XIV Domenica del Tempo Ordinario – Imparate da me!

 
UMILTA’ E MITEZZA RIVELANO IL PADRE

 

Zc 9, 9-10; Sal 144; Rm 8, 9.11-13; Mt 11, 25-30

 

San Francesco, Cimabue (Basilica inferiore, Assisi)

San Francesco, Cimabue (Basilica inferiore, Assisi)

La pagina evangelica di oggi è stata definita da un grande esegeta del ‘900 (P. Lagrange) come “la perla matteana di grande valore”.
E’ vero!
Nell’evangelo di Matteo, infatti, si giunge qui ad un culmine: se tutta la prima parte dell’evangelo, fino alla confessione di Pietro al capitolo 16, vuole presentare la figura di Gesù come Messia, qui siamo davvero ad una svolta e ad una vetta… E’ una pagina, questa, di straordinaria potenza e dolcezza!

Il contesto, incredibilmente, è un grande fallimento: sì, siamo al punto in cui l’iniziale successo della predicazione di Gesù (la cosiddetta primavera di Galilea) è scemato; le città del Lago, dove pure Gesù aveva stabilito la sua dimora, lo hanno rifiutato: poco prima, infatti, Gesù ha dovuto dire parole di una durezza inusitata contro quelle città che avevano visto le sue opere e lo avevano rifiutato.
Ora, sulle rovine – potremmo dire – della sua predicazione, sulle macerie delle sue illusioni e speranze, Gesù non eleva un lamento o un grido di rabbia; su quelle macerie Gesù eleva un canto di lode al Padre; un canto stupito e gioioso; il canto di chi legge la storia e vi ravvisa i segni della volontà, dei progetti del Padre.

Qui Gesù è davvero un contemplativo! Se contemplativo significa essere capace di leggere la storia, ponendosi dalla parte di Dio; se significa saper essere ponte tra il reale ed il progetto, tra la storia nel suo svolgimento e il pensiero ed il giudizio di Dio, qui Gesù è maestro di contemplazione. Riesce a leggere quelle rovine: non sono un fallimento, ma sono – di contro – un luogo rivelativo, luogo in cui il Padre ha parlato.

La durezza di cuore dei sapienti e degli intelligenti ha permesso a Gesù di poter proclamare con certezza dove vadano le preferenze del Padre: verso i piccoli (in greco “népioi”, che traduce il concetto ebraico di “petajim”, che significa “semplici”, “piccoli”, “ingenui”). Sono quelli che sono non arroganti, non capaci di imporsi, quelli che non contano.
Per il mondo infatti contano i sapienti e gli intelligenti, che nel mondo “religioso” di Israele sono i Dottori della Legge e i Farisei, i quali amavano ripetere un detto: “Un ignorante non può sfuggire al peccato e un uomo dei campi non può essere di Dio”.
Gesù sta constatando in questo caso quanto essi abbiano torto, e quanto il Padre pensi diversamente!

Il discorso che Gesù fa in questo passo dell’evangelo di Matteo collega chiaramente la rivelazione del Padre all’essere piccoli, umili, e quindi all’umiltà e alla mitezza di Gesù che rivela il Padre, perchè Lui solo lo conosce, così come il Padre conosce Lui.
Il sorprendente di questa parola di Gesù è che la rivelazione del Padre è possibile solo attraverso il Figlio, e attraverso la sua mitezza ed umiltà. Matteo qui anticipa ciò che il Quarto evangelo dirà con definitiva chiarezza: “Dio nessuno lo ha visto mai, il Figlio unigenito ce ne ha fatto il racconto” (cfr Gv 1, 18).
Se solo la mitezza e umiltà del Figlio rivelano il Padre ecco allora il motivo per cui i piccoli colgono la rivelazione di Dio; ecco perché la rivelazione dell’Evangelo si arresta dinanzi ai sapienti e agli intelligenti: questi, infatti, sono incapaci di leggere il Rivelatore, l’umile e mite Gesù. Lui stesso, “il più piccolo del Regno” come aveva detto poco prima rispondendo alla domanda dei discepoli del Battista, è il luogo della rivelazione del Padre.
(Cfr Mt 11,11 “Fra i nati di donne non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di Lui”: “il più piccolo” è proprio Gesù che è stato discepolo di Giovanni e che, per il mondo, è stato inferiore a Giovanni; Gesù è “il più piccolo” ma in realtà è il più grande, perché è il Messia!).

A questo punto, lo sguardo di Gesù si posa su questi piccoli che accolgono il Regno, mentre i grandi, i sapienti, gli intelligenti si volgono altrove; e ne vede poi la fatica dinanzi al giogo che sapienti e intelligenti pongono sulle loro spalle. In fondo Gesù qui parla di due gioghi: uno che opprime e uno che è leggero e dolce, e che Lui definisce “mio giogo”.
Non mi pare che il primo giogo sia la Torah e che il secondo sia l’Evangelo: questa è la solita logica “sostituzionista” che nella Chiesa ha prodotto tanta cecità e tanto sradicamento dal terreno santo di Israele.
Se quei piccoli sono affaticati e oppressi è perché ci sono dei cattivi interpreti della Torah, dell’Alleanza, che hanno dimenticato che il Dio di Israele è il Dio dei piccoli, dei disprezzati, è il Dio degli schiavi… è il Dio che ha liberato gli schiavi portandoli in una situazione nuova in cui saranno capaci di essere liberi, in cui saranno capaci di essere giusti, in cui saranno capaci di essere nuovi, in cui saranno capaci di essere popolo.
Il “mio giogo” di cui Gesù parla è allora la lettura compiuta della Torah che Gesù è venuto a proclamare: “Non sono venuto ad abolire la Torah, ma a darle compimento” (cfr Mt 5,17). L’Evangelo del Regno è la buona notizia del Volto del Padre, che rende a pieno capaci di compiere la sua volontà.

C’è sempre prima la Grazia, grida Gesù con il suo Evangelo; c’è sempre prima l’opera di Dio e poi la Legge: osservare la Legge è lo sbocciare della Grazia, e non il contrario! Gesù chiama “mio” questo giogo perché Lui per primo lo ha portato accogliendo il dono del Padre nella sua carne di uomo; è un giogo perché chiede sottomissione, sottomissione ad un primato di Dio che nega il nostro, sottomissione all’opera di un Altro subordinando le nostre opere. Questo giogo è soave e leggero perché Lui lo porta con i suoi discepoli.

In questo passo di Matteo è chiaro che l’imparare da Lui (il verbo greco è “manthano” da cui il termine “mathtés”, “discepolo”) non è studiare la Torah, ma è diventare discepolo, è porsi alla sequela di Gesù, mite e umile di cuore. Nell’Antico Testamento i due termini (mite e umile) indicano come si sta davanti a Dio e davanti agli uomini: verso Dio in atteggiamento di confidenza, di obbedienza e di docilità; verso gli uomini in un atteggiamento di accoglienza, di pazienza, di discrezione, di disponibilità al perdono e di servizio.

Guardiamo a Gesù e comprendiamo che Lui fu proprio così, e così raccontò e rivelò il Padre. Non possiamo raccontare Dio se non come Lui lo raccontò, e ci è possibile fare questo racconto perché Lui è con noi, porta con noi il peso di contraddire il mondo che crede ai sapienti e agli intelligenti, agli arroganti e ai potenti, a quelli che – come scrive Paolo – vivono secondo la carne, e disprezza i piccoli, quelli che vivono secondo lo spirito, cioè obbedendo alle logiche del Regno. Le vie di Dio sono quelle di Gesù…le vie di Dio sono vie di vita; in questa obbedienza, ci ha detto Gesù, c’è riposo perché c’è senso.

Ci fidiamo di questo? Siamo disposti a passare dalla disobbedienza all’obbedienza?
Siamo disposti a chinarci sotto questo giogo? Gesù ci assicura che è soave, perchè Lui è con noi.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Cosa sono i talenti

LA MISURA DI CUI CIASCUNO E’ CAPACE

 Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5,1-6; Mt 25, 14-30

 

Ancora una parabola dell’attesa del ritorno, ancora una parabola sul tempo: c’è un passato in cui il Signore ha fatto dei doni (i talenti), un presente in cui bisogna mettere in circolo il dono, un futuro in cui renderne conto. Sì, rendere conto.

Questa parabola, diciamolo con chiarezza e senza mezzi termini, non è una parabola della misericordia, è una parabola del giudizio. E’ inutile tentare di togliere il giudizio dalla nostra vita di uomini e anche dalla nostra vita di credenti; certo non si tratta di un giudizio che ci piomba sul capo da un Dio irato e giudice spietato, è un giudizio che, in fondo, siamo noi stessi a dover pronunziare su di noi nel momento in cui ci specchiamo nell’Evangelo di Cristo e nella realtà dei suoi doni. Questo giudizio ha un esito o di gioia (“Entra nella gioia del tuo Signore!” E si badi che in aramaico – la lingua che Gesù parlava e che è dietro al testo di Matteo – la parola “gioia” significa anche “festa” ed è quindi richiamo al banchetto eterno del Regno) o di pianto e disperazione (“Lì sarà pianto e stridore di denti”, cioè rimorso disperato).

Una cosa importante da capire, per ogni discorso sensato su questa parabola, è cosa siano davvero i talenti. In primo luogo, diciamo subito che un talento è una quantità di beni grandissima, sono diecimila denari, più di trenta chili di oro! In secondo luogo dobbiamo anche sgombrare il campo da un’interpretazione comune di “talento”, quella secondo cui un talento è una dote personale, una bravura, un’abilità, un’arte … Tanto diffusa questa interpretazione che, in molte lingue avere talento significa essere bravi, eccellenti in qualcosa. No. La parabola di Matteo non intende assolutamente questo; il talento non è una capacità dell’uomo (anche se magari è riconosciuta come dono della natura o … di Dio!); i talenti, dice Matteo, sono averi del padrone (Consegnò loro i suoi averi); il talento è l’Evangelo che incontra ciò che ognuno di noi è; il talento è l’Evangelo accolto nella misura di cui ciascuno è capace, è la Parola di Cristo che ci è stata donata, è la sua presenza nelle nostre vite, è il nostro rapporto d’amore con Lui. La quantità diversa dei talenti non va presa nel senso della mera quantità ma nel senso della diversità.

La parabola delle Dieci vergini si concludeva con un invito preciso: Vegliate perché non sapete né il giorno, né l’ora. Questa parabola inizia con un collegamento stretto a quell’invito (“hòsper gár”,  cioè “come infatti”), e se lì il vegliare era essere pronti, equipaggiati per un’attesa che si prolunga, qui la vigilanza è definita come qualcosa che deve ispirare, informare, dare corpo ai nostri gesti quotidiani, alle cose concrete che facciamo.

La vigilanza è essersi accorti d’aver ricevuto dei doni, anzi un grande dono che è l’Evangelo con la sua carica rivoluzionaria di amore fino all’estremo, e di fare della vita, del “poco che abbiamo” un luogo in cui l’Evangelo porti frutto. Non è questione solo di evangelizzazione, è soprattutto questione di ciò che rende credibile l’evangelizzazione, cioè una vita altra, diversa, feconda di Evangelo

I primi due servi generano Evangelo dall’Evangelo, hanno fatto del tempo dell’attesa un tempo di amore fecondo (ricordo a questo proposito una delle frasi umili ma forti di Don Tonino Bello: “Attendere: infinito presente del verbo amare!).

Il terzo servo fa una cosa terribile: restituisce il dono, così come lo ha ricevuto! Per paura! E’ raggelato da un rapporto con il padrone segnato da una lettura sviata del volto di lui; gli dice, infatti, “sei un uomo duro che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”; il padrone, si badi, in fondo accetta che il servo lo definisca esigente (ed era un motivo in più per far diventare fruttuoso quel talento!) ma non accetta che lo definisca duro (“sklerós”); infatti, quando ripete ciò che il servo gli aveva detto omette “duro”; il problema di quel servo è proprio lì, è averlo considerato duro, impenetrabile; lo percepisce tanto duro da non riuscire a penetrare le ragioni profonde del suo essere un signore esigente; lo percepisce così duro da coglierlo come spietato. Il servo convinto di questa durezza e pieno di paure, si ritrova nudo e privato di tutto; uno così è esposto al pianto perché avrà sempre rimorsi per quel che poteva essere e non è stato per le sue paure, è esposto al rischio grande della disperazione (è lo stridore di denti di cui dice Matteo). Uno così è “inutile”, e non nell’accezione positiva che Luca darà al termine (“senza pretesa di un utile” cfr Lc 17,10), ma nel senso di incapace di far germinare amore dall’amore, che è la sola cosa “utile alla storia!

I primi due servi si sono fidati di quello che avevano ricevuto e, fidandosi del dono, lo hanno reso fecondo; il padrone per ben due volte, sia al primo che al secondo, dà un appellativo bellissimo: “pistós”, cioè “fedele”, “che hai avuto fiducia”, “che hai avuto fede”. Questo ci libera da una lettura “praticona” di questo testo (come di quello del Giudizio finale che leggeremo domenica prossima e che è il seguito di questo capitolo di Matteo); sì, si tratta di fare delle cose, e la parabola del Giudizio finale ci dirà quale sia l’uso vero della vita nuova che Cristo ci ha donato e del suo amore nelle nostre vite, ma è un fare che affonda le sue origini nell’essere uomini “pistói”,  che si fidano dell’Evangelo perché partono da una vera “gnósis”, da una vera conoscenza di Dio e del suo Cristo. Si tratta allora un fare che nasce dalla conoscenza del vero volto di Dio, non un Dio duro ma certamente un Dio esigente perché ci prende sul serio e prende sul serio la storia; esigente perché non è venuto a consegnarci delle cose indifferenti, di cui si possa fare a meno, è venuto a consegnarci la sua stessa vita, fino alla croce. E’ esigente perché l’Evangelo ci è stato consegnato “a caro prezzo” (cfr 1Cor 6,20). E’ esigente perché “partendo” ha consegnato l’Evangelo nelle mani dei suoi, fidandosi delle loro mani.

Il tempo della Chiesa, il tempo dell’attesa del suo ritorno, è il tempo di questa sua fiducia e allora non può essere un tempo vuoto in cui l’Evangelo è sotterrato, ma un tempo in cui, con coraggio, ci si deve fidare dell’Evangelo stesso. Chi sceglie di fidarsi dell’Evangelo è uno che sceglie di rischiare pagando di persona. Il problema, in fondo è chiedersi se ci fidiamo veramente della potenza feconda dell’Evangelo o se diamo più credito alle vie piene di “saggezza mondana” che ritengono l’Evangelo una via debole, forse anche bellissima, ma debole, irrealizzabile e poco attenta al “pratico”. In realtà nella fede noi sperimentiamo che solo per quella via debole si entra nella gioia del Signore e questo perché quella via debole è la stessa che ha percorso Lui, pagando di persona fino alla croce.