Natale del Signore – Il Natale è altro!

RIEMPIAMO LE COSE BELLE DELLA VERA BELLEZZA

 

  –  Notte: Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14   Aurora: Is 62, 11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20   Giorno: Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18  –

 

La nascita di Gesù - Giotto, Cappella degli Scrovegni (Padova)

La nascita di Gesù – Giotto, Cappella degli Scrovegni (Padova)

Il Natale dovrebbe essere una maniera nuova di leggere la storia dell’umanità, di leggere le nostre storie personali! Il Natale deve essere questo modo nuovo di leggere il mondo, una lettura talmente “altra” da dover diventare fortemente eversiva per il mondo stesso! Non si può trasformare il Natale in una rassicurante festa familiare che chiede di “essere tutti più buoni”. Per carità!

Il Natale chiede di essere “altro”, di leggere gli uomini ed il cosmo in modo completamente diverso; chiede di essere uomini “in modo diverso” da quello che il mondo ci suggerisce; chiede di trasformare le luci, che pure si accendono in questo giorno suggestivo, in luce vera dentro di noi e nel mondo in cui viviamo come credenti; chiede di essere capaci di “pagare un prezzo” per custodire e far brillare, umilmente e senza arroganze, questa Luce che è venuta nel mondo, come dice Giovanni nel prologo del suo evangelo.

L’evangelista Luca, con il suo racconto della nascita di Gesù, ci mostra in modo sapiente e con grande sottigliezza, questo capovolgimento che il Natale chiede all’umanità. Per questo motivo crea un quadro di ampie proporzioni in cui ci fa giungere ad una conclusione davvero eversiva: pare che il mondo si muova a partire dai potenti della terra; pare che Cesare Augusto, dal suo immenso palazzo di Roma, muova i fili della storia; sembra che il fatto importante sia il decreto imperiale che costringe anche Maria e Giuseppe a muoversi dalla Galilea a Betlemme (150 chilometri percorribili, dalle carovane di quell’epoca, in tre o quattro giorni!) … sembra poi che la nascita disagiata di un qualsiasi bambino galieo sia un fatto trascurabile rispetto ad un progetto politico che investe tutta la terra (un’espressione certo enfatica, ma che richiama l’estensione e la sottile violenza di un potere immenso quanto lontano!), ed invece il cielo rivela un capovolgimento!

Giovanni, con precisione teologica, scriverà: E il Verbo divenne carne e piantò la sua tenda in mezzo a noi… Luca, con stupore limpido, descrive dei gesti semplici e precisi di una madre che partorisce, avvolge in fasce e depone in una culla improvvisata, in una mangiatoia, il suo bambino …

Gli angeli rivelano ai pastori (e non ai potenti e ai sapienti…cfr Lc 10,21) che il centro non è nei traffici politici ed economici dei potenti; il centro è in quel parto e in quel bambino, in cui si adunano sorprendentemente tutti i doni a cui l’uomo, dovunque e sempre, anela; quei doni che l’uomo, nel profondo più profondo di sè, sa che racchiudono il senso del vivere: la gioia, la pace, e il realizzare a pieno l’essere uomini!

Vi annunzio una grande gioia, oggi vi è nato nella città di Davide il salvatore che è il Messia Signore, e poi il canto del cielo proclama: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati da Dio. La gioia e la pace provengono da un oggi in cui si mostra la gloria! La gloria, lo sappiamo, è la presenza “che pesa”, che conta, che produce novità concreta nella storia … la gloria non è uno splendore lontano nè un augurio e basta! La gloria è la presenza di Dio che genera gioia, che genera pace!

La grande storia dell’umanità si raccoglie tutta, dice Dio attraverso i suoi angeli, in quell’oggi in cui Dio stesso appare nella carne degli uomini! Una carne di uomo sarà il luogo della gloria di Dio (Noi abbiamo visto la sua gloria, scrive Giovanni sempre nel prologo del suo evangelo; e quella gloria è la “sarx”, è la “carne fragile” e umanissima del Figlio di Maria!); la gloria si manifesta non nel “sacro” secondo gli uomini, ma nell’uomo e basta!

Da questo evento può scaturire la gioia vera, quella che non dipenda da altro se non dal senso che si trova e si vive nel proprio essere uomini, nella limpidezza delle relazioni che l’essere uomo appunto comporta! Limpidezza che l’Evangelo consegna a pieno a chi dall’Evangelo si fa plasmare! Da questo evento scaturisce una pace che non è solo l’assenza delle guerre, che pure Augusto era riuscito ad instaurare con la “Pax Augustea”, la quale nasceva tuttavia dalle stragi e dalla paura che il potere del più forte incute nei più deboli! Da questo evento scaturisce una pace che l’uomo, dall’oggi di Cristo Gesù, potrà costruire con quell’amore che è la via consegnata alla storia da quel Bambino nato a Betlemme; quel Bambino che, come ha detto l’autore della Lettera a Tito nella Messa di stanotte, è la visibilità della grazia di Dio, cioè del suo amore gratuito, che ci insegna a vivere in questo mondo! Ci insegna, cioè, ad essere uomini! Questo genera la pace nel profondo di ciascuno, questo costruisce la fraternità!

In questo giorno santo del Natale dobbiamo farci convinti del vero centro della storia, dobbiamo farci convinti di cosa davvero cambia la storia! Quando ci lamentiamo (e a ragione!) della follia del mondo, del suo stolto correre veso il nulla, del suo girare a vuoto, delle ingiustizie che si perpetuano e che troppe volte avalliamo anche noi con i nostri silenzi, dovremmo gridarci l’un l’altro che è possibile cambiare le cose se ci si assume la storia come fece Dio in quella mangiatoia di Betlemme; che è possibile portare novità nella storia portandovi l’uomo nuovo che ciascuno può essere, perchè quel Bambino non è solo una dolce illusione per la notte suggestiva di ogni 25 di dicembre, ma è una provocazione violenta, sovversiva e “costosa” che spinge a condurre tutto lì dove è il vero centro, spinge a far girare le nostre storie, le nostre relazioni, le nostre scelte, le nostre cose, i nostri averi, le nostre responsabilità, le nostre vocazioni attorno all’oggi di Dio, un oggi che Colui che è nato a Betlemme ha reso stabile per sempre da quella mangiatoia fino alla croce, e dalla croce fino alla luce di un amore che vince anche la morte!

Non spegniamo, allora, le luci e le lucine di Natale; non fuggiamo il caldo gioire della festa; non disprezziamo la commozione che sempre ci assale davanti al Presepe, ma riempiamo queste cose belle, umane e calde della vera bellezza, della vera umanità, del vero calore: Gesù ci ha dato un Evangelo in cui splendono la vera bellezza, la vera umanità, e il calore che è il fuoco di quell’amore che nulla può spegnere.

Ne siamo convinti?

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

V Domenica di Pasqua – La Gloria

IL COMANDAMENTO NUOVO 

At 14, 21-27; Sal 144; Ap 21, 1-5; Gv 13, 31-33; 34-35

 

La gloria! Credo che i cristiani ne abbiano una visione distorta!

Si usa questa parola come un “applauso” a Dio…come qualcosa da aggiungere a Dio! La gloria è, in realtà, alla lettera, il “peso che Dio ha”! E’ il “peso” che noi gli riconosciamo, che noi gli accordiamo nella nostra libertà! La croce di Gesù fu gloria di Dio perché raccontò il vero volto di Dio; fu gloria perché Gesù con la sua croce disse che “peso” aveva Dio per Lui e che “peso” avevamo noi per Lui! La croce di Gesù fu gloria perché mostrò l’amore fino all’estremo…mostrò la presenza di questo amore di Dio, presenza che salva! Ecco che allora la gloria si configura come riconoscimento di una presenza che “pesa”, che ha un primato e che mostra tale primato!

Ecco che allora capiamo perché nel passo dell’Evangelo di Giovanni di questa domenica le parole di Gesù seguono l’affermazione “dopo che Giuda fu uscito”. Infatti, solo dopo che Giuda è uscito per consegnarlo, e Gesù non l’ha fermato, anzi in qualche modo gli ha fornito anche un plausibile pretesto per uscire, Gesù può dire che è iniziata davvero l’ora della gloria, l’ora cioè nella quale – attraversando la passione e lasciandosi innalzare sulla croce -, racconterà che “peso” ha l’amore del Padre, mostrerà che “peso” ha la stessa presenza del Padre per Lui e che “peso” ha l’umanità tutta nel suo cuore!

Il Gesù di Giovanni ha una certezza: il Padre mostrerà la gloria del Figlio! Mostrerà quanto il Figlio obbediente ed amante “pesi” per Lui, e lo farà nella Risurrezione! E’ questa la grande visione teologica di Giovanni che, da questo straordinario movimento, fa scaturire il comandamento nuovo che è il punto di arrivo di questa breve e intensissima pagina evangelica; un comandamento estremo, ultimo, definitivo (la parola “nuovo” deve essere così intesa!) che in poche righe Gesù qui ripete due volte (e più avanti nei “Discorsi di addio” ancora lo ripeterà).

Si può mai comandare l’amore? Gesù può comandare l’amore perché lo ha mostrato; può comandare l’amore a chi è stato avvolto dal suo amore. Insomma, si può amare come Lui ha amato, solo se si è sperimentato su di sè quell’amore! “Amati amiamo” scriverà Giovanni nella sua Prima lettera (cfr 1Gv 2,19). E’ vero! Per questo Gesù può dare il comandamento dell’amore solo dopo che ha lasciato uscire Giuda … non avrebbe potuto dire “Amatevi come io vi amerò”! Ora invece può dire come io vi ho amati perchè ormai si è consegnato. Con l’uscita di Giuda tutto è all’opera per la passione, e Lui vi sta andando incontro con suprema libertà ed amore!

Questo comandamento ultimo, definitivo è quello che deve dilatare la gloria della croce nella storia degli uomini: come Gesù ha raccontato con la croce l’amore del Padre, così i discepoli racconteranno, con il loro amore reciproco, la possibilità vera di salvezza che l’amore è per l’umanità! Il discepolo di Gesù è tale solo se vive in una concreta comunione di fratelli che si amano radicalmente. Il comandamento nuovo, ricordiamolo, è un comandamento intra-ecclesiale! E’ il comandamento che devono vivere quelli che si riconoscono discepoli di Gesù, quelli che lo hanno incontrato e vogliono fare di Lui la via da seguire … solo se i discepoli si ameranno davvero di quello stesso amore con cui Gesù ha amato ne mostreranno il volto, ne narreranno l’Evangelo, daranno al mondo la buona notizia che ci sono uomini che “amati amano” … che ci sono uomini che hanno sperimentato nelle loro vite un amore tanto grande e gratuito da esserne afferrati e di averlo colto come comandamento ineludibile! Gesù può comandare l’amore!

Infatti il discepolo che ha sentito radicalmente di essere amato, sa e comprende che l’amore è ormai pure la sua via … non può essere diversamente! Il discepolo che ha sperimentato l’amore sa che il suo discepolato nasce dall’essere stato amato e scelto (cfr Gv 15, 16) e non da una sua decisione … il discepolo sa così che il suo discepolato non si esplica nel fare delle cose ma nell’essere amore!

Il comandamento dell’amore apre all’umanità una via di assoluta novità … il comandamento “nuovo”, ultimo apre al “nuovo” , all’impensabile a all’incredibile;  nel testo dell’Apocalisse che oggi si legge, il Signore dice: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose …” quest’opera di rinnovamento è già iniziata da quando alcuni uomini hanno cominciato a prendere sul serio il comandamento dell’amore. Chi ama come Gesù ha amato, comincia a condurre tutte le cose verso l’assoluta novità! Una novità che contraddice il “vecchiume” del mondo con le sue solite strade di morte e di autoaffermazione fondate sul possesso, sul potere e sull’uso strumentale degli altri uomini!

Gesù aprì questa strada di novità amando fino all’estremo … Lui ci chiede di essere con Lui in questa opera di salvezza.

In fondo, pensiamoci, è l’unica cosa che ci ha chiesto: amare per annunciare l’Evangelo, annunciare l’Evangelo amando!

E con il nostro povero amore, reso sempre più somigliante al suo, Lui farà nuove tutte le cose! E’ straordinario, sì, ma può essere il nostro ordinario! E’ l’ordinario del discepolo che così, e solo così, mostrerà la gloria di Dio. Narrerà il vero volto di Dio!

II Domenica di Quaresima – la Luce del Tabor

La Trasfigurazione di Beato Angelico (affresco) – Museo nazionale di San Marco, Firenze

L’ALTROVE DI DIO

Gen 15, 5-12; 17-18; Sal 26; Fil 3, 17-4,1; Lc 9, 28-36

 

La scena del Tabor è al centro della seconda tappa della Quaresima. Luca non la chiama “Trasfigurazione” (“metamorphosis” in greco) perché probabilmente, per il suo uditorio di provenienza pagana, poteva risultare una parola ambigua, che rimandava alle “metamorfosi” mitologiche cantate dai grandi poeti greci e latini (pensiamo ad Omero, a Esiodo o a Ovidio). Luca ci tiene a dire che non si tratta di un “mito”, ma di una rivelazione di Dio che avviene nella storia degli uomini amati da Dio (cfr Lc 2,14).

Nei versetti che precedono questo racconto, Gesù ha annunziato la sua passione e ha proclamato che alcuni, viventi in quel momento, avrebbero visto la gloria del Figlio di Dio (cfr Lc 9, 21-27). Per Luca ciò che accade sul Tabor (il nome del monte non è mai citato dagli evangelisti, ma la tradizione antichissima della Chiesa ha localizzato sul Tabor questo episodio, e non c’è motivo per situarlo altrove!) è conferma di quella parola: qualcuno, i tre discepoli scelti da Gesù, inizia a vedere la gloria, a rendersi conto, cioè, della presenza di Dio che salva. In più, Luca ci dice che il volto di Gesù divenne altro! Ora, se decodifichiamo questa parola, comprendiamo cosa accadde lì, durante la preghiera di Gesù sul monte: i tre discepoli ricevono in dono la capacità di scorgere uno svelamento della santità, dell’alterità di Gesù! Gesù è altro! Gesù non è solo quello che loro avevano potuto vedere o capire… Guai a chi riduce Gesù ai soliti schemi delle nostre comprensioni e delle nostre dinamiche…Gesù è altro! Gesù è quell’alterità che vuole afferrare la nostra umanità, per darle quello stesso sapore altro che è il “sapore di Dio”! Sul monte, il Padre proclama che in quel Figlio amato è offerta a tutti una vera possibilità di alterità, di santità! Un’alterità che tocca e fa brillare di bellezza la nostra carne, il nostro volto quotidiano, le nostre vesti di ogni giorno… è, infatti, il Gesù di tutti i giorni che sul monte diventa “altro”!

Dio viene sempre a spezzare i soliti schemi: a rendere fecondo chi è infecondo, a rendere glorioso ciò che è misero. Le letture di questa domenica presentano proprio il Dio che spezza gli schemi scontati degli uomini: Abramo, vecchio e infecondo, è condotto da Dio a guardare il cielo stellato ed a credere più allo sfavillare di quelle infinite fiammelle nel buio che alla sua vecchiaia sterile…Dio è altro e rende altro! Nella sua Lettera ai cristiani di Filippi, Paolo confida a quei credenti la sua certa speranza che la nostra miseria non resta miseria, la nostra fragilità non resta fragilità…ciò che è misero è chiamato alla gloria di Dio.

La scena del Tabor però ci dice anche che tutto questo non è “a basso prezzo”, e che Gesù è il Figlio amato disposto ad incamminarsi sulla via di un esodo “costoso”, un esodo che “compie le promesse di Dio”!

I tre discepoli, saliti sul monte del “volto altro”, accanto a Gesù vedono Mosè ed Elia, i profeti per eccellenza della Prima Alleanza.

Anch’essi sono saliti sul “monte” per incontrare la gloria di Dio: Mosè, che aveva guidato l’esodo dall’Egitto sperimentando al Sinai la presenza di Dio, chiese di vedere un volto che tuttavia non poté vedere (cfr Es 33, 17-23). Elia, che su quello stesso monte era salito stanco e perseguitato, aveva percepito la presenza di Dio non nei turbini, nel fuoco o nella tempesta, ma in un silenzio trattenuto che gli chiedeva di iniziare ad intraprendere gli ultimi passi della sua vita, nell’umiltà di chi sa che qui non ha una stabile dimora (cfr 1Re 19,12). Elia, infatti, di lì a poco verrà rapito da Dio in un turbine di fuoco per un esodo definitivo da questo mondo, lasciando ad Eliseo il suo ministero (2Re 2,11-12). Ora sul Tabor, tra Mosè ed Elia, c’è Gesù, il quale – nel mostrare a Mosè quel volto che tanto aveva desiderato vedere – è pronto ad entrare nel silenzio trattenuto della morte, in cui Dio paradossalmente parlerà all’uomo, raccontandogli la sua tenerezza e la sua misericordia. L’Esodo di Mosè si compirà in Gesù, ed il Dio silenzioso di Elia scenderà davvero nel silenzio del sepolcro di Gerusalemme…

Luca sottolinea che Mosè ed Elia parlano con Gesù dell’esodo che avrebbe compiuto a Gerusalemme (e Luca, sapientemente, usa il verbo del raggiungimento della pienezza, “pleròo”). L’antico esodo di Isrele dall’Egitto finalmente sarà compiuto.

Ciò che Mosè aveva iniziato, ora verrà donato a tutte le genti che, in Gesù, potranno uscire da una terra di schiavitù disumanizzante per una terra di vera umanità e di libertà! Anche l’esodo di Elia sarà compiuto in Gesù: Elia, infatti, dovette uscire da sé per giungere ad “altro”; Elia, uomo di fuoco, nell’incontro con il “silenzio trattenuto” sul monte, dovette divenire uomo di silenzio; fu fatto uomo nuovo, tutto proiettato ad una patria nell’“altrove” di Dio, ad una patria altra, come scrive Paolo nel passo di oggi della sua Lettera ai cristiani di Filippi. L’esodo di Elia sarà compiuto in Gesù poichè questi creerà l’uomo nuovo, capace di dimorare nel silenzio di Dio, e vivendo la storia con lo sguardo fisso nell’altrove di Dio.

Dinanzi a tutto ciò resta il rischio del sonno: Pietro e gli altri vivono quest’ora del Tabor in un sonno opprimente, e anche Abramo, nella prima lettura, precipita nel sonno mentre Dio passa per l’Alleanza. Questo sonno ci parla dell’impotenza dell’uomo davanti all’iniziativa di alleanza che Dio vuole stipulare con la storia; questo sonno ci dice che la nostra condizione è spesso quella di chi entra in un ottundimento, che è incapacità a cogliere l’alterità che Dio ci propone, incapacità a cogliere quell’ora di esodo dinanzi a cui bisogna prendere una decisione: entrarci e basta! In quel sonno si può avere la stolta pretesa di voler imprigionare Dio in tende costruite da noi, come ingenuamente vorrebbe Pietro: “Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elia”… sì, ingenuamente perché vorrebbe abitare nella luce di Pasqua senza passare per la passione, senza nessun esodo costoso. Luca dice che questo è essere insipienti: Non sapeva quel che diceva

Vivere questo tempo di Quaresima ci impone di entrare nel silenzio e scoprire lì i desideri di Dio a nostro riguardo. Vivere la Quaresima significa essere disposti a quella croce su cui l’uomo vecchio deve essere crocefisso…e questo fa male! Non si arriva alla tenda della gioia senza i “no” dolorosi da dire all’uomo vecchio; è la dinamica pasquale per la quale la Quarsima è ascesi, esercizio, allenamento.

La luce del Tabor ci conforta, e ci mostra la meta in quel volto altro; un volto altro che desidera dare anche a noi alterità…ma ne pagheremo il prezzo?

La voce del Padre sul monte ci consegna l’estremo “Shemà” che compie il primo dato ad Israele: Ascoltate Lui! Solo questo ascolto ci rende capaci di intraprendere con Gesù l’esodo pasquale!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

II Domenica del Tempo Ordinario – Il principio dei Segni

 QUANDO MANCA L’AMORE E LA GIOIA, MANCA L’UOMO 

Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-11

 

Le nozze di Cana (Icona, Monastero di Ruviano)

Dopo l’epifania a tutte le genti incontrate dal “Re dei Giudei” attraverso i Magi venuti dall’oriente, e  dopo l’epifania avvenuta al Giordano, in cui il Padre si manifesta e dona lo Spirito al Figlio, ecco oggi la terza epifania a Cana di Galilea in cui il Figlio manifesta la sua gloria a quella piccola comunità di discepoli che è appena nata attorno a Lui. Una manifestazione che avviene in un contesto preciso ed altamente simbolico, quello delle nozze.

Il matrimonio in Cana di Galilea ci racconta l’inizio di quei segni che Gesù offre, nel Quarto Evangelo, affinchè gli uomini riconoscano la sua vera identità; il matrimonio in Cana ci annunzia un tempo nuovo che Gesù è venuto ad inaugurare per il Popolo della Prima Alleanza e per tutti gli uomini!

In tal senso, già il nome della località in cui Giovanni ambienta questo primo segno ha per molti un’eco simbolica: “Cana”, infatti, deriverebbe dal verbo ebraico “qanah” che significa “acquistare”, e ci porterebbe a contemplare quel “popolo che Dio si è acquistato” (cfr Es 15, 16; Dt 32, 6 oppure ancora il Sal 72, 4)…il popolo di Israele, depositario dell’Alleanza, e qui rappresentato dalla Madre di Gesù, la “Figlia di Sion”, e dai discepoli tratti da quel popolo santo e seme della comunità di Gesù appena nata…Questo popolo, “acquisizione” di Dio, ora deve iniziare a vedere la gloria del Figlio! Ed ecco questo sposalizio in Cana che predispone uno “scenario” ed un “tempo” che annunziano che è “ora” di nozze tra Dio e l’umanità attraverso “la Parola, carne divenuta” (cfr Gv 1,14) che si manifesta qui attraverso “l’acqua, vino divenuta” (cfr Gv 2,9)!

Le nozze! Ci riportano subito all’amore e alla gioia…e la Prima Alleanza aveva usato tante volte la metafora delle nozze per parlare dell’amore del Signore per il Popolo, del desiderio di Dio di un vincolo saldo e tenerissimo, fatto di fedeltà e di dono! I profeti avevano parlato di nozze con linguaggio amoroso, nostalgico, forte, ma anche con toni di promessa.

In questa domenica si ascolta il passo tratto dagli oracoli di Isaia in cui risuonano con chiarezza temi dell “amore” e della “gioia”: Per amore di Gerusalemme non tacerò”, “come gioisce lo sposo per la sposa così gioirà il tuo Dio per te”. Pensiamoci: amore e gioia! Qui a Cana il Dio fatto carne rivela, manifesta la sua gloria con un segno, quello dell’acqua diventata vino, dicendoci che è venuto a salvarci da quel male terribile e strisciante che annienta la nostra umanità, e che è simboleggiato dall’assenza di vino alle nozze: la mancanza di amore e di gioia! Diciamoci la verità, quando queste due cose mancano, manca l’uomo!

Gesù qui rivela di essere lo sposo venuto a dire l’amore e a dare l’amore, di essere lo sposo che gioisce per la sposa e le dona gioia e fecondità.

Quando non abbiamo amore e gioia, noi uomini sentiamo di essere stati “derubati” dell’essenziale; quando non abbiamo amore e gioia, noi uomini diventiamo cattivi ed egoisti, e siamo disposti a metterci anche al servizio della “morte” nell’illusione di raggiungere quegli scopi…è tremendo ma è così!

L’Evangelo di Giovanni pone come principio dei segni questo delle nozze in Cana, un segno che è annunzio di gioia e di amore! Il vino delle nozze che il Messia dona è buono (in greco “kalòs” che significa anche “bello”) ed è abbondante (più di seicento litri di vino!!)…il Messia è lo sposo capace di donare amore e gioia in abbondanza, è lo sposo capace di trasfigurare nella bellezza le vite degli uomini attraverso il suo amore! Insomma, attraverso Gesù, la Parola fatta carne, ogni uomo può gustare questo vino inebriante dell’amore e della gioia!

Certamente questo segno di Cana conduce all’“ora” in cui il segno diverrà realtà palpabile, visibile, pienamente accessibile…l’annunzio di Cana richiama all’”ora” in cui le vere nozze saranno celebrate sulla croce e saranno nozze di sangue in un “amore fino all’estremo” gridato dal Crocefisso nell’ora suprema del Golgotha (“tetélestai”, cioè “fino all’estremo”, fino al “télos”, fino, cioè, al pieno compimento!).

La Donna, la “Figlia di Sion”, la Madre presente a Cana, icona del popolo che Dio si è acquistato, sarà anche, con il Discepolo amato, presente nell’ora, e sarà segno di quella comunità credente che nasce dall’amore fino all’estremo del Figlio, nella duplice polarità di “Madre” e “Discepolo amato”.

Vorrei notare però ancora una cosa: l’epifania dell’“acqua, vino diventata” avviene a Cana di Galilea e non a Gerusalemme, o magari sul colle del Tempio; e neanche presso il monte Garizim, dove avviene il dialogo con la Samaritana, luoghi considerati, dai credenti,  “santi” e di culto…questa epifania in cui è offerto il vino del Messia, vino di gioia per l’amore sponsale di Dio, avviene in un luogo marginale, semplice, quotidiano, umile…di quella umiltà che è quotidianità anche ripetitiva…come le nostre vite! E’ lì che si dipana la vita della Chiesa sotto lo sguardo dello Sposo innamorato…è lì, e non nei “grandi eventi” (come orribilmente si usa dire oggi!), è lì, nel grigio quotidiano, che siamo amati e quindi abbiamo possibilità di accesso alla gioia che proviene da Dio!

Accogliere l’epifania dello Sposo, in attesa dell’ora delle nozze di sangue, è principio di un cammino di gioia nella certezza della promessa di una gioia più grande, senza confini: quella gioia che sgorgherà dall’amore pasquale del nostro Dio. E tutto questo siamo chiamati a viverlo e a portarlo nella storia concreta e contraddittoria di ogni giorno, quella nella quale viviamo, quella nella quale l’Evangelo ci vuole a lottare per l’ “uomo” che significa sempre, non dimentichiamolo mai, lottare per Dio!

Appena concluso il tempo di Natale, già si staglia all’orizzonte, nel segno di Cana, l’ombra amorosa della croce e la luce di speranza della risurrezione…e allora, come ha scritto Isaia, non saremo più chiamati “abbandonati”, né devastati”…ma saremo chiamati dal Signore “mio compiacimentoe la nostra terra “sposata”!

La Chiesa, sposa amata, annunzi questo al mondo e annunzierà vita, gioia, senso! Questo annunzio è il principio dei segni!