Pasqua di Resurrezione – L’incontro con Cristo

 CRISTO E’ RISORTO! E’ RISORTO IN VERITA’!

 

VegliaGen 1, 1-2,2; Gen 22, 1-18; Es 14, 15-15,1; Is 54, 5-14;Is 55, 1-11; Bar 3, 9-15.32-4,4; Ez 36, 16-28; Rm 6, 3-11; Mt 28, 1-10

Messa del giornoAt 10, 34a.37-43; Sal 117; Col 3, 1-4 (opp. 1Cor5, 6b-8); Gv 20, 1-9

(Sera Lc 24, 13-35)

Resurrezione di Cristo (Beato Angelico)

Resurrezione di Cristo (Beato Angelico)

Incontrare il Risorto! La fede cristiana si gioca tutta qui! E’ cristiano chi, in un giorno benedetto della sua vita, ha incontrato il Cristo Risorto, ha incontrato il Crocefisso Risorto! Non c’è altra possibilità!

L’Evangelo di Matteo, che questa notte si proclama nella Santa Veglia della Pasqua, è il racconto dell’andata delle donne al sepolcro all’alba del Primo giorno dopo il sabato. La narrazione di Matteo è diversa da quella di Marco e da quella di Luca; lì le donne vanno al sepolcro e, trovatolo vuoto, ne ricevono la spiegazione: Il Crocefisso è risorto! Una rivelazione che proviene da un “giovane in bianche vesti” (cfr Mc 16, 5) o da “due uomini in vesti sfolgoranti” (cfr Lc 24,4). Con questa notizia che brucia loro in cuore esse corrono a dare l’annunzio ai discepoli; un annunzio che, in verità, non ha molto successo; ai saggi maschi sembra “chiacchiere di donne” (cfr Lc 24,22-24). In Matteo il racconto ha un andamento diverso… per lo meno da un certo punto in poi. L’Angelo della Risurrezione  (Matteo dice esplicitamente che è un angelo!) ha detto loro che il Crocefisso è risorto e che non è qui… ed esse “con timore e gioia grande” si allontanano per portare l’annunzio ai discepoli… ma – quasi a contraddire le parole dell’Angelo (“Non è qui”) – l’Evangelo di Matteo ci dice che proprio in quel frangente in cui esse si stanno allontanando, Gesù è lì! Sì, Matteo si differenzia dagli altri due sinottici per questo particolare di non poco conto: Gesù in persona si fa presente, e si fa incontrare dalle donne che già avevano accolto l’Evangelo della Risurrezione. Una variante, questa, che certo nell’intenzione di Matteo ha un senso che, in questo giorno santo di Pasqua, è importante per noi indagare e d approfondire.

Nel momento in cui le donne si allontanano dal sepolcro sanno una grande notizia, una notizia che, suffragata dal sepolcro vuoto che è un segno di quanto l’Angelo ha detto, le ha riempite di timore e gioia grande… ma è una “notizia per sentito dire” … solo l’incontro con Gesù trasformerà quella notizia ricevuta, quel kerygma”, in una realtà che afferra tutto quello che esse sono; senza l’incontro con Gesù, incontro vero, incontro bruciante con Lui, l’Evangelo della Pasqua risulta una notizia meravigliosa ma “per sentito dire”. E’ l’incontro con Cristo che cambia tutto, è l’incontro con Cristo che fa di quella notizia una verità da cui non si può più tornare indietro.

E’ solo l’incontro con Cristo che trasforma l’uomo in cristiano…differentemente, è uno a cui sono state dette delle cose bellissime ma che possono avere il sapore delle “belle parole consolatorie” per tanti, o della “perfetta costruzione teologica” per altri, o del “mito” da cui bisogna ricavare dei bellissimi insegnamenti morali per tanti altri…

No! La Pasqua non è tutto questo! La Pasqua è incontro con Colui che, nei santi giorni della Passione, abbiamo contemplato nel suo amore fino all’estremo, un amore che narra Dio e che incontriamo nella fede, ma in un vero incontro di cui non si può più dubitare fino in fondo.

La Pasqua annuale è la celebrazione di quei fatti straordinari che avvennero, sotto questo nostro cielo, nella primavera dell’anno 30 ma è, per ciascun cristiano, la memoria viva di quell’incontro con il Risorto che ha fatto sì che quei “fatti” di quel lontano aprile fossero significativi e trasformanti per la propria vita concreta.

L’unica cosa che può rendere quei fatti lontani “fatti” della mia vita – ripetiamocelo – è l’incontro con Lui, con il Crocefisso Risorto, è incrociare lo sguardo di Lui, è sentire che il suo amore ha toccato la mia vita ed il mio peccato, che la sua Risurrezione mi apre il sentiero di una vita altra, illuminata di bellezza; una vita non esentata dalla fatica della fedeltà e della lotta per la fedeltà, e neanche dalle ombre del dubbio e della miseria, ma con un potenziale immenso nella memoria di quell’incontro fontale con Lui. E’ lì che devo correre ogni qual volta si profilano all’orizzonte i giorni cattivi, ogni qual volta la mia povertà offusca la luce della vita nuova; e se ritorno lì, risento la sua voce colma di tenerezza che in quel giorno salutò proprio me, che mi chiamò per nome e nulla fu più come prima! E questa santa memoria mi salva.

Il racconto di Matteo raccorda, con grande intelligenza spirituale, l’annunzio del kerygma all’incontro personale con il Cristo; non possono stare l’uno senza l’altro…se il kerygma non diventa incontro resta notizia data e non diventa vita nuova.

Oggi, come Chiesa, dobbiamo davvero renderci conto di questo: tanti hanno sentito dire “Il Crocefisso è risorto!”…e in questo giorno lo si ripeterà a volte come uno stanco ritornello, ma quanti L’hanno incontrato?

L’annunzio della Chiesa deve sentire l’urgenza di condurre gli uomini del nostro tempo alle soglie dell’incontro con lo sguardo misericordioso di Cristo, con la sua parola rivolta ad ogni uomo. Il timore e la gioia grande delle donne certo diverranno un “timore sacro e dolce”, che è proprio il contrario della paura, e diverranno una “gioia indicibile”, non raccontabile mai a pieno; e chi ha incontrato il Signore sa quanto è difficile ridire quell’esperienza…

Quando si incontra il Risorto si provano questi sentimenti; provengono dal sentirsi amati al di là di ogni possibile sogno di amore, al di là di ogni possibile desiderio di essere accolti e perdonati.

La gioia che la Pasqua rinnova nel cuore di chi Gesù l’ha incontrato davvero è la gioia di sapere che la via dell’amore ostinato di Gesù, la via dell’amore che Lui percorse ostinatamente, non è vana; gli uomini pensarono (e pensano!) alla Sua come ad una via perdente, inutile, risibile; invece è proprio e solo quella la via che conduce alla vita, e crea il mondo nuovo.

Oggi è Pasqua ed è il giudizio di questo mondo! Sì, la Risurrezione pronunzia il giudizio di Dio sul mondo: gli uomini hanno inchiodato Gesù alla croce, condannandolo come falso Messia e venditore di illusioni, incapace di offrire vita e salvezza…Dio, risuscitandolo all’alba di questo giorno santissimo, dice il suo a Gesù e alla sua umanità, dice sì alla via apparentemente perdente del Messia Crocefisso!

E noi che l’abbiamo incontrato vivente possiamo dire: è proprio così! La via della croce, la via dell’amore è vittoria! Vittoria paradossale, non sotto il segno di questo mondo, ma vittoria vera! E noi che l’abbiamo incontrato risorto possiamo dire, con una gioia che il mondo non può capire: Cristo è risorto! E’ risorto in verità!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Domenica di Quaresima – Dio tutto perdona

UN PADRE CHE NON HA BUONSENSO

Gs 5, 9a.10-12; Sal 33; 2Cor 5, 17-21; Lc 15, 1-3.11-32

  

Davvero oggi dobbiamo gioire, davvero oggi è necessario spalancare il cuore alla letizia… oggi la liturgia ci invita a contemplare ed a cantare la misericordia del Signore! E’ la domenica detta laetare proprio per questo richiamo alla gioia che essa contiene; il colore rosaceo dei paramenti liturgici è significativo: oggi, con la luce dell’aurora della Pasqua che già si intravede, è attenuato il violaceo, segno del rigore penitenziale della Quaresima. Il colore dell’aurora, il rosaceo, ci riveste per ricordarci che la nostra penitenza approda alla luce della risurrezione, alla luce di un amore fino all’estremo (cfr. Gv 13,1), quello di Gesù, il crocefisso risorto.

L’ingresso nella Terra Promessa che il libro di Giosuè oggi ci narra nella prima lettura, è inaugurato da una parola kerygmatica del Signore: Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto. E’ di nuovo Pasqua, come nella notte dell’Esodo, ma questa Pasqua, la prima nella Terra Promessa, è compimento di quella prima Pasqua. La parola del Signore è vera: l’Egitto, con tutto ciò che rappresenta (condizione da stranieri, idolatria, schiavitù, oppressione) è alle spalle per sempre. Ora il popolo ha un compito straordinario: vivere in quella libertà che il Signore ha donato. La dinamica è sempre chiara ed umanissima: l’esodo è opera di Dio ma all’uomo, certamente con la grazia di Dio, è richiesto di viverlo ogni giorno facendo di quella libertà donata una libertà pienamente assunta. E’ anche la dinamica della vita cristiana: al dono di grazia della Pasqua di Cristo bisogna rispondere assumendo quella grazia e quella libertà di figli che il suo amore ci ha donato.

La vita cristiana ha la forma di un esodo compiuto e continuo ed il celebre passo dell’Evangelo di oggi, la parabola del Figliuol prodigo, o meglio del Padre misericordioso, è ancora possibile leggerla come un esodo; il figlio che si allontana dal padre si avventura incauto ed accecato da se stesso, in una terra di schiavitù, povertà ed abbrutimento… Non riesce a custodire nulla della casa del padre, solo una pallida memoria che gli affiora nel cuore nell’ora dell’estremo avvilimento e solitudine; lì, tra i porci, è senza amore: avrebbe voluto saziarsi delle carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava, così scrive sapientemente Luca, cioè vorrebbe l’amore di qualcuno che si curi della sua vita, dei suoi bisogni. In questo estremo, il ragazzo dissennato fa affiorare una pallida memoria di quella casa; sia chiaro, è una memoria interessata (quanti salariati in casa di mio padre hanno cibo abbondante ed io qui muoio di fame!) e senza pentimento; il discorsetto che si prepara è pieno di calcoli per ottenere ciò che vuole.

Se la sua memoria è pallida e gretta, di fronte a lui c’è una memoria vivida e piena di amore e speranza: quella del padre. Questi lo vede nella sua lontananza, lo aveva amato con un amore fedele nel suo peccato e nella sua bassezza, lo attendeva con una speranza priva del buon senso del mondo, il suo è un amore che non si è arreso. Il padre corre verso di lui e lo stringe a sé baciandolo ripetutamente (Luca usa qui uno straordinario imperfetto: lo baciava.). Qui quel ragazzo sciagurato si pente, avvolto da un amore che nulla chiede; sente il suo peccato come tale e si lascia amare e rinnovare. Sono l’amore ed il perdono che producono il pentimento e non il contrario. Ecco il grande evangelo di oggi: annunzio di amore e perdono prevenienti e perciò assolutamente gratuiti. Certo questo padre è fuori da ogni schema: nessuna parola di rimprovero, nessuna recriminazione sul patrimonio sperperato…solo gioia, accoglienza, doni e dignità restituita. Il padre non ha il buon senso del mondo, il triste buon senso del mondo ce l’ha il figlio maggiore che non sopporta quella festa, che recrimina e rinfaccia, il triste buon senso di chi si crede giusto e rifiuta la fraternità (questo tuo figlio…) e non vuole sedere alla mensa del peccatore… Il padre alche con lui è umile misericordia, gli ricorda la sua fraternità (questo tuo fratello…) e lo invita ad entrare alla festa della comunione ritrovata. La parabola rimane aperta: entrerà alla festa questo ottuso giusto?

San Paolo nel testo della Seconda lettera ai Corinti che oggi si legge, ci dice in pratica che la storia della salvezza è stata tanto più bella e meravigliosa della parabola lucana: in realtà il Figlio maggiore, il Cristo, non è rimasto al caldo nella casa del Padre ma è partito anch’egli per una terra lontana per cercarvi i figli prodighi e perduti, li è andati a cercare fin nell’inferno! Si è lasciato trattare da peccato, lui il solo giusto. E questo per entrare a pieno in quella condizione in cui noi tutti eravamo: nel campo dei porci e senza amore…

La parola di Paolo è violenta ed a volte, diciamocelo, insostenibile per i nostri cuori di pii cristiani; è una parola che balbetta e l’orrore della croce del Figlio di Dio, il cui senso dobbiamo accettare di non cogliere mai a pieno, e l’amore del Dio narrato da Gesù con tutto se stesso; mentre ci sembra di cogliere il senso di quell’essere trattato da peccato in nostro favore, esso ci sfugge ma ci lascia nel profondo un segno radicale di quello che in queste domeniche stiamo cogliendo come il caro prezzo (1Cor 6,20) della salvezza!

Oggi siamo invitati a rallegrarci di questo caro prezzo che Dio ha voluto pagare per noi, a vantarci della croce di Cristo (Gal 6,14), il vanto che viene dal comprendere veramente quanto siamo stati amati! Rallegriamoci di questo amore estremo ed in esso dimoriamo lasciandoci plasmare in una vita rinnovata e filiale.




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III Domenica del Tempo Ordinario – Gesù parla del Regno

TENDERE LE ORECCHIE DEL CUORE

Is 8, 23-9,2; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4, 12-23

 

 La storia è convulsa, confusa, frenetica perché fatta da noi che siamo spesso convulsi, confusi e frenetici … la storia è lacerata perché abitata e costruita da noi lacerati e laceratori; la storia è spesso luogo di tenebra perché noi uomini facciamo il male e odiamo la luce perché le nostre opere non vengano svelate (cfr Gv 3,20); in questa storia fatta così succede, ad un certo punto, qualcosa di straordinario: Gesù inizia a predicare! E parla del Regno! L’Evangelo di Matteo è così attento a questa dinamica del Regno di Dio che è detto “l’Evangelo del Regno”. Il Regno è il ristabilire il primato di Dio e la sua regalità proprio su quelle vicende convulse, confuse, frenetiche e laceranti della storia.

L’Incarnazione di Dio è parola che vuole risuonare tra gli uomini e nelle loro vicende e l’iniziare della predicazione di Gesù è allora evento di non poco conto. E’ un inizio, un’“archè” fondamentale: Gesù iniziò a predicare e a dire “Cambiate mentalità, si è avvicinato infatti il Regno dei cieli”. E’ un annunzio saettante; non a caso Matteo usa il verbo greco “keriussein”, il  verbo dell’annunzio dell’araldo, il verbo che indica un annunzio essenziale, forte, esistenziale, che vuole coinvolgere la vita senza scelta di ambiti. L’annunzio dell’Evangelo che comincia ad esplodere lì in Galilea è così: travolge e afferra tutta la vita … l’Evangelo di questa domenica ci mostra gli inizi dell’irrompere della Parola che salva e ci indica anche le “strategie” e le scelte di Gesù: Lui sceglie gli ultimi, i lontani; la sua parola risuona nel territorio di Zabulon e di Neftali, Galilea delle genti cioè regione (“galil” in ebraico significa semplicemente “regione”) dei pagani; la sua parola, il suo annunzio “kerigmatico” risuona tra il popolo immerso nelle tenebre … e quell’annunzio invera le parole di Isaia che Matteo stesso cita e che costituiscono la prima lettura di oggi; nella tenebra che è confusione, morte e lacerazione rifulge la luce che trasforma il caos tenebroso in cosmo, proprio come nell’“in-principio” (cfr Gen 1, 2-5). La liturgia di oggi pone la nostra attenzione sulla parola di Gesù: una parola che sceglie i poveri, gli ultimi; una parola che illumina le tenebre, una parola che interpella, una parola che chiede non scampoli di vita ma tutta la vita, una parola che provoca la nostra libertà.

A causa di questa parola che sa di dover consegnare al mondo, Gesù è in movimento, è in fermento … ed è in movimento per muovere ed in fermento per fermentare. Quanti verbi di movimento ci sono in queste righe di Matteo: Mentre camminava lungo il lago … andando oltrepercorreva tutta la Galilea … E la sua parola si mostra subito per quello che è: compromettente e di rottura. I primi quattro che accolgono radicalmente quella parola volgono le spalle al loro passato, alla “routine” quotidiana senza imprevisti se non quelli del “mestiere”, senza orizzonti vasti, con confini ben delineati e rassicuranti. La voce di Gesù chiama e a quella voce Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni rispondono usando a pieno la loro libertà e consegnando i loro passi ai passi di Gesù: lo seguirono. I loro passi ormai sono quelli di Cristo, la loro via è ormai quella che Gesù percorre e percorrerà. Sì, avranno delle cadute e delle lentezze ma oramai la loro vita è intrecciata per sempre con quella del Cristo … La parola che inizia a risuonare nella terra delle tenebre illumina e lega a sé chi si fida e consegna liberamente a Lui la sua libertà.

La parola di Gesù, annunziando con forza il Regno, guarisce, cura, solleva da ogni immobilità: è una parola che inizia, in ciascuno che la ascolta con cuore libero e disponibile, una creazione nuova, un mondo nuovo, un uomo nuovo.

E’ una parola che dalle rive del Lago di Galilea rimbalzerà sulle labbra di questi primi chiamati che poi la porteranno per tutto il mondo; la chiamata li trasformerà ma a partire da ciò che essi sono già; il “novum” si inserirà sulla loro realtà: i pescatori del lago diverranno pescatori di uomini; la parola che li ha chiamati ha annunziato loro il Regno veniente pronunziando il loro stesso nome: Li chiamò.

Sulle labbra di Cristo risuona oggi pure per noi il nostro nome, il problema vero è cogliere di essere chiamati da Lui in modo unico e personale; il problema è riconoscere questa chiamata che vuole una risposta unica e personale. Una risposta però pienamente obbediente. Chi elude questa chiamata non dando risposta rimane sulla riva del lago mentre i passi di Gesù si allontanano, rimane con delle barche e delle reti che sembrano tutto e poi si riveleranno essere niente.

Chi ha il coraggio di seguire Gesù non ragiona, non fa i conti dei “pro” e dei “contro”, non fa commercio della propria vita, la dona e basta! Lascia cadere tutto e va con Lui. Siamo in un tempo in cui i calcoli e il commercio sono considerati espressione di “buon senso”, di avvedutezza, di ponderatezza. Per l’Evangelo non è così! Bisogna lasciare le reti, quello cioè che ci permette di catturare, di possedere … bisogna lasciare le barche sulle quali ci si sente sicuri perché rappresentano quel che conosciamo, sappiamo governare, ciò che si muove nel nostro piccolo mondo, sul nostro piccolo lago … bisogna lasciare il padre cioè quello che lega al passato, anche con sacrosanti affetti, ma può diventare prigione e limite …

E in cambio? Una vita con Lui per le strade del mondo a proclamare come Lui un Regno invisibile agli occhi ma che trasforma le vite e orienta altrove le speranze; una vita che ha perso le sicurezze di reti, barche e padri e si nutre di fiducia in un discorso stolto, come quello della croce!

Chi si fa discepolo di Cristo lo segue fidandosi dei suoi passi anche e soprattutto quando conducono alla croce. Chi nella sua storia con Cristo vuole fidarsi di altro rischia di fallire e di rendere vana la croce di Cristo, come scrive Paolo ai cristiani di Corinto; e si rende vana la croce di Cristo con le “sapienze umane” e con i mille motivi ragionevoli e di “buon senso” che il mondo sa elencare con molta perizia.

Il vero discepolo di Cristo permette alla parola “ricreante” del Signore di scomodarlo, di fargli volgere le spalle al passato per lasciarsi condurre per le strade “insicure” dell’Evangelo; su strade su cui si trova una sola certezza: c’è Gesù! Ci basta?

Se cerchiamo altro vuol dire che la parola coinvolgente di Gesù ha trovato in noi porte chiuse e sicurezze inespugnabili.

Tendiamo le orecchie del cuore per risentire oggi il nostro nome pronunciato con amore da Gesù; e quando lo ascolteremo lasciamoci sedurre dalla sua voce che ci attira e ci propone di far strada con Lui. Senza tante domande e senza calcoli! L’Evangelo è così!




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Ascensione del Signore – Una attesa nella storia

UNA MANIFESTAZIONE CHE AVVIENE CON IL CELARSI DI GESU’ 

At 1, 1-11; Sal 46; Ef 4, 1-13; Mc 16, 15-20

  

Il racconto che Luca fa, in Atti, dell’Ascensione del Signore, è racconto di una vera e propria “teofania”, di una manifestazione di Dio; una manifestazione che avviene con il celarsi di Gesù! Paradossale! Come sempre, nel mistero cristiano, tutto è paradossale!

Qui Dio si manifesta sottraendo la visibilità del Risorto ai discepoli, ma questa assenza subito si riempie di una parola che viene da Dio: Uomini di Galilea perchè state a fissare il cielo? Questo Gesù che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo . A parlare sono “due uomini ” non meglio definiti da Luca (anche al sepolcro le donne avevano visto “due uomini ”!) la tradizione ha voluto vedervi due angeli…per alcuni sarebbero di nuovo Mosè ed Elia (anch’essi così definiti da Luca nella scena della Trasfigurazione; cfr Lc 9,30) che sono venuti come testimoni all’appuntamento del “compimento ” dell’ Esodo …sì, perchè qui l’Esodo è davvero compiuto! Se la passione è stata il tempo del deserto ora qui, con la Risurrezione e l’Ascensione, Gesù giunge con tutta l’umanità alla Terra promessa! La scena somiglia tantissimo al racconto della Trasfigurazione: c’è la nube segno della gloria del Signore, nube che cela e rivela e, mai come in questo racconto, è così chiaro che essa celi ma poi si dipana una grande rivelazione.

I due uomini (siano angeli o Mosè ed Elia!…) invitano i discepoli disorientati (ancora un parallelismo con il racconto della Trasfigurazione!) a non rimanere fissi con gli occhi al cielo e questo perchè c’è da attendere un ritorno e questa attesa non può non essere che nella storia , nel quotidiano…i discepoli devono tornare alla storia e anzi devono essere, nella storia, via di svolta, di “esodo” per tutti! Ormai questo “esodo” è incominciato, tanto che un frammento della storia, del tempo degli uomini, della loro carne è ormai presso Dio …Gesù è questo straordinario frammento di storia che è giunto a Dio compiendo tutto l’Esodo ed essendo promessa di pienezza! La Chiesa resta nella storia per essere seme di questo compimento! Un compimento che può avvenire solo in un modo: narrando Gesù ! D’altro canto Gesù era venuto per narrare al mondo il Padre e l’aveva fatto con le sue parole e la sua vita tutta donata; la Chiesa non può e non deve fare altrimenti, non può e non deve fare altro! Riceverà lo Spirito per essere serva di questo compimento .

Nella finale dell’Evangelo di Marco che oggi si ascolta è chiaro: i discepoli, nonostante la loro fragilità (sono gli Undici e non più i Dodici perchè tra loro si era insinuato il tradimento e la morte!) sono inviati da Gesù risorto ad evengelizzare tutta la creazione ; mi pare forte che Gesù non dica semplicemente “tutti gli uomini ” o “tutte le genti” (come viene detto in Matteo ) ma dica “tutta la creazione ”… è come dire che l’Evangelo, per la parola e la testimonianza degli Apostoli, debba permeare tutto il creato per trasfigurarlo; tanto è vero che gli stessi segni che essi devono fare, toccano con evidenza le cose create liberandole (scacciano i demoni!) e trasformadole da male a bene (i serpenti, il veleno, le malattie, la separazione tra gli uomini a causa delle “lingue ” diverse…)

Con l’ Ascensione allora inizia un tempo nuovo, il tempo in cui il seme che Cristo ha piantato nella storia deve iniziare a giungere a pienezza…

Anche la finale di Marco sottolinea che inizia un tempo di assenza, ma subito quell’essenza è avvertita come presenza distesa e permanente…infatti il Signore opera con i suoi e conferma le loro parole e questo dappertutto , ovunque …

Lo straordinario di questo mistero dell’Ascensione è che l’ Evangelo, frutto “a caro prezzo ” dell’amore trinitario, frutto “a caro prezzo ” della croce del Figlio, ora è affidato a povere mani di uomini…la conferma e l’operare di Cristo sono strettamente legate all’opera dei discepoli…se essi non vanno e non si compromettono l’ Evangelo resta “congelato” perchè non annunziato, resta fermo perchè ha bisogno delle loro gambe e della loro fatica…quando nei secoli i discepoli non hanno fatto questo il mondo degli uomini ed il creato tutto ripiombano nelle loro vie di morte e di alienazione.

L’Ascensione deve accendere nei nostri cuori la “febbre” dell’evangelizzazione…non c’è cristiano che se ne possa sentir fuori…non c’è discepolo di Cristo che possa nascondersi dietro “altri ministeri” e altre urgenze!

Divenuti discepoli del Crocifisso Risorto non si può avere che un’urgenza: gridare al mondo con la vita e la parola la grande speranza, indicare al mondo quella terra promessa che già ci appartiene perchè “uno di noi”, Gesù di Nazareth, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, già ci abita e, abitandoci, è però sempre con noi!

Credere nella Risurrezione è credere a questa terra promessa e tendervi con tutte le forze! Chi crede nella Risurrezione sa che c’è un’urgenza: l’Evangelo! Sa che è un’urgenza prima per lui stesso che ogni giorno deve decidersi per Cristo per poi mostrarlo al mondo senza arroganze e senza disprezzo.

A Cristo Gesù che tornerà la Chiesa dovrà consegnare questo mondo in cui essa è stata lasciata, un mondo da amare e lo trasfigurare con la parola di salvezza e con la sua vita tutta fatta dono come quella del suo Sposo e Signore!




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