V Domenica di Quaresima (Anno C) – Miseria e Misericordia

 

SIAMO NOI LA DONNA ADULTERA!

Is 43, 16-21; Sal 125; Fil 3, 8-14; Gv 8, 1-11

 

Ormai il nostro itinerario quaresimale è quasi compiuto; domenica prossima dovremo essere pronti ad entrare con Gesù nella sua Passione…oggi, però, la liturgia ci fa ancora sostare per donarci delle parole che, entrando in noi, ci portino tutta la dolcezza e le esigenze della Buona Notizia.

Alla vigilia di questa Pasqua c’è un grande annunzio di misericordia, quella misericordia che guidò il popolo di Dio a libertà creando una novità in cui vivere e dimorare: il testo di del libro di Isaia che oggi si legge è una memoria ed un invito: memoria dei prodigi dell’Esodo, invito a lasciarsi definitivamente alle spalle l’Egitto ed i suoi dolori, l’Egitto e le sue catene idolatriche; lo sguardo, dice il profeta, va volto verso il Signore e la sua opera di salvezza.
Questo tempo di Quaresima è servito anche a noi per lasciarci alle spalle un passato imprigionante per aprirsi a quel novum che solo Dio sa compiere?

La Pasqua è alle porte, ed è tempo di decidere per una riduzione di tutto all’essenziale; essenziale è esporre al Signore e alla potenza della sua Pasqua ciò che siamo in questo momento preciso della nostra vita di credenti; è tempo di rimanere davanti al Signore solamente con la nostra miseria e con la nostra fatica per lottare per l’Evangelo. Proprio come la donna adultera di questo straordinario passo evangelico che, attraverso peripezie e rifiuti, ci è stato consegnato nell’evangelo di Giovanni: tanti, infatti, nei primi secoli, fecero fatica a considerarlo ispirato e vera parola dell’Evangelo…in tempi di grande lotta per un rigido rigore morale, a tanti parve lassista, giustificante…
Agostino così parla dei cristiani che eliminavano questo racconto dall’Evangelo: «fedeli di poca fede o meglio nemici della fede che temono che l’accoglienza del Signore per la peccatrice desse la patente di impunità agli adulteri delle loro mogli».

Il testo che oggi la Chiesa legge nel quarto Evangelo realizza in pieno la parabola lucana che ascoltammo domenica scorsa: quello che Gesù ha narrato nella storia del Padre misericordioso lo ha realizzato davvero con questa povera donna.
C’è di più: questo straordinario racconto ci conduce al cuore dell’Evangelo di Gesù, il Figlio che non giudica nessuno (cfr. Gv 7, 19.23.24.51; Gv 8, 15.17) ma che per questo sarà giudicato.
Qui il vero imputato è Gesù; la donna è solo un pretesto per poter giudicare e condannare Lui. Il perdono dei peccati infatti costerà caro a Gesù: sarà ucciso Lui, innocente, per salvare dalla morte i colpevoli. Già in questo stesso capitolo tenteranno di lapidarlo (Gv 8, 59) e poi lo innalzeranno sulla croce. In Gesù ci è rivelato il vero volto di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito (Gv 3, 16).

Siamo noi la donna adultera: adulteri tutti, perché non amiamo abbastanza il nostro Sposo; ogni giorno Lui però ci rinnova e noi siamo capaci di cogliere la sua parola rinnovante che ci libera dalle pietre del peccato che ci accusa e vorrebbe schiacciarci, quando abbiamo il coraggio e la grazia di restare soli davanti a Gesù. Allora, come scrive Agostino: “Relicti sunt duo: miseria et misericordia!”  “Sono restati due soltanto: la miseria e la misericordia!
Io la miseria; Lui la misericordia!
In fondo, se celebriamo così questa Pasqua avremo accesso ad una verità grande e liberante: la mia miseria ha solo assoluto bisogno della misericordia del Cristo; la sua misericordia sarà vincente in un Amore che non si spaventa di pagare per me un caro prezzo (1Cor 6, 20).

Il dito di Gesù che scrive per terra sul lastricato del Tempio (non si parla di polvere o di sabbia!) è forse il dito di Dio che scrive il compimento della Torah: la Legge si compie nella misericordia senza limiti, come scriverà Paolo: «pieno compimento della Legge è l’amore» (Rm 13, 10b; Gal 5, 14).
Questo scrivere di Gesù è allora un gesto profetico, e l’autore dell’Evangelo non entra in merito a ciò che Gesù ha scritto (quante ipotesi sono state fatte su questo nei secoli!); capiamo che per l’evangelista è più importante che Gesù scriva che quello che scrive.

In questo racconto è chiara una cosa che deve essere limpida per una fede matura ed autenticamente evangelica: Gesù perdona la donna senza chiederle previamente il pentimento… solo un perdono così genera il pentimento; solo un perdono così è creatore e liberante; solo un perdono così apre innanzi al peccatore la via di un nuovo futuro, che rende capaci di scegliere, nella libertà, di amare di più e di non peccare più.
Chi fa l’esperienza di questa misericordia preveniente ha la vera conoscenza di Gesù, quella conoscenza sublime di cui Paolo parla nell’illuminante passo della Lettera ai Filippesi che oggi passa nella liturgia. Paolo ha conosciuto sulla sua pelle questa gratuità di misericordia che lo aveva amato nel suo peccato, senza nulla chiedergli prima (cfr Rm 5, 7-10); e per Paolo questa fu esperienza lacerante ed assieme liberante!
Infatti dinanzi a questa conoscenza tutto si dilegua, soprattutto la nostra pretesa giustizia: l’unica giustizia che possiamo avere è quella derivante dalla fede, dall’adesione a Lui; resta poi il compito di lottare per custodire il dono di Dio e per affermare la signoria di Cristo e della sua misericordia nelle nostre vite.

Paolo sa di poter lottare perché si sente afferrato, conquistato, vinto da Cristo. L’amore preveniente, misericordioso e crocifisso di Cristo Gesù davvero ci vince se sappiamo rimanere con coraggio soli nella nostra miseria davanti alla sua misericordia. Il confronto sarà lì!

Nella Grande Settimana che tra poco inizia questo confronto potrà essere pieno: il solo Giusto non condanna, non scaglia pietre di odio, ma farà cadere su di sé la condanna per il peccato!

Poniamoci allora, con tutto ciò che siamo, davanti a Lui!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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III Domenica di Quaresima (Anno C) – Giustizia e Pazienza

NELLA STORIA DEGLI UOMINI

Es 3, 1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10, 1-6.10-12; Lc 13, 1-9

La cronaca di un episodio sanguinoso che ha macchiato il culto a Gerusalemme e la memoria di un incidente occorso durante la costruzione del Tempio in cui morirono diciotto operai, dà a Gesù l’occasione di una riflessione sul vero volto di Dio e sull’urgenza della conversione…il tutto sfocia in una parabola che è al centro della nostra liturgia di questa domenica.

La prima cosa che Gesù deve smascherare è la ricorrente idea che una morte violenta o dolorosa sia conseguenza immediata di un peccato, di una colpa; deve negare che ci sia cioè un rapporto causa-effetto tra peccato e castigo all’interno della storia. Questione vecchia che già i profeti avevano stigmatizzato (cfr Ez 18, 1) e che il Libro di Giobbe aveva confutato con il suo affascinante percorso. Un’idea però tanto radicata da essere ancora oggi serpeggiante persino nel popolo cristiano. Gesù deve smascherare la menzogna di questa idea e sottolineare contemporaneamente che Dio non è questo punitore spietato; deve sottolineare che non c’è collegamento diretto tra “disgrazia” e un peccato del “disgraziato”. Gesù afferma che episodi come quelli citati vanno letti nella linea di un appello forte, pressante, urgente alla necessità di non sprecare la propria vita, di non svilire il proprio tempo, di non imboccare vie di morte ma di spendere la vita, che è così fragile ed esposta, volgendosi a Dio, alle sue strade; in una parola convertendosi!

 Non cogliere l’urgenza della conversione pone nel rischio di sentirsi dire da Gesù: «Perirete tutti allo stesso modo» … e, si badi bene, non è una minaccia; non si tratta di essere puniti per dei peccati; si tratta, invece, di “perdere la vita” credendo, ingannevolmente, di “guadagnare il mondo intero” (cfr Lc 9, 25; Mt 16, 26).

Gesù non può accettare che si pensi a Dio come ad un giustiziere astioso che attende solo il momento opportuno per regolare i conti senza pietà! Questo Dio non è il Padre di cui Lui è innamorato e che è venuto a narrare all’umanità.

Ed ecco così la parabola del fico sterile. Gesù usa questo racconto per dire chi è davvero il Padre suo. C’è questo albero presso cui il proprietario è venuto a cercare frutti per ben tre anni, e non ne ha mai trovati; che fare?
Bisogna stare molto attenti a leggere questa parabola e soprattutto non bisogna leggerla come un’allegoria, per cui ogni elemento deve corrispondere nel significato ad un’altra realtà. Per esempio, nel discorso di Gesù nel IV Evangelo sulla vite e i tralci (cfr Gv 15, 1ss) ci troviamo dinanzi ad un’allegoria («Io sono la vite, voi i tralci e il Padre mio è il vignaiolo»); qui no!
Se leggessimo questa parabola come allegoria rischieremmo di vedere nel padrone severo il Padre e nel servo buono il Figlio che così risulterebbe più compassionevole, più paziente e più buono del Padre! Capiamo bene che Gesù non avrebbe potuto mai raccontare così suo Padre; la chiave di lettura non può essere questa. Mi pare che i due personaggi non siano assolutamente il Padre ed il Figlio: i due personaggi sono due istanze che, potremmo dire, si agitano in Dio stesso: l’istanza della verità e della giustizia e l’istanza della pazienza compassionevole.

In effetti, il padrone non ha torto a perdere la pazienza ed a pensare di abbattere il fico inutile … in più il fico tutto verde e senza frutti è icona di quella religiosità solo apparente che è in abominio al Signore (cfr Mic 7, 1 o Ger 8, 13); il servo, rappresenta, come dicevo l’istanza del cuore di Dio che non può scatenare la sua collera ma decide di pazientare, di attendere. Dio sceglie di non assumere solo l’equità ma di attendere.

Il tempo che si prolunga è però segno di misericordia non di assenza di giudizio sull’infecondità e sui rinvii che impediscono ogni conversione. Il tempo si prolunga per permetterci di usare il tempo saggiamente, di viverlo e non sprecarlo; il tempo non si prolunga per giustificare rimandi ed indifferenze.

La vicenda di quegli uccisi per ordine di Pilato e quella degli operai morti nel cantiere della Torre di Siloe ricordino a tutti che il tempo è breve e che la vita va vissuta, e senza sprechi insensati; invece di blaterare su presunti castighi di Dio in risposta di chissà quali oscuri delitti o peccati, sarebbe saggio pensare a non gettar via la vita ed il tempo che ci sono concessi dalla Misericordia.

Dinanzi al Dio “che ha tempo per l’uomo”, come scriveva Karl Barth, all’uomo è chiesto di vivere il tempo con responsabilità. Il racconto nel Libro dell’Esodo di Mosè al Roveto ardente ci narra proprio di un Dio che si cala nella storia degli uomini (Sono sceso, dice il Signore); un Dio che è capace di vedere, ascoltare e conoscere il dolore dell’uomo e che fa del tempo un luogo di vita e non di morte.

Il Nome rivelato a Mosè è una promessa: «Io-ci-sono»!
Lui c’è, e dona la grazia di saper cogliere il dono del tempo, il kairòs che ci è dato perché la vita sia davvero vita e non sia sprecata. L’unico “spreco” che, di contro, è doveroso al discepolo di Cristo, è quello della Croce ove la vita è “gettata” per amore, “sprecata” e non conservata gelosamente. Uno “spreco” che è dunque nella logica di un tempo vissuto in pienezza, di una vita in cui si arde fino a consumarsi. Chi è capace di vivere così riesce a dare quei frutti che il Signore attende dalla nostra pianta.

La Quaresima sia tempo di grazia per imparare a “sprecare” la vita così; non perdendola ma offrendola.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXV Domenica del Tempo Ordinario – Giustizia e Misericordia


IL SAPORE DELL’EVANGELO

Is 55, 6-9; Sal 144; Fil 1, 20c-24.27a; Mt 20, 1-16

 

"La Parabola degli operai della vigna" - Rembrandt

“La Parabola degli operai della vigna” – Rembrandt

La parabola degli operai dell’ultima ora è una di quelle parabole irritanti e provocatorie che spesso troviamo sulle labbra di Gesù. E’ irritante e provocatoria perché capovolge il buonsenso ed il comune sentire; diremmo che contraddice la “giustizia” … In realtà, se leggiamo bene il racconto, non è così…gli ascoltatori di questa parabola, però, fanno sempre lo stesso errore: la leggono con prospettive sbagliate, dando spazio alle loro reazioni istintive e mettendosi poi sempre nei panni degli operai della prima ora, i quali si sentono defraudati. Il problema della parabola non è la giustizia o meno del padrone; il problema è proprio la reazione degli operai della prima ora in cui, come dicevo, noi tendiamo sempre ad identificarci: la recriminazione di questi non riguarda un’ingiustizia subita, poiché hanno pattuito un danaro – che era una paga giusta a quel tempo – ed un danaro hanno ricevuto! La loro mormorazione riguarda invece il bene che hanno ricevuto gli ultimi: come scrive Matteo, alla lettera, essi hanno occhio cattivo mentre il padrone della vigna è buono. Il problema della parabola è quindi che i primi operai rifiutano con nettezza che gli ultimi possano godere dei loro stessi beni e della loro eredità.

Al centro della parabola, dunque, non sta il comportamento di Dio, adombrato dal padrone della vigna; al centro della parabola c’è il problema del comportamento dei “giusti” (adombrati dagli operai della prima ora) dinanzi alla misericordia di Dio. I “giusti”, se sono davvero giusti, dovrebbero pensare e sentire come Dio e dovrebbero dunque gioire della misericordia accordata ai piccoli, ai peccatori, agli ultimi arrivati; se non gioiscono, e qui anzi provano rabbia e risentimento, delusione e rifiuto degli ultimi, vuol dire che sono davvero distanti dal padrone, che hanno “occhio cattivo” mentre lui è buono. Anzi, la cosa è ancora più grave, dal momento che essi hanno “occhio cattivoperché lui è buono! La misericordia di Dio ha qui allora un esito paradossale: mentre salva e fa gioire quelli che non accampano diritti, quelli che hanno bisogno solo di perdono e gratuità, quelli giunti tardi, fa diventare cattivi quelli che presumevano di essere buoni, e per questo presumevano di dover avere privilegi ed esclusive. La misericordia di Dio, allora, rivela i cuori, svela i pensieri dei cuori…mostra che si appartiene a Dio se ci si lascia amare e perdonare; se si ricevono dalla sua mano dei doni ma proprio e solo come doni; i “giusti” si rivelano lontani dai pensieri di Dio e dalle sue vie.

Isaia, nell’oracolo che ascoltiamo nelle letture di oggi, dice che i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri e che le sue vie sono vie davvero altre. La pagina di oggi va proprio in questa direzione: è una pagina imprevedibile che, sfuggendo alle nostre logiche, ci illumina il mondo di Dio, e, facendo questo, si rivela come un evangelo! Il sapore dell’evangelo è proprio qui! Che evangelo sarebbe se tutto funzionasse come al solito, con le nostre misure, le nostre “giustizie”, le nostre proporzioni e i nostri cammini? Non sarebbe più una buona notizia, ma la solita notizia! Il profumo evangelico qui è netto e forte: Dio è altro, e ci vuole portare in questa alterità; chi non lo segue in questa alterità percorrerà vie che saranno certo gradite al mondo, ma si troverà altrove rispetto all’Evangelo.

Gesù è venuto a dirci questa logica altra di Dio; è venuto a mostrarci vie paradossali che gridano “no” al mondo e ai suoi parametri, e mostrano possibili cammini diversi per l’umanità. Cammini in cui diventa possibile dire e vivere cose paradossali; come Paolo, che ai Cristiani di Filippi può scrivere: “Per me vivere è Cristo e morire è un guadagno”! Una follia! Paolo però è uno che si è incamminato davvero sulle vie di quella paradossalità che, se si riesce a leggere bene, è davvero una buona notizia perché spalanca vie impensabili: spalanca le porte delle prigioni del buon-senso e del dovuto, apre le fosse opprimenti dei meriti e dei privilegi.

Il Figlio di Dio è morto sulla croce proprio per gli operai dell’ora undecima, per gli operai dell’ultima ora… Chi sa guardare a Lui crocefisso scopre che tutti, tutti, tutti siamo solo operai dell’ora undecima… Sì, siamo tutti operai dell’ultima ora… E solo le nostre sciocche e perverse presunzioni possono farci porre nelle vesti di chi pensa di accampare meriti e pretese davanti a Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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VIII Domenica del Tempo Ordinario – L’inganno della ricchezza

 

A CHI APPARTENGO?

 

Is 49, 14-15; Sal 61; 1Cor 4, 1-5; Mt 6, 24-34  –

 

M. van Reymerswaele (1540) - Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

M. van Reymerswaele (1540) – Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

La liturgia in questa domenica ci mette tra le mani una pagina davvero complessa, ricca di spunti, di immagini, di domande, di richieste, di necessità; una pagina molto complessa, ma altrettanto completa, per permettere al discepolo di Gesù di realizzare la propria vocazione, la propia identità, la propria verità e collocazione nel mondo.

Il primo punto che Matteo mette in tavola è la domanda circa la nostra appartenenza … “A chi appartengo?”. Ecco cosa ciascuno dovrebbe chiedersi con verità: Non si possono servire due padroni! Un detto lapidario e forte, in cui gli studiosi vi ravvisano una delle “ipsissima verba Jesu”, verissime parole di Gesù. Il verbo servire” che Matteo usa in lingua greca è il verbo “douleúein”, che non significa semplicemente “prestare un sevizio”, ma “appartenere a qualcuno” (tanto è vero che il “doulos” è lo schiavo), e quindi essere totalmente di quel qualcuno, e disposto a tutto ciò che egli chiede.

Tante cose minacciano la nostra appartenenza a Dio, minacciano cioè il primato di Dio nei nostri cuori: il potere, il piacere, il danaro, il prestigio; e per Gesù c’è un simbolo potente di tutto questo: il danaro. Quando c’è il danaro – pensiamoci bene – si può avere tutto il resto: potere, piacere e prestigio… Gesù chiama il danaro con la parola ebraica “mammona”, parola che deriva dal verbo “aman” – da cui “amen” – che significa “porre fiducia”, “avere sicurezza”: il danaro allora è padrone spietato quando diventa il termine di ogni fiducia e sicurezza; rende schiavo e avvilisce chi crede invece di dominarlo e di dominare attraverso di esso … è tremendo. Per Gesù il denaro è davvero l’anti-Dio, e non bisogna tentare di metterlo assieme a Dio! Tanti hanno creduto, e credono, di poterlo fare e di poter servire sia Dio sia il danaro, di poter mettere assieme cioè la ricchezza smodata e Dio, addirittura pensando che la ricchezza possa essere “premio” alla “giustizia” (un certo pensiero calvinista l’ha affermato con forza!); oppure si crede di poter mettere assieme Dio e danaro pensando di servire Dio con offerte, opere, beneficenze … tanti credono di onorare Dio così, ma questo non è il Dio di Gesù!

L’inganno della ricchezza (cfr Mt 13, 22) conduce ad un atteggiamento assolutamente estraneo al discepolo di Cristo: l’affanno. Gesù, con un imperativo, lo esclude dai suoi: “Non affannatevi!”. Matteo per il verbo “affannarsi” usa “merímno”, che è proprio l’“essere in ansia”, l’“essere nell’angoscia”, l’essere cioè sempre con il fiato sospeso, sempre in allarme, sempre a volere di più… E’ il rapporto sbagliato con le cose che genera questo affanno, che Gesù non vuole per noi.

Quando in questo testo evangelico si parla del cibo e dei vestiti non si vuole dire che non siano cose importanti, cose da non cercare, cose irrilevanti, cose per cui non vale la pena perdere tempo o fare fatica. No! Il problema non è volere o cercare queste cose, che servono alla nostra vita e alla nostra identità e dignità; il problema è dare loro un valore tale da “mangiarsi” tutto il resto; il problema è pensare che, avute queste cose, tutto sia risolto, o che, avute queste cose, la vita sia messa al sicuro, in tranquillità… è l’inganno di oggi, in questo tempo di crisi, in cui si vuole credere che non si possa pensare alle cose di fondo, alle cose di senso perchè c’è crisi economica, lavorativa, sociale, politica … e si dice così perfettamente il contrario di ciò che qui Gesù afferma: cercare prima tutte queste cosesicurezza, lavoro, danaro sufficiente, saldezza economica e politicae poi cercare il resto…. questo è un inganno infinito!

Gesù qui è chiaro: il primato va dato al Regno e alla sua giustizia! Anche questa è un’espressione difficile: cosa significa “cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno poste davanti”? Una cosa va detta subito: il primato non è assolutizzazione! Il “primato del Regno” serve a dare spazio a tutte le altre cose; dicendo infatti queste parole, Gesù non vuole “salvare” il Regno, ma vuole salvare lo spazio della vita dell’uomo, perchè in esso si possano dispiegare tutte le relazioni, le potenzialità, il godere delle cose… insomma il primato del Regno rende possibile all’uomo una vita bella, crea una vita buona, crea una vita felice perchè piena di senso; una vita in cui tutto, gli affetti, le cose, le opere delle nostre mani, abbiano il giusto spazio e non mortifichino l’uomo, possedendolo. Il “primato delle cose” invece, che è idolatria, che schiaccia l’uomo e lo mortifica (parola chiarissima: lo fa parere morto!), rende l’uomo “doulos”, schiavo delle cose e, quindi, egli stesso cosificato. Il padrone-Dio, invece, è Uno a cui si appartiene ma che libera, e libera le potenzialità, i possessi, gli affetti.

La giustizia di Dio è il modo in cui Dio si comporta con l’uomo, è la sua volontà di gioia e salvezza per ogni uomo. “Cercare la giustizia del Regno” allora è far proprio questo modo di Dio di guardare la storia e gli uomini! La giustizia per Matteo è sempre dono di Dio (perchè è il suo modo di essere per noi!), ma è compito per noi, un compito che si adempie lottando per la fraternità.

Per questo Regno e per questa giustizia, Gesù chiede che noi mettamo all’opera la nostra ricerca: è un verbo bellissimo quello che qui Matteo pone sulle labbra di Gesù; è il verbo “zétein”, che significa “cercare con passione”, cercare con slancio, con tensione, prendendo iniziative per giungere alla meta, progettando vie da percorrere per giungervi! Si badi che non è affanno: quello è terribile ed imprigionante, quello è angoscioso ed opprimente, quello si svolge sempre su di un terribile sfondo nero … la ricerca che qui Gesù ci chiede è, invece, la bellezza della vita dell’uomo, è lo slancio dei “sogni”, è la fatica bellissima di costruire una storia sensata, di amare i fratelli, di costruire con loro la comune casa della fraternità, la comune casa dell’umanità. La ricerca è animata dalla speranza, l’affanno invece dalla disperazione: colui che cerca è un entusiasta della vita e dell’uomo, è un appassionato di Dio e dei fratelli, è un uomo mai sazio e felice di avere sempre fame e sete di senso … chi si affanna invece è un depresso, che ha solo paura, ha solo sguardi pessimistici sul mondo e sulla storia, che vede in ogni altro uomo un nemico o un rivale che possa sottrargli qualcosa …

Chi cerca il Regno e la sua giustizia scoprirà che tutte le cose sono dono di Dio (…gli verranno poste avanti…), e le riceverà con gratitudine; chi si affanna invece se ne crede padrone, ed in realtà ne è dominato, ne è schiavo. Il testo usa il futuro (vi saranno poste davanti), e ciò significa che tutto dipende da qualcosa che deve venire prima: la ricerca del Regno e della sua giustizia.

“Tutte queste cose” (cioè cibo, vestito, domani) sono secondarie, e non nel senso che non sono utili, o importanti, o che se ne possa fare a meno (chi può dire una cosa così insensata?); sono cose econdarie nel senso che da sole non stanno in piedi: vogliono uno spazio giusto in cui essere messe, ed un modo corretto di cercarle e di viverle. Non sono cosa da guardare con disprezzo, come certa “spiritualità” cristiana (o presunta tale!) ha voluto affermare con grande disumanità … il problema è un altro: quando il primato è di Dio, questo crea lo spazio per tutte le altre cose bellissime che Lui stesso ha creato per noi; chi accumula perchè affannato, dimentica Dio (il Donatore!) e dimentica gli altri (con cui è necessario condividere!). Chi ha scoperto il primato di quella ricerca appassionata del Regno è discepolo di Gesù, perchè – come Lui – condivide. Tutto. Gesù condivise perfino la sua qualità divina: “spogliò se stesso” facendosi schiavo come noi, con noi (cfr Fil 2, 7), salì su una croce per donarci la libertà dei figli, per donarci la figliolanza di Dio che era tutta sua …

Gesù, che ha cercato il Regno di Dio e la sua giustizia, con l’amore appassionato per il Padre e per gli uomini suoi fratelli, ci chiede di percorrere la stessa via di suprema libertà!

Diciamoci la verità: se sappiamo leggere profondamente questa pagina di Evangelo, sentiamo di respirare in uno spazio infinito di libertà e di bellezza.

Questo spazio è la nostra vocazione!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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