III Domenica di Quaresima (Anno C) – Giustizia e Pazienza

NELLA STORIA DEGLI UOMINI

Es 3, 1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10, 1-6.10-12; Lc 13, 1-9

La cronaca di un episodio sanguinoso che ha macchiato il culto a Gerusalemme e la memoria di un incidente occorso durante la costruzione del Tempio in cui morirono diciotto operai, dà a Gesù l’occasione di una riflessione sul vero volto di Dio e sull’urgenza della conversione…il tutto sfocia in una parabola che è al centro della nostra liturgia di questa domenica.

La prima cosa che Gesù deve smascherare è la ricorrente idea che una morte violenta o dolorosa sia conseguenza immediata di un peccato, di una colpa; deve negare che ci sia cioè un rapporto causa-effetto tra peccato e castigo all’interno della storia. Questione vecchia che già i profeti avevano stigmatizzato (cfr Ez 18, 1) e che il Libro di Giobbe aveva confutato con il suo affascinante percorso. Un’idea però tanto radicata da essere ancora oggi serpeggiante persino nel popolo cristiano. Gesù deve smascherare la menzogna di questa idea e sottolineare contemporaneamente che Dio non è questo punitore spietato; deve sottolineare che non c’è collegamento diretto tra “disgrazia” e un peccato del “disgraziato”. Gesù afferma che episodi come quelli citati vanno letti nella linea di un appello forte, pressante, urgente alla necessità di non sprecare la propria vita, di non svilire il proprio tempo, di non imboccare vie di morte ma di spendere la vita, che è così fragile ed esposta, volgendosi a Dio, alle sue strade; in una parola convertendosi!

 Non cogliere l’urgenza della conversione pone nel rischio di sentirsi dire da Gesù: «Perirete tutti allo stesso modo» … e, si badi bene, non è una minaccia; non si tratta di essere puniti per dei peccati; si tratta, invece, di “perdere la vita” credendo, ingannevolmente, di “guadagnare il mondo intero” (cfr Lc 9, 25; Mt 16, 26).

Gesù non può accettare che si pensi a Dio come ad un giustiziere astioso che attende solo il momento opportuno per regolare i conti senza pietà! Questo Dio non è il Padre di cui Lui è innamorato e che è venuto a narrare all’umanità.

Ed ecco così la parabola del fico sterile. Gesù usa questo racconto per dire chi è davvero il Padre suo. C’è questo albero presso cui il proprietario è venuto a cercare frutti per ben tre anni, e non ne ha mai trovati; che fare?
Bisogna stare molto attenti a leggere questa parabola e soprattutto non bisogna leggerla come un’allegoria, per cui ogni elemento deve corrispondere nel significato ad un’altra realtà. Per esempio, nel discorso di Gesù nel IV Evangelo sulla vite e i tralci (cfr Gv 15, 1ss) ci troviamo dinanzi ad un’allegoria («Io sono la vite, voi i tralci e il Padre mio è il vignaiolo»); qui no!
Se leggessimo questa parabola come allegoria rischieremmo di vedere nel padrone severo il Padre e nel servo buono il Figlio che così risulterebbe più compassionevole, più paziente e più buono del Padre! Capiamo bene che Gesù non avrebbe potuto mai raccontare così suo Padre; la chiave di lettura non può essere questa. Mi pare che i due personaggi non siano assolutamente il Padre ed il Figlio: i due personaggi sono due istanze che, potremmo dire, si agitano in Dio stesso: l’istanza della verità e della giustizia e l’istanza della pazienza compassionevole.

In effetti, il padrone non ha torto a perdere la pazienza ed a pensare di abbattere il fico inutile … in più il fico tutto verde e senza frutti è icona di quella religiosità solo apparente che è in abominio al Signore (cfr Mic 7, 1 o Ger 8, 13); il servo, rappresenta, come dicevo l’istanza del cuore di Dio che non può scatenare la sua collera ma decide di pazientare, di attendere. Dio sceglie di non assumere solo l’equità ma di attendere.

Il tempo che si prolunga è però segno di misericordia non di assenza di giudizio sull’infecondità e sui rinvii che impediscono ogni conversione. Il tempo si prolunga per permetterci di usare il tempo saggiamente, di viverlo e non sprecarlo; il tempo non si prolunga per giustificare rimandi ed indifferenze.

La vicenda di quegli uccisi per ordine di Pilato e quella degli operai morti nel cantiere della Torre di Siloe ricordino a tutti che il tempo è breve e che la vita va vissuta, e senza sprechi insensati; invece di blaterare su presunti castighi di Dio in risposta di chissà quali oscuri delitti o peccati, sarebbe saggio pensare a non gettar via la vita ed il tempo che ci sono concessi dalla Misericordia.

Dinanzi al Dio “che ha tempo per l’uomo”, come scriveva Karl Barth, all’uomo è chiesto di vivere il tempo con responsabilità. Il racconto nel Libro dell’Esodo di Mosè al Roveto ardente ci narra proprio di un Dio che si cala nella storia degli uomini (Sono sceso, dice il Signore); un Dio che è capace di vedere, ascoltare e conoscere il dolore dell’uomo e che fa del tempo un luogo di vita e non di morte.

Il Nome rivelato a Mosè è una promessa: «Io-ci-sono»!
Lui c’è, e dona la grazia di saper cogliere il dono del tempo, il kairòs che ci è dato perché la vita sia davvero vita e non sia sprecata. L’unico “spreco” che, di contro, è doveroso al discepolo di Cristo, è quello della Croce ove la vita è “gettata” per amore, “sprecata” e non conservata gelosamente. Uno “spreco” che è dunque nella logica di un tempo vissuto in pienezza, di una vita in cui si arde fino a consumarsi. Chi è capace di vivere così riesce a dare quei frutti che il Signore attende dalla nostra pianta.

La Quaresima sia tempo di grazia per imparare a “sprecare” la vita così; non perdendola ma offrendola.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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 DIO E’ FEDELE

Nm 6, 22-27; Sal 66; Gal 4, 4-7; Lc 2, 16-21

 

Trittico dell'Ascensione, Circoncisione,(particolare), di Andrea Mantegna - Galleria degli Uffizi, Firenze

Trittico dell’Ascensione, Circoncisione,(particolare), di Andrea Mantegna – Galleria degli Uffizi, Firenze

Il mistero dell’Incarnazione di Dio è benedizione per tutti i figli di Adam, per tutto il creato loro affidato fin dal giardino dell’“in principio” (cfr Gen 2, 15); ed è dono all’umanità tutta, che in Maria diviene terra per Dio!
Il mistero dell’Incarnazione è benedizione che giunge ai figli di Adam ed al cosmo attraverso Israele e attraverso le promesse di cui Israele fu ed è custode.

L’anno nuovo, nell’ottava del Natale, inizia così, con questa benedizione! Oggi dovremmo semplicemente lasciarci inondare dalla piena tenerissima di questa benedizione che ha un nome preciso: Gesù.

Il primo giorno dell’anno la Chiesa lo vuole dedicare non a riti strani e propiziatori, come avviene in tutte le culture, ma ad una serena contemplazione di ciò che è davvero questa benedizione, nella quale possiamo vivere il nostro tempo: quello che ci è dato; quello che misuriamo con le nostre convenzioni ed i nostri calcoli; quello che scorre, e che oggi giunge a declinare un numero preciso, 2015 dell’era cristiana; quel tempo che Dio ha riempito della sua Grazia, e nel quale possiamo gustare la sua presenza che salva! Oggi ci è detto che lo scorrere del tempo sull’orologio, sul calendario, il kronos, in Cristo è stato fatto kairòs, luogo cioè della Grazia, luogo di incontro con l’eterno, di incontro con Dio che trasfigura la storia.

Oggi la Chiesa celebra la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio: “Madre di Dio”,  il più grande titolo mariano … E’ Solennità che rinvia immediatamente a Cristo ed alla verità della sua carne come carne di Dio; non allora in primo luogo una celebrazione mariana, ma ancora una celebrazione della verità dell’Incarnazione di Dio. Il dogma ci dice che Maria, donna di questa nostra umanità, è Madre di Dio perché Colui che da lei nacque, e che legittimamente la chiamava “madre”, è il Verbo eterno di Dio, consostanziale a Dio, Lui stesso Dio! La grandezza paradossale di questa verità della nostra fede, posta dalla Chiesa al primo di gennaio, vuole chiedere ai cristiani di vivere il tempo in un’ottica nuova, in un’ottica di infinita speranza.
Infatti se il tempo, la storia, la nostra carne sono stati così riempiti ed assunti da Dio, non c’è più spazio per il non-senso, per lo scorrere di una clessidra che si consuma fino al nulla … se il tempo, la storia, la nostra carne sono stati luogo di Dio, nulla è più senza sbocco, nulla è più senza la possibilità della luce … “Se anche vado nell’oscura valle della morte non temo alcun male” cantò il santo profeta Davide (cfr Sal 23, 4). In Cristo Gesù questo è vero per sempre!

La liturgia di questo primo giorno dell’anno, se la sappiamo scrutare con cuore attento, ci mostra una radice santa di questa grande luce, nella quale ci è data la possibilità di vivere il tempo, la nostra storia in modo diverso …

L’Incarnazione è certamente un “novum” stupefacente ed inatteso, ma è tale perché compimento fedele delle promesse di Dio; in Gesù, Verbo eterno che pone la sua tenda tra noi facendo di una di noi la Madre di Dio, è il nostro salvatore, la nostra speranza, la sola via in cui possiamo trovare la nostra verità di uomini perché è il Messia di Israele, il Figlio di David,  è il Promesso al Popolo dell’Alleanza e delle benedizioni.

Luca  sottolinea tutto ciò con straordinaria acutezza, narrandoci della circoncisione di Gesù all’ottavo giorno dalla sua nascita, secondo le prescrizioni della Torah. A Gesù è stato impresso nella carne il segno dell’Alleanza con Israele, e così è fatto ebreo, ed ebreo per sempre! Così ci ha salvati! Solo così poteva salvarci: è la sua carne ebraica che, segnata dalla circoncisione, è la carne del Messia! Il Messia poteva esserci dato solo da Israele secondo le promesse!

Oggi la liturgia ci dice che non basta che il Figlio di Dio si sia fatto carne e che sia stato deposto nella mangiatoia di Betlemme; è necessario che quella stessa carne venga circoncisa; che sia carne di un figlio di Abramo perché sia il Messia e il Salvatore!
Se dimentichiamo questo, facciamo di Gesù quel che non è, il contrario di quello che è; ne facciamo un messia disincarnato! Se dimentichiamo infatti che il Verbo nato da donna, l’annunziatore del Regno, il Crocifisso, il Risorto è adempimento delle promesse ad Israele in una carne di ebreo, dimentichiamo allora che Egli ci ha salvati, come scrive Paolo (cfr 1Cor 15, 3-4), e come il Simbolo della fede ci fa ripetere ogni domenica, secondo le Scritture, essendo cioè adempimento della Promessa fatta ad Israele Popolo santo di Dio, scelto tra i popoli per essere luogo di questo avvento della benedizione per tutti i popoli (cfr Gen 12, 3).

Per questo oggi la liturgia della Parola si è aperta con la pagina del Libro dei Numeri (cfr Nm 6, 22-27), in cui è consegnata la benedizione che Aronne ed i suoi figli dovevano pronunciare su Israele: la benedizione consisteva nel pronunziare tre volte sul popolo il Santo Nome del Signore; e quel Nome posato sul popolo per tre volte ne definiva la santità, ne proclamava l’alterità. Con l’Incarnazione, il Nome che salva è Gesù! Nome che contiene il Santo Nome del Dio dei Padri, e che proclama che quel Dio salva tutti i popoli (“Jeoshua” significa proprio “JHWH salva”) … Ed oggi quella benedizione, attraverso Gesù Cristo, appartiene a tutte le genti!

Lui, adempimento di tutte le promesse fatte ad Israele; Lui, ebreo e Messia di Israele nella discendenza di David (cfr Lc 2, 27; Mt 1, 20) fa brillare su tutti gli uomini il Volto di Dio; Lui concede la vera pace ai figli di Adam, che di questa pace sono assetati, ma che tragicamente la cercano spargendo sangue, odio e morte …
Chi accoglie Lui accoglie la vera pace, e comincia a desiderare la vera pace senza inganni mondani … Chi accoglie Lui è riempito di quello stupore di cui l’Evangelo di oggi ci ha parlato, l’unica via per non essere chiusi nel “vecchio” e per aprirsi a quella speranza nella quale far scorrere i giorni, costruendo un mondo nuovo nella pace.

Dio è fedele, e sulla sua fedeltà possiamo giocarci i nostri giorni senza temere; possiamo comprometterci con la storia, perché Dio, in Cristo Gesù, non ha temuto di compromettersi con la nostra carne e la nostra storia.

Lasciamo irrompere in noi la pace e la luce di Cristo e tutto sarà nuovo!
Questo è ciò che dobbiamo sperare per l’anno di Grazia che sta iniziando. Il resto sono solo auguri vuoti e parole convenzionali!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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  RIEMPIRE DI DIO IL NOSTRO TEMPO

– CIRCONCISIONE DI GESU’ – 

  

  Nm 6, 22-27; Sal 66; Gal 4, 4-7; Lc 2, 16-21  –

 

Madonna che legge, Giorgione (Oxford)

Madonna che legge, Giorgione (Oxford)

Il tempo… l’inizio di un nuovo anno solare può essere sempre occasione per leggere e rileggere il valore del tempo… il tempo è il grande “contenitore” di tutto ciò che siamo; se ci pensiamo la nostra stessa vita, la vita di ogni uomo, è racchiusa tra due indicazioni di tempo, una nascita ed una morte; il “frattempo” tra queste due date è la vita di ciascuno, e l’intreccio dei nostri tempi personali crea la grande storia dell’umanità, anche in questo nostro oggi. Tutti quelli che sono i viventi interagiscono e “creano” il sapore, il colore, la bellezza, la bruttezza, la luce o le tenebre di ogni oggi!

La data, in fondo convenzionale, del primo di gennaio ci porta a riflettere su un altro tratto di questo tempo, comune e personale, che è trascorso, e di quel tratto di tempo che nuovamente si apre dinanzi a noi. Un tempo che ci è donato perchè sia “sensato”, perchè sia, cioè, gustato come tempo in cui siano intrecciate relazioni veramente umane, in cui accogliersi, in cui anche dire parole critiche su ciò che imbarbarisce e disumanizza, in cui dire parole di edificazione di un mondo realmente più umano…dire parole e compiere atti umani ed umanizzanti…

Il tempo è lo scorrere dei giorni; è il “kronos che tutto divora; è lo scorrere inesorabile della sabbia nella clessidra; è il girare dei giorni del calendario che più non tornano indietro … è quel correre che ci avvicina sempre più a quella seconda data che conclude la nostra vita…il tempo è anche questo “kronos” inesorabile. La rivelazione, però, ci annunzia una cosa sorprendente: il “kronos” è abitato da Dio, da un Dio che si è voluto far presente nello scorrere del tempo, trasformando così il “kronos” in luogo di grazia, in  “kairòs”, in occasione di vita, di pienezza, di bellezza, di senso.

La prima lettura di oggi  è data dalla pagina del Libro dei Numeri che contiene la cosiddetta Benedizione di Aronne, la benedizione sacerdotale che il Signore consegna a Mosè per il popolo. Benedire non è un atto scaramantico per una generica protezione, benedire non è un atto teso a rassicurare che tutto vada bene; la benedizione è proclamazione di presenza e promessa certa di presenza. Il Signore dice a Mosè che Aronne ed i suoi figli dovranno “porre il Nome sugli israeliti”: infatti la formula di benedizione contiene la triplice ripetizione del Nome di Dio sul popolo; il Nome che assicura la presenza (JHWH cioè COLUI CHE C’E’) è pronunziato tre volte sul popolo donando protezione, luce e sorriso di Dio (è il senso del far brillare il Volto), e quindi amicizia ed amore paterno da parte di Dio. Una presenza che approda al dono dei doni, che è lo shalom, la pace; una presenza capace di trasformare la storia del popolo, una presenza che dona al tempo del popolo di Dio il sapore ed il profumo di Dio!

L’Evangelo ci dice che la benedizione di Dio, la sua presenza, si è fatta carne in Gesù; è Lui la presenza che salva, è Lui la presenza che dona luce, senso, pace … E’ Lui la possibilità di una nuova umanità.

Lo stesso nome del Figlio di Maria contiene una benedizione; è nome che proviene dall’alto (gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito…), è un nome che promette salvezza (Jeshù, cioè “JHWH salva”). Il nome che salva è imposto al Bambino nell’ora della sua circoncisione, nell’ora in cui quel Bambino santissimo è inserito nell’Alleanza per cui il Figlio di Dio, il Figlio di Maria è per sempre figlio della Promessa, figlio del Popolo santo di Israele, e perciò può esserne compimento; e, dunque, può essere Figlio di Davide, Messia e Salvatore! In Gesù si adempiono tutte le promesse della Prima Alleanza, e la sua circoncisione è di capitale importanza per questa storia di fedeltà di Dio!

Il tempo degli uomini è riempito da Dio e dalla sua presenza che salva … il Figlio, entrato nella storia, nel tempo, santifica definitivamente il tempo, ne fa luogo santo; tutta la storia è santificata dallo scorrere in essa dei giorni di Gesù di Nazareth…il suo kronos fa diventare kairòs tutta la storia…luogo in cui davvero è possibile incontrare Dio. Il suo aver respirato l’aria del mondo ha fatto per sempre del kronos un kairòs: ora tocca a noi cogliere questa grazia e annunziarla, ora tocca a noi fare la nostra parte nello scorrere della storia.

Quale questa nostra parte?

Cosa chiedere per noi al Signore all’inizio di questo nuovo anno?

L’Evangelo di oggi ci presenta Maria come modello del discepolato: il discepolo, in fondo, è colui che ha colto il kairòs e fa dunque del suo tempo un tempo di Dio.

L’Evangelo si è aperto con i pastori  che, incredibilmente, annunciano l’Evangelo alla Madre di Dio e a quanti sono lì presso la mangiatoia. I pastori, per Luca, sono i primi evangelizzatori, i primi che, tra gli uomini, portano la buona notizia di Gesù.

E Maria cosa fa? Conserva tutte le parole che le sono state annunziate: il verbo greco è “suntéreo”, che sottolinea la cura con cui Maria conserva dentro di sè quelle parole, non perde nulla, non muta nulla. E’, inoltre, una custodia costante, prolungata, che durerà tutta la sua vita; Luca, infatti, usa per questo verbo il perfetto greco che esprime il prolungarsi, la continuità di un’azione; la vita di Maria diviene un custodire la parola, la vita del discepolo nella storia, nel tempo, è allora un custodire la parola che ha ricevuto, un custodire senza perderne pezzi per strada, senza mutamenti, senza addolcimenti o accomodamenti. Così il kronos diviene kairòs: riempiendo il kronos di questa cura che rende presente ed operante la Parola nella vita del discepolo, la Parola stessa diviene benedizione, presenza.

L’Evangelo però ci dice che questa custodia non è un atteggiamento passivo, quasi un sotterrare la parola perchè non venga rubata, mutata, dimenticata … no! Maria fa anche un’altra cosa, scrive Luca: al custodire,  l’evangelista aggiunge un participio sunballuousa”; Maria cioè custodisce “meditante”. Il verbo “sunbàllein” significa precisamente “confrontare”, “comparare”, “mettere assieme”: insomma Maria collega, confronta, mette assieme le parole che ha ascoltate e che custodisce. Maria è discepola fedele che custodisce la Parola, ma che anche fa crescere in sè la Parola cogliendone le profondità e le implicanze, cogliendone l’ampiezza e comprendendo la direzione che quella Parola prende nella sua vita e nella storia tutta. Pensiamoci: Maria ascolta parole di grandezza dai pastori (e ne aveva ascoltate anche da Gabriele!) circa quel Figlio, ma ora lo vede piccolo, fragile, deposto nella greppia ed avvolto in fasce; Maria deve mettere assieme grandezza e piccolezza, povertà e gloria di Dio … Maria è discepola che deve far entrare nella storia l’incredibile paradosso cristiano, quel paradosso che giungerà a proclamare che un crocefisso dà senso a tutta la storia del mondo, e trasforma per sempre il kronos in kairòs.

Per questo anno che inizia dobbiamo chiedere al Signore LA vera capacità di accogliere la benedizione che è Gesù, custodendo le sue Parole, facendole vivere e crescere nel nostro profondo.

Così questo anno 2014 diverrà anno di grazia!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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