Santa Famiglia – Figli chiamati dall’Egitto

NON C’E’ EGITTO CHE DURI PER SEMPRE

  –  Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; Col 3, 12-21; Mt 2,13-15.19-23  –

  

Santa Famiglia, Caravaggio (Roma)

Riposo durante la fuga in Egitto, Caravaggio (Roma)

Contemplare con gioia il mistero dell’Incarnazione è attitudine necessaria e vitale, ma è un’attitudine che subito si scontra con la storia di peccato in cui il nostro Dio si è voluto immergere proprio con l’Incarnazione. La storia non è un’oasi di pace; la storia rigurgita sangue e dolore ed il Figlio di Dio vi si immerge senza sconti e senza privilegi.

E’ nato nel grembo caldo di una famiglia umana, una famiglia contemporaneamente ordinaria e straordinaria. La sua ordinarietà, coniugata con la sua straordinarietà, fa sì che oggi la Chiesa guardi a quella famiglia come modello per le nostre famiglie; siamo convinti che questa esemplarità è un po’ azzardata in quanto troppo straordinaria è quella Famiglia, ma è pur vero comunque che quella Famiglia ci dice una verità per la nostra vicenda di uomini concreti, segnati dal dono della fede: non c’è nessuna esenzione per chi crede! Quanto è meschina quell’idea (madre di tanti “delusi” da Dio!) per la quale chi crede, e compie le opere della giustizia, dovrebbe essere esentato dal dolore, dai patimenti fisici e morali, dall’emarginazione! Quanto è misera e calcolatrice questa concezione di una fede che metta al riparo dalla vita!

Il racconto evangelico di oggi ci dice perfettamente il contrario, e ci ricorda che il solo giusto è stato minacciato da una spada assassina dal principio della sua vicenda umana fino al concretarsi di quell’antica minaccia di Erode sulla croce piantata sul Golgotha. Nessuna esenzione al Figlio di Dio nella carne degli uomini, nessuna esenzione per colei che fu madre e vergine dell’Emmanuele, nessuna esenzione per Giuseppe, figlio di Davide e uomo giusto!

La vicenda, che Matteo si compiace di narrarci per motivi più teologici che strettamente storici (Luca ignora questa fuga in Egitto!), contiene nel suo svolgersi l’indicazione di ciò che davvero occorre al credente per percorrere le strade della storia.

Ancora Giuseppe ne è umile maestro: ascolta e obbedisce! Nell’ultima domenica d’Avvento l’abbiamo visto in quell’obbedienza che lo ha trasformato, dicevamo, da ragazzo innamorato con un suo progetto, in ultimo dei Patriarchi della Prima Alleanza; da custode di un piccolo sogno con confini precisi segnati da una bottega, una casa come le altre, e una sposa feconda a custode del più grande sogno di Dio: essere per sempre, per noi uomini, l’Emmanuele, il Dio-con-noi.

Quell’obbedienza consegna a Gesù la discendenza davidica, quell’obbedienza permette a Dio di chiamare “figlio” quel bambino, e permette a Israele di chiamarlo “Nazoreo”. Giuseppe, come già dicevamo domenica scorsa, è sempre connesso con i nomi di Gesù: lui lo chiama Gesù (cfr Mt 1,21), andando in Egitto permette a Dio di chiamarlo mio figlio (“Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio”) e, stabilendosi a Nazareth, permette al popolo di Israele di chiamarlo Nazoreo e quindi riconoscerlo come colui che Dio aveva promesso. Nazareth ha la stessa radice di “neser”, che significa “germoglio” (“Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse” – cfr Is 11,1; “Da sempre germoglio è il suo nome” – cfr Sal 72,17). A Giuseppe tocca questa obbedienza che dà il nome al Verbo eterno di Dio: Gesù, Figlio, Nazoreo; il suo nome proprio, la sua qualità di Figlio di Dio, il suo essere adempimento delle attese di Israele.

L’Evangelo di oggi, mostrandoci l’opera di obbedienza di Giuseppe, ci fa guardare all’Incarnazione con tutta la sua crudezza; oggi ci è detto il perché profondo dell’Incarnazione di Dio: il Verbo divenne carne (cfr Gv 1,14) per seguirci negli esili e nelle miserie, per fare strada con noi in un nuovo e continuo esodo in cui desidera che anche noi tutti siamo figli chiamati dall’Egitto… L’esilio per la Scrittura fu esperienza dell’Egitto e di Babilonia, due esperienze diverse: l’Egitto fu un esilio diventato schiavitù a causa del peccato degli altri (il Faraone, gli aguzzini…), Babilonia fu esilio causato invece dall’infedeltà di Israele; il Figlio di Dio vivendo l’esilio comincia quella ricerca dell’uomo negli inferi subiti o creati dalla propria iniquità…Nel tornare dall’esilio, Gesù giunge a Nazareth e lì riceve il nome di germoglio, perché inizio di una nuova storia di libertà… Isaia aveva cantato: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse; la stirpe di Iesse (padre del re Davide) pareva secca per sempre, ed il Messia sembrava un sogno impossibile, ma ecco che quel tronco secco è fiorito per la Grazia di Dio e per l’obbedienza di Giuseppe figlio di Davide…ma non è solo quel tronco secco di Iesse che in Gesù fiorisce, ma in Lui fiorisce il ceppo di tutta l’umanità che è infecondo di pace, di bene, di amore perché asservito dal peccato; fiorisce di una santità che non si può dare da sola! La salvezza infatti viene dal grembo di una Madre vergine per dirci che l’uomo nuovo, Gesù, solo Dio poteva darcelo! L’uomo nuovo può essere solo accolto come dono, proprio come fecero Maria con il suo grembo e Giuseppe con la sua obbedienza.

A Nazareth il Figlio di Dio entra nell’umile quotidiano; il Dio-con-noi è davvero con noi, e santifica ogni ferialità, ogni riposo e fatica, ogni gioia ed ogni dolore, ogni amore ed ogni timore…l’esodo di Dio verso l’uomo ed il suo mondo è iniziato perché si compia l’esodo dell’uomo verso il mondo di Dio.

Maria e Giuseppe compagni di questo esodo e di quella quotidianità sono davvero primizia di una nuova storia in cui Cristo è cuore dei giorni. In tal senso ogni comunità umana, a partire da quella familiare, scopre nell’Evangelo un segreto che è fonte di vera pace e di senso: la presenza di Cristo che è presenza di Dio, perché Lui è l’Emmanuele.

Il germoglio (“neser” cfr Is 11,1) è il consacrato di Dio (“nazir” cfr Gdc 13,5.7) che fa fiorire l’umanità nuova rendendola santa con la sua santità.

Lo straordinario di tutto questo è che ci vien detto che questa nostra povera carne può essere davvero luogo di santità! E se il peccato fa scorrere sangue innocente e costringe i giusti all’esilio non dobbiamo temere, perché Dio compie ogni sua parola e promessa, e l’Emmanuele è Dio-con-noi anche negli esili, nelle ingiuste fughe e nel non-senso dell’odio del mondo.

Non c’è “Egitto” che duri per sempre!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 




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IV Domenica di Avvento – La vocazione di Giuseppe

 ATTESA, CRISI E SORPRESA

  –  Is 7, 10-14; Sal 23; Rm 1, 1-7; Mt 1, 18-24  –

 

Joseph's dreamL’Avvento è un tempo complesso: è attesa, è crisi per un discernimento, è sorpresa dinanzi ad un Dio che supera ogni proiezione umana e che sconvolge tutti i progetti.

Il Veniente deve essere atteso come Maria che lo accoglierà, ma dopo un tempo in cui l’attesa diviene l’“habitus” di ogni giorno; il Veniente mette in crisi, come accade a Giovanni Battista che permette alle domande di farsi largo in lui, perchè ancora cresca in lui il discernimento per riconoscere il vero volto di questo Veniente, così “altro” rispetto anche alle sue parole di profezia; il Veniente  sconcerta, sconvolge i progetti e sorprende con l’“oltre” che è un “oltre” che diviene appello a ritirarsi con le proprie logiche, attese e speranze … ed è quello che capita a Giuseppe.

Il passo di Matteo di questa domenica ci narra un umanissimo e dolorosissimo sconcerto nel cuore di questo ragazzo innamorato (una volta per sempre cancelliamo i Giuseppe “vecchietti” del nostro immaginario!!) … nel passato anche illustri Padri ed esegeti hanno voluto “salvare” Giuseppe mettendolo al riparo dall’aver nutrito sospetti circa Maria, dal cocente dubbio di essersi innamorato della persona sbagliata, di aver fatto un passo falso che ora è fonte di dolore e  forse di disonore. Io credo che, se stiamo per celebrare l’Incarnazione di Dio, questa avviene nella nostra storia concretissima in cui nessuno può credere o solo immaginare, di primo impatto, ciò che la rivelazione di Dio e la fede cristiana proclamano con certezza.

Giuseppe è contemporaneo all’evento della concezione verginale di Maria, e non può immaginare neanche lontanamente che potesse essere possibile … dinanzi a ciò che vede, Giuseppe cerca soluzioni al problema dolorosissimo che gli si è presentato: sa di non essere il padre di chi è generato in Maria, ma non vuole, no sa e non può diventare un violento, non può e non sa passare dall’amore per quella ragazza all’odio per lei … l’ha amata e la ama … che fare? L’evangelo non ci consente di capire di più … e non dobbiamo produrci in fantasie … Matteo è interessato ad altro, e non al “dramma” di Giuseppe. Certo, ce lo deve presentare perchè tutto sia limpido in questo inzio della vita di Gesù…narrandoci questo “dramma”, però Matteo ci mostra come il progetto di Dio entri in una storia concretissima, ed entrandovi crea sconcerto, lacerazioni, cesure; se così non fosse, non risulterebbe un progetto di Dio, ma sarebbe un prevedibile sviluppo di nostri pensieri, di nostre attese.

Giuseppe deve sperimentare questo irrompere di Dio che spezza le sue certezze…tutte…! D’altro canto – pensiamoci – Giuseppe non potrà chiamare “opera di Dio” quell’evento accaduto in Maria, e che lo ha ferito a morte se Dio stesso non gli rivela la verità di quell’evento … ecco il sogno di Giuseppe! Matteo è l’unico autore del Nuovo Testamento che usa il sogno come luogo di rivelazione (a Giuseppe, e dopo ai Magi!): l’angelo che Giuseppe sogna non gli deve rivelare che Maria è stata trovata incinta (Giuseppe già lo sa!), ma gli deve dire due cose: perchè Maria è incinta, e perchè lui, Giuseppe, deve rimanere in quella storia. La prima: in quella gravidanza è accaduto l’“impossibile” di Dio (Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo…) ed ecco perchè lo sconcerto e la sorpresa; ecco perchè non potevano esserci risposte e soluzioni umane, come il Giusto Giuseppe pure cercava! La seconda: l’angelo comunica a Giuseppe la sua vocazione unica e strordinaria: essere padre del Figlio di Dio; e sarà padre davvero, perchè dare il nome era compito non solo legale del padre, ma è permettere al figlio di essere se stesso e di scoprire la propria identità. Tanto più qui, dove il nome porta in sè un significato così particolare! Lo chiamerai Gesù, dice l’angelo, e Matteo subito aggiunge un “infatti”, che implicitamente dà la traduzione greca del nome ebraico Jeshuà (cioè “il Signore salva”; ecco perchè l’angelo dice: infatti egli salverà il suo popolo dai suoi peccati).

Nel resto del capitolo scopriremo che ogni azione di Giuseppe sarà collegata a dare un nome a Gesù.

Andrà in Egitto per fuggire da Erode? E questo farà sì che Dio lo chiami “figlio”! Straordinario! (“Affinchè si adempisse quello che il Signore aveva detto per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio” – cfr Mt 2,15; Os 11,1).

Dopo l’Egitto, Giuseppe decide di tornare in terra di Israele e stabilire la dimora a Nazareth? E Matteo puntuale annota: “Perchè si adempisse quello che era stao annunziato dai profeti: Sarà chiamato Nazoreo (cfr Mt 2, 23); Giuseppe permette che Israele riconosca in Gesù, il Figlio di Dio, il germoglio promesso da Dio alla Casa di Davide (cfr Is 11,1). Infatti la parola “nazoreo” ha la radice della parola “neser”, che significa “germoglio”, e da cui deriva anche il nome della città di Nazareth (ed anche la radice della parola “nazir” che significa “consacrato”)!

La sorpresa di Giuseppe è dunque la sorpresa della Casa di Davide, di cui Giuseppe è figlio; Casa di davide a cui Dio è fedele, ma con una fedeltà che non è scevra da giudizio: la casa di Davide è davvero un tronco secco che non può generare con il suo seme il Messia, ma il Messia nasce, come promesso, proprio nella casa di Davide, per opera solo di Dio che chiede alla Casa di Davide (presente nel giusto Giuseppe) di riconoscere quella infecondità che diviene fecondità solo per la misericordia di Dio!

Giuseppe, figlio di Davide, sarà per Gesù veramente padre e padre davidico (non diciamo più quel brutto e depauperante “putativo”!); Giuseppe è il discendente di Davide che farà del tutto diversamente da Acaz, suo antenato e protagonista della prima lettura. Ad Acaz  Isaia dà un segno, quello della nascita del figlio Ezechia, segno che il Signore è Dio-con-noi;  Acaz non vorrebbe alcun segno perchè non vuole compromettersi con Dio, ed alla fine non accoglierà il segno perchè continuerà a fare di testa sua, agendo mondanamente e secondo le logiche politiche delle alleanze (dimenticando l’Alleanza e portando la Casa di Davide alla rovina).

Giuseppe invece accoglie il segno dell’Emmanuele, riconosce in quella sconcertante gravidanza della sua Maria un segno di speranza tanto più grande delle sue piccole speranze di ragazzo innamorato. Giuseppe è giusto, e compie le parole del Signore accogliendo in pieno la vocazione ad essere padre del Figlio di Dio … Giuseppe obbedisce a Dio, e diviene luogo in cui la salvezza potrà mettere la sua tenda, in Gesù che salverà il suo popolo dai suoi peccati!

In questo ultimo tratto di Avvento, Giuseppe diventa per noi una provocazione grande! Non possiamo e non dobbiamo sfuggire a questa provocazione, pena il fare del cristianesimo e della stessa Venuta del Figlio di Dio (che diciamo di attendere!) semplicemente una via di buon-senso e di conforto delle nostre povere vie, dei nostri asfittici progetti e delle nostre scelte a respiro corto!

Giuseppe si fa capovolgere da Dio!

C’è poco da fare: il Veniente non ci conferma nel nostro buon-senso (come è triste il nostro buon-senso!); non ci conforta nelle vie che abbiamo imboccato a prescindere da Lui; il Veniente può davvero venire a sconvolgere i nostri progetti e le nostre scelte! Il Veniente è Colui al quale non possiamo presntare i nostri progetti di vita, ma è Colui a cui dobbiamo chiedere, come Saulo di Tarso (un altro sconvolto dal Veniente!): “Che vuoi, Signore, che io faccia?” (cfr At 22,10).

L’Avvento si compie in presenza di uomini come Giuseppe, giusto perchè cerca Dio e la sua volontà; in uomini come lui capaci di credere ai sogni più che al proprio cuore ferito e più che alle evidenze … anche i Magi, di cui Matteo ci racconterà più avanti, saranno meravigliosamente capaci di credere più ai sogni che alle lusinghe di un re!

La venuta del Signore può essere riconosciuta solo da uomini così, uomini con sguardi che guardano lontano e non si lasciano vincere nè dalle evidenze nè dalle proprie progettualità, nè dalle lusinghe del mondo; da uomini che si lasciano vincere solo da Dio! Uomini così possono giungere fino alla mangiatoia di Betlemme, uomini così possono essere i veri cantori del Maranathà con cui si chiude la Santa Scrittura (cfr Ap 22,20).

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santa Famiglia

NON C’E’ EGITTO CHE DURI PER SEMPRE

Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; Col 3, 12-21; Mt 2,13-15.19-23

 

 

Contemplare con gioia il mistero dell’Incarnazione è attitudine necessaria e vitale, ma è un’attitudine che subito si scontra con la storia di peccato in cui il nostro Dio si è voluto immergere proprio con l’Incarnazione.

La storia non è un’oasi di pace, la storia rigurgita sangue e dolore ed il Figlio di Dio vi si immerge senza sconti e senza privilegi.

E’ nato nel grembo caldo di una famiglia umana, una famiglia contemporaneamente ordinaria e straordinaria. La sua ordinarietà, coniugata con la sua straordinarietà, fa sì che oggi la Chiesa guardi a quella famiglia come modello per le nostre famiglie. Siamo convinti che questa esemplarità è un po’ azzardata in quanto troppo straordinaria è quella Famiglia ma è pur vero comunque che quella Famiglia ci dice una verità per la nostra vicenda di uomini concreti segnati dal dono della fede: non c’è nessuna esenzione per chi crede! Quanto è meschina quell’idea (madre di tanti “delusi” da Dio!) per la quale chi crede e compie le opere della giustizia dovrebbe essere esentato dal dolore, dai patimenti fisici e morali, dall’emarginazione! Quanto è misera e calcolatrice questa concezione di una fede che metta al riparo dalla vita!

Il racconto evangelico di oggi ci dice perfettamente il contrario, e ci ricorda che il solo giusto è stato minacciato da una spada assassina dal principio della sua vicenda umana fino al concretarsi di quell’antica minaccia di Erode sulla croce piantata sul Golgotha. Nessuna esenzione al Figlio di Dio nella carne degli uomini, nessuna esenzione per colei che fu madre e vergine dell’Emmanuele, nessuna esenzione per Giuseppe, figlio di Davide e uomo giusto!

La vicenda, che Matteo si compiace di narrarci per motivi più teologici che strettamente storici (Luca ignora questa fuga in Egitto!), contiene nel suo svolgersi l’indicazione di ciò che davvero occorre al credente per percorrere le strade della storia.

Ancora Giuseppe ne è umile maestro: ascolta e obbedisce!

Nell’ultima domenica d’Avvento l’abbiamo visto in quell’obbedienza che lo ha trasformato, dicevamo, da ragazzo innamorato con un suo progetto, in ultimo dei Patriarchi della Prima Alleanza, da custode di un piccolo sogno con confini precisi segnati da una bottega, una casa come le altre, una sposa feconda a custode del più grande sogno di Dio: essere per sempre per noi uomini l’Emmanuele, il Dio-con-noi.

Quell’obbedienza consegna a Gesù la discendenza davidica, quell’obbedienza permette a Dio di chiamare “figlio” quel bambino e permette a Israele di chiamarlo “Nazoreo”. Giuseppe è sempre connesso con i nomi di Gesù: lui lo chiama Gesù (cfr Mt 1,21), andando in Egitto permette a Dio di chiamarlo mio figlio (Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio) e, stabilendosi a Nazareth permette al popolo di Israele di chiamarlo Nazoreo e quindi riconoscerlo come colui che Dio aveva promesso (Nazareth ha la stessa radice di “neser” che significa “germoglio”: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse (cfr Is 11,1); Da sempre germoglio è il suo nome (cfr Sal 72,17).

A Giuseppe tocca questa obbedienza che dà il nome al Verbo eterno di Dio: Gesù, Figlio, Nazoreo; il suo nome proprio, la sua qualità di Figlio di Dio, il suo essere adempimento delle attese di Israele.

L’Evangelo di oggi mostrandoci l’opera di obbedienza di Giuseppe ci fa guardare all’Incarnazione con tutta la sua crudezza; oggi ci è detto il perché profondo dell’Incarnazione di Dio: il Verbo divenne carne (cfr Gv 1,14) per seguirci negli esili e nelle miserie, per fare strada con noi in un nuovo, continuo esodo in cui desidera che anche noi tutti siamo figli chiamati dall’Egitto… L’esilio per la Scrittura fu esperienza dell’Egitto e di Babilonia, due esperienze diverse: l’Egitto fu un esilio diventato schiavitù a causa del peccato degli altri (il Faraone, gli aguzzini…), Babilonia fu esilio causato invece dall’infedeltà di Israele; il Figlio di Dio vivendo l’esilio comincia quella ricerca dell’uomo negli inferi subiti o creati dalla propria iniquità…Nel tornare dall’esilio, Gesù giunge a Nazareth e lì riceve il nome di germoglio, perché inizio di una nuova storia di libertà… Isaia aveva cantato: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse; la stirpe di Iesse (padre del re Davide) pareva secca per sempre ed il Messia sembrava un sogno impossibile ma ecco che quel tronco secco è fiorito per la Grazia di Dio e per l’obbedienza di Giuseppe figlio di Davide…ma non è solo quel tronco secco di Iesse che in Gesù fiorisce ma in Lui fiorisce il ceppo di tutta l’umanità che è  infecondo di pace, di bene, di amore perché asservito dal peccato; fiorisce di una santità che non si può dare da sola; la salvezza infatti viene dal grembo di una Madre vergine per dirci che l’uomo nuovo Gesù solo Dio poteva darcelo! L’uomo nuovo può essere solo accolto come dono, proprio come fecero Maria con il suo grembo e Giuseppe con la sua obbedienza.

A Nazareth il Figlio di Dio entra nell’umile quotidiano; il Dio-con-noi è davvero con noi e santifica ogni ferialità, ogni riposo e fatica, ogni gioia ed ogni dolore, ogni amore ed ogni timore…l’esodo di Dio verso l’uomo ed il suo mondo è iniziato perché si compia l’esodo dell’uomo verso il mondo di Dio.

Maria e Giuseppe compagni di questo esodo e di quella quotidianità sono davvero primizia di una nuova storia in cui Cristo è cuore dei giorni. In tal senso ogni comunità umana, a partire da quella familiare, scopre nell’Evangelo un segreto che è fonte di vera pace e di senso: la presenza di Cristo che è presenza di Dio perché Lui è l’Emmanuele.

Il germoglio (“neser” cfr Is 11,1) è il consacrato di Dio (“nazir” cfr Gdc 13,5.7) che fa fiorire l’umanità nuova rendendola santa con la sua santità.

Lo straordinario di tutto questo è che ci vien detto che questa nostra povera carne può essere davvero luogo di santità! E se il peccato fa scorrere sangue innocente e costringe i giusti all’esilio non dobbiamo temere perché Dio compie ogni sua parola e promessa e l’Emmanuele è Dio-con-noi anche negli esili, nelle ingiuste fughe e non-senso dell’odio del mondo.

Non c’è “Egitto” che duri per sempre!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Avvento – Domenica di annunzi

ACCOGLIERE IL SEGNO CHE CI VIENE DATO IN GESU’

Is 7, 10-14; Sal 23; Rm 1,1-7; Mt 1, 18-24

 

Siamo alla conclusione di queste domeniche d’Avvento … è domenica di annunzi: Isaia, nella prima lettura, annunzia la fedeltà di Dio all’infedele re Acaz che è tanto infedele da cercare la salvezza per sé, per la sua discendenza e per il popolo in alleanze con potenti lui che avrebbe dovuto fidarsi solo dell’Alleanza con il Signore; Isaia gli annunzia che nascerà un bambino, segno di questa fedeltà di Dio e, in questa nascita, chi vorrà potrà capire che Dio è fedele e compagno di viaggio nel cammino della storia, è Emmanuele, Dio-con-noi; nel passo dell’Evangelo il Signore, attraverso il suo angelo, annunzia a Giuseppe il suo ingresso nella storia degli uomini e gli chiede di riconoscere la sua vocazione unica e particolarissima: dare il nome al Figlio di Dio che sta per nascere, esserne padre in una compromettente concretezza; nel passo della sua Lettera ai cristiani di Roma Paolo annunzia a quella Chiesa che è in Roma che la sua identità profonda è quella di essere amata e luogo della Grazia che dona pace, è questo l’Evangelo che salva perché compie ogni promessa.

A noi questi testi della Scrittura mostrano un disegno preciso dinanzi al quale prendere posizione: siamo disposti ad accogliere il segno che ci viene dato in Gesù, l’Emmanuele? Gesù, infatti è l’unico segno che Dio ci dà (cfr Mt 12,38-40).

Acaz, nel passo di Isaia, non vuole smuoversi dalle sue vie e si nasconde dietro una falsa “pietas”: Non chiederò un segno al Signore, non voglio tentare il Signore. E’ un falso perché, pur ricevendo gratuitamente il segno rimarrà sulle sue strade di morte e porterà sciagure sul suo capo e sul popolo che avrebbe dovuto custodire; Giuseppe è invece un giusto, uno cioè che cerca la volontà di Dio e lotta perché essa si realizzi; nella Scrittura, infatti la “giustizia di Dio”  è il suo progetto salvifico, è la sua volontà di salvezza, il “giusto” quindi è uno che obbedisce al Signore perché il  suo progetto si compia. Giuseppe, a differenza del re Acaz, riceve l’annunzio dell’ Emmanuele  e lo accoglie lasciandosi sovvertire.

Giuseppe è chiamato da Dio a credere davvero l’incredibile, è chiamato da Dio ad essere “estuario” delle grandi promesse della Prima Alleanza. Se ci pensiamo bene la genealogia di Gesù con cui Matteo ha aperto il suo Evangelo, in fondo è, secondo la carne, la genealogia di Giuseppe … il generare, infatti, si ferma a colui che fu padre di Giuseppe: Giacobbe generò Giuseppe lo sposo di Maria dalla quale nacque Gesù chiamato il Cristo. L’ultimo “generare” ha Giuseppe come oggetto mentre Giuseppe stesso non sarà mai soggetto generante. La genealogia è di Giuseppe ma passa ad essere di Gesù attraverso l’obbedienza di Giuseppe; così sarà adempimento delle promesse; e questo è straordinario!

La riflessione della Chiesa si è spesso soffermata sull’obbedienza di Maria che ha permesso al Vero di mettere la sua tenda in mezzo a noi (cfr Gv 1,14) ed è così … ma anche l’obbedienza di Giuseppe è stata luogo in cui Dio ha volto ed ha dovuto passare per compiere il suo piano di salvezza. Se Maria ha accolto il Verbo e gli ha permesso di avere una carne, Giuseppe ha permesso a quella carne del Messia di essere luogo di  tutte le promesse, dalla benedizione data ad Abramo, alla promessa fatta a Davide … Giuseppe, figlio di Abramo e figlio di Davide dicendo il suo “sì” ha donato a Gesù quella genealogia di salvezza, quel legame con la santa radice di Israele per cui la Chiesa potrà cantare: Tutte le promesse di Dio sono diventate “sì” in Gesù Cristo! (cfr 2Cor 1,20) Un “sì” che, oltre ad essere via all’adempimento delle promesse, oltre ad essere “via preparata al Signore”, come chiede Isaia, è via nella quale Giuseppe deve imparare un’obbedienza che è contraddizione delle proprie vie; Giuseppe dovrà avere il coraggio di “perdere la propria vita” … Colui che lo chiamerà teneramente abbà, Gesù, un giorno dirà che chi vuole essere suo discepolo deve negare se stesso, chi perderà la propria vita per me la salverà (cfr Lc 9, 23-24; Mt 10,39). Giuseppe è già “discepolo” del Figlio suo: perde la vita … sì, la perde perché rinunzia ai suoi progetti ed ai suoi sogni d’amore … vi rinunzia perché volta le spalle alla via che s’era tracciata da sé con la ragazza che amava. Pensando a questo dobbiamo toglierci dalla testa una volta e per sempre l’immagine di un Giuseppe vecchietto … no! Giuseppe è un ragazzo innamorato che permette a Dio di irrompere nella sua storia a costo di cambiargli i sogni. Da quest’ora il sogno di Giuseppe sarà il sogno di Dio … Giuseppe perde la sua vita perché rinunzia a generare e per un ebreo questo è qualcosa di immensamente doloroso e contraddittorio in quanto la benedizione data ad Abramo è benedizione nella generazione (Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. Tale sarà la tua discendenza. Cfr Gen 15,5 e non a caso segno dell’Alleanza con il suo popolo è la circoncisione) … Giuseppe offre suo figlio, quello che avrebbe potuto e voluto generare, per accogliere il Figlio di Dio, per chiamare Lui “figlio io”, per essere per Lui padre … In questa offerta Giuseppe è davvero discendenza di Abramo, come Abramo offre il suo figlio!

In questa domenica comprendiamo che l’Avvento di Dio, come tutto l’Evangelo, è dono gratuito ma è dono “costoso” perché l’accoglienza del dono comporta dei “sì” compromettenti e dei “no” che negano anche i nostri progetti, le nostre vie, le nostre indipendenze. Giuseppe fu trasformato da umile e meraviglioso ragazzo innamorato ad ultimo Patriarca della storia della salvezza, a padre messianico del Figlio di Dio.

Se Maria è Madre di Dio è la Chiesa l’ha solennemente proclamato, perché ella fu madre nella carne del Figlio eterno di Dio, Giuseppe gli fu padre non nella carne ma in tutto il resto! Essendogli padre permise alla storia di spalancarsi all’adempimento delle promesse di Dio!

La paternità di Giuseppe fu vera e meravigliosa ma costò a Giuseppe se stesso!

La Grazia e la pace promesse sono giunte alla storia attraverso una via preparata da Maria che si è fatta spazio per l’ Emmanuele, da Giuseppe che gli ha dato il nome che è salvezza per il mondo: Lo chiamerai Gesù, egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati. Giuseppe ha dato al Figlio di Dio quel nome che pronunziamo con gioia, tenerezza e speranza fino all’ultimo istante di vita.

La Grazia e la pace, frutto dell’ Incarnazione oggi ci sono annunziate per ricordarci che siamo santi per vocazione; chiamati alla santità in un’obbedienza che non si nasconde dietro le parole (Giuseppe non dice nessuna parola in tutto l’Evangelo!) ma che accoglie la Parola e se ne fa custode.

Così possiamo essere pronti a celebrare il Natale del Signore!




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