II Domenica dopo Natale – Contemplare la Sapienza

 

 

PER ESSERE SANTI E IMMACOLATI

 

Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini perché questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio …»
Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è presso Dio … da lì tutto parte perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo, ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la “Santa Sophia”, la “Santa Sapienza” che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e dunque di Dio! Chi incontra Gesù accoglie la Sapienza di Dio, in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: «Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato …»

Cogliere questa Sapienza, questa Gloria Noi vedemmo la sua gloria», ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo) è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero!
Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che è Lui significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa, quella che ci è detto nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: «Essere santi e immacolati nell’“agàpe»
Essere discepoli di quella Santa Sapienza è imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis” … Chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: «Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (cfr 1Cor 1, 23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù, la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra” che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremoche è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive noi abbiamo visto la sua gloria intende solo la gloria della croce, la gloria di quell’amore che può gridare Tutto è compiuto (oppure potremmo tradurre: Fino all’estremo!) solo dalla croce!

Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria ma solo Gesù lo “canta” mostrando la gloria del Padre suo dando la vita e narrando così il vero volto di Dio.

Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti, ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi («Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto») e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra e Gesù l’ha vissuta essendo la Sapienza di Dio, portandovi il sapore della Sapienza di Dio; da allora, quando ci vogliamo confrontare con Lui, ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri della Chiesa ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère”!).

Il confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti riconosceremo che in quella Sapienza che è Cristo c’è il sapore di Dio,e l’autentico sapore dell’umano e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui che è la Santa Sapienza, a Lui che è il Verbo fatto carne le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!» (cfr Gv 6, 68).




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V Domenica di Quaresima (B) – La Croce svela tutto

 

UN AMORE COSTOSO

 

Ger 31, 31-34; Sal 50; Eb 5, 7-9; Gv 12, 20-33

 

Crocifisso di San Domenico (particolare) - Cimabue

Crocifisso di San Domenico (particolare) – Cimabue

«E’ giunta l’ora…»
Questa ultima domenica di Quaresima ci proclama che il compimento è alle soglie, i giorni santi della Pasqua sono prossimi…è una vigilia carica di una grande tensione di attesa. Sarebbe poco, però, se questa tensione riguardasse solo l’attesa di giorni, certo santissimi, di liturgie, certo profonde, di gesti antichi, certo carichi di esigenze evangeliche; sarebbe poco perchè l’ora di Gesù è già scoccata: celebrare la Pasqua è ripetersi con forza che l’ora di Gesù è il nostro oggi; ogni nostro giorno, tutta la nostra vità è ormai l’ora di Gesù.
E dunque ci chiediamo: tensione verso che cosa?
Verso quei compimenti a cui ciascuno di noi deve dare accesso: oggi è tempo di nuovi compimenti dell’Evangelo, che portino l’ora di Gesù, che è già scoccata, nei punti più segreti e profondi delle nostre vite. E’ l’ora di dire dei e dei no che riguardano questo oggi preciso, quest’epoca della nostra vita contrassegnata da questa grazia, da queste fragilità, da questi peccati, da queste gioie, da queste abitudini buone e da queste abitudini cattive, da queste malattie e da questi sogni, da questi slanci e da queste viltà…in tutte queste cose, ciascuno deve dirsi: E’ l’ora di Gesù!
E’ ora in cui è necessario deporre se stessi per lasciarsi portare dal Signore Gesù lì dove Lui è; è ora in cui “rifare” quell’alleanza, che è il fondamento della nostra vita di credenti; è ora in cui Dio sia Dio e – come ha scritto Geremia nel passo di oggi – «noi siamo suo popolo», con tutto ciò che questo significa.

Alle soglie dei giorni santi della Grande Settimana, quest’anno la liturgia, per condurci a al rinnovamento dell’Alleanza, ci presenta un racconto di Giovanni che ha dell’enigmatico: alcuni greci, dei pagani dunque, degli uomini provenienti dai gojim, si accostano al gruppo di Gesù e fanno una domanda precisa: «Vogliamo vedere Gesù!».
Quando Filippo ed Andrea vanno a riferirlo a Gesù, piomba su di lui la paura e la trepidante attesa dell’ora che si rivela imminente; di quell’ora che, fin dal principio del Quarto Evangelo, era come sospesa su Gesù e su tutta la storia. Gesù, infatti, trasale turbato all’annunzio dei due discepoli che dei greci lo cercano: perchè? Perchè era comune coscienza, al tempo di Gesù, che quando i pagani avrebbero cercato il Messia, quella sarebbe stata l’ora della rivelazione piena del Messia.
E Gesù sa che quell’ora sarebbe stata ora di nozze, ma di nozze di sangue: Gesù sa che “gettare fuori il principe di questo mondo” sarà opera costosa, ed avrà il prezzo del suo sangue.

Giovanni, nel suo racconto della Passione, non narra dell’agonia nell’orto di Getsemani; in Giovanni, Gesù va in quell’orto solo perché sa che Giuda verrà lì, e lì – liberamente – si consegna. Per Giovanni la vera agonia del Messia è qui: qui subisce l’attacco della paura, il desiderio di fuga («E che devo dire, passi da me quest’ora), e qui avviene la sua piena consegna nelle mani del Padre. E’ qui che Gesù dice una parola di totale e definitiva compromissione: «Padre, glorifica il tuo nome», cioè “Padre, rendimi capace di attraversare quest’ora mostrando la tua gloria”!
Lo sappiamo, per Giovanni la gloria di Dio non è gloria di trionfo, ma è la gloria paradossale di un Crocefisso; è lì, sulla croce, che Gesù dirà davvero chi è Dio, lì griderà al Padre il suo amore perché gli uomini riconoscessero il suo amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1).
Sul momento quei greci non ricevono risposta, ma la risposta vera la riceveranno: dalla croce Cristo attirerà tutti a sè. E’ alla croce che il Figlio di Dio dà “appuntamento” a tutti gli uomini.
Da lì scaturirà il giudizio, scaturirà cioè il discernimento di tutto; la croce dirà la verità su tutto. Le braccia spalancate del Crocefisso possono essere colte come braccia che accolgono e danno perdono e pace…ma quell’Uomo, con le braccia spalancate e inchiodato al legno degli infami, può essere colto da altri come stoltezza infinita di un’impotenza incapace di salvare chi ha posto nella potenza la sua fiducia.

La croce svela tutto.
Ci dice chi è il Padre: è il Dio «che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (cfr Gv 3, 16).
Ci dice chi è il Figlio Gesù: è colui che ha amato fino all’estremo (cfr Gv 13, 1).
Ci dice chi sono i discepoli: sono coloro che fuggono, tranne il discepolo amato che lo segue fino al Golgotha (cfr Gv 18, 8 e Gv 19, 26).
Ci dice chi è il mondo: è tutto ciò che ha inchiodato il Figlio al legno dei maledetti ma che, essendo oggetto dell’amore di Dio, deve essere attratto dal Figlio (cfr Gv 12, 32).

La via dell’ora è dunque chiara ma è costosa; infatti, in questo passo di Giovanni, Gesù consegna alla Chiesa – e oggi consegna a noi in questa Quinta domenica di Quaresima – la parola sul chicco di grano che deve cadere a terra e morire per dare frutto.
Se nei Sinottici il chicco sparso dal Seminatore è la Parola dell’Evangelo, qui, in Giovanni, il chicco di grano che deve scendere nella terra, spezzarsi e provare l’orrore della morte per dare vita, è una metafora potente e dolcissima di ciò che Gesù è venuto a fare: “Padre, per questo sono venuto!” esclama Gesù in questo racconto giovanneo.

Gesù si abbandona all’ora, ed è pronto per entrare nella Passione che sarà amore fino all’estremo. Lo straordinario è che Gesù invita anche noi a seguirlo: «Se uno mi vuol servire mi segua e là dove sono io sarà anche il mio servitore». Stare dove è Lui: certo, nell’intimità del Padre ma prima, stare dove Lui è, è stare sulla croce di un amore costoso.
Una parola, questa, che il Quarto Evangelo dice con forza a chi già si proclama Chiesa di Cristo, a coloro che, come noi, si proclamano suoi discepoli e “servitori”.

Insomma, non si può seguire Gesù e “amare” la propria vita, pensare di “salvarla”, di preservarla, di metterla “sotto chiave” perché nulla e nessuno la tocchi! Si può essere di Gesù solo se si è disposti a donare la vita, fino all’estremo e senza compromessi, senza “barare”: è necessario entrare nell’ora del Figlio dell’uomo!

Solo così il principe di questo mondo, il diavolo, il divisore, verrà gettato fuori dalla storia. Gesù l’ha fatto: l’ha gettato fuori perché il diavolo è brama di potere e di prevaricazione; è “salvare stessi” a prezzo degli altri, che si possono e devono “perdere” per i miei interessi. Gesù ha gettato fuori il principe di questo mondo perché è stato pronto a chinarsi ai piedi degli uomini, a contatto con le loro miserie e vergogne: chi sta ai piedi dei fratelli, e, come il chicco di grano, è disposto a cadere in terra per dare frutto, getta fuori il principe di questo mondo, colui che presiede la mondanità e proclama di continuo le buone ragioni dell’“ego”, le buone ragioni della propria vita, delle proprie cose e dei propri progetti al di sopra di tutto, anche di Dio! Anzi, prima di tutto al di sopra di Dio!

Eccoci, dunque, pronti ad entrare nella Santa Settimana; non per ripetere riti antichi e suggestivi, ma per decidere di dare accesso all’ora di Gesù nelle nostre vite!

E sarà la Pasqua del Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica dopo Natale (B) – La Santa Sapienza

 

IL SAPORE DI DIO

 

Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini, perché questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio …».

Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è «presso Dio»: a lì tutto parte, perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la “Santa Sophia”, la “Santa Sapienza” che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e di Dio!
Chi incontra Gesù, accoglie la Sapienza di Dio; in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: «Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato» …
Cogliere questa Sapienza, questa Gloria Noi vedemmo la sua gloria», ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo), è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero!
Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che Lui è, significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa: quella che ci è detta nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: «Essere santi e immacolati nell’“agàpe”»
Essere discepoli di quella Santa Sapienza è imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis”: chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza, questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: «Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (cfr 1Cor 1, 23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù, la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra”, che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremo, che è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive «noi abbiamo visto la sua gloria» intende solo la gloria della croce, la gloria di quell’amore che può gridare «Tutto è compiuto» (oppure potremmo tradurre: «Fino all’estremo»!) solo dalla croce!

Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria; solo Gesù lo “canta”, mostrando la gloria del Padre suo dando la vita, e narrando così il vero volto di Dio.
Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti, ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi («Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto») e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra, che Gesù ha vissuto essendo la Sapienza di Dio, e portandovi il sapore della Sapienza di Dio. Da allora, quando ci vogliamo confrontare con Lui, ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri della Chiesa ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère” !) …
Un tale confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la Sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti, riconosceremo che in quella Sapienza che è Cristo c’è il sapore di Dio e l’autentico sapore dell’umano, e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui, che è la Santa Sapienza, a Lui, che è il Verbo fatto carne, le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!». (cfr Gv 6, 68)

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica dopo Natale – La Sapienza di Dio

IL SAPORE DI DIO

  –   Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18   –  

 

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare, per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini affinchè questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”

Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è presso Dio … da lì tutto parte, perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la Santa Sophia, la Santa Sapienza che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e di Dio! Chi incontra Gesù accoglie la Sapienza di Dio; in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato

Cogliere questa Sapienza, questa Gloria (Noi vedemmo la sua gloria, ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo) è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero! Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che Lui è, significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa, quella che ci è detta nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: Essere santi e immacolati nell’“agàpe… Essere discepoli di quella Santa Sapienza è quindi imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha, il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis” … Chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua  Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (cfr 1Cor 1, 23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù, la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra”, che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremo, che è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive: “noi abbiamo visto la sua gloria” intende solo la gloria della croce, la gloria di quell’amore che può gridare “Tutto è compiuto” (oppure potremmo tradurre: Fino all’estremo!) solo dalla croce! Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria, ma solo Gesù lo “canta”, mostrando la gloria del Padre suo dando la vita e narrando così il vero volto di Dio.

Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti, ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi (Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto) e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra, e Gesù l’ha vissuta essendo la Sapienza di Dio, e portandovi il sapore della Sapienza di Dio. Da allora, quando ci vogliamo confrontare con Lui, ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère” !) … Il confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre, pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti riconosceremo che in quella Sapienza, che è Cristo, c’è il sapore di Dio e l’autentico sapore dell’umano, e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, sempre se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui che è la Santa Sapienza, a Lui che è il Verbo fatto carne le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!” (cfr Gv 6, 68).

p. Fabrizio Cristarella Orestano

           

 

 




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