XVI Domenica del Tempo Ordinario – La zizzania non deve essere strappata

Grano e zizzania

 

LA PAZIENZA DI DIO, LA SPERANZA DELLA CHIESA 

Sap 12, 13.16-19; Sal 85; Rm 8, 26-27; Mt 13, 24-43

 

Grano e zizzania

Grano e zizzania

Ancora una parabola, anzi tre parabole, anche se pare che quella della zizzania prenda tutto il campo! Tre parabole certamente collegate, e con una spiegazione “a scoppio ritardato” della prima parabola. Come per la spiegazione della parabola del seminatore, anche questa spiegazione non risale a Gesù, ma alla comunità di Matteo e alle sue esigenze storiche; e anche questa spiegazione – dobbiamo dire la verità, come nel caso della parabola del seminatore – sposta l’attenzione dal vero centro della parabola.

Il problema della parabola della zizzania è un problema serio che agitava le comunità degli inizi come agita, in qualche modo, anche le comunità cristiane di oggi, anche se – dobbiamo dire con rammarico – noi sembriamo meno agitati rispetto a quelle prime generazioni cristiane. Forse siamo, drammaticamente, più abituati alla presenza del male tra di noi. Il problema, infatti, è lo scandalo dei peccati dopo il battesimo, lo scandalo del male che può abitare anche la Chiesa.

In primo luogo la parabola mette in guardia sul fatto che la Chiesa non è la comunità dei puri, degli eletti, degli uomini già salvati…no! La Chiesa è la comunità dove ci si può salvare. La presenza della zizzania non può essere nè deve essere una sorpresa, e neanche deve essere letta come un segno di impotenza della Parola dell’Evangelo di salvare gli uomini. Anche qui, come nella parabola del seminatore, Matteo affronta il rischio, che tanti corrono, di pensare che la Parola sia “inefficace”: se c’è la zizzania, incarnata in alcuni che hanno ricevuto la Parola e che si sono impiantati nel terreno della Chiesa, vuol dire per caso che la Parola non abbia forza sufficiente a cambiare il volto della terra?
Questa è una domanda drammatica, e la parabola vuole dare una risposta.

Così il primo problema che la parabola affronta è la presenza di servi zelanti ed impazienti che vorrebbero anticipare il giudizio di Dio con il loro giudizio; la parabola rimanda il giudizio alla fine, ma ha un altro centro: il cuore della parabola, mi pare, non è la presenza della zizzania (è un fatto facilmente constatabile!), e neanche il fatto che nel futuro giudizio il buon grano sarà separato dalla zizzania! Il centro della parabola sta nel fatto che oggi la zizzania non deve essere strappata.

Come sempre anche questa parabola è scioccante: lo scandalo è la pazienza di Dio che si colloca al di là di ogni intolleranza.
Forte era il problema dell’intolleranza ai tempi di Gesù: i farisei e gli esseni, infatti, propendevano ad una rigida separazione tra puri ed impuri: essi pensavano che l’instaurazione del Regno di Dio sarebbe avvenuta attraverso questa rigida separazione.
In fondo la stessa predicazione del Battista si spingeva su queste rive quando gridava: “La scure è posta alla radice…”, e che il Messia sarebbe venuto impugnando “il ventilabro per separare il grano dalla pula” (cfr Mt 3, 10.12).
La Chiesa dei primi secoli fu anch’essa tentata da questa logica che – diciamoci la verità – è una logica facile, anche se altamente illusoria perché i puri non esistono…addirittura nella Chiesa antica ci fu un tempo in cui si discusse circa la possibilità di ottenere il perdono per i peccati commessi dopo il Battesimo.

La pratica di Gesù va in tutt’altra direzione, tanto da scandalizzare i farisei e da far sorgere dubbi persino nel Battista che manda a chiedere a Gesù se è proprio lui il veniente (cfr Mt 11,3): Gesù infatti frequenta i peccatori e i pubblicani, e siede a mensa con loro (cfr Mt 9, 10-13); Gesù ha tra i suoi discepoli un traditore; Gesù frequenta donne di dubbia fama (cfr Lc 8, 1-3) e si fa toccare da una pubblica peccatrice (cfr Lc 7, 36-50).
Gesù chiede conversione, ma non segue nessuna logica di separazione e di contrapposizione tra puro e impuro: la parabola della zizzania altro non è che l’adozione di quella “politica” e logica di Gesù nella vita della Chiesa e nella vita della comunità dei discepoli. Una logica – quella che la parabola ci trasmette – tanto “altra”, tanto difficile a portarsi, che la Chiesa non è stata capace di realizzare neanche in epoca apostolica.
Si pensi a Paolo che, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto, comanda alla Chiesa di “sradicare” da sé uno colpevole di incesto, di espellerlo dalla comunità (cfr 1Cor 5,5): l’Evangelo di oggi giudica dunque questa pagina di Paolo, e dichiara che l’Apostolo non seguì la via di Gesù che chiede di lasciare il giudizio ultimo a Dio, e di lasciare nel campo della Chiesa il buon grano assieme alla zizzania.

Nell’oggi della Chiesa è così: il grano sta assieme alla zizzania, non può essere diversamente… la Chiesa è così, e così diventa luogo di pazienza e di fraterna carità, poiché l’attesa ed il rinvio del giudizio custodiscono, forse, una speranza incredibile: la zizzania potrebbe trasformarsi.
Certo, biologicamente, la zizzania mai diventerà buon grano, ma nel “paese” della grazia, sul terreno della Chiesa di Cristo, questo potrebbe anche avvenire…
Allora l’attesa è il tempo della Chiesa, in cui non bisogna essere impazienti, ma è anche il tempo della speranza e dell’intercessione. L’attesa che Dio chiede ci suggerisce che il Regno è presente, ma è anche realtà in divenire, realtà dinamica…
La Pasqua del Figlio ha vinto il male in radice, ma non ha eliminato le sue conseguenze: vi è un “contagio” del male che infetta il terreno santo della Chiesa, perché in esso ci sono gli uomini feriti e avvelenati da quel contagio.

Le due brevi parabole che Matteo narra tra la parabole della zizzania e la sua spiegazione, le parabole cioè del granello di senape e del lievito, ci vogliono rendere convinti dell’incredibile potenza dell’Evangelo…
D’altro canto, proprio la storia di Gesù, finita così male, sembra piccola cosa, insignificante per la grande storia che neanche se n’è accorta; eppure ha in sé una “potenza” tale da trasformare la storia, proprio come il pizzico di lievito o il piccolo granello di senape: guai a chi si fa accecare dalla grandezza, guai a chi disprezza la piccolezza…
Nella storia c’è il seme del Regno che è la Chiesa, piccola e povera perché peccatrice e colma di zizzania; ma quel seme del Regno porterà al Regno!
Di questo i cristiani devono essere certi, senza però perdere la tensione verso la purificazione della Chiesa; questa però non si ottiene sradicando gli altri dalla Chiesa, ma sradicando il male dal proprio cuore, e lottando, anche dolorosamente, per giungere a questo sradicamento.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XI Domenica del Tempo Ordinario – Seminare il Regno

  I SERVI DEL REGNO SEMINANO DIO NEI SOLCHI DELLA STORIA

Ez 17, 22-24; Sal 91; 2Cor 5, 6-10; Mc 4, 26-34

Parabole potentemente umili…come al solito è un paradosso ma funzionale a condurci nell’altrove” di Dio; con queste parabole, che sono nel quarto capitolo dell’Evangelo di Marco, Gesù vuole farci capire che le “cose” del Regno di Dio non funzionano con i meccanismi soliti, quelli del mondo; non funzionano con i tempi del mondo, con i suoi ritmi, con le sue proporzioni. Insomma, sbaglia molto chi, nelle “cose” di Dio, nelle “cose” del Regno, volesse applicare quei parametri mondani; chi lo facesse, alla fin fine non solo rimarrebbe deluso ma soprattutto rischierebbe di snaturare le opere dell’Evangelo, rischierebbe di far diventare le opere per il Regno, le opere della Comunità cristiana, opere meramente mondane, misurate con i criteri del numero, del successo, del “marketing”, della popolarità, della visibilità…opere misurate tremendamente come “eventi” (parola terribile e sviante del vuoto linguaggio dei media per cui ogni stupidaggine è “evento”!)…

La prima parabola, che riprende il linguaggio di Ezechiele dell’oracolo che è stato la prima lettura di questa domenica, ci dice che il Regno è “fuori” dalla nostra potenza e dal nostro protagonismo; i servi del Regno sono quelli che soprattutto sanno seminare il Regno nei solchi della storia e sanno vivere e mostrare la capacità dell’ attesa.

In primo luogo devono seminare il Regno…non altro! A volte si corre il gran rischio, come Comunità cristiana, di seminare altre cose, altri “semi”, altre attese; si rischia (o peggio si sceglie deliberatamente!) di mettersi al servizio di ciò che è gradito al mondo, di ciò che serve alla propria visibilità, al proprio prestigio; si seminano parole banali e “religiose” dette per dovere e per… “mestiere”; si seminano catechesi a cuori non evangelizzati  e riti ad assemblee che hanno perduto –o mai avuto! – il “brivido” della risurrezione e la passione per l’Evangelo. Questi sono semi infecondi perchè non sono semi del Regno; i veri semi del Regno hanno una potenza che non dipende più dal seminatore, hanno il potere di germinare, a loro tempo, con fioriture inaspettate e di bellezza imprevedibile.

Non può, a tal proposito, non venirci in mente la vicenda di Fratel Charles De Foucauld: la sua intuizione, tutta evangelica, lo vide morire da solo, senza nessun seguace, senza nessuno che allora avesse il coraggio di condividere il suo ideale; Fratel Charles, però, aveva seminato nei solchi della storia il suo , la sua obbedienza, la sua sottomissione…tutti veri semi del Regno…dopo decenni dalla sua morte (che era apparsa allora come la fine di un eroico “sognatore” dell’impossibile…)la sua esperienza è fiorita in migliaia di vocazioni di uomini e donne che hanno raccolto quel suo ; Fratel Cahrles aveva seminato il Regno, non “altro”, non se stesso… “Dorma o vegli…” E’ così!

La Parola dell’Evangelo oggi ci chiede di aver fiducia nel Regno, nelle sue vie, e di lanciare quelle nei solchi della storia; d’altro canto il Regno è Gesù. Lui è il “chicco di grano che caduto in terra muore e produce frutto” (cfr Gv 12 24).

L’altra parabola è quella del seme di senape e della sua piccolezza…il Regno è così! Dovremmo lasciarci istruire e toccare nel profondo da questa parola di Gesù per abbandonare ogni pretesa di grandezza, di visibilità a tutti i costi, ogni pretesa di “contare” per il mondo, di avere appariscenza, ogni pretesa di agire nella storia grazie alla potenza dei mezzi e delle strutture!

La parola sul granellino di senape è parola di rivelazione: ci dice cosa è davvero il Regno e in che parametri deve misurarsi chi vuole essere del Regno! E’ veramente necessario che ci convinciamo di questa piccolezza, di essere “piccolo gregge” (cfr Lc 12,32). E’ una piccolezza che genera  Grazia; è una piccolezza che diviene rifugio dei deboli, è una piccolezza che offre “casa” (gli uccelli fanno il nido), è una piccolezza che accoglie! Sì, perchè solo la piccolezza sa accogliere davvero; la grandezza, abbagliata da se stessa, spesso ne è incapace ed alza muri di indifferenza  e di sospetto, non ha rami capaci di aprirsi a farsi “nido” per chi nido non ha!

Il Regno di Dio viene ogni qual volta la piccolezza si fa accoglienza di Dio e dei suoi progetti e si fa accoglienza dell’altro e del suo bisogno! Ogni qual volta la piccolezza dei mezzi e delle apparenze non è vista con disprezzo dai credenti, ogni qual volta dinanzi alla piccolezza del “visibile” ci si ricorda che Colui che chiamiamo Signore è nato tra l’indifferenza dei grandi e dei potenti ed è morto disprezzato e “maledetto” condannato da grandi e potenti.

Per il mondo tutto questo è stoltezza (cfr 1Cor 1, 22-25), è piccolezza ed insignificanza ma gli occhi di Dio guardano in modo del tutto diverso e, dove c’è piccolezza vedono grandezza e dove c’è pretesa grandezza e arroganza vedono miseria!

La domanda da farsi con sincerità è dunque: “Da chi vogliamo essere guardati? Sotto quale sguardo vogliamo camminare?”




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XVI Domenica del tempo ordinario – Grano e zizzania

UN INVITO ALLA PAZIENZA

 Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27; Mt 13, 24-43

 

Siamo ancora nel paese delle parabole e Matteo ci conduce ad incontrare, persino in questo paese meraviglioso, nato dalla sapienza di Gesù,  il mistero del male. Nel mondo visitato dal Seminatore che, senza né avarizia né calcolo, getta il seme della Parola che rinnova, non solo c’è la non-accoglienza della Parola ma c’è pure il proliferare del male che si le si oppone ed infesta la terra degli uomini.

Il mistero del male ha sempre interpellato gli uomini e soprattutto gli uomini che credono in Dio o vogliono credere in Lui. Dov’è Dio mentre il male flagella ed uccide l’uomo, dov’è Dio mentre il male uccide i giusti e gli innocenti? Il secolo appena trascorso con i suoi orrori, dai lager della shoà ai gulag sovietici, dalle foibe alle guerre spietate e di sterminio, ha posto l’uomo credente dinanzi a questo proliferare di un male “diabolico” e contraddicente in cui il silenzio di Dio si è fatto pesante e per tanti doloroso fino all’estremo, fino a far “morire Dio” nei loro cuori!

La parabola della zizzania affronta il problema del male ma non ha la pretesa di risolverlo né tanto meno di dare risposte esustive ed a tutto spettro …

Il male c’è ma non si possono chiudere gli occhi sulla sua realtà; il problema è come vivere il tempo della storia che è segnato dalla compresenza del male e del bene la prima cosa che la parabola ci dice è che non esistono due campi: uno di buon grano ed uno di zizzania (parola che il greco deriva, stranamente, dall’ebraico rabbinico “zun-zunim” dalla radice “znh” che significa “prostituirsi” nel senso che è grano imbastardito, degenerato!); grano e zizzania sono nello stesso campo e sono l’uno accanto all’altro. La parabola ci invita con fermezza alla pazienza; la zizzania non si deve sradicare e non solo perché si danneggerebbe il buon grano (sarebbe solo una decisione utilitaristica!!) e neanche perché i due non si distinguono bene l’uno dall’altro, ma perché tra il tempo della semina-crescita e il raccolto c’è un tempo che potremmo definire tempo della pazienza, tempo della speranza o, come dice San Girolamo, è il tempo in cui si deve dar spazio alla penitenza. In altre parole, in questo tempo intermedio è concesso a tutti far penitenza, non si deve cedere alla tentazione di dare giudizi definitivi; lo stesso buon grano rischia di essere sradicato dalla pretesa di emettere giudizi cattivi e definitivi. Sia chiaro: non si tratta di non dare giudizi nell’illusione che la zizzania sia buon grano! Questa è cecità, non misericordia; è stoltezza e non pazienza, è buonismo e non “macroitimìa” (“sentire in grande”, “grandezza d’animo”)! E’ il giudizio definitivo ed anticipato che non spetta a nessuno! La storia deve essere attraversata da grande speranza.

L’autore del Libro della Sapienza, nel tratto che si ascolta in questa domenica, dice parole già di forte sapore evangelico, parole che certo hanno abitato il cuore di Cristo: Tu giudichi, Signore, con mitezza … con molta indulgenza … così hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini e hai reso i tuoi figli pieni di una dolce speranza perché tu concedi, dopo i peccati, la possibilità di pentirsi.

C’è allora un tempo che va riempito di attesa paziente e misericordiosa, di attesa colma di speranza … una speranza che non ha fondamento “botanico”: la vera zizzania non si cambia mai in buon grano! … Nel paese delle parabole, però, accadono cose strane: padri che non dicono neanche una parola di rimprovero al figlio sciagurato e scialacquone (cfr Lc 15, 22-24), pastori che danno la vita per le pecore (cfr Gv 10,11; in genere i pastori degli altri paesi le pecore le sfruttano e se le mangiano) e lasciano novantanove pecore per cercare una perduta (cfr Lc 15,4), dannati che si preoccupano di non far andare altri all’inferno (cfr Lc 16,27-28) … il paese delle parabole è un paese strano perché è il paese dei sogni di Dio … è il paese in cui ci viene donata quella dolce speranza che il sogno di Dio, in Gesù, può diventare storia. Le parabole ci invitano ad entrare in questa logica “illogica” di Dio … La via che le parabole ci invitano a percorrere è strana per il mondo ma è alimentata da una virtù oggi rarissima ed anche per noi credenti: la pazienza. Non a caso tra la parabola della zizzania e la sua spiegazione Matteo pone due brevissime parabole-paragoni: quella del granellino di senapa e quella del lievito: c’è una piccolezza, una pochezza, che deve pazientare per diventare altro ed essere al servizio di altri (gli uccelli che trovano rifugio tra i rami della senapa cresciuta e la massa della pasta che tutta benefica dalla forza del lievito); sia l’uomo che semina il granellino do senapa, sia la donna che impasta hanno tutti e due un tempo da vivere nell’attesa, un tempo di pazienza, un tempo in cui vivere di una dolce speranza. La speranza è la grande virtù che anima il presente; guarda al futuro ma questo sguardo riempie di bellezza il presente. Un presente in cui bisogna avere la pazienza non solo dell’attesa ma anche quella di vedere accanto grano e zizzania e, a volte, inestricabilmente vicini; un tempo in cui si deve sospendere ogni velleità d’una Chiesa di puri, di una umanità beata! La spiegazione che Matteo dà della parabola della zizzania ci porta al termine di questo tempo di attesa, ci conduce alla fine. La mietitura – dice il testo – è la fine del mondo ma per “mondo” non c’è la parola “kòsmos” ma “aiòn” che si deve tradurre più precisamente con “tempo” … è la storia che finisce e si versa nell’eterno e allora non c’è più tempo di attesa, di speranza … allora c’è giudizio definitivo che chiamerà le cose con il loro nome appunto definitivo … per l’ Evangelo sarà tale per sempre solo in quel giorno in cui i giorni finiranno. Nel frattempo è necessario nutrire la speranza anche dinanzi alla terribile, infestante zizzania. Possiamo dire che questa pagina è così difficile che la Chiesa ha faticato tantissimo a comprenderla e a viverla: è continua la tentazione di sradicare la zizzania, è continua la tentazione dei giudizi definitivi, è continua la tentazione di difendere i buoni dalla zizzania sradicandola! Per consolarci pensiamo che persino Paolo ordina ai cristiani di Corinto di sradicare la zizzania di un certo incestuoso che era scandalo e inciampo in quella Chiesa; l’Apostolo chiede che sia espulso dalla comunità e consegnato a Satana (cfr 1Cor 5,1-5).

Come è difficile percorrere le vie dell’Evangelo, come è duro difendere legittimamente la vita delle comunità e contemporaneamente custodire questa parola scomoda dell’Evangelo, come è difficile pazientare e attendere con speranza!

E’ una grande sfida!




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V Domenica di Quaresima – Come il chicco

LA CROCE CI DICE TUTTO

Ger 31, 31-34; Sal 50; Eb 5, 7-9; Gv 12, 20-33

 

E’ giunta l’ora…”
Questa ultima domenica di Quaresima ci proclama che il compimento è alle soglie…i giorni santi della Pasqua sono prossimi…è una vigilia carica di una grande tensione di attesa; sarebbe poco, però, se questa tensione riguardasse solo l’attesa di giorni, certo santissimi, di liturgie, certo profonde, di gesti antichi, certo carichi di esigenze evangeliche…sarebbe pocoperchè l’ “ora” di Gesù è già scoccata; celebrare la Pasqua è ripetersi con forza che l’ora di Gesù è il nostro oggi; ogni nostro giorno, tutta la nostra vità è ormai l’ora di Gesù.
E dunque ci chiediamo: tensione verso che cosa?
Verso quei compimenti a cui ciascuno di noi deve dare accesso; oggi è tempo di nuovi compimenti dell’evangelo che portino l’ora di Gesù, che è già scoccata, nei punti più segreti e profondi delle nostre vite; è l’ora di dire dei e dei no che riguardano questo oggi preciso, quest’epoca della nostra vita contrassegnata da questa grazia, da queste fragilità, da questi peccati, da queste gioie, da queste abitudini buone e da queste abitudini cattive, da queste malattie e da questi sogni, da questi slanci e da queste viltà…in tutte queste cose, ciascuno deve dirsi: E’ l’ora di Gesù …
E’ ora in cui è necessario deporre se stessi per lasciarsi portare dal Signore Gesù lì dove Lui è … è ora in cui “rifare” quell’alleanza che è il fondamento della nostra vita di credenti…è ora in cui Dio sia Dia e, come ha scriito Geremia nel passo di oggi, noi siamo suo popolo; con tutto ciò che questo significa.
Alle soglie dei giorni santi della Grande Settimana, quest’anno la liturgia, per condurci a questo rinnovamento dell’Alleanza, ci presenta un racconto di Giovanni che ha dell’enigmatico: alcuni greci, dei pagani, dunque, degli uomini provenienti dai Gojm, si accostano al gruppo di Gesù e fanno una domanda precisa: Vogliamo vedere Gesù! Quando Filippo ed Andrea vanno a riferirlo a Gesù, piomba su Gesù la paura e la trepidante attesa dell’ora che si rivela imminente; di quell’ora che, fin dal principio del Quarto Evangelo, era come sospesa su Gesù e su tutta la storia. Gesù, infatti, trasale turbato all’annunzio dei due discepoli che dei greci lo cercano; perchè? Perchè era comune coscienza, al tempo di Gesù, che quando i pagani avrebbero cercato il Messia , quella sarebbe stata l’ora della rivelazione piena del Messia. E Gesù sa che quell’ora sarebbe stata sì ora di nozze ma di nozze di sangue ; Gesù sa che gettare fuori il principe di questo mondo sarà opera costosa ed avrà il prezzo del suo sangue.
Giovanni, nel suo racconto della Passione, non narra dell’agonia nell’orto di Getsemani; in Giovanni, Gesù va in quell’orto solo perchè sa che Giuda verrà lì, e lì liberamente si consegna; per Giovanni la vera agonia del Messia è qui; qui subisce l’attacco della paura, il desiderio di fuga (“E che devo dire, passi da me quest’ora”?) e qui avviene la sua piena consegna nelle mani del Padre. E’ qui che Gesù dice una parola di totale e definitiva compromissione: Padre, glorifica il tuo nome! Cioè, “Padre, rendimi capace di attraversare quest’ora mostrando la tua gloria” e lo sappiamo, per Giovanni la gloria di Dio non è gloria di trionfo ma è la gloria paradossale di un Crocefisso; è lì, sulla croce, che Gesù dirà davvero chi è Dio , lì griderà al Padre il suo amore perchè gli uomini riconoscessero il suo amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1). Sul momento quei greci non ricevono risposta, ma la risposta vera la riceveranno poi: dalla croce Cristo attirerà tutti a sè. E’ alla croce che il Figlio di Dio dà “appuntamento” a tutti gli uomini.
Da lì scaturirà il giudizio; scaturirà cioè il discernimento di tutto; la croce dirà la verità su tutto. Le braccia spalancate del Crocefisso possono essere colte come braccia che accolgono e danno perdono e pace…ma quell’Uomo con le braccia spalancate, e inchiodato al legno degli infami, può essere colto da altri come stoltezza infinita di un’impotenza incapace di salvare, che ha posto nella potenza la sua fiducia.
La croce svela tutto: ci dice chi è il Padre (è il Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito ; Cfr Gv 3, 16), ci dice chi è il Figlio Gesù (è colui che ha amato fino all’estremo ; Cfr Gv 13,1); ci dice chi sono i discepoli (sono coloro che fuggono tranne il discepolo amato che lo segue fino al Golgotha; cfr Gv 18,8 e 19,26); ci dice chi è il mondo (è tutto ciò che ha inchiodato il Figlio al legno dei maledetti ma che, essendo oggetto dell’amore di Dio , deve essere attratto dal Figlio; cfr Gv 12,32).
La via dell’ora è dunque chiara ma è costosa …infatti in questo passo di Giovanni, Gesù consegna alla Chiesa – e oggi consegna a noi in questa Quinta domenica di Quaresima – la parola sul chicco di grano che deve cadere a terra e morire per dare frutto…Se nei Sinottici il chicco sparso dal Seminatore è la Parola dell’Evangelo, qui in Giovanni, il chicco di grano che deve scendere nella terra e spezzarsi, provare l’orrore della morte per dare vita, è una metafora potente e dolcissima di ciò che Gesù è venuto a fare: Padre, per questo sono venuto ! esclama Gesù in questo racconto giovanneo. Gesù si abbandona all’ora ed è pronto per entrare nella Passione che sarà amore fino all’estremo … Lo straordinario è che Gesù invita anche noi a seguirlo: Se uno mi vuol servire mi segua e là dove sono io sarà anche il mio servitore. Stare dove è Lui: certo, nell’intimità del Padre ma prima, stare dove Lui è, è stare sulla croce di un amore costoso .
Una parola questa che il Quarto Evangelo dice con forza a chi già si proclama Chiesa di Cristo, a coloro che, come noi, si proclamano suoi discepoli e “servitori ”; insomma, non si può seguire Gesù e “amare” la propria vita, pensare di “salvarla”, di preservarla, di metterla “sotto chiave” perchè nulla e nessuno la tocchi! Si può essere di Gesù solo se si è disposti a donare la vita, fino all’estremo e senza compromessi, senza “barare”; è necessario entrare nell’ora del Figlio dell’uomo!
Solo così il principe di questo mondo, il diavolo, il divisore, verrà gettato fuori dalla storia; Gesù l’ha fatto, l’ha gettato fuori perchè il diavolo è brama di potere, di prevaricazione, è “salvare stessi” a prezzo degli altri, che si possono e devono “perdere” per i “miei interessi”… Gesù ha gettato fuori il principe di questo mondo, perchè è stato pronto a chinarsi ai piedi degli uomini, a contatto con le loro miserie e vergogne…chi sta ai piedi dei fratelli, chi, come il chicco di grano, è disposto a cadere in terra per dare frutto, getta fuori il principe di questo mondo, colui che presiede la mondanità e proclama di continuo le buone ragioni dell’ “ego”, le buone ragioni della “propria vita”, delle “proprie cose”, dei “propri progetti” al di sopra di tutto…anche di Dio…anzi, prima di tutto, al di sopra di Dio!
Eccoci pronti, dunque, ad entrare nella Santa Settimana ma non per ripetere riti antichi e suggestivi, ma per decidere di dare accesso all’ora di Gesù nelle nostre vite!
E sarà la Pasqua del Signore !

 




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