti quelli che per secoli hanno riso della croce, hanno riso dell’amore, a tutti quelli che hanno deriso l’amore perché giudicato debole ed inutile, incapace di dare completa liberazione. In questi giorni tristi che stiamo vivendo, con la violenza insensata che ci ha visitati a casa nostra, quante voci in tal senso stiamo sentendo! Voci che – devo dire la verità – rattristano quanto la violenza insensata ed il sangue innocente sparso e versato!
No! Dio non smentirà se stesso!
Il ritorno del Figlio dell’uomo – ricordiamolo sempre – sarà il ritorno del Crocefisso, sarà la rivelazione luminosa che l’amore, e nient’altro, è la via della salvezza! Nient’altro!

Se questa è la nostra fede ne scaturiscono parecchie conseguenze concrete; come tutto il Nuovo Testamento, pare che anche Luca creda ad un’imminenza della Parusia, di questo ritorno glorioso. Noi però sappiamo che ai tempi di Luca e della scrittura del suo Evangelo, si era fatto chiaro che si apriva un lungo tempo della Chiesa, un tempo che si sarebbe prolungato; Luca ci dice però che sempre ci saranno segni premonitori.
Quali? Guerre, persecuzioni, dolori, ore di pressura straordinarie, e ne ha parlato all’inizio del capitolo.
In che senso sono segni premonitori? Lo sono perché ci dicono la fragilità degli equilibri umani e la fragilità delle posizioni di “buon-senso” che gli uomini apparecchiano per sé e per la storia; ogni generazione è testimone di guerre ed ingiustizie, di contraddizioni e miserie; ogni generazione è allora appellata da quegli eventi fallimentari a cogliere il presente come urgente, decisivo e questo non solo perché è breve (il che è anche vero!), ma perché ogni giorno ci dà occasioni per vivere la sequela, per vivere i nostri sì al Crocefisso. Le occasioni vanno colte perché passano e non tornano più … il che posso dire oggi non è il sì che potrò dire domani … intanto certe occasioni saranno state scavalcate e perdute per la mancanza di vigilanza.

Luca, in tal senso, ci invita ad alzare la fronte, a volgere lo sguardo al Figlio dell’uomo, al Crocefisso che torna. Così non smarriremo la speranza: la storia a volte sembra un tronco secco che non può più dare vita ma proprio lì, nella storia, riapparirà il Germoglio, come ha cantato Geremia nel suo oracolo che oggi è la prima lettura. Se si fissa lo sguardo al Germoglio di Iesse (cfr Is 11, 1) che Dio farà apparire, allora la speranza rifiorirà e l’attesa metterà in moto la vita dei discepoli, l’attesa verrà riempita da quei sì a “perdere la propria vita” con amore, che è il cuore della sequela di Gesù.

Solo l’amore salva la storia, oggi e quando Lui tornerà. Checché ne dicano i profeti di sventura, assassini della speranza, che seminano morte quanto coloro che vorrebbero combattere!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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V Domenica di Quaresima (B) – La Croce svela tutto

 

UN AMORE COSTOSO

 

Ger 31, 31-34; Sal 50; Eb 5, 7-9; Gv 12, 20-33

 

Crocifisso di San Domenico (particolare) - Cimabue

Crocifisso di San Domenico (particolare) – Cimabue

«E’ giunta l’ora…»
Questa ultima domenica di Quaresima ci proclama che il compimento è alle soglie, i giorni santi della Pasqua sono prossimi…è una vigilia carica di una grande tensione di attesa. Sarebbe poco, però, se questa tensione riguardasse solo l’attesa di giorni, certo santissimi, di liturgie, certo profonde, di gesti antichi, certo carichi di esigenze evangeliche; sarebbe poco perchè l’ora di Gesù è già scoccata: celebrare la Pasqua è ripetersi con forza che l’ora di Gesù è il nostro oggi; ogni nostro giorno, tutta la nostra vità è ormai l’ora di Gesù.
E dunque ci chiediamo: tensione verso che cosa?
Verso quei compimenti a cui ciascuno di noi deve dare accesso: oggi è tempo di nuovi compimenti dell’Evangelo, che portino l’ora di Gesù, che è già scoccata, nei punti più segreti e profondi delle nostre vite. E’ l’ora di dire dei e dei no che riguardano questo oggi preciso, quest’epoca della nostra vita contrassegnata da questa grazia, da queste fragilità, da questi peccati, da queste gioie, da queste abitudini buone e da queste abitudini cattive, da queste malattie e da questi sogni, da questi slanci e da queste viltà…in tutte queste cose, ciascuno deve dirsi: E’ l’ora di Gesù!
E’ ora in cui è necessario deporre se stessi per lasciarsi portare dal Signore Gesù lì dove Lui è; è ora in cui “rifare” quell’alleanza, che è il fondamento della nostra vita di credenti; è ora in cui Dio sia Dio e – come ha scritto Geremia nel passo di oggi – «noi siamo suo popolo», con tutto ciò che questo significa.

Alle soglie dei giorni santi della Grande Settimana, quest’anno la liturgia, per condurci a al rinnovamento dell’Alleanza, ci presenta un racconto di Giovanni che ha dell’enigmatico: alcuni greci, dei pagani dunque, degli uomini provenienti dai gojim, si accostano al gruppo di Gesù e fanno una domanda precisa: «Vogliamo vedere Gesù!».
Quando Filippo ed Andrea vanno a riferirlo a Gesù, piomba su di lui la paura e la trepidante attesa dell’ora che si rivela imminente; di quell’ora che, fin dal principio del Quarto Evangelo, era come sospesa su Gesù e su tutta la storia. Gesù, infatti, trasale turbato all’annunzio dei due discepoli che dei greci lo cercano: perchè? Perchè era comune coscienza, al tempo di Gesù, che quando i pagani avrebbero cercato il Messia, quella sarebbe stata l’ora della rivelazione piena del Messia.
E Gesù sa che quell’ora sarebbe stata ora di nozze, ma di nozze di sangue: Gesù sa che “gettare fuori il principe di questo mondo” sarà opera costosa, ed avrà il prezzo del suo sangue.

Giovanni, nel suo racconto della Passione, non narra dell’agonia nell’orto di Getsemani; in Giovanni, Gesù va in quell’orto solo perché sa che Giuda verrà lì, e lì – liberamente – si consegna. Per Giovanni la vera agonia del Messia è qui: qui subisce l’attacco della paura, il desiderio di fuga («E che devo dire, passi da me quest’ora), e qui avviene la sua piena consegna nelle mani del Padre. E’ qui che Gesù dice una parola di totale e definitiva compromissione: «Padre, glorifica il tuo nome», cioè “Padre, rendimi capace di attraversare quest’ora mostrando la tua gloria”!
Lo sappiamo, per Giovanni la gloria di Dio non è gloria di trionfo, ma è la gloria paradossale di un Crocefisso; è lì, sulla croce, che Gesù dirà davvero chi è Dio, lì griderà al Padre il suo amore perché gli uomini riconoscessero il suo amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1).
Sul momento quei greci non ricevono risposta, ma la risposta vera la riceveranno: dalla croce Cristo attirerà tutti a sè. E’ alla croce che il Figlio di Dio dà “appuntamento” a tutti gli uomini.
Da lì scaturirà il giudizio, scaturirà cioè il discernimento di tutto; la croce dirà la verità su tutto. Le braccia spalancate del Crocefisso possono essere colte come braccia che accolgono e danno perdono e pace…ma quell’Uomo, con le braccia spalancate e inchiodato al legno degli infami, può essere colto da altri come stoltezza infinita di un’impotenza incapace di salvare chi ha posto nella potenza la sua fiducia.

La croce svela tutto.
Ci dice chi è il Padre: è il Dio «che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (cfr Gv 3, 16).
Ci dice chi è il Figlio Gesù: è colui che ha amato fino all’estremo (cfr Gv 13, 1).
Ci dice chi sono i discepoli: sono coloro che fuggono, tranne il discepolo amato che lo segue fino al Golgotha (cfr Gv 18, 8 e Gv 19, 26).
Ci dice chi è il mondo: è tutto ciò che ha inchiodato il Figlio al legno dei maledetti ma che, essendo oggetto dell’amore di Dio, deve essere attratto dal Figlio (cfr Gv 12, 32).

La via dell’ora è dunque chiara ma è costosa; infatti, in questo passo di Giovanni, Gesù consegna alla Chiesa – e oggi consegna a noi in questa Quinta domenica di Quaresima – la parola sul chicco di grano che deve cadere a terra e morire per dare frutto.
Se nei Sinottici il chicco sparso dal Seminatore è la Parola dell’Evangelo, qui, in Giovanni, il chicco di grano che deve scendere nella terra, spezzarsi e provare l’orrore della morte per dare vita, è una metafora potente e dolcissima di ciò che Gesù è venuto a fare: “Padre, per questo sono venuto!” esclama Gesù in questo racconto giovanneo.

Gesù si abbandona all’ora, ed è pronto per entrare nella Passione che sarà amore fino all’estremo. Lo straordinario è che Gesù invita anche noi a seguirlo: «Se uno mi vuol servire mi segua e là dove sono io sarà anche il mio servitore». Stare dove è Lui: certo, nell’intimità del Padre ma prima, stare dove Lui è, è stare sulla croce di un amore costoso.
Una parola, questa, che il Quarto Evangelo dice con forza a chi già si proclama Chiesa di Cristo, a coloro che, come noi, si proclamano suoi discepoli e “servitori”.

Insomma, non si può seguire Gesù e “amare” la propria vita, pensare di “salvarla”, di preservarla, di metterla “sotto chiave” perché nulla e nessuno la tocchi! Si può essere di Gesù solo se si è disposti a donare la vita, fino all’estremo e senza compromessi, senza “barare”: è necessario entrare nell’ora del Figlio dell’uomo!

Solo così il principe di questo mondo, il diavolo, il divisore, verrà gettato fuori dalla storia. Gesù l’ha fatto: l’ha gettato fuori perché il diavolo è brama di potere e di prevaricazione; è “salvare stessi” a prezzo degli altri, che si possono e devono “perdere” per i miei interessi. Gesù ha gettato fuori il principe di questo mondo perché è stato pronto a chinarsi ai piedi degli uomini, a contatto con le loro miserie e vergogne: chi sta ai piedi dei fratelli, e, come il chicco di grano, è disposto a cadere in terra per dare frutto, getta fuori il principe di questo mondo, colui che presiede la mondanità e proclama di continuo le buone ragioni dell’“ego”, le buone ragioni della propria vita, delle proprie cose e dei propri progetti al di sopra di tutto, anche di Dio! Anzi, prima di tutto al di sopra di Dio!

Eccoci, dunque, pronti ad entrare nella Santa Settimana; non per ripetere riti antichi e suggestivi, ma per decidere di dare accesso all’ora di Gesù nelle nostre vite!

E sarà la Pasqua del Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Quaresima (B) – La liberazione è vicina

 

LA CROCE, VIA DI RITORNO AL PADRE

2Cr 36, 14-16.19-23;  Sal 136;  Ef 2, 4-10;  Gv 3, 14-21

1960 ca., Marc Chagall, The Exodus

The Exodus di Marc Chagall

 

Con questa quarta domenica il nostro cammino verso la Pasqua di Cristo, e verso la nostra Pasqua in Lui, si avvia al compimento. La liturgia di questo giorno ci mostra già il compimento. Da un lato oggi sentiamo di deserti e di esili, ma dall’altro intravediamo le vie di liberazione: mentre si parla di esilio, si dice di Ciro il Grande che apre porte insperate di libertà; mentre si parla di deserto, Gesù ci annunzia il Figlio dell’uomo innalzato come segno di guarigione; mentre si guarda all’uomo “morto” a causa dei suoi peccati, si parla di Cristo che vivifica, e fa con-risuscitare “con” Lui e con-sedere nei cieli “con” Lui, come scrive l’autore della Lettera ai Cristiani di Efeso… E’ allora davvero tempo di “radiosa tristezza”, e la Chiesa è certa di questo chiamando questa domenica con il nome “laetare”: è domenica di santa letizia per i doni promessi e per le vie di libertà che la Pasqua ci apre, in un già che avrà pienezza al compimento della storia… Oggi siamo invitati alla speranza, alla gioia vera: la liberazione è vicina, il Figlio dell’uomo innalzato attira tutti.

La Quaresima, se è stata davvero verifica del nostro vivere da discepoli, ha fatto emergere il peccato e la nostra incapacità a custodire la Parola e ad amare gli altri; ma Dio suscita liberazione (Ciro il Grande, nel racconto del Libro delle Cronache, è presentato come un “chiamato” dal Signore), Dio ama tanto il mondo da dare il Figlio che sarà “innalzato” nel deserto delle nostre infedeltà…volgere a Lui lo sguardo ci guarisce dal morso del serpente antico. La vergogna di Cristo sulla croce fa diventare tollerabile la nostra vergogna per il nostro peccato.

 Il testo tratto dal Secondo libro delle Cronache ed il passo dell’Evangelo di Giovanni sono accomunati da quella che potremmo definire una “confessione” di Dio: il suo amore per la creazione. Questo Dio ha infatti “inviato i profeti perché amava il suo popolo e la sua Dimora”… e “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio”. La stessa azione di Dio che desidera purificare il male che abita le sua creature è mossa solo da questo stupefacente amore eterno; il motivo del rallegrarsi è allora riposto in questa salvezza generata dall’amore di Dio.
L’autore delle Cronache non racconta solo una storia, così come aveva fatto l’autore dei Libri dei Re che narrano gli stessi fatti, ma interpreta quegli avvenimenti e ne fa una lettura teologica: il peccato e la ribellione del popolo furono tali da far pensare che non ci fosse più possibilità di “guarigione”, e quel Tempio distrutto ne sembrava una tremenda icona. Dio però appare “insoddisfatto” di quella consequenzialità meccanica di peccato-castigo, e così suscita Ciro, il Re dei Persiani, che trasforma in salvatore per il suo popolo, di quel popolo che nulla ha fatto per meritare una salvezza.
Quella che sembrava una punizione si dimostra essere luogo di misericordia; Dio è capace di trasformare il persecutore in salvatore e così crea una via per riportare il popolo alla fedeltà. La misericordia è via per la conversione, e non il contrario! Ciò che regge la vita del popolo, ha compreso il Cronista, è l’amore incondizionato di Dio; tutto il resto è occasione e conseguenza. Il tempo dell’esilio è allora tempo di rinascita, in quel tempo completo (settanta anni, numero simbolico perché storicamente l’esilio durò cinquanta anni!) il popolo può ritornare: è un tempo concesso per la conversione, che però avverrà solo dinanzi all’esplodere dell’imprevedibile e immeritata misericordia.

Parallelo all’esilio, che diviene luogo di salvezza e di rinascita, è l’innalzamento del Figlio dell’uomo, in cui si narra l’amore di Dio che salva e guarisce. Il passo che oggi si legge fa parte del primo grande discorso di Giovanni, e siamo nel cosiddetto capitolo di Nicodemo, un capitolo ampio e complesso; la liturgia di oggi ce ne fa leggere solo un tratto, in cui si intrecciano parole che l’Evangelista pone sulle labbra di Gesù e parole della Chiesa di Giovanni. Nelle parole di Gesù c’è  il primo annunzio della Passione che, nella teologia giovannea, avviene con il linguaggio dell’innalzamento: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo». L’Innalzato è il Figlio che così rende eloquente l’Amore del Padre: nell’innalzamento il Figlio unisce cielo e terra e, attraverso la croce, ritorna al Padre. la croce, dunque, si presenterà in tutto l’Evangelo come via di ritorno al Padre; una via su cui il Figlio non ritorna da solo al Padre, ma “trascina” con sè tutti gli uomini amati e cercati dal Padre (cfr Gv 20, 17).
In questa domenica di letizia, tutto questo ci deve allora far vedere la croce come luogo di comunione, via di accesso a Dio, come nuova scala di Giacobbe (cfr Gen 28, 10-22); i Padri spesso hanno fatto questa lettura della croce come scala che unisce cielo e terra, secondo il racconto dell’episodio di Giacobbe.
Gesù però qui cita in modo esplicito un altro testo, il testo del Libro dei Numeri (Nm 21, 4-9) in cui si racconta della mormorazione dei figli di Israele nel deserto, simbolizzata dal morso di serpenti velenosi (alla lettera “ serpenti infiammati”). Mosè, dinanzi agli israeliti che muoiono per quel morso “infiammato”, prega il Signore, e questi gli ordina di costruirsi un serpente di rame e di innalzarlo su di un’asta: chi lo guarderà sarà guarito dal veleno dei serpenti! Una immagine, questa, fortemente connotata culturalmente, in cui si intrecciano vari sensi: da un lato, per molte culture antiche, il serpente era simbolo di vita e di guarigione, perfino di immortalità e dall’altro, nella cultura biblica, il serpente è simbolo insinuante di morte e peccato (forse proprio in polemica con la venerazione e adorazione del serpente diffuse tra i popoli vicini)… L’idea che c’è dietro a questa pagina del Libro dei Numeri è che si guarisce da un male contemplando una figura di quello stesso male: sarà infatti proprio contemplando il male supremo, l’uccisione del Figlio di Dio, che si guarirà dal male; sarà contemplando l’Amore crocefisso che si guarirà dal veleno dell’odio e dell’orgoglio…

Al termine dell’Evangelo, Giovanni dirà della necessità di volgere lo sguardo al Trafitto (cfr Gv 19, 37) per aderire a Lui, per credere in Lui; e Nicodemo, andando a quell’appuntamento con il Trafitto innalzato, verrà alla luce, lui che era andato da Gesù di notte (cfr Gv 3, 2); e sarà capace di accogliere quel corpo trafitto e consacrarlo come Tempio definitivo (cfr Gv 19, 39-40), “luogo” di incontro di ogni uomo con il Dio che ha «tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito».
In quel Trafitto innalzato avverrà ogni giudizio; ed il giudizio avverrà – diremmo – per pura contemplazione: nella logica del Quarto Evangelo, per il giudizio non ci sarà bisogno che il Figlio dell’Uomo venga sulle nubi del cielo (cfr Mc 14, 62); per il giudizio basterà che sia innalzato il Crocefisso: è la fede nel Crocefisso che determina il giudizio, è il confronto con quell’amore che silenziosamente manifesterà il giudizio. Questo, dunque, non sarà questione di “sentenze”, ma questione di adesione al Figlio Innalzato e donato dall’amore del Padre; sarà questione di adesione a quell’amore del Padre.
Una tale visione è molto liberante, ma richiede una costante vigilanza. Il giudizio, così, non è un qualcosa che si esaurisca in un momento, ma diviene realtà quotidiana che discerne se i nostri passi vanno nella luce o vanno nelle tenebre. Scrive infatti Giovanni qualche pagina avanti del suo Evangelo che chi crede ha la vita eterna: usa dunque un verbo al tempo presente, perchè la vita eterna di cui parla il Quarto Evangelo non è un qualcosa riservato ad una vita futura, ma è già, in qualche modo, presente in un oggi che voglia e sappia “respirare” il respiro di Dio, che è l’amore del Padre narrato nell’Innalzato.

Tutto questo deve essere letto in un’atmosfera serena e di luce, e non in un clima in cui il giudizio abbia un sapore incombente, che affligge ed opprime l’uomo. Giudizio e guarigione, al contrario, vivificano ed autenticano la vita quotidiana: il giudizio infatti non è teso a condannare, ma chiede di esporre la vita all’Innalzato, per averne guarigione volgendo a Lui lo sguardo.

Tutto questo non è operazione astratta ma avviene in un luogo concreto, nel luogo della tentazione e della prova…è lì che il Signore si piega sull’uomo per guarirlo.
Dice infatti Gesù: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo»: nel deserto, in Cristo innalzato sulla Croce, Dio si offre all’uomo; nel deserto possiamo gioire e lasciarci guarire; nel deserto, con lo sguardo fisso a Lui, camminiamo verso la luce della Pasqua!
Nel deserto!
Il deserto non si salta, si attraversa…
Il deserto è la nostra condizione, perchè è ciò che sta tra ogni “Egitto” di schiavitù e la Terra promessa della libertà dei figli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Quaresima (B) – Le Dieci Parole

 

PROMESSA DI UN DIO GELOSO

 Es 20, 1-17; Sal 18; 1Cor 1, 22-25; Gv 2, 13-25

 

Ten Commandments di Peter Lipman-Wulf, Leo Baeck Institute at the Center for Jewish History

Ten Commandments di Peter Lipman-Wulf, Leo Baeck Institute at the Center for Jewish History

Dopo le tentazioni nel deserto, dopo la Metamorfosi che mostra la bellezza del Padre sul volto del Figlio, il nostro cammino quaresimale ci chiede di andare ancora più in profondità. Se le prime due domeniche sono state di contemplazione cristologica, ora ci è posta una domanda: “E’ efficace l’Alleanza di Dio nella tua vita? Che spazio reale ha?

Le tre letture di questa domenica sono in questa linea interpellante: il testo del libro di Esodo è parola di benedizione e promessa di fedeltà, e chiede subito un giudizio su di noi, se siamo cioè in cammino con il Signore, e lo fa rimettendoci sulle tracce di Israele nel deserto… La domanda che ci pone il celebre passo che leggiamo è se i nostri tratti si avvicinano a quelli del Signore; le Dieci Parole, infatti, ci disegnano i tratti di un volto umano che sono quelli di Dio! Incredibile, ma è così!

Il testo dell’Evangelo di Giovanni (la cacciata dei mercanti dal Tempio), superando tutte le letture moralistiche che si son fatte di questa pagina, mostra il Figlio che rivela il volto geloso del Padre: Gesù si presenta come divorato dallo zelo per il Padre… E’ ancora, dunque,  una parola che chiede giudizio su di noi.

Il passo della Prima lettera ai Cristiani di Corinto ci fa ascoltare Paolo che chiede, senza mezze misure, se la nostra fede è frutto di miracoli o di sapienza umana, o se ci basta la parola della croce. Si è discepoli di Cristo solo se si riconosce – e non a parole – che la «parola quella della croce» (così alla lettera il testo paolino) è l’unica fonte di vita. Per caso abbiamo altre fonti di vita?
In fondo il tutto è domanda forte sulla reale Signoria di Cristo nelle nostre vite, e al centro della Quaresima non c’è domanda più opportuna. La Scrittura oggi ci chiede una coraggiosa verifica della nostra sequela e della nostra gelosia per il Signore!

Il testo di Esodo bisogna saperlo leggere, altrimenti il suo senso più profondo ci sfugge. Non è un elenco di “comandamenti” come li abbiamo sempre chiamati, ma siamo dinanzi a Dieci Parole (in ebraico d’varim)! Non parole che limitano, ma parole che plasmano, creano l’esistenza del credente! Parole non da “osservare” ma da custodire (così il verbo ebraico!). Parole rivolte ad un “tu”, e non parole generiche…
Non sono comandi, e dunque grammaticalmente non sono all’imperativo ma nell’ebraico “incompiuto”, che è una specie di futuro che andrebbe tradotto con “tu sarai capace di…”. E’ chiaro così che si tratta di una promessa di Dio, una promessa che ha una premessa: “Poiché ti ho fatto uscire dall’Egitto e sono il Signore tuo Dio, se tu rimarrai con me in alleanza sarai capace di…”

Se si vive nella libertà che Dio ha donato, allora si diviene capaci di vivere in modo altro. Se si rimane nello spazio della salvezza e della libertà si è capaci di custodire le Parole che Dio ha pronunziato su di noi, si riesce a fare spazio al dono di Dio.
Custodia delle Parole è risposta all’Alleanza, anche se deve essere chiaro che non è la nostra risposta che sostiene l’Alleanza: dinanzi al Vitello d’oro, infatti, Dio rinnovò l’Alleanza…Dunque, è sempre la fedeltà di Dio che sostiene l’Alleanza.

Le Dieci Parole chiedono di custodire la memoria di Dio, il senso della sua presenza; chiedono di dargli spazio nella nostra vita. Le Dieci Parole mostrano il volto di Dio, sono rivelazione di chi Lui sia. Ne consegue che custodire le Dieci Parole è via di assunzione del suo volto…
Dio chiede di vivere secondo le Dieci Parole perchè è geloso ed esigente, e la sua è una gelosia che non tende, come le nostre gelosie, a difendere se stesso ma a difendere noi affinché non ricadiamo sotto il potere di nessun Egitto. E’ una gelosia liberante, una gelosia che fa crescere. Le Dieci Parole sono allora il risultato dell’azione liberatrice di Dio, ma sono contemporaneamente via di liberazione e di custodia della libertà. Parole che ci rendono capaci di custodire in noi il volto di Dio.

Nel passo di Giovanni Gesù ancora ci narra la gelosia di Dio: per Giovanni Gesù compie questo gesto scandaloso non alla fine della sua vita, alla vigilia della Passione (per gli altri Evangeli quest’episodio fu una delle accuse nel processo), ma all’inizio della sua vita pubblica. E’ la prima Pasqua che l’Evangelo narra; è un’azione profetica in cui però l’Evangelo riconosce un segno: il vero Tempio è il suo corpo! Entrando nel Tempio Gesù proclama un giudizio: non vuole una riforma della liturgia del Tempio, non vuole una moralizzazione del Tempio (!) ma vuole gridare che bisogna dare spazio a Dio! Il Tempio era un segno di questo spazio per Dio nel mondo, nella storia, nella vita…ora questo spazio è ingombro da altro…
Gesù vuole ristabilire lo spazio di Dio in mezzo al suo popolo! Gesù proclama che il Padre vuole dimorare in mezzo agli uomini (e il Quarto Evangelo arriverà a proclamre che vuole dimorare dentro gli uomini! – cfr Gv 14, 23). La scena della Purificazione del Tempio ci mostra che il Figlio è venuto a rimuovere ciò che impedisce il dimorare di Dio nell’uomo…

Il gesto di Gesù è simbolico, e rinvia al vero segno: questo sarà la distruzione del Tempio del suo corpo…il vero zelo di Gesù sarà il dono di sè “fino all’estremo” (cfr Gv 13, 1).
Il vero segno che cambierà e purificherà i cuori sarà la sua Pasqua; d’altro canto il Gesù di Giovanni compie in quella Pasqua (e la datazione non è casuale!) un gesto preciso: scaccia i mercanti di animali e i cambiavalute (che servivano a cambiare le monete “impure” con monete lecite perchè senza immagini, con cui acquistare gli animali per i sacrifici) perchè vuole dire che d’ora in poi non ci sarà più bisogno di quei sacrifici di animali perchè è venuto il vero agnello.

La Parola ci chiede, dunque, un cuore unificato in cui Dio possa dimorare, e di questo ci rende capaci solo una cosa: l’accoglienza della libertà pasquale che Gesù ci dona. Una libertà che ha una sua espressione straordinariamente paradossale: è libero chi si fa dono; è libero chi si consegna totalmente, come Gesù.

Nel testo della Prima Lettera ai Corinzi che si legge oggi, Paolo lo riafferma con forza: solo la Croce di Cristo dà a Dio il giusto spazio nelle nostre esistenze. Paolo afferma che la Croce è l’unica sua sapienzami proposi di non sapere altro in mezzo a voi che Gesù Cristo, e questi crocefisso»), proponendo se stesso quale immagine di Cristo (venni a voi in debolezza). La Chiesa che ne deve risultare è una Chiesa che può essere immagine di Cristo solo se mostra la sua debolezza («non ci sono in mezzo a voi sapienti, nobili…»). L’unica via è la «Parola, quella della croce» che è la logica della sconvolgente debolezza di Dio che si rivela nel Figlio: via di novità e via per verificare a chi si appartiene, chi si segue, che alleanza ci segna…

La gelosia di Dio che Esodo ci ha mostrato, lo zelo di Gesù che vuole che l’uomo sia spazio di Dio, trovano nello scandalo della Croce l’immagine più eloquente…lì è il segno dell’Alleanza, lì è il luogo dell’unificazione e della manifestazione di quest’unità. Lì, dove il Figlio si è fatto pienamente obbediente al Padre facendosi spazio per Dio e spazio per tutti gli uomini.

Questa Quaresima ci conduca alla nudità della Croce…con lo sguardo fisso alla Croce, sapremo rispondere alle domande che verificano la nostra autenticità nel discepolato.

Via dura? Via necessaria!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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