II Domenica di Pasqua – La Resurrezione è la fede cristiana

UN INGRESSO NEL FUTURO

At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-11a.12-13.17-19; Gv 20,19-31

 

La resurrezione è la fede cristiana! Noi cristiani non crediamo all’immortalità ma alla resurrezione! Dio non è venuto in Gesù in un immortale ma in uno di noi, fragile e mortale! Giovanni nel prologo del suo Evangelo ce lo dice con chiarezza quando scrive che il Verbo divenne carne (Gv 1,14) ed usa, direi, una parola brutale: sarx che suggerisce la fragilità, la debolezza, la mortalità… Se la via del cristianesimo è la resurrezione ciò significa che non si salta la morte ed il dolore; la resurrezione deve passare per la morte, la resurrezione passa per la morte e fa compiere un balzo in avanti, verso il futuro. La resurrezione non è un ritorno al  passato, ma un ingresso nel futuro impensabile di Dio in cui ci porta con il nostro passato, la nostra storia. Ecco perché il Risorto si ripresenta ai suoi con le sue piaghe! Nell’Evangelo di questa domenica esse sono protagoniste. Quelle piaghe non sono cancellabili, la resurrezione non le ha annientate: la resurrezione è fedele alla storia!

Il corpo del Risorto è il corpo di Gesù di Nazareth ma nel balzo verso il futuro di Dio…in questo futuro “eterno” porta i segni della sua fragilità, del suo Amore per il mondo, del nostro peccato. Il corpo del Risorto è quello di Gesù di Nazareth in tutto simile a noi eccetto il peccato (cfr Eb 4,15) dunque fragile e mortale; il corpo del Risorto è segnato da quelle piaghe che, liberamente e per amore si è lasciato infliggere per attirarci a sé (cfr Gv 12, 32) amandoci fino all’estremo (cfr Gv 13,1); il corpo del Risorto è il corpo di Colui è stato trafitto per noi (cfr Gv 19,37; Is 53,5), a causa dei nostri peccati!

Mostrando le sue piaghe nel cenacolo la sera del giorno di Pasqua, Gesù non solo dà un segno della sua identità (il Crocifisso è il  Risorto!) ma racconta anche chi è Dio e chi siamo noi.

Quelle piaghe narrano l’Evangelo di un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito (cfr Gv 3,16); quelle piaghe narrano anche la nostra identita: chi siamo? Degli amati fino all’estremo (cfr Gv 13, 1; Gv 19,30), fino a quelle piaghe e a quel cuore trafitto…siamo però ancora la causa di quelle trafitture, ne siamo la causa per i nostri peccati; questa è una verità da non tacere, una verità da dirci certamente senza “dolorismi” e atteggiamenti falsamente penitenziali. Il nostro peccato è il contributo fattivo e concretissimo che noi diamo al male del mondo, alla morte e alle perversioni mondane; tutto questo Gesù lo ha preso nella Passione, e se ne è lasciato schiacciare senza aprire la sua bocca e senza minacciare vendetta (cfr 1Pt 2,23-24), e così facendo ha spezzato l’odio che nutre il male del mondo.

La piaga mortale, quella del costato, è poi segno che la Resurrezione non è un atto concluso una volta per sempre: non si può vivere con il cuore trafitto; quella ferita mortale è allora memoria, come scrive un teologo francese (Germain Leblond), che il Padre eternamente risuscita il Figlio, che le energie di resurrezione si dispiegano nel tempo e nell’eternità. Allora davvero quelle piaghe sono gloriose (gloria, in ebraico kavod = peso): ci narrano cioè il peso che Dio ha avuto per Gesù, e il peso che noi abbiamo avuto per Lui che ci ha amati fino all’estremo.

Entrando nel cenacolo, egli incontra degli uomini ancora chiusi nei loro sepolcri di paura…Gesù è uscito dal sepolcro, ma i suoi sono ancora in una tomba di paura impotente…il Risorto entra nelle loro porte chiuse e vi porta la luce delle sue piaghe gloriose…le mostra loro non per rinfacciare il male che ha subito ma per narrare loro l’estremo, definitivo evangelo della vittoria dell’amore; amore che perdona e che crea ministri di perdono, crea una comunità retta dalla remissione dei peccati, una comunità che vive perdonanandosi perché perdonata, una comunità che ha la responsabilità della remissione dei peccati e non perché, come banalmente e riduttivamente spesso si dice, qui Gesù “istituisce” il sacramento del perdono! No! E’ troppo poco! Quello è lo zenith, l’apice di questa economia nuova del perdono…la comunità dei discepoli di Gesù ha la responsabilità della remissione dei peccati perché Gesù le chiede di essere portatrice nella storia di una capacità di perdono grande, senza confini; se quella Comunità non dovesse essere questo la remissione dei peccati non giungerà agli uomini! E’ una responsabilità ma è anche un dono… Anzi  è il dono che genera la responsabilità: il soffio dello Spirito che esce dalle labbra de Risorto è dono di riconciliazione, è dono di una nuova creazione!

Le piaghe gloriose sono andate a cercare i discepoli ancora “sepolti” e vanno a cercare anche l’assente Tommaso…quelle piaghe sono ancora protagoniste di questa ultima scena del quarto Evangelo (l’Evangelo di Giovanni finiva qui, lo straordinario capitolo 21 è aggiunta della Chiesa giovannea)…quelle piaghe vanno a cercare il più debole, il più debole perché si fa forte del suo raziocinio imprigionante; quelle piaghe lo trasformano, gli rivelano chi è lui e chi è Dio, lui un incredulo, Dio Amore che non si stanca…quelle piaghe permettono a Tommaso di pronunciare quella profressione di fede con la quale riconosce il Risorto. Questi proclama da quell’ora l’economia definitiva della salvezza: credere senza vedere…si potrà vedere solo attraverso l’Evangelo narrato e custodito dalla Chiesa, quell’Evangelo che ci conduce ai segni che Cristo ha compiuto sotto gli occhi dei suoi discepoli e che ora è possibile vedere attraverso quello sta scritto che ci è consegnato perché crediamo e abbiamo la vita. Così saremo beati…più di Tommaso, anche più del Discepolo amato che vide e credette (cfr Gv 20, 8)…Noi ci fidiamo del loro sguardo e ancor più della loro fede e da allora su ogni umile cristiano risuona l’estrema beatitudine dell’Evangelo: Beati quelli che senza vedere crederanno.

V Domenica di Quaresima – Come il chicco

LA CROCE CI DICE TUTTO

Ger 31, 31-34; Sal 50; Eb 5, 7-9; Gv 12, 20-33

 

E’ giunta l’ora…”
Questa ultima domenica di Quaresima ci proclama che il compimento è alle soglie…i giorni santi della Pasqua sono prossimi…è una vigilia carica di una grande tensione di attesa; sarebbe poco, però, se questa tensione riguardasse solo l’attesa di giorni, certo santissimi, di liturgie, certo profonde, di gesti antichi, certo carichi di esigenze evangeliche…sarebbe pocoperchè l’ “ora” di Gesù è già scoccata; celebrare la Pasqua è ripetersi con forza che l’ora di Gesù è il nostro oggi; ogni nostro giorno, tutta la nostra vità è ormai l’ora di Gesù.
E dunque ci chiediamo: tensione verso che cosa?
Verso quei compimenti a cui ciascuno di noi deve dare accesso; oggi è tempo di nuovi compimenti dell’evangelo che portino l’ora di Gesù, che è già scoccata, nei punti più segreti e profondi delle nostre vite; è l’ora di dire dei e dei no che riguardano questo oggi preciso, quest’epoca della nostra vita contrassegnata da questa grazia, da queste fragilità, da questi peccati, da queste gioie, da queste abitudini buone e da queste abitudini cattive, da queste malattie e da questi sogni, da questi slanci e da queste viltà…in tutte queste cose, ciascuno deve dirsi: E’ l’ora di Gesù …
E’ ora in cui è necessario deporre se stessi per lasciarsi portare dal Signore Gesù lì dove Lui è … è ora in cui “rifare” quell’alleanza che è il fondamento della nostra vita di credenti…è ora in cui Dio sia Dia e, come ha scriito Geremia nel passo di oggi, noi siamo suo popolo; con tutto ciò che questo significa.
Alle soglie dei giorni santi della Grande Settimana, quest’anno la liturgia, per condurci a questo rinnovamento dell’Alleanza, ci presenta un racconto di Giovanni che ha dell’enigmatico: alcuni greci, dei pagani, dunque, degli uomini provenienti dai Gojm, si accostano al gruppo di Gesù e fanno una domanda precisa: Vogliamo vedere Gesù! Quando Filippo ed Andrea vanno a riferirlo a Gesù, piomba su Gesù la paura e la trepidante attesa dell’ora che si rivela imminente; di quell’ora che, fin dal principio del Quarto Evangelo, era come sospesa su Gesù e su tutta la storia. Gesù, infatti, trasale turbato all’annunzio dei due discepoli che dei greci lo cercano; perchè? Perchè era comune coscienza, al tempo di Gesù, che quando i pagani avrebbero cercato il Messia , quella sarebbe stata l’ora della rivelazione piena del Messia. E Gesù sa che quell’ora sarebbe stata sì ora di nozze ma di nozze di sangue ; Gesù sa che gettare fuori il principe di questo mondo sarà opera costosa ed avrà il prezzo del suo sangue.
Giovanni, nel suo racconto della Passione, non narra dell’agonia nell’orto di Getsemani; in Giovanni, Gesù va in quell’orto solo perchè sa che Giuda verrà lì, e lì liberamente si consegna; per Giovanni la vera agonia del Messia è qui; qui subisce l’attacco della paura, il desiderio di fuga (“E che devo dire, passi da me quest’ora”?) e qui avviene la sua piena consegna nelle mani del Padre. E’ qui che Gesù dice una parola di totale e definitiva compromissione: Padre, glorifica il tuo nome! Cioè, “Padre, rendimi capace di attraversare quest’ora mostrando la tua gloria” e lo sappiamo, per Giovanni la gloria di Dio non è gloria di trionfo ma è la gloria paradossale di un Crocefisso; è lì, sulla croce, che Gesù dirà davvero chi è Dio , lì griderà al Padre il suo amore perchè gli uomini riconoscessero il suo amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1). Sul momento quei greci non ricevono risposta, ma la risposta vera la riceveranno poi: dalla croce Cristo attirerà tutti a sè. E’ alla croce che il Figlio di Dio dà “appuntamento” a tutti gli uomini.
Da lì scaturirà il giudizio; scaturirà cioè il discernimento di tutto; la croce dirà la verità su tutto. Le braccia spalancate del Crocefisso possono essere colte come braccia che accolgono e danno perdono e pace…ma quell’Uomo con le braccia spalancate, e inchiodato al legno degli infami, può essere colto da altri come stoltezza infinita di un’impotenza incapace di salvare, che ha posto nella potenza la sua fiducia.
La croce svela tutto: ci dice chi è il Padre (è il Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito ; Cfr Gv 3, 16), ci dice chi è il Figlio Gesù (è colui che ha amato fino all’estremo ; Cfr Gv 13,1); ci dice chi sono i discepoli (sono coloro che fuggono tranne il discepolo amato che lo segue fino al Golgotha; cfr Gv 18,8 e 19,26); ci dice chi è il mondo (è tutto ciò che ha inchiodato il Figlio al legno dei maledetti ma che, essendo oggetto dell’amore di Dio , deve essere attratto dal Figlio; cfr Gv 12,32).
La via dell’ora è dunque chiara ma è costosa …infatti in questo passo di Giovanni, Gesù consegna alla Chiesa – e oggi consegna a noi in questa Quinta domenica di Quaresima – la parola sul chicco di grano che deve cadere a terra e morire per dare frutto…Se nei Sinottici il chicco sparso dal Seminatore è la Parola dell’Evangelo, qui in Giovanni, il chicco di grano che deve scendere nella terra e spezzarsi, provare l’orrore della morte per dare vita, è una metafora potente e dolcissima di ciò che Gesù è venuto a fare: Padre, per questo sono venuto ! esclama Gesù in questo racconto giovanneo. Gesù si abbandona all’ora ed è pronto per entrare nella Passione che sarà amore fino all’estremo … Lo straordinario è che Gesù invita anche noi a seguirlo: Se uno mi vuol servire mi segua e là dove sono io sarà anche il mio servitore. Stare dove è Lui: certo, nell’intimità del Padre ma prima, stare dove Lui è, è stare sulla croce di un amore costoso .
Una parola questa che il Quarto Evangelo dice con forza a chi già si proclama Chiesa di Cristo, a coloro che, come noi, si proclamano suoi discepoli e “servitori ”; insomma, non si può seguire Gesù e “amare” la propria vita, pensare di “salvarla”, di preservarla, di metterla “sotto chiave” perchè nulla e nessuno la tocchi! Si può essere di Gesù solo se si è disposti a donare la vita, fino all’estremo e senza compromessi, senza “barare”; è necessario entrare nell’ora del Figlio dell’uomo!
Solo così il principe di questo mondo, il diavolo, il divisore, verrà gettato fuori dalla storia; Gesù l’ha fatto, l’ha gettato fuori perchè il diavolo è brama di potere, di prevaricazione, è “salvare stessi” a prezzo degli altri, che si possono e devono “perdere” per i “miei interessi”… Gesù ha gettato fuori il principe di questo mondo, perchè è stato pronto a chinarsi ai piedi degli uomini, a contatto con le loro miserie e vergogne…chi sta ai piedi dei fratelli, chi, come il chicco di grano, è disposto a cadere in terra per dare frutto, getta fuori il principe di questo mondo, colui che presiede la mondanità e proclama di continuo le buone ragioni dell’ “ego”, le buone ragioni della “propria vita”, delle “proprie cose”, dei “propri progetti” al di sopra di tutto…anche di Dio…anzi, prima di tutto, al di sopra di Dio!
Eccoci pronti, dunque, ad entrare nella Santa Settimana ma non per ripetere riti antichi e suggestivi, ma per decidere di dare accesso all’ora di Gesù nelle nostre vite!
E sarà la Pasqua del Signore !

 

Natale del Signore – Una celebrazione!

CELEBRARE IL NATALE

Notte Is 9, 1-3.5-6; Sal 95 ; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14 Aurora Is 62, 11-12; Sal 96 ; Tt 3, 4-7;

Lc 2, 15-20 Giorno Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18

E’ ancora Natale! Non una “commemorazione” ma una celebrazione ! Celebrare il Natale è andare a Betlemme come i pastori con lo slancio del cuore perché la gloria di Dio ancora trovi la nostra carne e perché sia annunziata la pace a questo mondo che non ha pace. Celebrare il Natale è dare accesso a quella gloria ai nostri giorni di carne senza cercare evasioni; celebrare il Natale è dare credito a quella Parola che in Gesù ha detto la parola estrema da cui non si può più prescindere per conoscere Dio e noi stessi; celebrare il Natale è contemplare l’umanità di Dio, da Betlemme al Calvario e fino al sepolcro di Gerusalemme, perché essa ci insegni a vivere in questo mondo; celebrare il Natale è essere disposti a vivere in questo mondo come Gesù. Il Natale, mostrandoci l’amore di Dio, che ci ha cercati fino a diventare carne e sangue, ci chiede di non credere alle parodie d’umanità che il mondo ci propone, ma di fidarci dell’uomo nuovo apparso nella storia in quella notte di Betlemme e che non si è stancato di noi, tanto da voler restare con noi “fino alla fine dei secoli” (cfr Mt 28,20). Natale o si celebra così o invariabilmente diventerà una festa pagana e blasfema in cui Dio ancora non troverà posto e in cui, non essendoci spazio per la gloria, la pace non potrà irrompere.

La Santa Scrittura è la grande strada su cui la Parola di Dio è avanzata verso l’uomo e la sua storia; lì, nella rivelazione fatta a Israele, Dio aveva cercato l’umanità, il popolo che aveva scelto, aveva cercato le vie della comunicazione con la sua creatura; Dio era entrato nella storia dicendo una parola ad Abramo: “Vattene dalla tua terra e vai dove io ti indicherò” … poi aveva rivelato ai suoi figli una parola sempre più esigente: a Mosè quella parola d’alleanza era stata data su tavole di pietra, poi era diventata grido di monito o carezza di consolazione nei profeti, era diventata strada di preghiera nei salmi, si era insinuata tra le parole della sapienza umana … ma Dio ama la pienezza e promette perché sogna i compimenti. Così il suo “dirsi” all’uomo cercò l’estremo, la vicinanza più estrema e intima: cercò la carne stessa dell’uomo, l’uomo stesso.
Il sogno di chiunque ami è essere uno con l’amato e questo sogno, tra noi uomini è destinato sempre ad avere un margine di irrealizzabile; bisogna saperlo perché altrimenti si sognano amori fusionali che divengono malati … per Dio però fu diverso perché l’unità non è “fusione”: il suo sogno di essere uno con l’uomo, suo amato, si realizzò per la potenza del suo amore …
Il Natale è la celebrazione di questo inveramento del sogno di Dio: essere uno con noi! Gesù è proprio questo: Dio fatto uno con l’uomo!
In Lui, Dio e uomo, è fatta alleanza per sempre tra Dio e l’umanità; in Lui, Dio e uomo, quella parola che aveva cercato Abramo, aveva parlato ai Patriarchi, s’era consegnato nelle tavole di pietra a Mosè, aveva ammonito e consolato nei Profeti, aveva cantato in Davide, aveva letto la storia con le armi dell’umana sapienza , quella parola inizia a “parlare”, incredibilmente, in un “infante” (parola che, alla lettera, significa “che non parla”!), la parola si è fatta carne in quell’ infante … la parola di Dio così si rivolge all’uomo con la categoria più accessibile all’uomo, la vita di un uomo … certo, anche nelle parole di quell’Uomo, ma soprattutto in quello che Lui sarà, dalla mangiatoia di Betlemme, fino al legno del Golgotha … e non sarà un caso che quella Parola eterna di Dio che è Gesù viene consegnata, tra due estremi di silenzio di parole: l’infante avvolto in fasce ed il crocefisso che muore senza parole ma con un grido inarticolato (cfr Mc 15, 37).
E’ come se l’Evangelo volesse dirci di guardare a tutta l’umanità di Gesù: coglieremo l’estrema parola del Padre … Gesù è l’ultima parola, e non solo per le cose che disse, ma soprattutto per quello che fu la sua piena e meravigliosa umanità.
Stanotte la Lettera a Tito l’ha detto con chiarezza disarmante: E’ apparsa la grazia di Dio apportatrice di salvezza a tutti gli uomini che ci insegna … a vivere in questo mondo con sobrietà, giustizia e pietà …
La Parola si fatta carne per insegnarci a essere carne … si è fatta uomo per insegnarci ad essere uomini !
Gesù, la Parola fatta carne, è nato a Betlemme perché Dio voleva solo una cosa: che quell’uomo, suo Figlio, ci narrasse la sua verità di Padre e, narrandoci la verità di Dio, potesse insegnarci ad essere uomini per davvero (E’ venuto ad insegnarci a vivere in questo mondo ha scritto Paolo a Tito!)
Chiunque si chiede “Chi è Dio?” deve guardare a Gesù! Chiunque si chiede “Chi è l’uomo?” deve ugualmente guardare a Gesù!
Sulla mangiatoia di Betlemme gli angeli stanotte cantano: Gloria a Dio e pace agli uomini che Dio ama. La vera gloria di Dio è lì, in quel bambino appena partorito … la gloria è la presenza che salva, la presenza “pesante” che salva (il termine “gloria ” in ebraico contiene in sé l’idea di “peso ”!)… e quell’esile carne di neonato è “pesante ” perché è Dio ma come nessuno se l’aspettava.
La presenza della Gloria nel Figlio di Maria è apportatrice di pace, quella vera, quella che viene dall’alto; gli angeli del Natale, infatti, non si fermano a cantare la gloria di Dio, ma sono i primi evangelizzatori perché portano l’evangelo della pace! Consegnano questo evangelo ai pastori, simbolo di un’umanità povera ed errante! I pastori capiscono solo una cosa: bisogna andare a Betlemme per incontrare la gloria di Dio, per “vedere la Parola” (come dicevano i Padri con un bellissimo paradosso!), e per lasciare che la pace possa iniziare a camminare tra gli uomini!
Celebrare il Natale è questo andare a Betlemme con lo slancio del cuore perché la gloria di Dio ancora trovi la nostra carne e perché sia annunziata la pace a questo mondo che non ha pace .
Celebrare il Natale è dare accesso a quella gloria ai nostri giorni di carne senza cercare evasioni; celebrare il Natale è dare credito a quella Parola che in Gesù ha detto la parola estrema da cui non si può più prescindere per conoscere Dio e noi stessi; celebrare il Natale è contemplare l’umanità di Dio, da Betlemme al Calvario e fino al sepolcro di Gerusalemme, perché essa ci insegni a vivere in questo mondo; celebrare il Natale è essere disposti a vivere in questo mondo come Gesù.
Il Natale, mostrandoci l’amore di Dio, che ci ha cercati fino a diventare carne e sangue, ci chiede di non credere alle parodie d’umanità che il mondo ci propone, ma di fidarci dell’uomo nuovo apparso nella storia in quella notte di Betlemme e che non si è stancato di noi, tanto da voler restare con noi fino alla fine dei secoli (cfr Mt 28, 20).
Natale o si celebra così o invariabilmente diventerà una festa pagana e blasfema, in cui Dio ancora non troverà posto e in cui, non essendoci spazio per la gloria, la pace non potrà irrompere.