II Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Unum necessarium

 

FACENDO SI ASCOLTA

Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-12

 

Dal giorno dell’Epifania abbiamo contemplato le tre epifanie di Dio in Cristo Gesù: la prima ai Magi, segno di tutte le gente chiamate all’incontro con Lui (cfr Mt 2, 1-12); la seconda al Giordano, in cui la manifestazione del Dio Trino giunge a pienezza nel Figlio in fila con i peccatori ed ormai consapevole a pieno di essere il Figlio amato, manifestazione a Gesù stesso che giunge al culmine della sua ricerca di una vocazione e di una identità (cfr Lc 3, 21-22); la terza a Cana di Galilea, in cui il Figlio si manifesta quale Sposo innamorato ed in cammino verso l’ora.

L’oracolo di Isaia che oggi è la prima lettura ha un vertice di grandissima tenerezza, un vertice che dovremmo ripeterci ogni qual volta sperimentiamo solitudine e devastazione nelle nostre vite: «Non ti si chiamerà più ‹Abbandonata›, né la tua terra sarà più detta ‹Devastata› … la tua terra sarà detta ‹Sposata› perché il Signore tuo Dio si compiacerà di te e la tua terra avrà uno Sposo … così ti sposerà il tuo Creatore … come gioisce lo sposo per la sposa così il tuo Dio gioirà per te!» A Cana viene fatto manifesto che lo Sposo giunge!

Comprendiamo bene allora che questa domenica non deve essere svilita con delle “catechesi prematrimoniali” che, per quanto nobilissime ed utilissime, non hanno diretta correlazione con i testi di oggi, se non per il fatto che le nozze umane hanno radice nell’amore sponsale di Dio, che il sacramento nuziale è tale perché il nostro Dio in Gesù si è manifestato quale Sposo.
E’ allora Cristo Sposo che oggi celebriamo e contempliamo; il testo di Giovanni è carico di valore simbolico e di rimandi teologici. Guai a leggerlo sono come un “miracolo” … a volte anche come un miracolo per buontemponi che hanno finito il vino (a tal proposito ricordo una tirata “comica” di Dario Fo!). Giovanni qui, invece, ci sta consegnando ancora un “archè”, un principio: è il principio dei segni, quelli che devono condurre al segno supremo della croce, luogo dell’amore estremo di Dio, luogo dell’ora del Messia che qui a Cana è solo annunziata; i segni che dovranno condurre i discepoli e poi i lettori dell’Evangelo a contemplare quel Dio che dona la vita per la sua sposa che è l’umanità («Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» cfr Gv 3, 16). Giovanni, ricordiamolo, non chiama mai “miracoli” i “miracoli”, ma sempre segni, cioè atti, gesti che rimandano ad una realtà ulteriore. Il fine non è il prodigio, ma è indicare l’identità di Gesù … tutti i segni di Giovanni indicano chi è Gesù: è lo Sposo, è la Parola cui bisogna consegnarsi fidandosi (cfr Gv 4, 46-54 La guarigione del figlio del funzionario del re), è la via che ci toglie da ogni immobilismo (cfr Gv 5, 1-9 Il paralitico alla piscina); è il pane che viene dal cielo (cfr Gv 6, 1-13 La moltiplicazione dei pani); è colui che domina le acque di morte (cfr Gv 6, 16-21 Il cammino sul mare), è la luce del mondo (cfr Gv 6, 1-41 Il cieco nato), è la risurrezione e la vita (cfr Gv 11, 1-44 La risurrezione di Lazzaro) … Un percorso dunque con cui Gesù ci conduce a contemplare il prezzo d’amore che il Figlio eterno di Dio paga per condurci in questo esodo verso l’uomo nuovo.

All’uomo manca la gioia: non hanno vino, dice la Madre! La Madre è qui più di Maria: è Israele che presiede alle nozze tra il Messia e la sua Comunità; è Israele che, immerso nel mondo, fa esperienza del bisogno di un Salvatore; è Israele che sa che la gioia è impossibile senza l’intervento del Salvatore … una gioia che verrà consegnata all’umanità nella Pasqua del Figlio, ma qui Israele chiede, per bocca della Madre, che sia un segno che conduca a quella pienezza di nozze. D’altro canto, in tutto l’Antico Testamento il vino era stato segno della Parola che salva e che dà gioia, e quella Parola il Figlio già la sta pronunciando; il vino è l’Evangelo che ora il Figlio consegna all’umanità, e già tutti i gesti e le parole che il Figlio compie e dice sono la buona notizia che la Pasqua compirà e realizzerà.

E’ vero che l’ora non è ancora giunta, ma già c’è un’ora: l’ora dell’Evangelo che comincia a correre … le definitive saranno sul Golgotha, quando il Figlio innalzato attirerà tutti a sé (cfr Gv 12, 32), quelle nozze – scriveva Caterina da Siena – saranno nozze di sangue … a Cana c’è l’epifania di quest’amore di sposo che si incammina verso le nozze di sangue, nozze in cui canterà la gloria del Padre offrendosi a tutti e senza riserve.
A Cana di Galilea c’è un archè dei segni, ma c’è anche l’archè della fede della Chiesa … è qui che la comunità di Gesù che ha – secondo il racconto di Giovanni, appena una settimana di vita – (cfr Gv 1, 19-2,1), inizia a credere, a fidarsi di Lui …

Certamente poi la fede sarà passata nel crogiuolo, sarà passata nel torchio dell’abbandono, del non capire, del rifiuto, del rinnegamento, del tradimento … Quella che però sarà purificata è già la fede, ed è sorta a Cana dove la Chiesa nascente ha sentito di essere amata, sposata, non più abbandonata!

La Figlia di Sion, Gerusalemme, adombrata dalla Madre, conduce lo Sposo-Messia alla Chiesa e chiede di fare tutto quello che Lui dirà … E’ la via che Israele ha sempre percorso, la via di ascolto che diviene immediatamente vita: «Tutto ciò che il Signore da detto noi lo faremo e lo ascolteremo» (così alla lettera!) dice il popolo alla stipula dell’Alleanza nel deserto (cfr Es 24, 7); facendo si ascolta, facendo si adempie, facendo si comprende la volontà di Dio.

«Fate tutto quello che vi dirà» … sono le parole con cui la Madre, nel Nuovo Testamento, parla per l’ultima volta (mi viene da pensare con qualche perplessità alle “Madonne” che parlano tanto!?): è Israele che consegna a tutti gli uomini l’“unum necessarium” (cfr Lc 10, 42) che è l’ascolto obbediente. Un ascolto obbediente che permette di gustare il vino buono che è l’Evangelo, che permette di entrare nella gioia delle nozze, un ascolto obbediente che deve divenire sequela sulle vie dell’Esodo Pasquale che il Figlio dovrà realizzare per compiere l’ora che a Cana è solo annunziata. La Madre-Israele è lì presente quando la Chiesa inizia a credere e sarà presente alla fine del Quarto Evangelo ai piedi della croce, all’ora; lì sarà con il Discepolo amato, consegnati l’uno all’altra, nell’ora delle nozze di sangue; sono il principio della nuova umanità.

Cana: epifania di Dio nel Cristo Sposo. Il fine dell’Incarnazione è questo fine sponsale che avrà la sua pienezza nell’eterno: dalle nozze annunziate a Cana, alle nozze di sangue sul Golgotha, fino alle nozze eterne con il Veniente principio e meta della storia: «Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta: Vieni!» (cfr Ap 22, 17).

Colui che verrà è lo Sposo innamorato già segnato dalle stigmate dell’amore e pronto ad accogliere la Sposa nel suo abbraccio eterno.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Natale del Signore (Anno C) – Dalle labbra di Gesù

 

PAROLE PER LA NOSTRA VITA

 

Notte Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2, 1-14

Aurora Is 62, 11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20

Giorno Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18

 

Oggi è facile fare retorica teologica o retorica di buoni sentimenti, di propositi di rinnovamento… Non vorrei tuttavia parlare in “pretese”, con un linguaggio, cioè da prete scontato!

Vorrei allora tentare altro; vorrei che il Mistero dell’Incarnazione, mistero duro ed esigente, impregnato di un sudore che a Dio non avrebbe dovuto appartenere, di lacrime e sangue che a Dio non avrebbero dovuto appartenere, ci desse uno sguardo duro ed esigente sulla nostra vita, sulla nostra esistenza credente, sulla nostra coscienza ecclesiale …
“La gioia di Dio è passata attraverso la povertà della mangiatoia e la pena della croce, perciò essa è invincibile e inconfutabile” così ha scritto Bonhoeffer; e allora vorrei che oggi ascoltassimo queste esigenze evangeliche dalle “labbra” di Gesù …
Mi sono chiesto: “Cosa ci direbbe Lui per farci celebrare nella verità il suo Natale? Cosa ci direbbe per non farci essere insensati in questi giorni?”
Ed ecco cosa mi viene in cuore … certo è una “simulazione”, ma forse non tanto; mettendosi in ascolto della Parola, che abbondante la Chiesa ci offre in questo giorno santo, le esigenze dell’Evangelo mi paiono lampanti!
E’ bello sentirsele ripetere da Gesù:

«Tra poco canterete con esultanza il “Gloria” … ma prima desidero parlarvi … Vi pare strano? Forse vi pare strano, perché in questo giorno siete abituati a vedermi neonato, e i neonati non hanno parole … Certo, mi rappresentate come uno strano neonato: già con la manina che benedice … ma sono stato un neonato come tutti voi e la mia manina non benediva … Oggi voglio però parlarvi al di là di tutto questo; non vengo a rompere l’incanto del vostro Natale, voglio invece accrescere il vostro incanto di questa notte, incanto pieno di tenerezza; vi parlo perché sono il Vivente, il Veniente … nella notte di Betlemme ero un bimbo come tutti, ma ora vivo per sempre con i segni della Passione, io sono il Risorto, l’Alfa e l’Omega!
Nell’eterno del Padre vi amo con un cuore di uomo perché in questa notte presi la vostra carne tenerissima e tremenda; ho provato il freddo, ma anche il calore del seno di mia Madre; ho provato le gioie di sere liete con amici che si amano, ma ho provato anche la delusione e il tradimento, ho provato le risate di gioia e le lacrime insopprimibili; ho vissuto la vostra vita e la vostra morte … ed è meraviglioso! Vedete? Non so dire: era meraviglioso … dico è meraviglioso!
Tra poco canterete il “Gloria”, come gli angeli nella notte di Betlemme, e le vostre voci giungeranno in cielo: è bella la voce dei figli, è bella la voce dei fratelli, è bella la voce della casa …
Cantate uniti! E’ Natale, <bambini> di ogni età!
Cantate e state uniti! Unitevi davvero, non per conquistare il potere, ma per lasciarlo agli altri; non per dominare il mondo, ma per regalare il dominio a quelli che – senza questo terribile giocattolo – si arrabbiano troppo!
Vi sembro strano? Vi sembro arrendevole? Se è così, sono proprio io! Solo io posso essere così <pazzo> da dire queste cose!
Se cantate il “Gloria” fatelo pure, ma come gente che vuole vivere il Natale a modo mio … d’altro canto io ho <inventato> il Natale …
Come cantarlo? Siate pronti a perdere tutto ciò che agli altri interessa tanto: soldi, potere, successo! Purchè vi lascino le cose sante, e non ne facciano mercato!
Dite ai potenti piccoli e grandi: TENETEVI TUTTO, MA LASCIATECI SOGNARE! Sentirsi più buoni non basta…il mondo attorno a voi ha il ruggito del leone e il sibilo del serpente! C’è bisogno di risposte concrete! Ma non <concrete> come pensa il mondo!
Le risposte concrete sono risposte che vogliono rischio e vita … pensate a come ho rischiato io, e a come è stato il mio vivere … è tutto lì … non barate!
Non vi accontentate della breve pausa natalizia e poi via… peggio di prima: è un’insopportabile contraffazione della PACE che gli angeli cantano stanotte! E’ un’insopportabile contraffazione dei miei sogni che rendono non credibile l’Evangelo!
Per fare questo SOGNATE! Sognare è importante, non come rifugio illusorio nella penombra del vostro privato, ma come forza creativa di chi vuole essere davvero la mia Sposa, mia Chiesa!
Voglio una Sposa che sogna! Se tutti sognate la stessa cosa, il desiderio si avvera! I sogni che muoiono all’alba sono quelli concepiti in solitudine e dimenticati durante il giorno per mancanza di riscontri … siate l’uno il riscontro dell’altro!
Niente ingenuità e vuoto spiritualismo, beninteso! Ma neanche cecità, cinismo e sconforto … e niente BUON SENSO! Oh, quello! … Può uccidere l’Evangelo! Io non sono il buon senso! Siate acrobati dell’incredibile! Io lo sono stato … lo sono … E c’è una regola che gli acrobati sanno a memoria: GUARDARE IN ALTO! Guai ad abbassare gli occhi alle cose sottostanti … si precipita e precipitano anche i sogni!
Con il sogno dell’Evangelo cambieremo il mondo!
Ve la sentite di venire con me a cambiare il mondo con il sogno dell’Amore? Se ve la sentite, allora cantate! A me o tutto o niente!
Se la vostra risposta è TUTTO, se avete il coraggio di chiedere la grazia del TUTTO e del no netto al buon senso, allora cantate, cantate fratelli miei in questa notte di Evangelo, in questa notte di gioia, in questa notte di Natale…»

Forse tutto questo non aiuterà per preparare l’omelia di Natale … perdonate … vuole essere, però, un abbraccio e un augurio a tutti da parte di questa nostra comunità monastica! Santo Natale!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica dopo Natale – La Sapienza di Dio

IL SAPORE DI DIO

  –   Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18   –  

 

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare, per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini affinchè questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”

Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è presso Dio … da lì tutto parte, perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la Santa Sophia, la Santa Sapienza che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e di Dio! Chi incontra Gesù accoglie la Sapienza di Dio; in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato

Cogliere questa Sapienza, questa Gloria (Noi vedemmo la sua gloria, ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo) è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero! Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che Lui è, significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa, quella che ci è detta nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: Essere santi e immacolati nell’“agàpe… Essere discepoli di quella Santa Sapienza è quindi imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha, il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis” … Chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua  Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (cfr 1Cor 1, 23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù, la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra”, che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremo, che è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive: “noi abbiamo visto la sua gloria” intende solo la gloria della croce, la gloria di quell’amore che può gridare “Tutto è compiuto” (oppure potremmo tradurre: Fino all’estremo!) solo dalla croce! Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria, ma solo Gesù lo “canta”, mostrando la gloria del Padre suo dando la vita e narrando così il vero volto di Dio.

Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti, ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi (Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto) e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra, e Gesù l’ha vissuta essendo la Sapienza di Dio, e portandovi il sapore della Sapienza di Dio. Da allora, quando ci vogliamo confrontare con Lui, ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère” !) … Il confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre, pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti riconosceremo che in quella Sapienza, che è Cristo, c’è il sapore di Dio e l’autentico sapore dell’umano, e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, sempre se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui che è la Santa Sapienza, a Lui che è il Verbo fatto carne le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!” (cfr Gv 6, 68).

p. Fabrizio Cristarella Orestano

           

 

 




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III Domenica del Tempo Ordinario – Evangelo, Carne di Dio

LA PAROLA E’ DIVENTATA COMPIMENTO

  –  Ne 8, 2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12, 12-30; Lc 1, 1-4;4, 14-21  –

L’Evangelo di questa domenica ci fa ascoltare due inizi solenni: quello dell’Evangelo stesso  di Luca e quello che, lo stesso Luca, racconta come inizio della predicazione di Gesù.

Nell’elegante e classico prologo del suo Evangelo, Luca scrive di “avvenimenti”, di “testimoni oculari”, di “ricerche accurate”…insomma, l’Evangelo, che Teofilo riceve per mano di Luca, non è un trattato teologico o una serie di belle ed edificanti idee, ma è una vicenda. Come abbiamo celebrato nei giorni del Natale, l’Evangelo è carne, la carne del Figlio di Dio, di Gesù di Nazareth! L’Evangelo, la Buona Notizia, è la carne di Dio che viene a vivere e a sporcarsi le mani in questa nostra vicenda quotidiana

Luca dichiara di voler raccontare questa storia di Dio con-noi e si propone di farlo grazie alla testimonianza di coloro che l’hanno vissuta, ne hanno fatto esperienza e ne hanno saputo fare una lettura nella fede.

Il destinatario ha un nome, Teofilo (in greco “che ama Dio”); questo nome non è casuale, nè, per i più, è un nome di una persona reale; è dichiarazione di una certezza che Luca ha nel cuore: può ricevere l’Evangelo e “dargli credito” solo chi “ama Dio”, solo chi è disposto a fidarsi di Lui per leggere nella carne di Gesù di Nazareth un evangelo, una notizia di gioia che Dio ha proclamato all’umanità.

Questi avvenimenti che Luca racconta sono divenuti Parola di Dio, tanto che chi fu testimone di quei fatti è diventato “servo della Parola”…è strano che Luca qui usi, per “servo”, la parola “iuperétai” che, alla lettera, vuol dire “rematori”, “uomini a servizio in un equipaggio”…forse Luca ha in cuore i “viaggi” della Parola per raggiungere le sponde di tutti gli uomini, quelli che ha vissuto con Paolo e che narrerà negli Atti degli Apostoli.

Il secondo solenne inizio è quello della predicazione di Gesù. Siamo qui al capitolo quarto dell’Evangelo; dopo il battesimo al Giordano, e dopo le tentazioni affrontate e vinte nel deserto, il primo atto di Gesù (ormai a pieno consapevole di essere il Figlio amato e il Messia!) è, per Luca, “tornare a casa” in Galilea, per iniziare da lì; e a Nazareth, proprio a Nazareth, dove Gabriele aveva parlato a sua madre e dove il sì di lei aveva resa possibile la Parola (“Avvenga in me secondo la tua parola” cfr Lc 1, 38), la Parola inizia la sua corsa e…si presenta al popolo nella sinagoga!

La scena è solenne: Gesù apre il rotolo di Isaia, legge, poi si siede e commenta. Attorno a Lui attenzione carica di attesa, sguardi puntati…silenzio. In questo silenzio Gesù, che ha letto le parole del profeta sul Servo (cfr Is 61, 1ss), proclama che quella parola è diventata compimento! E compimento significa avvenimento! E quell’avvenimento è Lui stesso, Gesù! Insomma, la parola di promessa che il profeta aveva pronunziato a nome di Dio ora è avvenuta. Le orecchie di coloro che ascoltano non sentono più una promessa ma sono chiamate a cogliere un evento. D’altro canto, lo sappiamo, in ebraico il termine “d’bar” significa “parola” ma anche “fatto”, “accadimento”…

Gesù è la Parola del Padre non perché dice qualcosa, ma perché è quello che è! E’ il suo esserci che “parla”, sono i suoi gesti che “dicono”, è la sua vita, in tutta la sua interezza, che è Parola definitiva di Dio!

In quel sabato di Nazareth Gesù, che aveva ricevuto al Giordano la parola di tenerezza e di rivelazione dal Padre (cfr Lc 3, 22), che era andato nel deserto ad iniziare la lotta con Satana ed aveva iniziato a riportare la vittoria su di lui anche per noi, può presentarsi come evento di liberazione e di guarigione.

Lo Spirito che su di Lui dimora “grida” anche in Lui i diritti di Dio sull’umanità e sulla storia, e Gesù è pronto a proclamare un Evangelo a chi si fa povero, a chi si fa, cioè, “cavità” per accogliere l’immensa novità della salvezza: “Lo Spirito del Signore è su di me e mi ha inviato ad annunziare ai poveri un evangelo…”

Gesù annunzia che è iniziato il tempo della grazia! Alla lettera: “Mi ha inviato…a predicare un anno gradito al Signore”! Cioè, a proclamare che inizia un tempo che il Signore “sognava”, che il Signore gradisce, un tempo che rende lieto il Signore! E’ bellissimo! E’ un tempo in cui il Signore, attraverso il Figlio, ritroverà i figli dispersi e perduti e ne gioirà (cfr Lc 15, 32), un tempo in cui, attraverso il Figlio, potrà gridare un evangelo di libertà, di luce, di distruzione di ogni oppressione!

Gesù è tutto questo…Gesù è questo evangelo! Gesù è il “sogno” di Dio! Lui stesso!

Quando dimentichiamo che Gesù è l’evento di salvezza, che Lui è l’Evangelo, cadiamo subito in un cristianesimo incatenato e legalistico; quando crediamo che l’Evangelo sia una “nuova legge”, una serie di bei precetti religiosi e morali da adempiere per essere buoni cristiani, vanifichiamo la forza dirompente dell’Evangelo stesso, di quello vero…vanifichiamo la libertà dell’Evangelo, libertà che si dipana incarnandosi in ogni credente con la sua incredibile ed infinita fantasia, come ci fa capire Paolo nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge.

Quando, al contrario,  la Chiesa comprende che l’Evangelo è Gesù e lo accoglie, allora inizia di nuovo un’incarnazione di Dio, un’incarnazione in quell’ora concreta della storia. La vera ed unica vocazione della Chiesa è dunque una sola: ripresentare Gesù! Per questo Paolo parla della Chiesa come del Corpo di Cristo; il “corpo” per la Scrittura è quello che noi siamo, è la nostra visibilità, è la nostra concretezza. Per far ciò bisogna cedere il proprio “terreno” a Gesù, alla sua piena umanità che racconta Dio, permettendo così a Dio di mettere ancora la sua tenda nella storia degli uomini!

E’ necessario però lasciarsi ferire da Cristo…l’uomo nuovo, che in Gesù si presenta a noi, deve ferire a morte l’uomo vecchio che è in noi! E ci si fa ferire solo se si ascolta in modo compromettente Gesù…e bisogna farlo oggi! Guai, infatti, a chi vive una vita cristiana fatta di rimandi e di “tempi migliori”…al passato e al futuro…(i “tempi migliori” possono essere sia quelli che si rimpiangono sia quelli che si attendono per prendere decisioni…). Dio, in Gesù, viene a cercarci nell’oggi, in ogni oggi…l’oggi, d’altro canto, è l’unica cosa che esiste: domani non c’è…e quando ci sarà, sarà un oggi in cui dare quella benedetta risposta! L’appello di Gesù ci pressa con fermezza! Basta dirgli un sì pieno per entrare in quel tempo gradito a Dio: tempo di lotta ma di bellezza, tempo di verità costose ma anche tempo di luce e di liberazione!

            Gesù è venuto per questo!

            E’ il Salvatore…ma per davvero!

            Abbiamo sperimentato che ci salva concretamente nei nostri oggi?

Dobbiamo dirci la verità: chi non ha vissuto questa esperienza, resta un cristiano “di facciata”, un cristiano “di religione”, un cristiano “di riti”, tutt’al più uno di quei cristiani esasperati da quella morale che diventa poi, facilmente, moralismo.

            Gesù invece, è lì a dirci un evangelo, una buona notizia.

            Non  ci trovi mai assuefatti o “accomodati”!

            Ci trovi pronti a cogliere l’oggi di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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