III Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Servo della Parola

 

 UNA PAROLA DIVENTATA AVVENIMENTO

Ne 8, 2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12, 12-30; Lc 1, 1-4;4, 14-21

 

L’Evangelo di questa domenica ci fa ascoltare due inizi solenni: quello dell’Evangelo stesso di Luca e quello che, lo stesso Luca, racconta come inizio della predicazione di Gesù.

Nell’elegante e classico prologo del suo Evangelo, Luca scrive di “avvenimenti”, di “testimoni oculari”, di “ricerche accurate”…insomma, l’Evangelo, che Teofilo riceve per mano di Luca, non è un trattato teologico o una serie di belle ed edificanti idee, ma è una vicenda; come abbiamo celebrato nei giorni del Natale, l’Evangelo è carne, la carne del Figlio di Dio, di Gesù di Nazareth! L’Evangelo, la Buona Notizia, è la carne di Dio che viene a vivere e a sporcarsi le mani in questa nostra vicenda quotidiana

Luca dichiara di voler raccontare questa storia di Dio con-noi e si propone di farlo grazie alla testimonianza di coloro che l’hanno vissuta, ne hanno fatto esperienza e ne hanno saputo fare una lettura nella fede.

Il destinatario ha un nome: Teofilo, in greco “che ama Dio”; questo nome non è casuale, nè, per i più, è un nome di una persona reale; è dichiarazione di una certezza che Luca ha nel cuore: può ricevere l’Evangelo e “dargli credito” solo chi ama Dio, solo chi è disposto a fidarsi di Lui per leggere nella carne di Gesù di Nazareth un Teo-evangelo, una notizia di gioia che Dio ha proclamato all’umanità.

Questi avvenimenti che Luca racconta sono divenuti Parola di Dio tanto che chi fu testimone di quei fatti è diventato servo della Parola…è strano che Luca qui usi, per “servo” la parola “iuperétai” che, alla lettera, vuol dire “rematori”, “uomini a servizio in un equipaggio”: forse Luca ha in cuore i “viaggi” della Parola per raggiungere le sponde di tutti gli uomini, quelli che ha vissuto con Paolo e che narrerà negli Atti degli Apostoli.

Il secondo solenne inizio è quello della predicazione di Gesù. Siamo al capitolo quarto dell’Evangelo; dopo il battesimo al Giordano e dopo le tentazioni affrontate e vinte nel deserto, il primo atto di Gesù (ormai a pieno consapevole di essere il Figlio amato e il Messia!) è, per Luca, “tornare a casa” in Galilea per iniziare da lì. E a Nazareth, proprio a Nazareth dove Gabriele aveva parlato a sua madre e dove il sì di lei aveva resa possibile la Parola («Avvenga in me secondo la tua parola» cfr Lc 1, 38), la Parola inizia la sua corsa e si presenta al popolo nella sinagoga!

La scena è solenne: Gesù apre il rotolo di Isaia, legge, poi si siede e commenta; attorno a Lui attenzione carica di attesa, sguardi puntati, silenzio. In questo silenzio Gesù, che ha letto le parole del profeta sul Servo (cfr Is 61, 1ss), proclama che quella parola è diventata compimento! E compimento significa avvenimento! E quell’avvenimento è Lui stesso, Gesù! Insomma, la parola di promessa che il profeta aveva pronunziato a nome di Dio ora è avvenuta. Le orecchie di coloro che ascoltano non sentono più una promessa ma sono chiamate a cogliere un evento. D’altro canto, lo sappiamo, in ebraico il termine “d’bar” significa “parola”, ma anchefatto”, “accadimento”…

Gesù è la Parola del Padre non perchè dice qualcosa ma perché è quello che è! E’ il suo esserci che “parla”, sono i suoi gesti che “dicono”, è la sua vita, in tutta la sua interezza, che è Parola definitiva di Dio!

In quel sabato di Nazareth Gesù, che aveva ricevuto al Giordano la parola di tenerezza e di rivelazione dal Padre (cfr Lc 3, 22), che era andato nel deserto ad iniziare la lotta con Satana ed aveva iniziato a riportare la vittoria su di lui anche per noi, può presentarsi come evento di liberazione e di guarigione.

Lo Spirito che su di Lui dimora “grida” anche in Lui i diritti di Dio sull’umanità e sulla storia, e Gesù è pronto a proclamare un Evangelo a chi si fa povero, a chi si fa, cioè, “cavità” per accogliere l’immensa novità della salvezza: «Lo Spirito del Signore è su di me e mi ha inviato ad annunziare ai poveri un evangelo…».

Gesù annunzia che è iniziato il tempo della grazia! Alla lettera: «Mi ha inviato…a predicare un anno gradito al Signore», a proclamare cioè che inizia un tempo che il Signore “sognava”, che il Signore gradisce, un tempo che rende lieto il Signore! E’ bellissimo! E’ un tempo in cui il Signore, attraverso il Figlio, ritroverà i figli dispersi e perduti e ne gioirà (cfr Lc 15, 32), un tempo in cui, attraverso il Figlio, potrà gridare un evangelo di libertà, di luce, di distruzione di ogni oppressione!
Gesù è tutto questo…Gesù è questo evangelo! Gesù è il “sogno” di Dio! Lui stesso!

Quando dimentichiamo che Gesù è l’evento di salvezza, che Lui è l’Evangelo, cadiamo subito in un cristianesimo incatenato e legalistico; quando crediamo che l’Evangelo sia una “nuova legge”, una serie di bei precetti religiosi e morali da adempiere per essere buoni cristiani, vanifichiamo la forza dirompente dell’Evangelo stesso, di quello vero… Vanifichiamo la libertà dell’Evangelo, libertà che si dipana incarnandosi in ogni credente con la sua incredibile ed infinita fantasia, come ci fa capire Paolo nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge.

Quando, al contrario, la Chiesa comprende che l’Evangelo è Gesù, e lo accoglie, allora inizia di nuovo un’incarnazione di Dio, un’incarnazione in quell’ora concreta della storia. La vera ed unica vocazione della Chiesa è dunque una sola: ripresentare Gesù!
Per questo Paolo parla della Chiesa come del Corpo di Cristo: il “corpo” per la Scrittura è quello che noi siamo, è la nostra visibilità, è la nostra concretezza. Per far ciò bisogna cedere il proprio “terreno” a Gesù, alla sua piena umanità che racconta Dio, permettendo così a Dio di mettere ancora la sua tenda nella storia degli uomini!

E’ necessario però lasciarsi ferire da Cristo: l’uomo nuovo, che in Gesù si presenta a noi, deve ferire a morte l’uomo vecchio che è in noi! E ci si fa ferire solo se si ascolta in modo compromettente Gesù; e bisogna farlo oggi!
Guai, infatti, a chi vive una vita cristiana fatta di rimandi e di “tempi migliori”, al passato e al futuro: i “tempi migliori” possono essere sia quelli che si rimpiangono sia quelli che si attendono per prendere decisioni.
Dio, in Gesù, viene a cercarci nell’oggi, in ogni oggi; l’oggi, d’altro canto, è l’unica cosa che esiste! Domani non c’è, e quando ci sarà, sarà un oggi in cui dare quella benedetta risposta! L’appello di Gesù ci pressa con fermezza! Basta dirgli un pieno per entrare in quel tempo gradito a Dio: tempo di lotta, ma di bellezza; tempo di verità costose, ma anche tempo di luce e di liberazione!
Gesù è venuto per questo!
E’ il Salvatore…ma per davvero!

Abbiamo sperimentato che ci salva concretamente nei nostri oggi?
Dobbiamo dirci la verità: chi non ha vissuto questa esperienza, resta un cristiano “di facciata”, un cristiano “di religione”, un cristiano “di riti”, tutt’al più uno di quei cristiani esasperati da quella morale che diventa poi, facilmente, moralismo.
Gesù invece, è lì a dirci un evangelo, una buona notizia.

Non  ci trovi mai assuefatti o “accomodati”!
Ci trovi pronti a cogliere l’oggi di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXIX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fra voi non è così

 

O SI E’ SERVI, O NON SI E’!

Is 53, 2.3. 10-11; Sal 32; Eb 4, 14-16; Mc 10, 35-45

 

Eccoci alla terza libido: il potere.
Forse, e senza forse, è un culmine … questa forza è culmine perché serve a costruirsi, in quanto esercitare una sorta di potere su se stessi, sulla storia, sul reale, è punto di equilibrio e di capacità di essere quell’“adam” uscito dalle mani del Creatore, perché domini sul creato, sul reale. Un dominio che non è un rendere schiavo il reale, ma trasfigurarlo per umanizzarlo, per renderlo casa dell’uomo; allo stesso modo il potere su se stessi è quella capacità di dire di no a quelle dimensioni di morte e di “pre-dominio” che sono perverse e pervertenti; riguardo agli altri, il potere da esercitarsi rettamente è ciò per cui si è capaci di affermare la propria identità senza paure, senza infingimenti, senza svilirsi.

La forza della libido dominandi però può essere anche il culmine delle perversioni dell’uomo. Quando questa forza diviene idolatrica, fine a se stessa, quando ha per fine noi stessi, diviene la causa principe di ogni male, ed ha spremuto lacrime e sangue alla nostra comune umanità. E’ la libido dominandi che scatena le tirannidi, è la libido dominandi che scatena le forze delle maggioranze sulle minoranze, per annientarle ed umiliarle; è la libido dominandi, in fondo, che “infetta” l’uomo facendogli pervertire l’amore, così che l’altro diviene, anche nelle relazioni coniugali ed amicali, oggetto del mio potere!
E’ sempre la libido dominandi che disumanizza la relazione con le cose, volendo possedere per avere più potere, e sempre di più per avere ancora più potere!
E’ la libido dominandi che ha sempre scatenato le guerre, gli odii razziali, le mille e mille battaglie, per creare nemici e per divenirne vincitori!

L’Evangelo di questa domenica ci dice che questa libido così pervertente abita anche la Chiesa di Cristo, e Giacomo e Giovanni sono il “luogo” in cui si mostra questa pericolosa tendenza; proprio questi due fratelli, che il Nuovo Testamento individuerà quali “discepolo amato” (cfr Gv 13, 23) e primo tra gli apostoli a versare il sangue per Cristo (cfr At 12, 1-2), non sono nati “discepolo amato” e “martire per Cristo” … sono stati uomini che, come noi, hanno dovuto affrontare e vincere, tra lotte e cadute, quelle dominanti che vogliono schiacciarci e disumanizzarci. Nel racconto di Marco i due, in fondo, sono manifestazione di un atteggiamento con cui Gesù dovrà fare i conti sino alla fine, e con cui la sua misericordia e la sua grazia devono fare i conti in ogni epoca della storia della Chiesa, sua comunità:
Chi è che è primo?
Chi comanda?
Chi ha nelle sue mani il potere spirituale sugli altri?
Il potere nella Chiesa è più perverso che altrove. Il perché è chiaro: nella Chiesa, nelle società “religiose”, esso si può ammantare di “spiritualità”, si può ammantare di Dio, può divenire più facilmente imponibile perché sacralizzato! E’ tremendo!

Giacomo e Giovanni sono quelli che, nel passo di Marco di oggi, manifestano questo desiderio perverso di potere, ma il racconto ci fa capire che gli altri dieci non sono esenti da quello stesso peccato. Scrive infatti Marco che gli altri si sdegnarono con Giacomo e Giovanni, e non certo perché stigmatizzassero il loro desiderio di potere, ma perché quel potere lo avrebbero voluto anche loro.
Gesù, paziente, si rivolge a tutti come aveva parlato ai due fratelli. Quei due li aveva sfidati a bere il suo stesso calice ed a morire della sua stessa immersione.
Tuttavia è necessario decodificare la parola battesimo che noi, immancabilmente, riconduciamo su di un piano liturgico-simbolico-sacramentale. Gesù, infatti, chiede loro se sono pronti a lasciarsi “affogare” nella sua stessa immersione, a dare la vita. Il battesimo-immersione che Gesù sta per ricevere è l’essere sommerso dal peccato del mondo per prenderlo su di sé, per condividere il dolore e la morte che imperano nella storia. I due fratelli accolgono spavaldi la sfida, senza comprendere fino in fondo quello che stanno promettendo.
Lo capiranno con la vita, lo capiranno nella sequela di quel Rabbi che li ha afferrati!
Saranno, infatti, il primo e l’ultimo a morire per Lui: Giacomo di spada, e Giovanni di “consunzione”, lasciandosi cioè consumare dall’annunzio dell’Evangelo, in un martirio senza sangue ma testimone di un “rimanere” costoso, che sfiderà i venti e le tempeste dei decenni a venire.
Quella partecipazione al suo calice, afferma con forza Gesù, non è qualcosa che si conquista con meriti, ma qualcosa che si riceve in dono, per pura grazia. Nell’ora che il Regno verrà, alla destra ed alla sinistra del Messia crocefisso, vi saranno due ladroni: gli ultimi che potevano accampare “meriti”!

Ai dodici tutti assieme, dopo aver compreso che tutti sono accomunati da questo malsano desiderio di potere, Gesù dice una delle parole più inascoltate nella storia della Chiesa, ma anche tra le più ascoltate da chi, nella Chiesa, ha fatto davvero la differenza, facendo avvertire nella storia il profumo di Evangelo: «Quelli ritenuti capi delle genti le dominano ed i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra di voi però non è così».
Dobbiamo assolutamente sottolineare che Gesù non usa qui nessuna forma augurale o ottativa (non dice cioè: «tra voi non sia così»!).
No! Gesù usa un chiaro indicativo: Tra voi non è così!
O nella Chiesa si è servi, così come Gesù dice, o non si è Chiesa; si è altro!
La ragione non è data in modo moralistico, Gesù non è mai moralistico, ma in modo rivelativo: la ragione è Gesù stesso, la ragione è il Figlio dell’uomo e la sua scelta di servire, e di servire non facendo delle cose, ma dando la sua vita!
Il servo è tale – e lo dice anche Isaia nel celebre oracolo che oggi è la prima lettura – perché dà se stesso, senza nulla tenere per sé, senza nulla risparmiare!

L’antidoto alla libido dominandi è dunque il servire, che è donare la propria vita. L’apostolo Paolo, addirittura, nel suo inno cristologico nella Lettera i cristiani di Filippi scriverà che il Figlio di Dio si è fatto schiavo fino alla morte e alla morte di croce; schiavo significa che si è totalmente dato, alienato, offerto…non si appartiene più! Lui è la via per vincere la libidine del potere…Lui, schiavo crocefisso!

Questa sezione dell’Evangelo di Marco ci ha consegnato le tre “armi” per vincere il mondo con Gesù e come Gesù: l’amore fedele, la condivisione, il servizio come dono totale di sé! Così la sequela!

Quel che non ricerca queste vie è qualcosa che si maschera da cristianesimo, ma ne è solo una contraffazione ridicola e pervertita!

P. Fabrizio Cristarella Orestano




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Domenica delle Palme (B) – Tra l’Osanna e il Crucifige!

 

DAVVERO CI FIDIAMO DI DIO?

Is 50, 4-7; Sal 21; Fil 2, 6-11; Mc 14, 1-15, 47

L’ingresso a Gerusalemme - Giotto (Cappella degli Scrovegni - Padova)

L’ingresso a Gerusalemme – Giotto (Cappella degli Scrovegni – Padova)

Entriamo nella Grande Settimana, e vi entriamo accompagnando il Signore nel suo ingresso a Gerusalemme. E’ un ingresso solenne, enfatizzato dall’agitare palme e rami d’olivo in segno di onore: la palma segno di vittoria, l’olivo segno di pace e di letizia.
«L’olio fa brillare il volto dell’uomo», dice infatti il salmista (cfr Sal 104, 15); e con questi rami tra le mani accogliamo il Signore che viene, mite e mansueto, cavalcando un asino che era la cavalcatura dei re in tempo di pace! Accogliamo, dunque, un re di pace, e Gli diciamo che ci fidiamo della sua vittoria, che la sua venuta ci riempie di gioia.
Alle porte della Settimana Santa diciamo così al Signore: che desideriamo che entri a celebrare la sua Pasqua nelle nostre vite, nelle nostre storie, nelle nostre comunità; gli diciamo che ci facciamo terreno per la sua venuta, per la sua croce e per la sua vittoria.
Gli gridiamo osanna, un’espressione di gioia e di giubilo che, alla lettera, significa “aiuta!”: ci fidiamo, cioè, di Colui che è in alto (questo il senso di “osanna negli altissimi”!), e che solo può dare il suo aiuto.
Ma davvero ci fidiamo?
La verità è che ogni giorno c’è il rischio che l’”osanna” si trasformi in crucifige!, come ascoltiamo nel racconto della Passione: le nostre vite di credenti sono così spesso in tensione tra “osanna” e “crucifige!”…

Prima di entrare in questa Santa Settimana pasquale è bene gridare il nostro “osanna!” per accogliere il Veniente, per accogliere il Figlio amato che va incontro alla Passione. E’ bene dirgli “osanna!”, fidando del suo aiuto ad essere uomini nuovi; ma è sempre vero che dobbiamo sapere di essere povere creature a rischio di tradimento e di rinnegamento, creature che non si devono mai sentire al sicuro rispetto al Giuda o al Pietro che le abita.

La Passione secondo Marco, che oggi si proclama in tutta la Chiesa – tranne nel rito ambrosiano, dove si legge invece il passo giovanneo dell’Unzione di Betania – narra di una progressione di abbandoni Gesù è sempre più solo: dalla fuga ignominiosa dei discepoli nell’orto di Getsemani, fino al lacerante grido di dolore dinanzi all’abbandono di Dio! E in questa solitudine, Marco ci presenta la croce, perché noi possiamo contemplarla, perché noi possiamo fissarla, perché noi possiamo lasciarci prendere in quella dinamica di dono, di offerta, e di abbassamento che Paolo ha cantato nel celebre inno della sua Lettera ai cristiani di Filippi: Gesù spogliò, svuotò se stesso in un abbassamento scandaloso ed inimmaginabile per qualsiasi via religiosa!
Ci abbiamo mai pensato che la Passione, al di là della sacralità che le abbiamo dato in questi venti secoli di cristianesimo, è il racconto più anti-religioso che si possa immaginare?
Il racconto di una sofferenza: Passione, infatti, significa “sofferenza” ma lo dimentichiamo; l’abbiamo fatta diventare la designazione di un genere letterario, liturgico, musicale, narrativo… E’ il racconto di una sofferenza senza limiti di un Uomo che si confessa, nella fede, essere il Figlio Eterno di Dio, a Lui consostanziale e venuto nella nostra carne. A questo Figlio crocefisso dobbiamo volgere lo sguardo!

La Domenica delle Palme, con la sua doppia “natura” riassumibile in “osanna” e “crucifige!”, ci invita ad entrare nella celebrazione della Pasqua proprio con lo sguardo fisso in Gesù, perché possiamo essere coscienti di quale sia la nostra meta: il dono di sè, incomprensibile per il mondo, e misurato sulla misura di Cristo. Quella Croce che oggi la Chiesa mostra, nel “santo” racconto della Passione, è incredibilmente il senso di tutto, il senso della storia!

Chi svuota la croce (cfr 1Cor 1, 17), chi la “scavalca”, non potrà mai capire l’uomo nuovo; non riuscirà mai a lasciare che Dio faccia in lui una cosa nuova, che Dio pianti al cuore della sua esistenza la Croce, che salva perché contiene tutto l’amore che il mondo non conosce ma che solo può salvare il mondo.

Camminiamo con coraggio in questi giorni santissimi! E’ tempo di grazia!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Avvento (B) – Offrirsi interamente a Dio

NON UN POCO DI MENO

 

2Sam 7, 1-5.8-12.14.16; Sal 88; Rm 16, 25-27; Lc 1, 26-38 

 

Annunciazione (Andrej Rublev)

Annunciazione (particolare), di Andrej Rublev

In quest’ultima domenica di Avvento leggiamo nuovamente la pagina ricchissima e bellissima dell’Annuncio a Maria.
Gli studiosi si sono chiesti spesso che genere di pagina sia; se un annunzio di nascita, come ce ne sono altre nella Prima Alleanza: si pensi a Isacco (cfr Gen 18), a Sansone (cfr Gdc 13), a Samuele (1Sam 1). O se piuttosto possa essere un racconto di vocazione per una missione, si pensi a Mosè al roveto ardente (cfr Es 3), a Gedeone (cfr Gdc 6), o a Geremia (cfr Ger 1); pare infatti che ce ne siano i tratti: iniziativa di Dio; timore del chiamato; l’offerta di una prova che convinca, seguita dalla promessa della presenza del Signore.
O piuttosto ci troviamo dinanzi ad una pagina di rinnovo dell’alleanza come in Gs 24? Anche questo pare convincente…
Tutte queste somiglianze, che farebbero collocare l’Annunzio a Maria tra gli annunzi di nascita, o tra le vocazioni ad una missione o anche tra i racconti di rinnovo di alleanza, si trovano tuttavia accanto a molte dissomiglianze: l’Annuncio a Maria pare infatti un annunzio di nascita, ma senza essere preceduto da una preghiera perché questa nascita avvenga; ha i tratti di una vocazione, ma senza che si dicano meriti o qualità del chiamato! Compare inoltre un evento mai contemplato prima: in nessuna pagina della Prima Alleanza si ritrova un concepimento senza concorso d’uomo.
Insomma ci accorgiamo che questa pagina di Luca è sì simile ad altre ma non coincide con nessuna! Certo è un racconto di vocazione, ma che contiene l’annunzio di una nascita che stipula una Nuova Alleanza. Capiamo allora – come scrive Bruno Maggioni – che la novità letteraria è indicativa di una novità teologica.

Oggi l’Avvento, con questa pagina lucana, ci presenta la Venuta del Signore nel quadro di una gratuità assoluta. Come già dicevamo, la venuta nella carne del Figlio dell’Altissimo non è preceduta nè da una domanda di Maria, nè da una sua particolare preghiera, nè tanto meno da alcun merito di Maria.

Questo tema centrale della gratuità viene ancor più in risalto se confrontiamo questo Annunzio a Maria con l’annunzio a Zaccaria, con cui Luca ha iniziato il suo evangelo (cfr Lc 1, 5-25). Incontriamo in quel racconto due sposi, Zaccaria ed Elisabetta, descritti come «giusti davanti a Dio»; due che osservano con fedeltà la Legge del Signore: pregano nel loro bisogno – la loro sterilità – e vengono esauditi. Nel racconto che riguarda Maria tutto questo non c’è: non si fa cenno alle virtù di Maria o alla sua giustizia; non si dice che attendesse qualcosa di particolare (e tanto meno una nascita, vista la sua condizione di “promessa sposa” non ancora convivente con Giuseppe!); non si dice che pregasse per avere un particolare ruolo o posto nella storia del suo popolo. Tutto qui è pura grazia!
Già S. Agostino lo sottolineava: «In Maria cerca il merito e non lo troverai, cerca la giustizia e non la troverai». In Lei tutto è pura gratuità.
Inoltre Luca dice di Zaccaria che «entrò nel Santuario del Signore», mentre di Maria che «l’angelo Gabriele fu mandato da Dio ad una vergine di nome Maria» e questi «entrò da Lei»: da un lato c’è l’uomo che entra nella casa di Dio, dall’altro c’è Dio che entra nella casa dell’uomo!

Zaccaria chiede un segno, Maria no…ed il segno le viene offerto gratuitamente (è proprio la gravidanza prodigiosa di Elisabetta!); Zaccaria fa una domanda con cui si rivela un incredulo, Maria fa anch’essa una domanda, ma solo per chiedere un come”…
La ragazza di Nazareth ci dice dunque che anche dinanzi a Dio c’è spazio per le domande… guai a chi non fa domande a Dio! Le prime parole di Maria, infatti, (delle pochissime che dice nell’Evangelo!) sono una domanda che chiede delle spiegazioni, delle luci sulla strada che Lei è già disposta ad intraprendere.

Proprio qui c’è l’annunzio della nascita verginale, un dato che ha una verità grande da consegnarci: un uomo come Gesù non ce lo potevamo dare da soli, un uomo come Gesù può essere solo un dono dall’alto; Lui è uno di noi ma è un dono dall’alto. Il Messia può essere solo dono della grazia e della potenza di Dio; e qui emerge ancora il tema della gratuità! Insomma per capire il santo che nascerà non basta guardare alla discendenza di David, ma bisogna sapere che Lui viene dallo Spirito. L’essere Figlio di David adempie alla promessa, fatta dal Signore tramite il profeta Natan al re David, che vorrebbe costruire il Tempio al Signore: non sarà David a costruire una casa al Signore – dice Natan – ma il Signore farà una casa a David, dandogli una discendenza…
E quest’ultima è solo la linea orizzontale con cui leggere Gesù; c’è poi l’altra linea che occorre cogliere per comprendere l’identità di Gesù: quella verticale, che viene dallo Spirito.

Le parole dell’angelo Gabriele sono un compendio delle Promesse della Prima Alleanza: c’è la profezia dell’Emmanuele (cfr Is 7, 14); c’è – come si diceva prima- la profezia di Natan a Davide (che è oggi la Prima lettura tratta dal Primo Libro di Samuele); c’è poi l’eco della promessa della nascita di Isacco (cfr Gen 18) ma soprattutto c’è l’allusione all’Arca dell’Alleanza: «Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la Dimora» (cfr Es 40, 34) con cui si fa chiaro che il titolo di Figlio di Dio per Gesù non è solo un modo di dire, una metafora, ma è la sua realtà più profonda: Dio stesso riempirà la Dimora che Maria sta per diventare!
Le parole di Gabriele affermano che tutte le promesse di Dio ora sono compiute in quell’umile casa di Nazareth, dove Dio è entrato in modo assolutamente gratuito ed imprevedibile. E l’Avvento di Dio è così: gratuito ed imprevedibile!

Il nostro Avvento di quest’anno si chiude così, con questa dichiarazione assoluta di gratuità dinanzi a cui possiamo abbandonare ogni timore.
Alle prime parole dell’angelo, Maria è stata turbata e si faceva domande: si noti che il suo turbamento è riportato da Luca col tempo aoristo (dietaráchthe), ed il farsi domande è riportato all’imperfetto (dieloghίzeto) in quanto l’uno – il timore – è di un momento, l’altro – il farsi domande – dura nel tempo…
Tuttavia Maria riceve da Gabriele l’invito ad andare oltre la paura, perchè il divino, che sempre di primo acchito si teme, ha il volto della gratuità («Hai trovato grazia presso Dio») e la gratuità dà sicurezza, toglie ogni inquietudine perché ci dichiara che l’amore non è condizionato, non si conquista…
L’Evangelo allora è proprio e solo questo: l’amore di Dio è gratuito! Non occorrono meriti, si deve solo accogliere e lasciarlo operare in noi!

L’Avvento approda a questo, e approda ad una parola semplice e grande di Maria: «Avvenga di me secondo la tua Parola»! Il fiat di Maria, che in greco è riportato al tempo ottativo (ghénoito), contiene il senso di gioioso desiderio, e non è dunque un “sì” supino e rassegnato; è un “sì” non solo ad una missione da compiere, ma un fiat che riguarda tutta la sua persona: «Avvenga di me», dice Maria!
Ecco allora l’ultima esigenza dell’Avvento: non si tratta di fare delle cose per la venuta del Signore, per accelerare il suo ritorno, per rendere forte il nostro Maranathà… si tratta di offrirsi tutti interi a quella venuta; si tratta di dare la vita!

Siamo alle solite! Ci dobbiamo davvero convincere che il cristianesimo è questo: dare la vita…e non un poco di meno!
Appena si scende dal livello di questo tutto, l’Evangelo si trasforma in “religione” e si entra in multiformi perversioni che nulla hanno più a che vedere con la Lieta Notizia di Gesù, e con l’Attesa gioiosa del suo Ritorno, che sarà gratuito, liberante ed apportatore di senso pieno all’uomo ed alla sua storia.

Al Veniente che tutto si è dato, tutto si dà e tutto si darà, non si può rispondere se non con un dono totale, con l’offerta di tutto quel che siamo. Non un po’ di meno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 




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