XXIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – In disparte con Lui

 

 PER ESSERE GUARITI

Is 35, 4-7a; Sal 145; Gc 2, 1-5; Mc 7, 31-37

 

La guarigione del sordomuto nell’Evangelo di Marco non è un miracolo come tutti gli altri in quanto nella sua collocazione apre ad una più ampia riflessione: il miracolo del sordomuto – o così come Marco definisce i miracoli: “diunamis” cioè “potenze” – si colloca, infatti, in una sezione del Secondo Evangelo che va dal versetto 30 del sesto capitolo al versetto 26 dell’ottavo, in cui c’è un tema ricorrente: i discepoli non capiscono.
Dopo la prima moltiplicazione dei pani Marco, infatti, deve annotare che essi «non avevano capito il fatto dei pani perché il loro cuore era indurito» (cfr Mc 6, 41). Dopo il lungo dibattito sulla Legge, Gesù rimprovera i suoi dicendo loro: «Siete anche voi senza intelligenza? Non capite?» (cfr Mc 7, 18) e, dopo la seconda moltiplicazione dei pani, il rimprovero è ancor più severo: «Non intendete, non capite ancora? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?» (cfr Mc 8, 17-18). Dunque, sembra chiaro: i suoi sono sordi e ciechi, ed a loro si possono dire le stesse parole dure che Gesù aveva detto per “quelli di fuori” durante il discorso in parabole (cfr Mc 4, 11-12).

I discepoli hanno bisogno di guarigione; i discepoli di Cristo hanno bisogno costantemente di guarigione per poter leggere la presenza di Gesù nella loro storia, nella storia della Chiesa. I discepoli di allora, e quelli di sempre, hanno bisogno di guarigione per potersi aprire alla Parola che li salva. Il racconto del sordomuto ci dice che c’è una sola via per tale guarigione: chiedere a Cristo Gesù che compia il miracolo.
L’episodio inizia infatti con la domanda umile di quelli che, potendo parlare, chiedono a nome di colui che non ha parole, una domanda che il povero sordomuto avrà implorato, sia con gli occhi che con i gesti, di pronunciare per lui verso quel Rabbi che passava facendo del bene; e Gesù fa subito un gesto: lo trae in disparte dalla folla… vuole restare solo con lui.
Perché? Certo per via di quel modo di fare di Gesù, caratteristico nell’ Evangelo di Marco, che ai primi del ‘900 fu definito dagli studiosi come “segreto messianico”; Gesù, cioè, di continuo fa dei miracoli, ma poi impone di non parlarne…la stessa cosa Gesù farà con Pietro, Giovanni e Giacomo dopo la Trasfigurazione (cfr Mc 9, 9) ma lì abbiamo la chiave del segreto messianico…Gesù dice ai tre che potranno parlare solo “dopo la sua risurrezione”. In tal modo Marco ci ha voluto dire che Gesù si può conoscere a pieno solo nel mistero pasquale: i miracoli sono solo segni che affermano che i tempi messianici sono venuti. “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti”, così esclama la folla dopo questo miracolo, citando quasi alla lettera il passo di Isaia che oggi abbiamo ascoltato quale prima lettura. Per capire, però, chi davvero sia questo Messia bisognerà saper leggere e “ascoltare” la sua Pasqua di croce e risurrezione; non a caso mentre tutto si è consumato sulla croce, il più lontano di tutti, un nemico, uno straniero, il centurione romano dirà: “Davvero quest’uomo era  Figlio di Dio!” (cfr Mc 15, 39).

Sì, allora certamente Gesù porta in disparte il sordomuto per tutto questo motivo che Marco sviluppa teologicamente nel suo Evangelo; ma c’è anche un’altra cosa che traspare sottilmente: se è vero che solo Gesù può far sentire i sordi e parlare i muti, è vero anche che questo presuppone un legame particolare, intimo, profondo tra Lui e chi accetta di lasciarsi guarire.
Solo nel rapporto personale con Gesù si può avere quella guarigione che apre all’ascolto vero della Parola; solo nel contatto intimo con Lui si può diventare capaci di dire la sua Parola, di raccontare le sue meraviglie lasciando che la Parola sia davvero solo sua e non nostra, che le meraviglie siano davvero solo sue e non nostre millanterie…

Se allora è vero che il discepolo ha bisogno continuo di essere guarito per poter ascoltare e per poter parlare con Parole di Dio, tutto questo si fonderà su un vero stare con Lui (cfr Mc 3, 14), su un rapporto “in disparte” con Lui Signore e fonte dell’ascolto.

Tutto questo è così essenziale alla vita del credente e alla vita della Chiesa, che nel rito del Battesimo, fin dall’antichità, la comunità cristiana ha sentito il bisogno di inserire il rito dell’Effatà…ogni discepolo è condotto così, fin dal suo Battesimo, dinanzi al Cristo che gli dice Effatà, e lo apre alla Parola da ascoltare e alla Parola da ridire profeticamente. Il tutto in una relazione personale, che va custodita e cercata giorno per giorno.

Come ci porta lontano dall’autentico cuore dell’Evangelo un certo attivismo ecclesiastico, che tende a porre sempre più marginale la relazione personale con il Cristo, la preghiera, l’ascolto, il tempo dato alla “lectio divina” … cose tutte guardate quasi come dei “lussi da monaci” (sic!)…ed il tutto sempre per privilegiare quel fare che soffoca radicalmente la vera identità cristiana, perché soffoca la relazione personale con il Cristo Signore!

Ogni giorno il discepolo dovrebbe porsi umilmente dinanzi al Suo Signore, ed implorarlo di imporgli le mani, sussurrandogli dolce e forte l’Effatà che, aprendolo all’ascolto, lo renderà capace di parlare e con le parole e con le opere di quel Regno che Egli è venuto a portare per rinnovare la faccia della terra. Per questo nella liturgia monastica ogni giorno iniziamo cantando: «Signore, apri le mie labbra e la mia bocca canterà la tua lode, Dio fa’ attento il mio orecchio perché ascolti la tua parola»!
Gli diciamo cioè: “Signore, dici su noi: Effatà!”.

Solo così il credente deve iniziare ogni giorno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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VI Domenica del Tempo Ordinario (B) – Inviati a dare testimonianza

 

MOSTRIAMO LE NOSTRE GUARIGIONI

Lv 13, 1-2.45-46; Sal 31; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1, 40-45

 

Cristo guarisce i lebbrosi (Monastero di Dečani, Kosovo)

Cristo guarisce i lebbrosi (Monastero di Dečani, Kosovo)

Incontrare Gesù è uscire dalla morte, è uscire da una condizione di incomunicabilità e di separazione.
Gesù va incontro all’uomo che è “malato” di peccato, afflitto dal male che lo isola e che si erge come barriera tra lui e l’altro.

Metafora potente di questa condizione di morte che segna l’uomo è la lebbra, una malattia che, per le sue caratteristiche, narra disfacimento e impossibilità di incontri che non siano mortiferi, portatori di un “nulla” che moltiplica il “nulla”.

Il protagonista del passo di questa domenica, con cui si conclude la sezione dei miracoli del primo capitolo dell’evangelo di Marco, è attratto da Gesù ed osa avvicinarsi a Lui facendo il contrario di quanto prescriveva la Torah nel Libro del Levitico, prescrizione che oggi costituisce la prima lettura: stare fuori (cioè lontano), e gridare «Immondo! Immondo!» quale macabro avvertimento ogni qual volta si incrociava un altro essere umano.
Un grido terribile questo, che doveva allontanare ogni altro vivente!
Ora, però, questo grido macabro e disperato, davanti a Gesù, si trasforma in supplica fiduciosa; una supplica che immediatamente attrae Gesù. E notiamo subito una cosa: se il lebbroso infrange la Legge, Gesù fa lo stesso toccandolo, prendendo su di sé l’impurità di lui, e la sua stessa condizione; l’esito del cammino di Gesù sarà, infatti, l’impurità della croce patita fuori dalle mura della città!
Iniziando la sua missione Gesù aveva annunziato la buona notizia del Regno e, dove arriva il Regno, cessa ogni emarginazione, ogni esclusione; dove arriva il Regno non esistono più uomini da accogliere e uomini da evitare e da escludere. Il Regno che Gesù proclama non è mai a basso prezzo, il Regno proclamato gli impone di prendere su di sé la condizione dell’uomo. E questo sarà costoso: gli impuri non sono più esclusi, perché Lui prende la loro impurità e la inchioderà alla croce.

Il racconto di Marco, carico di tutte queste suggestioni, procede come ogni narrazione di miracolo, ma poi si sviluppa in una parte che mi pare molto interessante per la nostra vita interiore e per la vita della Chiesa. Il lebbroso guarito è inviato a dare testimonianza; Gesù stesso, osservando i procedimenti della Torah, lo invia ai sacerdoti che, per la Legge di Mosè, dovevano constatarne la guarigione e riammettere il “morto-vivente” alla vita comunitaria. La riflessione che credo sia qui importante è che, per annunziare l’evangelo, per rendere testimonianza, bisogna mostrare la novità, bisogna mostrarsi guariti, bisogna che gli uomini constatino che c’è davvero un’alterità, che c’è stata un’opera di autentica guarigione.

Se il lebbroso fosse andato a “predicare” l’Evangelo così com’era prima, coperto di lebbra, che credibilità averebbe avuto? Come avrebbe potuto proclamare la potenza guaritrice di Gesù e del suo Evangelo? Solo se mostra le sue membra guarite dal male che le disfaceva, solo se toglie quei panni di miseria che celavano il suo volto sfigurato e la sua carne putrefatta, potrà far corrispondere la parola alla realtà compiuta in lui da Dio!
La sua guarigione sarà la sua eloquenza! I “miracoli” nell’Evangelo e in tutti gli evangeli, sono sempre “segni; ed è proprio il Quarto Evangelista che sottolineerà anche linguisticamente questo concetto, chiamando appunto i miracoli “semèia”, cioè “segni” che sempre riinviano ad altro…
Mai si deve leggere il miracolo per il miracolo, mai si possono leggere i miracoli evangelici come semplici atti di misericordia per un malato; se così fosse il “miracolo” sarebbe ingiusto: perché, infatti, quel lebbroso sì e le altre centinaia e centinaia di lebbrosi no? Il “miracolo” vuole sempre indicare qualcosa di altro, qualcosa di diverso e che riguardi tutti.

Il lebbroso mondato mostra la sua guarigione dalla terribile malattia che Esclude e disfa l’uomo e, mostrandola, rende testimonianza alla novità del Regno venuto in Gesù. Fuori di metafora, dobbiamo dire che solo una vita davvero pienamente umana, guarita dalle lebbre dell’individualismo, dagli isolamenti, dal non-amore, può narrare la novità dell’Evangelo, e la concreta possibilità d’essere uomini differenti, liberi e veritieri.
Se i cristiani non mostrano una vera differenza non saranno mai credibili, e a tal proposito si veda l’aureo libro di Enzo Bianchi La differenza cristiana edito da Einaudi. Una differenza che è frutto di una guarigione operata da Cristo; una differenza che certo non è generata da uno sforzo morale, ma da una lotta coraggiosa per custodire il dono di Dio, per custodire le guarigioni che Dio ha operato, ed opera, in chi ha avuto la grazia di incontrarlo, e di volersi accostare a Lui come il lebbroso del racconto di Marco.
Chi si accosta a Gesù riceve il perdono dei peccati, un perdono che guarisce ogni lebbra e dona la possibilità di amare. Amati amiamo, perdonati perdoniamo: ecco il cuore della guarigione che l’Evangelo produce nell’uomo.
Solo chi ama e perdona è davvero discepolo di Cristo, uomo nuovo capace di rendere quella testimonianza che Gesù chiede; solo chi lotta per l’amore e per il perdono è veramente suo discepolo, capace di mostrare credibile l’Evangelo.

Chi vedrà la guarigione dovrà mettersi alla ricerca della fonte di essa.
Il lebbroso guarito di questo racconto di Marco diventa evengelizzatore perché divulga, con il suo essere mondato, la potenza guaritrice dell’Evangelo, e questo produce l’accorrere a Gesù di chi è assetato di novità e di verità.
Chi va ad incontrare Gesù vede spazzar via ogni equivoco circa il suo messianismo; niente di trionfalistico o meramente miracolistico! L’incontro con Lui porterà coloro i quali davvero cercano Dio e la verità dell’uomo, e non il “meraviglioso” ed i miracoli per i miracoli, a mettersi alla sequela di Gesù, che imboccherà la strada impervia di un amore ostinato che – per offrirsi davvero all’uomo – non esiterà a lasciarsi inchiodare al legno della croce.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Quaresima – Scelti da Lui

            

A PRESCINDERE DAI NOSTRI MERITI

–  1Sam 16, 1.4.6-7.10-13; Sal 22; Ef 5, 8-14; Gv 9, 1-14  –

"Gesù Cristo guarisce il cieco nato" (El Greco, 1570)

“Gesù Cristo guarisce il cieco nato” (El Greco, 1570)

Siamo giunti alla domenica detta Laetare (cioè “Rallegrati” che è l’inizio dell’antifona di ingresso di questa celebrazione ripresa da Is 66,10); la luminosità della Quaresima qui si fa esplicita; la radiosa tristezza ci è offerta oggi  chiaramente perché il segno del Cieco nato, che questa domenica leggiamo nell’Evangelo, ci indica Gesù come luce per il mondo e la sua Pasqua, ormai vicina, come “luogo” in cui per sempre questa luce vince le tenebre!

Anche oggi, come domenica scorsa, un racconto articolato ed intrigante del Quarto Evangelo. A differenza dei ciechi degli Evangeli Sinottici, questo cieco di Giovanni non chiede nulla, non sospetta neanche che possa guarire perché la luce la ignora, non sa proprio cosa sia: è cieco dalla nascita. Vive la sua condizione di tenebra, immerso nella tenebra … è Gesù che prende l’iniziativa di accostarsi a lui, e lo fa compiendo subito un gesto creazionale: fa del fango con la terra e la propria saliva e con esso gli unge gli occhi (Giovanni scrive “epéchrisen – cioè “unse” – un composto del verbo “chrio” da cui deriva “Christos”) … con questo gesto Gesù annuncia che è venuto per creare una nuova umanità che, uscita dalle tenebre del peccato, può intraprendere un cammino straordinario di immersione ed identificazione con Lui, il Cristo, il Figlio dell’uomo, il Verbo della vita, l’Inviato di Dio, Colui che narra il Padre … Unto come Gesù, è inviato ad immergersi nell’Inviato (la piscina di Siloe – la parola la  stessa radice del verbo ebraico che significa inviare – assurge qui a simbolo di Cristo stesso, Inviato dal Padre), come Gesù è perseguitato e cacciato fuori, è fatto capace di dire “Io sono” (che nel Quarto Evangelo solo Gesù può dire tanto che neanche il Battista dice Io sono voce ma dice semplicemente “Io voce di uno che grida” cfr Gv 1,23).

Come comprendiamo, è un vero itinerario battesimale che si dipana: dall’incontro con Cristo, all’immersione nell’Inviato di Dio; un itinerario che diviene vita, vita di immersione nel mondo con le sue contraddizioni e le sue resistenze violente al Regno.

E’ importante notare che Gesù, dopo la guarigione, scompare dalla scena e lascia solo colui che era stato cieco, lo lascia da solo, senza altro appoggio che ciò che ha sperimentato nell’incontro con Lui. Il guarito deve così scoprire, nel rapporto con il mondo, cosa aveva significato quel gesto e quella parola di Gesù, cosa aveva significato anche quella sua obbedienza alla parola che Gesù gli aveva detto: Va’ a lavarti alla piscina di Siloe. Colui che s’è lasciato illuminare, trasformare da Lui ora è capace di trovare in se stesso la forza ed il modo per affrontare diversamente la vita.

L’Evangelista Giovanni ci dice in questo racconto che è questa la via battesimale: chi è di Cristo perché unto da Lui, immerso in Lui, obbediente a Lui, ha ricevuto da Lui doni tali da avere di che testimoniare e di che spingersi sempre più avanti nella testimonianza a Colui con cui ormai “fa corpo” in quanto  unto come Lui, immerso in Lui, capace addirittura di dire l’“io sono” che, nel Quarto Evangelo, solo Gesù dice; chi è di Cristo è generato alla luce, ed è luce lui stesso!

E’ davvero straordinario il percorso di quest’uomo guarito, e straordinario può essere il percorso di noi uomini guariti, ricreati, immersi in Cristo, unti da Lui e come Lui, resi capaci di vivere nella luce.

La Quaresima è tempo in cui è necessario ancora riappropriarsi del nostro Battesimo, di rileggere la nostra vita a partire dall’evento-incontro con Lui, da quella scelta che il Signore ha fatto di ciascuno di noi a prescindere dai nostri “meriti”. Sì, perché c’è anche per noi un’elezione gratuita, che ci sceglie anche quando noi non ci siamo. Penso che la prima lettura di questa domenica, tratta dal Primo libro di Samuele, voglia condurci proprio a questa riflessione: siamo stati scelti quando eravamo assenti, e da uno che non guarda le apparenze ma al cuore, al profondo dell’uomo perché è in quel profondo che vuole abitare; Davide è scelto da Dio, attraverso Samuele, tra tutti i suoi fratelli di lui molto più appariscenti, ed è unto dal Profeta senza esitazioni. Tutto ciò comporterà a Davide una vita diversa; una vita di fatiche, di lotte, di persecuzioni, ma anche di vittorie … Davide attraverserà anche il peccato, ma saprà sempre ritrovare il profumo di quell’unzione di gioia con cui Dio l’aveva preferito ai compagni (cfr Sal 45,8).

Davide, il Cieco guarito, i cristiani di cui parla l’autore della Lettera ai cristiani di Efeso chiamati ad essere figli della luce … tutte icone per interpellarci sull’oggi del nostro Battesimo, sulle conseguenze che ha oggi il nostro Battesimo! Che compromissione per Cristo siamo oggi disposti a vivere? Lo spazio della nostra vita quotidiana è segnato da Cristo? Il Cieco guarito ha compiuto il suo esodo dalle tenebre all’adorazione del Signore Gesù; è questo l’esodo battesimale che oggi va verificato, l’esito non deve essere altro che l’adorazione del Signore

Al termine del racconto, Gesù si mostra di nuovo e ciò che l’Evangelista scrive è bellissimo: Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori e, avendolo trovato gli dice: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?” e gli si rivela e gli rivela anche il senso di quella vista che gli ha donato: vedere Lui (“Chi è perché possa credere in Lui?” E Gesù: “E’ colui che parla con te!”), perché se si vede Lui si è entrati nella luce che tutto trasforma, nella luce della vita. Gesù va a trovare colui che era stato cacciato fuori per condurlo al suo ovile: si prende cura di lui, lo porta con sé; se prima lo aveva lasciato solo a testimoniare nella storia e alla storia, ora gli mostra che, in realtà, non era solo ma era accompagnato da una custodia che non viene mai meno. Ormai il guarito, se vuole, gli appartiene.

E questa è anche la nostra vicenda con Lui; per questo allora davvero possiamo rallegrarci accogliendo l’invito di Isaia e della liturgia della Chiesa! L’aurora luminosa che è Cristo Signore colora già di rosa l’orizzonte della storia (il rosa dei paramenti liturgici di questa domenica di gioia attenua sì il violaceo ma tingendolo dei colori della nuova aurora!); la Pasqua che celebreremo ancora ci annuncia che tutto è stato compiuto dall’amore di Dio; ora c’è un frattempo che noi dobbiamo riempire di compromissione gioiosa, adorando Lui, il Cristo, come Signore della nostra vita.

Apriamo con coraggio gli occhi sul suo volto che ci ha scelti, chiamati, amati, legati a sé, inviati nel mondo a compiere le opere di luce di Dio … contemplando il suo volto scopriremo su quel volto la misericordia che ogni giorno ci guarisce e ci illumina; per questo possiamo gioire! La vita in Cristo è vita di lotta, ma non disperata perché non c’è peccato che non trovi perdono e non c’è notte che, nel Risorto, non si tinga di nuovo dei colori dell’aurora!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Il samaritano guarito

SOLO GESU’ E’ LA NOVITA’

  –  2Re 5, 14-17; Sal 97; 2Tm 2, 8-13; Lc 17, 11-19  –

 

La lebbra: il morbo che sfigura e rende immondi. Nella Scrittura è metafora potente della lontananza dell’uomo da Dio, è metafora potente del peccato che toglie all’uomo il volto dell’uomo. E’ segno di incredulità, di condanna…è causa di separazione dal popolo santo (il contrario della santificazione che è separazione dal mondo per appartenere al popolo santo, cioè separato); è segno della rovina dell’uomo che vuole ergersi a signore della sua stessa vita.

Nella prima lettura, tratta dal Secondo Libro dei Re e nell’Evangelo di oggi, emergono due stranieri che partono dalla fede e giungono alla lode. Naaman il Siro, tormentato dal disfacimento della lebbra, deve compiere una fatica nella fede per poter credere che le acque del Giordano siano luogo di purificazione più e meglio di tutte le acque di Damasco (i Padri useranno questa parola per affermare che solo le acque di Israele – le Scritture – immergono nella conoscenza di Dio che sana ogni uomo); i dieci lebbrosi del racconto di Luca devono anch’essi sottoporre la loro fede, che pure ha gridato parole di fiducia, ad una prova difficile: Gesù non fa gesti, non li tocca, resta a distanza (quella che loro dieci hanno osservato per rispettare la Legge. Cfr Lv  13,45-46) e pronuncia solo una parola ancora nell’ottica dell’osservanza della Legge: Andate a Gerusalemme, al Tempio,  per far sì che i sacerdoti constatino la vostra guarigione.

Si deve notare che i dieci lebbrosi partono ancora con la lebbra che divora le loro carni; partono senza vedere nulla. Nell’obbedienza, “in itinere”, nell’andare si trovano purificati. La loro fede passa per l’obbedienza, conduce all’obbedienza e, solo nell’obbedienza, riceve il dono della purificazione.

Nella nostra vita credente abbiamo bisogno di questa obbedienza senza garanzie, quell’obbedienza che atto di fede che non vede (cfr Gv 20,29). Dovremmo ripetercelo spessissimo questo versetto di Luca: nell’andare si trovarono purificati. Dobbiamo ripetrcelo soprattutto mettendo l’accento a quel “nell’andare” più che al trovarsi purificati. La fede vera parte al buio,  attraversa la prova come Naaman e i dieci lebbrosi. Quando ogni giorno questo ci è richiesto noi abbiamo però qualcosa che né Naaman né i dieci sventurati dell’Evangelo avevano: la possibilità di ricordarsi della vittoria di Cristo Gesù sulle potenze di morte. Paolo, nella seconda lettura di questa domenica, scrivendo a Timoteo lo incita alla fiducia con un imperativo: Ricordati di Gesù Cristo, del seme di David (cioè: in Lui le promesse di Dio si sono compiute!) che è risorto dai morti.

La memoria di Lui e della sua vittoria ha per noi un potenziale immenso: sostiene la nostra povera fede anche al buio perché la fede, come dicevano i Padri, non è mai meridiana, non ha cioè la luce di mezzogiorno, ha sempre la luce vespertina, o forse sarebbe meglio dire che ha la luce dell’aurora…La memoria di Lui, inoltre, si insinua nei nostri pensieri e spezza ed interrompe le vie dei pensieri mondani; la memoria di Gesù è memoria dell’amore fino all’estremo con cui siamo stati amati da Dio.

Ricordati di Gesù Cristo! Se ci ricordiamo di Lui il cuore si riempie di un grande bisogno di lode, un bisogno che non può essere frenato. La differenza tra il samaritano che torna a ringraziare e dli altri nove non è tanto in un senso di gratitudine e di educato dover ringraziare che lui sente e gli altri no. Sarebbe troppo banale, moralistico…Luca ha un altro intento: quel samaritano mondato quando ha constatato che nell’obbedienza era stato guarito non ha puntato il cuore sulla sua guarigione, su se stesso, nella pur legittima gioia di essere di nuovo pienamente un uomo ed un uomo libero. Si è ricordato di Colui da cui tutto questo proveniva: si è ricordato di Gesù ed ha capito che è Gesù il luogo in cui si incontra quel Dio che ci rende uomini a sua immagine (liberandoci dalle lebbre che ci sfigurano), è Gesù il luogo in cui si loda Dio! D’altro canto lo stesso Naaman, guarito da Eliseo, fa lo stesso: torna dal profela per lodare Dio e per portare con sé della “terra” di Israele su cui lodare sempre Dio anche quando tornerà in Siria!  Luca, al centro del suo Evangelo, che inizia nel Tempio di Gerusalemme e si conclude ancora nel Tempio, ci dice sottilmente che il Tempio definitivo e nuovo è Gesù! E’ Gesù la terra di Dio su cui la lode ha senso e forza! Che Gesù sia il Tempio, la sola terra santa dell’incontro con Dio, Luca ce lo ripeterà sul Calvario nel “segno” del velo del Santo dei Santi scisso dall’alto nell’ora della morte del Crocefisso…qui però, nel passo di questa domenica, già ce lo dice e lo fa proprio con le labbra di Gesù: Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio se non questo straniero!

Andare a Lui, a Gesù, è andare a render gloria a Dio. La fede del samaritano mondato è piena, la fede lo ha salvato. Se la lebbra è segno di lontanaza da Dio, ora egli si fa vicino a Gesù; se la lebbra è segno del peccato che sfigura, a lui è donato di nuovo un volto, se la lebbra è segno di incredulità ora la sua fede è passata per la prova che lo ha reso davvero un credente. E’ salvo! Il samaritano guarito che torna a lodare Dio in Gesù, ha riconosciuto che solo Gesù è la novità, ha riconosciuto che, come scrive Karl Barth (Introduzione alla teologia evangelica), è Gesù Cristo la novità. E’ Lui il miracolo, l’infinitamente meraviglioso che fa dell’uomo che lo conosce e che da Lui è conosciuto, un uomo meraviglioso, una volta per sempre e fino al suo più profondo.




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