V Domenica di Quaresima – Il segno di Lazzaro

 

UN BALZO VERSO IL FUTURO DI DIO

  –  Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8, 8-11; Gv 11, 1-45  –

 

La resurrezione di Lazzaro, Caravaggio

La resurrezione di Lazzaro (Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609-Museo Nazionale di Messina)

La morte è la comune eredità di tutti gli uomini, dice la liturgia della Chiesa: è l’eredità che ci accomuna e che si profila all’orizzonte di ogni uomo, e con cui tutti devono fare i conti. Tra tutti i viventi l’uomo è l’unico che sa di dover morire e questo è tremendo, ma può essere anche fecondo.

E’ tremendo perchè la morte fa paura, e non lo si deve negare: anche Gesù ebbe paura nell’orto di Getsemani! E’ tremendo perchè la paura della morte ci fa cattivi, come scive l’autore della Lettera agli Ebrei (Eb 2, 15); il sapere della morte può essere però fecondo perchè, alla luce di questa coscienza, la vita dell’uomo può diventare ricerca di senso e di ulteriore; perchè può diventare lotta per sconfiggere la morte, e tutto ciò che le somiglia.

Il problema è però spesso la rimozione della morte dall’orizzonte dell’uomo, una rimozione stolta che tende a fare dell’uomo un essere che vive solo per quello che riesce a godere nella vita. Questo, per lo meno, fino a quando non si scontra con il dolore e con il morire.

Nell’Evangelo di Giovanni l’ultimo segno che Gesù compie è la risurrezione dell’amico Lazzaro. Questo segno apre il racconto del Quarto Evangelo alla sua ultima fase: la passione, morte e risurrezione di Gesù. Il segno di Lazzaro è dato da Giovanni, anzi, come la causa ultima e scatenante dell’ ira-paura dei nemici di Gesù, che porterà alla decisione di ucciderlo. E’ un segno che riguarda questa nostra comune, terribile eredità che è la morte. L’Evangelo è buona notizia  solo se raggiunge questo orizzonte buio che è la morte, illuminandolo di vita.

Questo è quello che accade nel racconto giovanneo che la liturgia di quest’ultima domenica di Quaresima ci propone; ancora un racconto del Quarto Evangelo lungo e profondo, in cui Giovanni ci conduce a contemplare Gesù come risposta alla nostra umanità in cerca di senso.

Nelle due precedenti domeniche Giovanni ci ha indicato in Gesù Colui che con la sua parola potente è capace di liberarci dai legami e dalle catene della morte: “Scioglietelo!” ordina Gesù, quando Lazzaro esce dalla tomba ancora legato con i bendaggi funebri! Gesù è capace di liberarci dalla morte, ma a prezzo della sua morte. “Con la morte calpesta la morte”, canta un tropario pasquale della Chiesa d’oriente: Gesù ha “le chiavi della morte e degli inferi” (cfr Ap 1, 18) ma a prezzo del suo sangue … Giovanni ci terrà a precisare, infatti, che a causa di questa risurrezione Gesù sarà ucciso (cfr Gv 11, 46-54).

Il racconto è costruito dall’evangelista su quattro incontri di Gesù: il primo è quello che Gesù fa, in compagnia dei suoi discepoli, con la notizia della malattia di colui che egli ama; ne segue un dialogo con i discepoli che, come sempre, non capiscono le profondità di quello che Gesù dice, ed anche di ciò che Gesù fa, e qui volutamente ritarda ad andare a Betania. Gesù alla fine parte deciso per andare in aiuto di Lazzaro, un aiuto che vuole dare in quell’estremo momento in cui tutto pare impossibile all’uomo. Gesù vuole aiutare Lazzaro raggiungendolo nelle profondità dell’abisso in cui è caduto; non a caso il nome Lazzaro (in ebraico “Eleàzar”) significa “Dio aiuta”!

Il secondo incontro-dialogo è quello con Marta. In questo incontro c’è un vertice di tutto il racconto e di tutto il Quarto Evangelo: nell’Evangelo di Giovanni ci sono, infatti, molte autorivelazioni di Gesù, e tutte iniziano con “Io sono” (il nome salvifico di Dio così come è rivelato nella Prima Alleanza a Mosè al Sinai). Qui però si giunge ad una dichiarazione vertiginosa, una dichiarazione che coinvolge tutto il “destino” umano: “Io sono la risurrezione e la vita”; Gesù dichiara con certezza potente che chi aderisce a Lui anche se muore, vivrà! E’ una promessa infinita! E’ una promessa che può abbattere quella paura della morte che ci fa cattivi; è una promessa di cui il segno di Lazzaro sarà solo, appunto, un segno … Lazzaro verrà raggiunto nella sua morte e nel suo disfacimento (“già manda cattivo odore”), ma poi morirà di nuovo come tutti gli uomini. A Lazzaro Gesù farà fare un salto all’indietro, verso la sua vita di prima; ma poi a Lazzaro, e a tutti quelli che muoiono, Gesù farà il dono più grande: con la sua Pasqua – risorgendo – consegnerà ad ogni carne la possibilità di fare un balzo non verso il passato, ma verso l’eterno di Dio, verso il futuro di Dio.

Il terzo incontro che Gesù fa in questa narrazione è con Maria che non gli è andata incontro con la sorella Marta, ma che è rimasta seduta nel suo dolore … anche a Maria – come tra poco farà con Lazzaro nella tomba! – giunge la voce di Gesù che chiama (“Il Maestro è qui e ti chiama”) per farla uscire dalla tenebra della disperazione e del vuoto. E Maria gli corre incontro, con un immediato rimprovero nel cuore e sulle labbra: “Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto!”. Gesù accetta la sua parola dolente, ed anzi si fa prendere il cuore da quel pianto di Maria che fa affiorare il suo stesso pianto: Giovanni, infatti, dice che fu sconvolto nello spirito, e che scoppiò in pianto! E’ il pianto dell’amico per l’amico (Vedete come lo amava, dicono i presenti), è il pianto dell’uomo dinanzi all’ingiustizia della morte e al suo orrore; è il pianto di Dio che è la vita e che non sopporta il tanfo della morte! E Gesù, piangendo, prega, comunica con il Padre riaffermando la sua fede: Gesù è certo, nella fede, che il Padre lo ascolta. Questo è il fondamento di ogni preghiera; se non c’è questa certezza, non si prega, se non si vive di questa certezza è impossibile vivere di preghiera e nella preghiera. E’ una certezza che si raggiunge nella fede e per la fede, è una certezza che ci permette di attraversare la storia andando oltre la storia; è una certezza che ci permette di attraversare la storia non restando prigionieri della storia, vivendo la storia ma portando nella storia il sapore dell’eterno. E’ quanto fa Gesù che, in questa certezza, fa irrompere nella storia, ed in una storia di morte, la libertà della vita.

Da questa preghiera Gesù fa scaturire un grido verso l’abisso della tomba del suo amico: è un ordine secco, un ordine che, contrariamente a quanto si sente dalle traduzioni correnti di questa pagina, non ha verbo: “Lazzaro, qui fuori!”. Gesù ha fatto rimuovere la pietra che rende prigioniero l’uomo del tanfo della morte e grida quel “qui”! Ci chiedamo: “qui” dove? Presso di Lui! A Lazzaro giunge l’ordine di recarsi presso di Lui; deve passare dall’ombra di morte alla luce della sua presenza, deve passare dalla prigionia alla libertà! Gesù, con il suo grido potente, squarcia il silenzio della morte. Agostino scriverà nelle sue “Confessioni”: “Hai gridato e hai infranto la mia sordità”. E’ vero, quando abitiamo le regioni di morte non solo siamo nelle tenebre, ma siamo anche nell’incapacità di ascoltare, siamo nella sordità.

Il grido di Gesù, in quest’ultima domenica di Quaresima, squarci la nostra sordità e faccia irrompere la luce nei nostri cuori perchè nei giorni santi della Pasqua possiamo ascoltare la Parola di salvezza, e possiamo camminare, alla luce di Cristo, verso la pienezza della vita che la Croce e la Risurrezione ci hanno donato.

Usciamo fuori dalle tombe, dai nostri lezzi di morte, dai silenzi mortiferi in cui la mondanità ci conduce. Cristo Gesù pronunzia il nostro nome con forza e con tenerezza: Lui è la risurrezione e la vita per le morti quotidiane nelle quali cadiamo e che qui ci imprigionano … Lui è la risurrezione e la vita per la morte finale a cui possiamo giungere consolati dalla  sua compagnia e dalla sua promessa: Chi crede in me anche se muore vivrà!

Una promessa che, come Chiesa, dobbiamo far giungere al cuore del mondo … una promessa che è cuore dell’Evangelo che può rinnovare la faccia della terra!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Un ricco senza nome

SI FIDA DI MAMMONA CHI NON SI FIDA DELL’ALLEANZA

  –  Am 6, 1.4-7; Sal 145; 1Tm 6, 11-16; Lc 16, 19-31  – 

A rich man and Lazarus di Vasily Surikov (1873)

A rich man and Lazarus di Vasily Surikov (1873)

Se domenica scorsa la liturgia ci ha fatto sostare sul tema del retto uso dei beni, oggi con la celebre parabola del Ricco e del povero Lazzaro, ci mostra i rischi che corre chi si fida di mammona!

Anche questa è una parabola per certi versi strana; per lo meno ha qualcosa di insolito…se domenica scorsa nella parabola dell’Amministratore disonesto c’era il fatto strano di una figura esemplare per nulla “esemplare”, qui lo strano è che uno dei protagonisti della parabola ha un nome! Mai, infatti, nelle parabole ci sono personaggi con dei nomi propri, tutt’al più delle qualifiche sociali, lavorative o di relazioni familiari: un sacerdote, un contadino, un locandiere, un pastore, un padrone, un re, dei creditori, dei servi, un amministratore, un padre, un figlio, un ricco…. qui no, qui c’è un povero che si chiama Lazzaro (in ebraico Eleàzar che significa “Dio aiuta”!); il povero ha un nome, il ricco no! Anzi, su questo punto, c’è da dire una curiosità interessante: nella tradizione copta questo ricco ha un nome terribile, Neues che significa “nessuno” (secondo alcuni sarebbe una deformazione della parola latina “dives” che significa “ricco”); insomma il povero ha un nome, il ricco è nessuno!

Tutto questo non ci deve meravigliare in Luca; è la logica del Magnificat, che Luca ci ha consegnato all’inizio del suo libro: “…ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi” (cfr Lc 1, 52-53). Ed eccolo qui il Magnificat…l’evangelista, possiamo dire, lo mette “in scena” con questo racconto di Gesù.

Un povero viene innalzato ed un ricco abbassato; il ricco si è fidato di mammona, e mammona l’ha accecato. Non si è mai accorto di Lazzaro alla sua porta? Perfino i cani si erano accorti di lui e lo soccorrevano (scrive Luca che “gli leccavano le piaghe”) … lui, il ricco, no! Troppo preso dall’ubriacatura di mammona, di quell’ingiusta ricchezza di cui Gesù parlava qualche rigo più sopra (cfr Lc 16, 9). Lazzaro aveva una sola piccola speranza per vivere: nutrirsi con il pane che il ricco gettava dopo essersi pulite le dita sporche di cibo; il ricco è vestito di porpora e bisso, tessuti preziosissimi, Lazzaro è lì nudo e bisognoso.

Per il ricco, come per ogni uomo, viene il tempo in cui gli è tolta l’amministrazione, come si diceva nell’evangelo di domenica scorsa (cfr Lc 16, 4)…gli è tolta la vita, il tempo cioè in cui poteva amministrare i suoi beni saggiamente, facendosi amici che potessero accoglierlo nelle dimore eterne (cfr Lc 16, 9). La vita è finita; Lazzaro poteva essere un suo amico, ed invece non è stato così; ora anche Lazzaro muore, e Luca ci dice che gli angeli lo portano nel seno di Abramo…Della morte del ricco, Luca dice semplicemente che fu sepolto, e che dalla tomba scende nell’inferno del tormento. Quale questo tormento? Quello di essere stato ingannato dalla ricchezza: è nessuno! Tutto quello che, nel suo stolto delirio, pensava dovesse durare per sempre, è finito: finito il danaro, i banchetti, i piaceri, le belle vesti, le relazioni con i potenti…mammona l’ha lasciato nel non-senso! In questa condizione, finalmente, vede Lazzaro…vede colui che per tutto il tempo della sua vita non aveva mai visto; vorrebbe essere raggiunto da Lazzaro, da colui che nella sua vita non aveva mai raggiunto se non con quelle molliche gettate ai cani…ora vorrebbe che Lazzaro lo servisse! Davvero chi si è lasciato sedurre ed ingannare da mammona è “inguaribile”! Il ricco ancora pensa solo a sè, alla sua sete; tutt’al più pensa a quelli della sua casa…

Il problema di questo ricco, come di tutti quelli che, affidandosi a mammona, dicono “amen” insensati a ciò di cui non ci si può fidare, è non aver capito nulla dell’Alleanza … qui entra questo tema per Luca importantissimo! Chi nulla ha compreso dell’Alleanza, che chiede di continuo l’accoglienza del fratello ed il servizio dei poveri, come potrà cogliere il culmine dell’Alleanza, che è il Risorto dai morti? Luca qui ci fa fare un “salto” sottilissimo, che ci porta all’oggi della Chiesa, in cui vivono dei credenti nel mistero pasquale di Gesù, in cui vivono dei credenti nella Risurrezione. Per Luca è chiaro che non può credere davvero nella Risurrezione chi ignora l’Alleanza e le sue esigenze! La finale della parabola è, in tal senso, molto intrigante: al ricco, che chiede che un Lazzaro redivivo vada ad avvertire i suoi fratelli di non fare l’errore che lui ha fatto, Abramo, il padre del popolo dell’Alleanza e delle Benedizioni, dice che essi hanno già chi li avverte! Hanno Mosè ed i Profeti, cioè le Scritture, custodi dell’Alleanza. Se non ascoltano le Scritture, non potranno neanche essere convinti da una risurrezione!

E’ così! La stessa risurrezione di Gesù, culmine e compimento dell’Alleanza, richiede – per essere accolta – il ripercorrere la Legge e i Profeti; Gesù stesso, nell’ultimo capitolo dell’Evangelo di Luca, spiegherà le Scritture perchè, prima i due di Emmaus (cfr Lc 24, 27) e poi gli Undici (cfr Lc 24, 44), possano cogliere la verità profonda della risurrezione!

Per Luca allora è chiaro: si fida di mammona chi non si è fidato dell’Alleanza!

Abramo non rimprovera il ricco che lo supplica dalle profondità dell’inferno; semplicemete gli dice che tra il grembo di Abramo e la fiamma degli inferi c’è impossibilità di comunicazione. Questo perchè l’abisso che esiste tra i due mondi l’ha creato lo stesso ricco, ora nessuno … Ha creato quell’abisso con la sua cecità, con la sua sordità, con la sua voracità incurante della fame del povero; l’ha creata con la sua dimenticanza di quell’Alleanza che chiedeva “amore e giustizia” (cfr, per esempio, Es 22, 20-26 o Is 10, 1-2!) … Tra il grembo di Abramo ed il fuoco degli inferi c’è la storia, la vita di ciascuno; c’è il tempo dell’amministrazione, un tempo in cui ciascuno può ascoltare Mosè ed i Profeti e, ascoltando loro, potrà entrare nella Nuova Alleanza. E’ qui, nella Nuova Alleanza, che  il Risorto dai morti rende ragione a tutti i poveri e i crocefissi della storia; a tutti i Lazzaro colmi di dolori ed intrisi di lacrime che nessuno vede. Sono dolori e lacrime causati dall’iniqua ricchezza di quelli che, chiamati ad essere loro fratelli ed amici, si sono fatti invece, per la cieca loro avidità ed incuranza, spietati carnefici.

Il ricco è uno di questi carnefici senza pietà…il racconto di Gesù grida un rischio grande che possono correre anche i discepoli del Regno, se si adagiano sulle loro sicurezze ed iniziano a dire degli amen a chi non merita nessun amen.

E’ accaduto, ed accade nella storia della Chiesa, ed il rischio è tremendo! Gesù è venuto a chiedere agli uomini di colmare gli abissi, e non di scavarli creando fossati invalicabili. Lui è venuto a fare perfettamente il contrario, gettando un ponte di misericordia tra noi poveri e peccatori e Dio ricco di misericordia e di santità.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVI Domenica del Tempo Ordinario – I pericoli delle ricchezze

MORTE DOLOROSA DEL POVERO E DANNATA DEL RICCO

Am 6, 1a.4-7; Sal 145; 1Tm 6,11-16; Lc 16, 19-31

 

Ancora sul denaro. La scorsa settimana la riflessione ci portò a considerare l’uso retto delle ricchezze, oggi i gravi pericoli delle ricchezze.

Le parole di Amos, nella prima lettura, sono forti, dure, hanno il suono della profezia che grida parole scomode, parole che giudicano. Amos grida facendosi eco del dolore del Signore soprattutto per l’indifferenza dei ricchi, dei benestanti (in senso ampio e in senso letterale, cioè quelli che stanno bene, sicuri, riparati, certi del loro potere) tanto stolti da credere che la loro condizione sia definitiva ed inamovibile.

Non si illudano: il Signore depone i potenti dai troni (Lc 1,52) e cesserà l’orgia dei dissoluti! I sazi continuano ad ingannarsi, sono stolti e ciechi; stolti perché si sopravvalutano e ciechi perché incapaci di vedere altro che la loro condizione, incapaci di vedere la miseria degli altri.

La parabola del ricco e del povero Lazzaro è una straordinaria narrazione di questa situazione che ogni giorno appesta il mondo e ferisce l’umanità. Sì, ogni giorno l’indifferenza uccide, ogni giorno il potere del denaro è morte dolorosa del povero, è morte dannata per il ricco, è morte della fede in Dio per chi confida nel denaro, per chi dice il suo Amen al denaro (ricordiamo il senso terribile della parola Mammona!).

Questa è l’unica parabola dell’Evangelo tutto in cui uno dei protagonisti ha un nome: Eleazar (Lazzaro) che significa Dio aiuta; ha un nome che rivela il suo cuore: si fida di Dio, del suo aiuto. E’ nelle mani di Dio. L’altro non ha nome, si fa definire dal suo oro: è un uomo ricco. Questi non compie azioni malvagie verso Lazzaro, è solo distante, indifferente, immerso nella sua orgia da dissoluto; veste come un re e non è un re: l’unico signore della sua esistenza è lui stesso. Lazzaro è lì e il ricco non se ne cura, lo ignora: il mondo è lui! La sua malvagità è più subdola di quella di un brigante che uccide, produce ugualmente piaghe e dolore. Lazzaro soffre per le piaghe e per il desiderio sempre frustrato di sfamarsi; non pretende di sedersi a quella mensa, vorrebbe solo le molliche di pane che il ricco usa per pulirsi le mani dopo aver mangiato (le posate non esistevano!)…

Ma l’orgia del ricco finisce ma finisce anche il dolore di Lazzaro. Viene la morte che però non livella; i due tornano in una situazione di disparità ma capovolta: Lazzaro è portato dagli angeli nel seno di Abramo, il ricco è sepolto e sta nell’inferno. La differenza dei due verbi è importante e già mostra, con il tocco sapiente e raffinato di Luca, il capovolgimento delle situazioni. Si badi che qui Gesù non vuole descrivere l’oltretomba, l’aldilà, vuole invece parlarci del giudizio di Dio su ciò che noi viviamo nell’aldiquà! Nella sua nuova situazione di desiderio (ha sete) il ricco finalmente vede Lazzaro accanto ad Abramo. Non l’aveva mai visto, i suoi occhi non si erano fermati sulle sue piaghe e sul suo desiderio di sfamarsi…ora lo vede e subito ancora mette davanti i suoi desideri: Lazzaro dovrebbe andare da lui a spegnergli l’ardore della sete. Abramo, loro padre comune, che ora è il suo interlocutore nega questa possibilità. Si badi bene che il no di Abramo non è una vendetta, non è un occhio per occhio, dente per dente, non è la punizione perché non ha soccorso Lazzaro. No! Abramo spiega che ora si è stabilita un’impossibilità, c’è un abisso tra il ricco ed il seno di Abramo ove Lazzaro è consolato. L’abisso l’ha creato l’indifferenza, l’abisso l’ha creato quella ricchezza colpevole nella quale si è abbandonato e dalla quale si è lasciato stordire e rendere cieco ed insensibile. L’abisso non è più valicabile. E’ finita l’orgia del dissoluto che ora raccoglie l’orrore che ha seminato; questo strano dannato (si vede che è un parto della fantasia di Gesù e dell’evangelista e non è un vero dannato) si preoccupa della sorte dei suoi fratelli ricchi che ora sa che sono su una via mortifera. Per loro chiede un miracolo. Abramo chiarisce che non servono miracoli perché hanno già dove volgere lo sguardo: hanno la Scrittura, lì il popolo dei figli di Abramo ha la via, lì devono tendere l’ascolto, lì devono prestare obbedienza. Nessun risorto da morte converte il cuore se non si ascolta la Scrittura! Il monito è terribile per noi cristiani che cantiamo l’alleluia al Cristo Risorto e Luca certamente non è ingenuo nello scrivere queste parole e nel metterle sulla bocca di Abramo e quindi di Gesù che narra la parabola. L’ascolto della Scrittura rende possibile la fede nel Risorto e non il contrario. Nell’ultimo capitolo del suo Evangelo lo stesso Luca ci narra che i due discepoli di Emmaus riconoscono il Risorto solo dopo averlo ascoltato spiegare le Scritture. Senza l’ascolto vero quel viandante rimarrebbe solo un compagno di viaggio capace di molte chiacchiere. Ascoltare le Scritture ci dà la possibilità di sfuggire ai pericoli delle ricchezze che soffocano e seminano morte. Ascoltare le Scritture significa dare a Dio ed al suo parlare la signoria sulla nostra esistenza, e se Lui è il Signore non ci saranno asservimenti alle orge, alle ricchezze, all’idolatria di sé e dei propri desideri che diventano legge a costo d’essere ciechi sulle piaghe, le attese ed i legittimi bisogni degli altri, dei poveri, dei dimenticati. Di questi Dio non si dimentica, è per loro aiuto (Eleazar, Dio aiuta), è per loro consolazione e speranza.

Questa domenica ogni assemblea cristiana è chiamata a fuggire l’avidità che è rovina e perdizione. Spiace che la nuova versione della CEI non traduca con “fuggi” l’imperativo greco “feughe” ma attenui con un blando “evita”. E spiace anche che il testo della Prima lettera a Timoteo inizi solo al versetto 11 senza farci leggere il precedente in cui si specifica da cosa Timoteo deve fuggire. I versetti 7-10 parlano dell’inganno della ricchezza e dei molti desideri insensati ed inutili che aggrediscono il cuore del ricco. Paolo specifica che la ricchezza affoga e che l’avidità è radice di ogni male: Alcuni presi da questo desiderio (del denaro) hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti. Per questo Paolo dice con molto calore al discepolo Timoteo: Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose! e poi ancora parla di una realtà della vita cristiana su cui più volte abbiamo meditato: la lotta. Infatti Paolo scrive: Combatti la buona battaglia della fede!

La lotta è possibile solo in quella signoria di Cristo che va accettata senza riserve.

Il ricco della parabola, ma con lui tutti i ricchi che si fidano delle loro ricchezze e sono ciechi e lontani dagli altri, è precipitato nell’inferno abissale perché aveva un “signore” che gli ha messo catene pesanti, forse d’oro, ma catene che l’hanno tenuto ben ancorato alla terra che era stata, con le sue ricchezze, il suo solo orizzonte. E vi è rimasto prigioniero! Dinanzi a tutto questo risuoni forte l’imperativo di Paolo: Fuggi!




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V Domenica di Quaresima – La Domenica “di Lazzaro”

NON IMMORTALITA’ MA RESURREZIONE

 Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8, 8-11; Gv 11, 1-45

 

Prima di entrare nell’attesa della Grande Settimana, oggi la liturgia ci conduce all’ultima tappa del cammino quaresimale … l’ultima sosta è presso una tomba, è lì dove si sprigiona tanfo di morte! E’ lì perché un percorso di liberazione, di novità di vita, se non giunge ad un faccia a faccia con la morte rischia di diventare pericolosamente “disincarnato”, cioè dimentico del fatto tragico che noi siamo fatti di materia peribile! La morte è quella realtà che di continuo ci tiene in pugno, è quella realtà che ci minaccia di continuo e che, alla fine, ci vincerà; per quanto possiamo sforzarci di dimenticarla, di rimuoverla, di ironizzarci, di allontanarla con mille espedienti patetici, per quanto possiamo diventare cattivi  perché ne abbiamo paura(cfr Eb 2,15), alla fine la morte verrà … è cosi! Un vero percorso di libertà deve allora condurci dinanzi al suo orrore perché se veniamo liberati da tutto ma non dalla morte nulla avrà senso e la libertà non sarà vera libertà.

In questa domenica “di Lazzaro” il nostro cammino quaresimale ci mostra Gesù che pronuncia una parola di vita non per prevenire la morte ma nella morte.

Il racconto di Lazzaro inizia, infatti, con quel rinviare di Gesù l’arrivo presso l’amico malato … una scelta che pare incomprensibile ad una lettura superficiale; in realtà a Gesù non interessa più fare un miracolo che scampi dalla morte, a Gesù (al Quarto Evangelista ed al suo progetto teologico) interessa mostrare di essere capace di raggiungerci e salvarci nella morte. La morte di Lazzaro è per la vita perché solo se si attraversa la morte si può approdare alla resurrezione. Ricordiamo che il cristianesimo non è annunzio di immortalità ma di resurrezione! Lazzaro, per essere il segno che Gesù voleva darci,  non doveva essere preservato dal sepolcro e dal suo orrore, doveva scendervi; è lì, infatti, che il Salvatore deve andarlo a cercare. Nel capitolo precedente dell’Evangelo di Giovanni Gesù aveva detto di essere il Pastore bello-buono che chiama le sue pecore per nome e le fa uscire … (cfr Gv 10,3), si è presentato come quel pastore che è venuto perché le sue pecore abbiano la vita e l’abbiano in sovrabbondanza (cfr Gv 10, 10); ecco che ora qui c’è una “pecora”, una “pecora” amata che è preda della morte e che è precipitata nell’ombra della tomba;  Lazzaro, l’ amico amato è  questa “pecora” e Gesù farà per lui quanto aveva detto: gli griderà di uscire fuori e lo farà chiamandolo per nome dandogli la vita

Questo segno di Lazzaro per il Quarto Evangelo è un segno grandioso perché pone Gesù già faccia a faccia con la morte … è un segno grandioso perché anticipa quello scontro che avverrà alla fine dell’Evangelo e nel quale la morte sarà inghiottita dalla vittoria (cfr 1Cor 15,54).

Perché questo faccia a faccia sia possibile Gesù non può preservare Lazzaro dal morire ma lo deve chiamare dalla morte. Penso che questo sia fondamentale per capire l’ “umanità” dell’Evangelo di Gesù: è dell’uomo passare per la morte, è disumana l’immortalità! E’ nel passare per la morte che si “vince” la morte ed è quanto farà Gesù che, sul morire, non pretenderà sconti; nel capitolo successivo dell’Evangelo, dinanzi all’“ora” che sta per scoccare Gesù dirà: Ora l’anima mia è turbata; che dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! (cfr Gv 12,27)

L’ultima domenica di Quaresima ci mostra il Figlio di Dio che piange sulla nostra morte e questo ci colma di speranza perché le nostre lacrime si confondono con le sue; anche noi piangiamo sulla morte di chi amiamo e sulla nostra (non atteggiamoci ad eroi misticheggianti che non temono la morte!! La morte – la nostra – ci fa paura e ci fa versare lacrime di dolore e di paura!) e ascoltare oggi il singhiozzare di Gesù ci consegna un grande dono: la compagnia di Dio nel nostro pianto.

Nella domenica della Samaritana potemmo contemplare la stanchezza di Cristo seduto al nostro pozzo, e quella stanchezzaper noi” ci narrava la sua ricerca dei nostri passi perduti verso la morte e l’idolatria, oggi il suo pianto ci racconta la sua ricerca dei nostri passi perduti addirittura nel buio della morte.

Il racconto della resurrezione di Lazzaro è veramente il grande preludio alla sua discesa all’inferno per cercare quell’Adam che nella morte precipita ogni giorno.

Per darci un segno, l’estremo, Gesù va cercare Lazzaro nella sua morte e da quel momento, nel Quarto Evangelo, i segni terminano perché finalmente si giunge a quello che i segni tutti indicavano: il mistero della morte e risurrezione di Gesù. E’ l’ora ormai in cui Gesù scenderà nella morte per cercarci, scenderà nella valle oscura dei nostri passi per ricondurci alla luce (cfr Sl 23,4).

Marta e Maria sono accompagnate da Gesù nella lettura del gran segno che si compie sotto i loro occhi e per coglierlo dovranno imparare a distogliere lo sguardo da Lazzaro e dalla sua tomba inattesamente svuotata e dovranno volgerlo a Gesù, solo a Lui: Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me anche se morisse vivrà! Come al solito l’Evangelo ci chiede di puntare a Lui il nostro profondo. L’uscita dalle tenebre e dall’ombra di morte è possibile solo in un’ adesione vitale a Lui: Credi tu?

La domanda finale di questa Quaresima credo che sia proprio questa: Credi tu? Ti fidi di questa via nella quale è possibile fare Pasqua con Cristo crocifiggendo l’uomo vecchio e dando spazio all’uomo nuovo, senza l’illusione di saltare a piè pari l’umano, il suo dolore ed il suo morire?

La risurrezione di Lazzaro, secondo il racconto del Quarto Evangelista, costerà la vita a Gesù (cfr Gv 11,47; 12,10). E’ proprio così: lottare con la morte “costa la vita” ed è quanto chi si fa discepolo di Cristo Gesù deve saper mettere in conto. Il discepolo di Cristo deve saper dire, senza la spavalderia arrogante ma fragile di Tommaso: Andiamo anche noi a morire con lui!

Sia questa Pasqua un andare a morire con Lui non per amore della morte e del soffrire ma per amore della vita che non è mai a basso prezzo; sia un passare coraggioso per la morte ma certi che la voce di Cristo griderà il nostro nome chiedendoci di uscir fuori e liberandoci!




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