XXV Domenica del Tempo Ordinario (B) – Come i bambini

 

 

IL CORAGGIO DI ESSERE ULTIMI

Sap 2, 12.17-20; Sal 53; Gc 3, 16 – 4, 3; Mc 9, 30-37

 

 

La scorsa domenica l’Evangelo di Marco ci ha mostrato come il primo annunzio della passione abbia trovato l’incomprensione, il cuore duro e l’inciampo addirittura satanico in Pietro, radicato nelle sue idee e nei suoi sogni di “potere” e di “sapere” tanto da volere un Cristo potente, e pretendendo di sapere tutto, tanto da voler insegnare a Gesù!
Oggi, il secondo annunzio della passione trova ancora dei cuori duri, e non ha più successo del primo!

In primo luogo il testo ci dice che i discepoli «non comprendevano queste parole» (l’annunzio della passione) «ed avevano paura a chiedergli spiegazioni»…insomma c’è un “non capire” e un “non voler capire”. Qui i Dodici non hanno scusanti in quanto Gesù, ha scritto Marco (cfr Mc 8, 32), diceva queste cose circa la sua passione con “parresía”, apertamente, con franchezza, senza veli! Ma sono proprio le cose dette così che spaventano e si vogliono scavalcare ad ogni costo.
D’altro canto la passione, in questo secondo annunzio, viene meglio specificata da un particolare che non è secondario; non si parla più di “anziani, sommi sacerdoti e scribi”, qui si parla di uomini: il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani degli uomini, significa che non basta non far parte di quelle categorie storiche per essere innocenti in questa storia di dolore del Figlio dell’uomo!
Sono gli uomini i destinatari di quella “incomprensibile” consegna da parte del Padre!
Sì, perché è il Padre il “consegnatario”: se infatti gli uomini sono i destinatari ed il Figlio dell’uomo è l’oggetto, Colui che consegna è solo il Padre. Il Padre, che lo ha già consegnato agli uomini nell’Incarnazione, e che lo ha già consegnato agli uomini come Parola definitiva (cfr Eb 1, 1-4), ora lo consegna come estremo dono all’umanità; ma gli uomini ne faranno ciò che vorranno, fino ad ucciderlo appendendolo ad una croce.
Gli uomini. Tutti gli uomini! Nessuno escluso!
Non sono stati né Giuda, né quegli Ebrei, né il Sinedrio, né Pilato con i romani… Certamente loro hanno fatto la loro parte materialmente e storicamente, ma sono le mani di tutti gli uomini ad essere macchiate del suo sangue che, paradossalmente, ha lavato e salvato tutti!

Tutto questo mistero di amore, però, resta chiuso al cuore di quei Dodici che sono proprio i più vicini a Gesù; e Marco sottilmente, e forse non tanto – perchè bisogna solo fare attenzione e capire le concatenazioni presenti – ce ne spiega qui il motivo: non può capire l’amore chi è teso a cercare primati, privilegi e potere.

Dice il testo dell’Evangelo che i Dodici sono per via: un’espressione importante che ci richiama alla nostra quotidianità, al nostro essere “per via” nella sequela di Cristo; ma i Dodici, invece di seguire davvero Gesù che va alla consegna, seguono se stessi, le loro idee, i loro miseri deliri di potere…

Pietro avrà anche obbedito e sarà tornato “dietro a Gesù, così come gli era stato detto («Torna dietro a me!» cfr Mc 8, 33), ma è rimasto con il cuore lì dove era andato. e cioè davanti a Gesù, a sbarrargli il passo e ad insegnargli come doveva fare il Messia! Pietro e gli altri pensano che il Cristo debba essere potente perché vogliono gustare una fetta di quel potere!
«Chi è il più grande tra noi?»
«
Chi comanda?»
Continuano a non capire, e in questo secondo annunzio della passione Marco ci mostra che questo non capire non è solo teorico; l’Evangelista, infatti, ci mostra un modo concreto, pratico dell’incomprensione: cercano i primi posti. Volere i primi posti, voler apparire, volersi imporre sugli altri mostra quanto si sia lontani dalla via che Gesù ha imboccato. Loro vogliono i primi posti.
Quello che Gesù diceva è per loro inaccettabile, incomprensibile.
Una cosa però certamente l’avevano capita: Gesù non la pensava così!
Lo considerano strano? Sono convinti di riuscire pian piano a fargli cambiare idea? Certamente, alla domanda circa la natura dei loro discorsi, essi tacciono. Si vergognano? Non vogliono affrontare il discorso? Non vogliono ancora sentirsi dire, con franchezza, quelle cose che tanto li turbano, e che vogliono distoglierli dai loro sogni di potenza?
Gesù è paziente, e comunica ancora ai suoi, con delle parole e con un gesto, le vie incredibili e paradossali che vuole e che deve imboccare; ecco le vie incredibili di Dio: loro, i discepoli, desiderano i primi posti, Gesù desidera l’ultimo posto!

Quel bambino che Gesù pone al centro abbracciandolo, è segno non di innocenza ma dell’ultimo posto che Lui vuole abbracciare per indicare al mondo le vie del Padre.

Gesù abbraccia, accoglie quell’ultimo posto, quello che occupano i bambini, del tutto dipendenti e fragili; d’altro canto i bambini nell’Evangelo di Marco, fino a questo momento, erano apparsi, incredibilmente, sempre in vesti non solo fragili, ma anche “impure”: bambina è la figlia di Giairo nell’impurità della morte (cfr Mc 5, 42); bambina è la figlia della donna siro-fenicia, impura perché posseduta da un demonio (cfr Mc 7, 30), bambino è l’epilettico ai piedi del Tabor con le sue manifestazioni disumane (cfr Mc 9, 23 ss). Tutti, secondo le categorie culturali dell’epoca, impuri per motivi diversi.
Il bambino che qui Gesù abbraccia è icona della condizione del servo, è icona di im-potenza (in greco “pàis” significa “bambino” ma anche “giovane schiavo”).

Ai discepoli che sognano potenza Gesù presenta un’icona di impotenza dicendo che chi accoglie quella debolezza, quella fragilità nel suo nome accoglie Lui stesso e, paradossalmente, Dio…
E qui Marco è di una forza straordinaria, in quanto ci mostra che all’ultimo posto c’è addirittura Dio! Quel bambino è dunque icona delle scelte di Dio, e quindi delle scelte del Figlio dell’uomo!

Essi sono disposti ad accogliere questa debolezza?

Accogliere significa ascoltare, significa rendersi disponibili, ospitare, mettersi al servizio.
Accogliere significa innanzitutto essere disposti a farsi “capovolgere” da colui che si accoglie, dai suoi bisogni; l’esempio del bambino richiama a chi non conta nulla, colui che nessuno ascolta, che tutti trascurano…
Accogliere il bambino è segno dell’accogliere un Dio che sulla croce si farà impotenza, si renderà “inascoltabile” da ogni mente piena di buon-senso o di immagini “religiose”; un Dio che per accogliere noi piccoli e peccatori non esita di salire su una croce che lo fa peccato in nostro favore (cfr 2Cor 5, 21).

Nel passo della Lettera di Giacomo, che è oggi la Seconda lettura,  leggiamo che nell’uomo sorgono guerre e liti che derivano da passioni che “combattono” dentro di lui…è il desiderio di possedere e di dominare che è radice di tutti i dolori e lacerazioni che gli uomini si infliggono; il Figlio dell’uomo è venuto per rendere possibile nell’uomo la sapienza che viene dall’alto, che rende simili a Dio: pacifici, miti, arrendevoli e pieni di misericordia; che rende veri, privi di ipocrisia, cioè privi di finzione (in greco Giacomo scrive “aniupócritos” e, in greco “iupocritós” è l’attore, uno che veste dei panni che non sono suoi, e che finge di essere un altro).

Le strade di morte e dolore, ci dice Marco, sono vinte solo da chi sceglie l’ultimo posto. Un ultimo posto che però non è una scelta solo simbolica ed esteriormente umile (ipocrita!), ma una scelta realmente umile perché diviene servizio, diviene chinarsi innanzi agli altri. Gesù ha detto infatti:«chi vuole essere il primo sia servo di tutti».

Questo è possibile solo se si accoglie la piccolezza. E’ la sola via per accogliere Lui, per accogliere il Padre. Diversamente si imboccano strade diaboliche di divisione e di morte, di ricerca di sé ad ogni costo, si spasmodici desideri di primati per dominare gli altri.

Cristo ha scelto il posto dello schiavo crocefisso.
Che la sua Chiesa abbia sempre il coraggio di capire questa parola, quella della croce (cfr 1Cor 1, 18); abbia il coraggio quotidiano di fare a Lui domande su come vivere questo coraggio di essere ultimi.

E’ per noi tutti una grande provocazione: essere ultimi. Ma per davvero!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXII Domenica del Tempo Ordinario – L’obolo della vedova

UNA PARABOLA DELLA CROCE

1Re 17, 10-16;Sal 145; Eb 9, 24-28; Mc 12, 38-44

Bisogna subito liberare il testo dell’Evangelo di oggi da ogni pessima aura di moralismo, da ogni tono di “bell’esempio”; non è una lezione sulla generosità, non un elogio di una donna povera ma generosa! Non è un incitamento a fare beneficenza! Che impoverimento dell’Evangelo sono letture di questo tipo!

In questa pagina del cosiddetto obolo della vedova ci sono per lo meno due cose che ci fanno capire che qui non si deve guardare al piano morale, non è quello in rilievo: la prima è che non c’è mai la parola “offerta”, il che significa che non si tratta di mettere in risalto una generosità con i propri beni materiali, nè tanto meno è in questione l’essere generosi con le istituzioni religiose. La seconda cosa è che  le parole di Gesù che sottolineano il gesto della vedova sono introdotte da un solenne “Amen” (che in genere viene tradotto in italiano con “in verità”), modo questo di Gesù di introdurre discorsi o parole di alto profilo rivelativo; si tratta insomma di qualcosa di importante che Gesù sta per dire ed a cui bisogna prestre estrema attenzione. Capiamo allora che non può trattarsi della lezioncina morale che scaturisce dal “bell’esempio”!

Nei versetti precedenti questo racconto, Gesù mostra le perversioni della “religione”: la vanagloria, l’ipocrisia, l’avidità e quando si presenta questa vedova il suo sguardo si posa su qualcuno che, invece, gli rivela il volto che Lui stesso deve assumere dinanzi alla storia, nella storia: il volto del dono di sè, “fino all’estremo”, senza nulla trattenere per sè.

Gesù invita a “guardarsi” dagli scribi vanagloriosi, ipocriti, e avidi (certo Gesù non fa di tutt’erba un fascio: ci sono anche gli scribi onesti, e la scorsa domenica Marco ce ne ha fatto incontrare uno!), e annunzia che la loro vita è insensata ed è sottoposta a dura condanna, la condanna di “chi vive per se stesso”, la condanna di chi crede di stringere tra le mani tesori e si ritrova solo sabbia che gli scivola tra le dita…bisogna guardarsi dal “vivere per se stessi!” Per questo Marco fa seguire una potente “parabola”. Non è però una parabola come le altre, non è un mirabile racconto fiorito dalla fantasia di Gesù, è una parabola in carne, ossa e…povertà!

La povera vedova è l’oggetto dello sguardo indagatore di Gesù che, in lei, ci propone non una parabola sulla generosità e neanche sulla fiducia in Dio e nella sua provvidenza, ma, nientedimeno, come parabola della croce verso la quale Lui sta per andare!

Marco fa dire a Gesù: dalla sua povertà ha dato tutto quello che aveva. Ha gettato tutta la vita (in greco è proprio così: “ólon tòn bíon”, “tutta la vita”).

La storia della vedova di Zarepta che abbiamo ascoltata nella prima lettura, tratta del Primo libro dei Re, in fondo ci racconta una vicenda simile: quella povera donna getta tutta la vita, rischia in modo insensato per le logiche umane.

Il punto allora è, come sempre, il dono della vita senza riserve! Nel passo di Marco di oggi, alla vigilia della passione, questa povera donna che prende dalla sua povertà  il tutto che è, e lo getta nel tesoro del Tempio, diventa parabola di Gesù che sta per fare proprio questo! Possiamo senz’altro dire che la povera vedova anonima di questo racconto è profezia di Gesù, ed è profezia per Gesù ed in seguito per la Comunità di coloro che vorranno seguirlo! Vedere il gesto di questa donna ha dato a Gesù la misura del gesto d’amore che Lui stesso sta per compiere; la Chiesa, a cui Marco consegna questo racconto, riceve in esso una parola che la invita a tuffarsi nel cuore dell’Evangelo di Gesù: il dono totale di sé.

Ai discepoli, invischiati ancora nelle dispute sui primati (cfr Mc 10, 35-40), Gesù ancora una volta indica l’unica via identitaria che la Chiesa può avere: il dono totale di sè. Ecco la misura della loro vita fraterna, della loro vita ecclesiale!

Il testo, però, aggiunge ancora una cosa ed è una cosa impressionante: il Tempio, per il quale la vedova offre “tutta la vita”, è un tempio corrotto ed ormai prossimo ad una distruzione disastrosa! Il dono della vedova…la sua vita gettata è una vita gettata per nulla, una vita gettata invano (per un tempio corrotto, e alle soglie di una distruzione totale!). C’è, però, ancora di più: il gesto della donna è profezia del gesto di Gesù: la croce è apparentemente inutile! E’ ignominia e fallimento agli occhi del mondo!

La vedova con questo suo gesto è uno scandalo, ma scandalo ancora più grande sarà la croce di Gesù! Una morte assurda la sua, nell’abbandono più totale, un epilogo senza luce in cui Gesù sprofonda. Insomma come ha scritto E. Cuvillier nel suo commento all’Evangelo di Marco, la croce è irrilevante per il mondo! E’ fallimento scandaloso e misero! Come la vedova anche Gesù si espone ad una “morte per nulla”!

Noi che leggiamo l’Evangelo sappiamo nella fede che da quella “morte per nulla”, da quell’assurdo insensato, proverrà vita autentica per moltitudini…Intanto però si deve passare il buio tunnel dell’assurdo, del nulla, dell’assolutamente privo di senso per le logiche degli uomini. Se ci pensiamo bene, la morte di Gesù non ha nulla di “morale” in senso stretto (scrive sempre Cuvillier)…è una morte assurda e basta! La salvezza però verrà proprio da quell’assurdo, da quello scandalo!

La vedova dell’Evangelo di questa domenica ci fa intravedere, dietro di lei, un Altro che ha perduta, ha gettata tutta la sua vita perchè altri la ricevessero in dono.

PADRE FABRIZIO CRISTARELLA ORESTANO




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XXV Domenica del Tempo Ordinario – Il denaro

LA FORZA AMBIGUA DEL DENARO

Am 8, 4-7; Sal 112;  1Tm 2, 1-8; Lc 16, 1-13

 

L’Evangelo di oggi purtroppo si ferma al versetto 13 mentre il versetto 14 sarebbe molto utile alla comprensione del tema che Gesù affronta in questo capitolo dell’Evangelo di Luca. Dive il versetto 14: I farisei che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose  e si facevano beffa di lui. Il greco è ancora più pungente: i farisei che erano “philàrguroi”, cioè amanti del denaro, amici del denaro. E’ cosi.

Il mondo (anche il mondo che entra nella Chiesa, anche i credenti mondanizzati!) si fa beffa di chiunque voglia impostare un discorso evangelico circa l’uso del denaro, della ricchezza. Quando si tratta del denaro tanti uomini pii perdono tutta la loro “pietas” e diventano pratici (sì, si dice così per giustificarsi quando si mette tra parentesi l’Evangelo per i propri interessi!)

Il capitolo sedicesimo di Luca è uno di quei testi che fanno ridere il mondo che, c’è poco da fare, è philàrguros, è amico, amante del denaro!…

Gesù si scontrerà più volte con la forza ambigua del denaro: pensiamo al giovane ricco che se ne va via da Lui perché aveva molte ricchezze (che straordinaria ironia ha l’Evangelo! cfr Mc 10, 22), pensiamo anche che Gesù stesso alla fine è stato messo a prezzo di denaro e venduto per trenta monete.

Gesù sa bene che la ricchezza è sempre disonesta: non ha paura a definirla così, senza mezzi termini e senza distinguo; l’accumulo è sempre disonesto perché ogni accumulo corrisponde alla povertà di qualcuno! C’è davvero poco da fare: più si accumula e più si creano poveri! E allora? Quale il rimedio? Gesù lo dice alla fine di questa “strana” parabola dell’Amministratore disonesto: Fatevi amici con la “disonesta” ricchezza”. Chi sono questi amici che bisogna crearsi? Sono i poveri! Ci si mette al riparo dalla disonestà della ricchezza riequilibrando le cose con la condivisione! Per l’Evangelo il rapporto con le cose, con l’avere è regolato dalla legge assoluta della condivisione. La condivisione è la via sapiente per camminare sulle strade del Regno.

L’amministratore disonesto è lodato dal padrone, che pure è stato truffato due volte (chissà quante volte!) perché l’amministratore è stato scaltro. E’ la scaltrezza che è lodata, e Gesù fa sua questa lode con una forte amarezza: questo figlio della tenebra è stato tanto scaltro per salvarsi la pelle; perché il figli della luce non sono altrettanto scaltri per la causa del Regno?

C’è un solo modo per essere scaltri: volgere lo sguardo ed il cuore ad un’altra amicizia, ad un altro amore. O si è amici della ricchezza o si è amici dei poveri (Fatevi amici con la disonesta ricchezza!). L’aut-aut qui è, come sempre nell’Evangelo, radicale e Gesù lo afferma con il celebre detto che segue: Non si può servire a due padroni…non potete servire a Dio e a Mammona. La nuova versione della CEI dice: a Dio e alla ricchezza, spiegando la parola originale, la quale è una parola semitica che va decodificata (la nuova traduzione, essendo principalmente destinata alla liturgia, giustamente giunge subito alla decodificazione). Mammona (che è termine che nella Bibbia appare solo in questo capitolo ed in Matteo 6,24) è una parola terribile, perché ha radice in un verbo ebraico importantissimo nella Scrittura, il verbo aman (da cui amen) che è il verbo della fede, della fiducia, della sicurezza in cui tutto si può fondare; mammona e allora la ricchezza a cui consegno tutta la mia fede, la mia fiducia, la mia sicurezza. Chi è servo di mammona lo è perché si fida di mammona, ha fede in mammona; più chiaramente possiamo dire che il suo dio è la ricchezza!

Ecco perché Gesù contrappone con fermezza Dio e mammona. E’ impossibile servire tutti e due; si può solo amare uno ed odiare l’altro, perché chi ama davvero Dio odia mammona che da Lui lo separa, odia mammona perché si fida di un altro, in Lui mette la sua sicurezza; se ama mammona odierà Dio perché Lui gli chiede di condividere, di usare il denaro per farsi amici i poveri, odierà Dio perché dio gli chiede di cambiare mente e di usare il denaro e non di essere usato dal denaro diventandone schiavo.

Prima o poi nelle nostre vite di credenti viene l’ora in cui Dio chiede questa condivisione, non più a chiacchiere e con bei discorsi pii, ma con una concretezza tale che tocchi i nostri beni materiali (certamente come quelli spirituali…ma non solo perché con i beni spirituali siamo capaci di grandi mistificazioni!). Certamente viene quest’ora, e sarà un’ora in cui tutti i cammini di sequela vengono autenticati; finché la fede è fatta di preghierine per i poveri e di belle parole puzza ancora di ipocrisia o di immaturità: quando si compromette  fa il salto verso la libertà e l’autenticità.

Il salto però va fatto solo per amore nei confronti di Cristo, solo perché si vuole essere davvero suoi discepoli, solo perché si è capito finalmente dov’è il vero tesoro.

Benedetta quell’ora in cui Cristo ci chiede: se mi scegli fin dove si spinge la tua scelta?




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XXXI Domenica del Tempo Ordinario – Scribi e Farisei

COSA SI ANNIDA NEL CUORE

Ml 1, 14b-2, 2b.8-10; Sal 130; 1Ts 2, 7b-9.13; Mt 23 1-12 

 

Anche in questa domenica sarebbe comodo, ed è una gran tentazione, far diventare la pagina evangelica proposta una pagina o antigiudaica o una pagina archeologica … Si sfugge subito a questa tentazione se si fa attenzione ai destinatari del discorso di Gesù: sono le folle e i suoi discepoli. In Matteo l’attenzione alle folle è una sottolineatura che vuole portare lo sguardo sulle “moltitudini” di credenti in Gesù che ormai ci sono, sulla dimensione ecclesiale che all’evangelista sta molto a cuore. Insomma queste parole sono rivolte alla Chiesa, a quanti hanno deciso di mettersi alla sequela di Cristo avendo accolto l’Evangelo.

Matteo si rivolge alla sua Chiesa e noi oggi dobbiamo lasciare che l’Evangelo ci contraddica, ci scopra, ci provochi, ci ferisca. Oggi.

Nel discorso di Gesù gli Scribi e i Farisei sono l’esemplificazione più lampante di ciò che non deve, né può accadere nella comunità ecclesiale. L’Evangelo è oggi invito provocatorio per chiunque abbia scelto Gesù come via per camminare verso il Regno; una provocazione a riconoscere il fariseo e lo scriba che si annida nel cuore. Questo fariseo che ci abita ci fa correre tre pericoli che il testo di Matteo sottolinea con forza e chiarezza: divorzio tra parlare e agire, creare una morale arrogante per gli altri, il desiderio di apparire e di essere primeggianti e riconosciuti.

Il primo pericolo è quello che farà gridare a Gesù: “Ipocriti!”, cioè “attori”, “simulatori”. Come già dicevamo qualche domenica fa, è questa la grande impurità, questa non corrispondenza tra dire e agire, tra pensare e fare … è la grande impurità che si oppone alla beatitudine del “Beati i puri di cuore” (cfr Mt 5,8).

Da questo primo atteggiamento, che può allignare in ogni comunità credente (e ne è la morte!), nasce immediatamente un secondo pericolo: creare una morale insopportabile e legarla sulle spalle degli altri! Quante volte accade questo … siamo stati capaci di far diventare l’Evangelo una morale opprimente! Che contraddizione: la “buona notizia” che diventa morale soffocante, pesante da non potersi portare, moltiplicazione di leggi che smettono di guardare all’uomo ed alla sua concretezza storica per disegnare un uomo che non esiste realmente, un uomo esemplificato in migliaia di casi che nulla hanno a che vedere con quella carne concreta di ciascun uomo, quella carne concreta che quello che Dio ama radicalmente! Teoricamente tutti sono contro la morale “casistica” e disincarnata ma la si ripropone così più volte che non si creda … Una morale che non sia liberante e vissuta, sì con lotta, ma con gioia piena, è contraddizione all’Evangelo ed è “tomba” senza speranza di ogni forma di evangelizzazione!

Annunciare l’Evangelo è annunciare la buona notizia dell’Amore del Padre che dona il Figlio fino all’estremo della croce ed effonde su di Lui e su ogni uomo lo Spirito che è il suo Amore, la forza per amare fino all’estremo come il Figlio crocefisso e risorto! Quando questo annunzio penetra i cuori trasforma anche le vite e si diventa capaci di pendere su di sé il giogo soave di Cristo, soave perché Lui lo porta con noi, perché Lui è consolazione e riposo (cfr Mt 11, 28) nella lotta.

Il terzo pericolo è quello della ricerca dell’apparire, del primeggiare … qui Gesù fa seguire un elenco di miseri “mezzucci” per essere ammirati dalla gente: in primo luogo ostentazioni come quella di allargare i filatteri per forma e grandezza; questi “filatteri” sono gli astucci contenenti il testo dello Shemà che, per Dt 6,8, ci si deve porre sulla fronte e sul braccio … ostentazioni come quella di moltiplicare o allungare le frange del mantello, frange che sono segno dei precetti che il pio israelita si prefigge di osservare scrupolosamente: quante più frange si hanno tanti più voti di fedeltà si son fatti. Altro “mezzuccio” è ambire ai primi posti nei banchetti e nelle sinagoghe; uomini così amano poi essere ossequiati ed esser chiamati con titoli onorifici …

Matteo pone sulle labbra di Gesù un monito severo per atteggiamenti del genere: se queste sono tentazioni, se sono pericoli, Gesù vuole che i suoi discepoli li fuggano come la peste e ci indica pure anche la via per sfuggire a queste tremende vie “religiose” … come sempre la via non è un precetto moralistico ma una parola di rivelazione.

La rivelazione che Gesù comunica ai nostri cuori, e che ci libera da ogni fariseismo e da ogni “mezzuccio” per apparire, è la rivelazione della paternità di Dio per la quale siamo tutti fratelli e per cui ogni tentativo di primeggiare diventa, in questa consapevolezza, stolto e perverso; la rivelazione della paternità di Dio è però preceduta dalla rivelazione che il Figlio è il solo maestro perché è Lui che ci ha insegnato la sola cosa che davvero conta: il vero volto di Dio e il vero volto dell’uomo. Dio è Padre e noi siamo amati infinitamente da questo Padre nel quale siamo tutti fratelli. Gesù, però, aggiunge anche di non farsi chiamare “katheghetès”, cioè “guide” (finalmente la nuova traduzione CEI ha tradotto “guide” e non ha ripetuto “maestri”; la parola che Matteo usa per “maestro” è, infatti o l’ebraico “rabbì” o il greco “didàskalos”); non bisogna pretendere per sé il titolo di guida perché solo il Cristo è nostra guida e pastore perché solo Lui ci precede e ci conduce a libertà dando per noi la vita.

In questa domenica certamente tanti penseranno, ascoltando questa pagina evangelica, che la Chiesa ha disobbedito a questa parola di Gesù perché ha sempre usato questi titoli: maestro, guida, padre … credo, però, che non sia questione di parole, di appellativi, ma di atteggiamenti profondi, di chiarezza radicale. Nella Chiesa ci può essere (e deve esserci!) un ruolo magisteriale purchè sia sempre sottoposto al magistero di Cristo; un ruolo magisteriale che sia allora rivelazione della magisterialità unica del Cristo; nella Chiesa ci possono e ci devono essere dei padri (uno dei grandi mali della Chiesa di oggi è la scarsità di “padri spirituali”!) ma non con una loro paternità da imporre, ostendere e millantare, ma con una paternità che costi la fatica di generare alla fede, alla speranza e all’amore dei figli, con una paternità che sia rivelazione e narrazione del volto dell’unico Padre;  allo stesso modo il ruolo di guida va assolutamente assunto da chi vi è chiamato ma per raccontare la mano tenera e forte dell’ unico Pastore, Gesù Cristo; ci vogliono pastori che siano disposti come Cristo a dare la vita.

D’altro canto Gesù non ha detto Non siate maestri, non siate padri, non siate guide … ha detto “non fatevi chiamare” … è allora, non questione di ruolo, ma di pretese di ruolo, di pretese di primati che pongano sugli altri. E’ chiaro che, se i maestri diventano arroganti, i padri opprimenti e le guide diventano dispotiche e guide cieche che pascolano il gregge senza amore e per vile interesse (cfr 1Pt 5, 2-4) allora il tradimento dell’Evangelo è violento e palese; diversamente maestri, padri e guide edificano il Regno di Dio. Il segreto, per loro e per tutti quelli che vogliono essere uomini dell’Evangelo, è nell’ultima esortazione: Il più grande tra voi sia vostro servo. Chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato che è certamente un invito all’umiltà ed al servizio ma è soprattutto via che affonda le sue radici sempre nell’unico Maestro e nell’unico Pastore, in Gesù che ha preso l’ultimo posto, quello dello schiavo e dello schiavo crocefisso! L’ultimo posto e l’abbassamento più estremo solo stati la via che Dio ha scelto per essere tra noi!

Paolo, nel testo della Prima lettera ai cristiani di Tessalonica ci ha mostrato se stesso come umile incarnazione di questa servitù tenera e piena d’amore per i suoi: Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli … avremmo desiderato trasmettervi non solo l’Evangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari

Una via come questa, lungi da ogni desiderio perverso di primeggiare, lungi da ogni arroganza e da ogni ipocrisia, via di reciproca tenerezza che abbia al cuore l’Evangelo, è l’unica via per mostrare Cristo al mondo, per far sì che la Chiesa sia città luminosa posta sul monte (cfr Mt 5, 14), luogo in cui gli uomini anelino abitare per ritrovare il senso profondo del loro vivere. Una via di tenerezza che è solo quella dell’unico Maestro e Pastore.




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