VI Domenica del Tempo Ordinario (B) – Inviati a dare testimonianza

 

MOSTRIAMO LE NOSTRE GUARIGIONI

Lv 13, 1-2.45-46; Sal 31; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1, 40-45

 

Cristo guarisce i lebbrosi (Monastero di Dečani, Kosovo)

Cristo guarisce i lebbrosi (Monastero di Dečani, Kosovo)

Incontrare Gesù è uscire dalla morte, è uscire da una condizione di incomunicabilità e di separazione.
Gesù va incontro all’uomo che è “malato” di peccato, afflitto dal male che lo isola e che si erge come barriera tra lui e l’altro.

Metafora potente di questa condizione di morte che segna l’uomo è la lebbra, una malattia che, per le sue caratteristiche, narra disfacimento e impossibilità di incontri che non siano mortiferi, portatori di un “nulla” che moltiplica il “nulla”.

Il protagonista del passo di questa domenica, con cui si conclude la sezione dei miracoli del primo capitolo dell’evangelo di Marco, è attratto da Gesù ed osa avvicinarsi a Lui facendo il contrario di quanto prescriveva la Torah nel Libro del Levitico, prescrizione che oggi costituisce la prima lettura: stare fuori (cioè lontano), e gridare «Immondo! Immondo!» quale macabro avvertimento ogni qual volta si incrociava un altro essere umano.
Un grido terribile questo, che doveva allontanare ogni altro vivente!
Ora, però, questo grido macabro e disperato, davanti a Gesù, si trasforma in supplica fiduciosa; una supplica che immediatamente attrae Gesù. E notiamo subito una cosa: se il lebbroso infrange la Legge, Gesù fa lo stesso toccandolo, prendendo su di sé l’impurità di lui, e la sua stessa condizione; l’esito del cammino di Gesù sarà, infatti, l’impurità della croce patita fuori dalle mura della città!
Iniziando la sua missione Gesù aveva annunziato la buona notizia del Regno e, dove arriva il Regno, cessa ogni emarginazione, ogni esclusione; dove arriva il Regno non esistono più uomini da accogliere e uomini da evitare e da escludere. Il Regno che Gesù proclama non è mai a basso prezzo, il Regno proclamato gli impone di prendere su di sé la condizione dell’uomo. E questo sarà costoso: gli impuri non sono più esclusi, perché Lui prende la loro impurità e la inchioderà alla croce.

Il racconto di Marco, carico di tutte queste suggestioni, procede come ogni narrazione di miracolo, ma poi si sviluppa in una parte che mi pare molto interessante per la nostra vita interiore e per la vita della Chiesa. Il lebbroso guarito è inviato a dare testimonianza; Gesù stesso, osservando i procedimenti della Torah, lo invia ai sacerdoti che, per la Legge di Mosè, dovevano constatarne la guarigione e riammettere il “morto-vivente” alla vita comunitaria. La riflessione che credo sia qui importante è che, per annunziare l’evangelo, per rendere testimonianza, bisogna mostrare la novità, bisogna mostrarsi guariti, bisogna che gli uomini constatino che c’è davvero un’alterità, che c’è stata un’opera di autentica guarigione.

Se il lebbroso fosse andato a “predicare” l’Evangelo così com’era prima, coperto di lebbra, che credibilità averebbe avuto? Come avrebbe potuto proclamare la potenza guaritrice di Gesù e del suo Evangelo? Solo se mostra le sue membra guarite dal male che le disfaceva, solo se toglie quei panni di miseria che celavano il suo volto sfigurato e la sua carne putrefatta, potrà far corrispondere la parola alla realtà compiuta in lui da Dio!
La sua guarigione sarà la sua eloquenza! I “miracoli” nell’Evangelo e in tutti gli evangeli, sono sempre “segni; ed è proprio il Quarto Evangelista che sottolineerà anche linguisticamente questo concetto, chiamando appunto i miracoli “semèia”, cioè “segni” che sempre riinviano ad altro…
Mai si deve leggere il miracolo per il miracolo, mai si possono leggere i miracoli evangelici come semplici atti di misericordia per un malato; se così fosse il “miracolo” sarebbe ingiusto: perché, infatti, quel lebbroso sì e le altre centinaia e centinaia di lebbrosi no? Il “miracolo” vuole sempre indicare qualcosa di altro, qualcosa di diverso e che riguardi tutti.

Il lebbroso mondato mostra la sua guarigione dalla terribile malattia che Esclude e disfa l’uomo e, mostrandola, rende testimonianza alla novità del Regno venuto in Gesù. Fuori di metafora, dobbiamo dire che solo una vita davvero pienamente umana, guarita dalle lebbre dell’individualismo, dagli isolamenti, dal non-amore, può narrare la novità dell’Evangelo, e la concreta possibilità d’essere uomini differenti, liberi e veritieri.
Se i cristiani non mostrano una vera differenza non saranno mai credibili, e a tal proposito si veda l’aureo libro di Enzo Bianchi La differenza cristiana edito da Einaudi. Una differenza che è frutto di una guarigione operata da Cristo; una differenza che certo non è generata da uno sforzo morale, ma da una lotta coraggiosa per custodire il dono di Dio, per custodire le guarigioni che Dio ha operato, ed opera, in chi ha avuto la grazia di incontrarlo, e di volersi accostare a Lui come il lebbroso del racconto di Marco.
Chi si accosta a Gesù riceve il perdono dei peccati, un perdono che guarisce ogni lebbra e dona la possibilità di amare. Amati amiamo, perdonati perdoniamo: ecco il cuore della guarigione che l’Evangelo produce nell’uomo.
Solo chi ama e perdona è davvero discepolo di Cristo, uomo nuovo capace di rendere quella testimonianza che Gesù chiede; solo chi lotta per l’amore e per il perdono è veramente suo discepolo, capace di mostrare credibile l’Evangelo.

Chi vedrà la guarigione dovrà mettersi alla ricerca della fonte di essa.
Il lebbroso guarito di questo racconto di Marco diventa evengelizzatore perché divulga, con il suo essere mondato, la potenza guaritrice dell’Evangelo, e questo produce l’accorrere a Gesù di chi è assetato di novità e di verità.
Chi va ad incontrare Gesù vede spazzar via ogni equivoco circa il suo messianismo; niente di trionfalistico o meramente miracolistico! L’incontro con Lui porterà coloro i quali davvero cercano Dio e la verità dell’uomo, e non il “meraviglioso” ed i miracoli per i miracoli, a mettersi alla sequela di Gesù, che imboccherà la strada impervia di un amore ostinato che – per offrirsi davvero all’uomo – non esiterà a lasciarsi inchiodare al legno della croce.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Cristo guarisce i lebbrosi (Monastero di Dečani, Kosovo)

Cristo guarisce i lebbrosi (Monastero di Dečani, Kosovo)

VERO TEMPIO PER RENDERE GLORIA A DIO 

   –   2Re 5, 14-17; Sal 97; 2Tm 2, 8-13; Lc 17, 11-19   –  

 

Su cosa puntare l’attenzione in questo brano dell’Evangelo di Luca? Di primo acchitto, cogliamo subito che questa guarigione dalla lebbra, che è una malattia “teologica” perchè segno – per la tradizione ebraica – del peccato e delle sue conseguenze, avviene mentre Gesù continua il suo “salire a Gerusalemme”, in quel viaggio che per Luca è cuore del suo racconto: un viaggio che è l’andare di Gesù con ferma decisione, “indurendo il suo volto”, verso quell’esodo con il quale avrebbe offerto purificazione a tutti gli uomini! A tutti! Questa totalità del popolo mi pare espressa qui dal numero dieci, che è il numero del “minyan”, cioè il numero minimo di adulti maschi richiesto per la legittimità della preghiera in sinagoga; e questo, perchè simbolicamente il dieci è il numero dell’agire dell’uomo (le dieci dita della mano!) … E’ allora tutto un popolo che qui è visitato dalla grazia di questo nuovo esodo, che purifica da ogni lebbra … Tutto questo è bello ed interessante, ma non è qui il cuore di questo racconto …

Allora parrebbe che il centro sia il tema della gratitudine, tema suggerito anche dalla scelta del passo della Prima Alleanza di questa domenica, il passo del Primo libro dei re in cui Naaman il Siro, guarito anche lui dalla lebbra dal profeta Eliseo, torna per ringraziare! Tuttavia, anche qui, dobbiamo dire, non c’è il vero centro del racconto di Luca…il tema della gratitudine c’è, ma non è banalmente un elogio moralistico della gratitudine che Luca vuole offrirci…

C’è poi un altro tema, che pure è interessantissimo, e che ci collega con il tema della fede, su cui Luca si è a lungo soffermato nelle pagine precedenti; quella fede piccola quanto un granellino di senape, ma potente tanto da rendere possibile l’impossibile. Risalta, infatti, nel racconto, la fede di questi dieci lebbrosi che senza nulla vedere partono, obbedendo alla parola di Gesù, per mostrarsi ai sacerdoti (secondo Lev 14, 1-8) e – scrive l’evangelista –“mentre erano in cammino si trovarono purificati”: è dunque nella loro obbedienza, scaturente dalla fede, che avviene l’impossibile!

Ma neanche qui è il vero centro del racconto … il vero centro è nel ritorno di quell’unico lebbroso che sa dove recarsi per rendere lode al Signore, che sa dove deve andare per sancire per sempre la sua salvezza, che è tanto più di una guarigione! E’ un samaritano che, come nella parabola del Buon samaritano (cfr Lc 10, 29-37), è presentato come superiore per fede anche agli ebrei “ortodossi”; tuttavia qui il samaritano non è un personaggio letterario (come nella parabola del Buon samaritano), ma è un uomo in carne ed ossa: un vero samaritano lebbroso. Cosa fa questo straniero (alla lettera “di altra razza”, in greco “alloghenès”)? Torna da Gesù! Ecco il cuore del racconto! I dieci guariti erano tutti diretti al Tempio per mostrarsi ai sacerdoti, secondo il comando di Gesù: come poteva Gesù sapere se avevano fatto o meno la loro preghiera di ringraziamento lì al Tempio? Avrebbero potuto ringraziare lì Dio per la loro guarigione! Quello che colpisce Gesù, e che Luca vuole sottolineare ai suoi lettori, è che questo samaritano guarito sa dove è il vero tempio per rendere gloria a Dio … Non è lì sul colle di Sion, nello splendido santuario, orgoglio del popolo santo di Dio … No! Il samaritano guarito ha intuito che il santuario vero è lì, nella carne dell’Uomo di Nazareth: è lì che bisognava che lui andasse per rendere grazie; è lì che è necessario prostrarsi, perchè lì Dio è presente ed operante. E’ Gesù il “luogo” della salvezza e quindi della lode! Gli altri nove lebbrosi certamente sono stati guariti, ma non si sono lasciati salvare dall’Unico nel cui nome c’è salvezza: Gesù! (cfr At 4, 12)

L’evangelo di oggi ci invita a puntare lo sguardo su Gesù! Solo se guardiamo a Lui, e riconosciamo ciò che Lui è per l’uomo e per il mondo, possiamo percorrere un vero cammino di fede…perchè solo Gesù ci mostra chi è Dio e chi è l’uomo! Nella sua umanità c’è tutto quello che Dio voleva dirci di sè, tutto quello che Dio, da sempre, ha nel suo cuore per l’uomo!

E’ questo l’invito che anche Paolo ci fa in questa domenica: ricordarsi di Gesù Cristo! Puntare sempre e solo su di Lui! Su di Lui, con cui vivere e morire, su di Lui che rimane fedele anche se noi diventiamo infedeli!

Il samaritano sanato ha capito che non poteva andare da nessuna parte se non da Gesù, per cogliere il senso totale di quella sua guarigione e per far diventare quella sua guarigione salvezza!

La fede cristiana non è uno sguardo di fiducia al divino in modo generico, è sguardo puntato su Gesù di Nazareth, figlio dell’uomo e Figlio di Dio; su di Lui nel cui nome solamente c’è salvezza! E’ dire “Amen” a Lui, consegnarsi a Lui!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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SOLO GESU’ E’ LA NOVITA’

  –  2Re 5, 14-17; Sal 97; 2Tm 2, 8-13; Lc 17, 11-19  –

 

La lebbra: il morbo che sfigura e rende immondi. Nella Scrittura è metafora potente della lontananza dell’uomo da Dio, è metafora potente del peccato che toglie all’uomo il volto dell’uomo. E’ segno di incredulità, di condanna…è causa di separazione dal popolo santo (il contrario della santificazione che è separazione dal mondo per appartenere al popolo santo, cioè separato); è segno della rovina dell’uomo che vuole ergersi a signore della sua stessa vita.

Nella prima lettura, tratta dal Secondo Libro dei Re e nell’Evangelo di oggi, emergono due stranieri che partono dalla fede e giungono alla lode. Naaman il Siro, tormentato dal disfacimento della lebbra, deve compiere una fatica nella fede per poter credere che le acque del Giordano siano luogo di purificazione più e meglio di tutte le acque di Damasco (i Padri useranno questa parola per affermare che solo le acque di Israele – le Scritture – immergono nella conoscenza di Dio che sana ogni uomo); i dieci lebbrosi del racconto di Luca devono anch’essi sottoporre la loro fede, che pure ha gridato parole di fiducia, ad una prova difficile: Gesù non fa gesti, non li tocca, resta a distanza (quella che loro dieci hanno osservato per rispettare la Legge. Cfr Lv  13,45-46) e pronuncia solo una parola ancora nell’ottica dell’osservanza della Legge: Andate a Gerusalemme, al Tempio,  per far sì che i sacerdoti constatino la vostra guarigione.

Si deve notare che i dieci lebbrosi partono ancora con la lebbra che divora le loro carni; partono senza vedere nulla. Nell’obbedienza, “in itinere”, nell’andare si trovano purificati. La loro fede passa per l’obbedienza, conduce all’obbedienza e, solo nell’obbedienza, riceve il dono della purificazione.

Nella nostra vita credente abbiamo bisogno di questa obbedienza senza garanzie, quell’obbedienza che atto di fede che non vede (cfr Gv 20,29). Dovremmo ripetercelo spessissimo questo versetto di Luca: nell’andare si trovarono purificati. Dobbiamo ripetrcelo soprattutto mettendo l’accento a quel “nell’andare” più che al trovarsi purificati. La fede vera parte al buio,  attraversa la prova come Naaman e i dieci lebbrosi. Quando ogni giorno questo ci è richiesto noi abbiamo però qualcosa che né Naaman né i dieci sventurati dell’Evangelo avevano: la possibilità di ricordarsi della vittoria di Cristo Gesù sulle potenze di morte. Paolo, nella seconda lettura di questa domenica, scrivendo a Timoteo lo incita alla fiducia con un imperativo: Ricordati di Gesù Cristo, del seme di David (cioè: in Lui le promesse di Dio si sono compiute!) che è risorto dai morti.

La memoria di Lui e della sua vittoria ha per noi un potenziale immenso: sostiene la nostra povera fede anche al buio perché la fede, come dicevano i Padri, non è mai meridiana, non ha cioè la luce di mezzogiorno, ha sempre la luce vespertina, o forse sarebbe meglio dire che ha la luce dell’aurora…La memoria di Lui, inoltre, si insinua nei nostri pensieri e spezza ed interrompe le vie dei pensieri mondani; la memoria di Gesù è memoria dell’amore fino all’estremo con cui siamo stati amati da Dio.

Ricordati di Gesù Cristo! Se ci ricordiamo di Lui il cuore si riempie di un grande bisogno di lode, un bisogno che non può essere frenato. La differenza tra il samaritano che torna a ringraziare e dli altri nove non è tanto in un senso di gratitudine e di educato dover ringraziare che lui sente e gli altri no. Sarebbe troppo banale, moralistico…Luca ha un altro intento: quel samaritano mondato quando ha constatato che nell’obbedienza era stato guarito non ha puntato il cuore sulla sua guarigione, su se stesso, nella pur legittima gioia di essere di nuovo pienamente un uomo ed un uomo libero. Si è ricordato di Colui da cui tutto questo proveniva: si è ricordato di Gesù ed ha capito che è Gesù il luogo in cui si incontra quel Dio che ci rende uomini a sua immagine (liberandoci dalle lebbre che ci sfigurano), è Gesù il luogo in cui si loda Dio! D’altro canto lo stesso Naaman, guarito da Eliseo, fa lo stesso: torna dal profela per lodare Dio e per portare con sé della “terra” di Israele su cui lodare sempre Dio anche quando tornerà in Siria!  Luca, al centro del suo Evangelo, che inizia nel Tempio di Gerusalemme e si conclude ancora nel Tempio, ci dice sottilmente che il Tempio definitivo e nuovo è Gesù! E’ Gesù la terra di Dio su cui la lode ha senso e forza! Che Gesù sia il Tempio, la sola terra santa dell’incontro con Dio, Luca ce lo ripeterà sul Calvario nel “segno” del velo del Santo dei Santi scisso dall’alto nell’ora della morte del Crocefisso…qui però, nel passo di questa domenica, già ce lo dice e lo fa proprio con le labbra di Gesù: Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio se non questo straniero!

Andare a Lui, a Gesù, è andare a render gloria a Dio. La fede del samaritano mondato è piena, la fede lo ha salvato. Se la lebbra è segno di lontanaza da Dio, ora egli si fa vicino a Gesù; se la lebbra è segno del peccato che sfigura, a lui è donato di nuovo un volto, se la lebbra è segno di incredulità ora la sua fede è passata per la prova che lo ha reso davvero un credente. E’ salvo! Il samaritano guarito che torna a lodare Dio in Gesù, ha riconosciuto che solo Gesù è la novità, ha riconosciuto che, come scrive Karl Barth (Introduzione alla teologia evangelica), è Gesù Cristo la novità. E’ Lui il miracolo, l’infinitamente meraviglioso che fa dell’uomo che lo conosce e che da Lui è conosciuto, un uomo meraviglioso, una volta per sempre e fino al suo più profondo.




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SE VUOI PUOI PURIFICARMI

Lv 13,1-2.45-46; Sal 31; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1, 40-45

Dopo la “giornata tipo” di Gesù, che si era conclusa con la partenza verso nuovi villaggi dove annunziare ancora l’Evangelo, il primo incontro che Gesù fa, nel racconto di Marco, è con questo lebbroso.

Un lebbroso è già un morto per la legislazione ebraica; è uno che vede con i suoi occhi quello che ogni uomo teme: il disfacimento della propria carne. Un lebbroso è l’impurità della morte che cammina per le strade del mondo e può incontrare altri uomini.
Il primo e il solo precetto della Torah che un lebbroso deve osservare è quello di isolarsi , di segregarsi. Un lebbroso incontrando i “viventi”, cioè quelli che lebbrosi non sono, ha il dovere di gridare: “Impuro! Impuro!” (abbiamo ascoltato questa prescrizione nel testo del Libro del Levitico che è oggi la prima lettura).
Qui però troviamo un lebbroso che, incontrando Gesù, non gli grida “impuro!” perchè si allontani, ma fa un atto inaudito: gli si avvicina e lo supplica in ginocchio con un’espressione che oggi la Scrittura ci consegna come un dono per la nostra vita interiore: Se vuoi puoi purificarmi! L’Evangelo ci consegna qui una via unica e straordinaria per incontrare davvero Gesù, per accoigliere in verità il suo Evangelo e per non fare dell’Evangelo un’ulteriore “via di religione” in un rapporto “malato” con Dio; la prima che il lebbroso dice incontrando Gesù non è “voglio essere purificato!” ma “se vuoi puoi purificarmi”.
Se vuoi … l’attenzione del lebbroso non è puntata solo sul suo bisogno, sulla sua mortificante vergogna, sul suo legittimo desiderio di essere un uomo e non un morto vivente, la sua attenzione è invece tutta puntata su ciò che Gesù vuole.
Il lebbroso fa un’affermazione di fiducia nella “potenza” di Gesù ma anche di affidamento nelle sue mani. Se vuoi … il lebbroso non grida la sua volontà ma si apre alla volontà di Gesù … Mette quella lebbra che è morte dinanzi a Colui che è venuto per la vita. Gesù poco prima aveva dichiarato d’essere venuto proprio per annunciare l’Evangelo (cfr Mc 1,38) e l’Evangelo è buona notizia … in fondo l’unica buona notizia che è davvero tale e che ogni uomo attende è una notizia di vita, una notizia che apra alla vita e doni la vita. La morte può essere sconfitta solo dalla volontà di salvezza di Dio ed infatti Gesù dichiara: Lo voglio, sii purificato! Se il lebbroso dichiara la sua fede nella potenza di Gesù ed il suo affidarsi al suo volere, Gesù afferma qui che la sua volontà è davvero la purificazione dell’uomo, una purificazione radicale che significa essere luogo di vita e di vita vera. Due domeniche fa dicevamo che “impuro”, “immondo”, per la Bibbia, è tutto ciò che attiene alla morte e dunque, “essere purificato” significa in pratica passare alla vita gettandosi alle spalle la morte.
Gesù è venuto a portare questa purificazione che riguarda tutto l’uomo, che riguarda tutto ciò che l’uomo fa ed è; nel giardino dell’in-principio l’uomo fu creato con il soffio di Dio che lo fece diventare un vivente (cfr Gen 2,7), ma questo vivente si è gettato subito nelle braccia della morte “creando” lui stesso la morte con il suo carico di lacerazione e di odio (cfr Gen 4,8) non è infatti certo un caso che la morte irrompa sulla “scena” del mondo per mano di un uomo, per mano di Caino).
Gesù è venuto ad annunziare un Evangelo che è purificazione, dono di vita per tutti gli uomini; una purificazione di cui i riti e le osservanze della Torah (così attenta al puro ed all’impuro) erano annunzio e preparazione. Ora, con Gesù, è giunta l’ora della pienezza di quella purificazione annunziata ed agognata dalla Torah. Il problema è la “religione” degli uomini; “religione” che riduce la purificazione (che è l’accesso alla vita) al compimento di riti ed osservanze di precetti; contro la “religione” Gesù ingaggiò una battaglia tremenda fino ad essere appeso alla croce proprio dagli uomini “religiosi”; paradossalmente, però, proprio quella croce, luogo impuro per eccellenza, diverrà luogo di purificazione per tutti gli uomi perchè luogo dell’amore pieno e incondizionato di Dio; luogo di purificazione perchè l’amore è vita.
La guarigione del lebbroso, nell’Evangelo di Marco, apre una serie di cinque polemiche tra Gesù e i Farisei; polemiche incentrate proprio sulle osservanze dei precetti e quindi su ciò che è puro o impuro secondo la Torah. Gesù non nega la Torah, per carità! Non si facciano mai affermazioni così stupide; Gesù è un ebreo osservante e proprio per questo porta la Torah ad un pieno compimento ed annunzia una purificazione dai confini inimmaginabili.
L’umile lebbroso di questo racconto di Marco ci dice quale sia la strada per accedere a Colui che dà la vera e radicale purificazione, cioè l’accesso alla vita piena; la via è quella del fidarsi della volontà di Colui che può … la via è mettere la volontà di quest’Altro in cima alle proprie scelte.
In fondo la purificazione definitiva, nell’opera di Gesù, avverrà per la stessa via; infatti, alla fine dell’Evangelo, la Passione si aprirà con un’eco di quest’umile parola del lebbroso : Gesù stesso, nell’orto di Getsemani, dirà al Padre: Non ciò che io voglio ma quello che tu vuoi (cfr Mc 14,36). La via è fidarsi della volontà di Dio che è volontà di vita. Il lebbroso dell’Evangelo di questa domenica è già annunzio di quella via che Gesù stesso percorrerà fino all’estremo.
Una via costosa che per Gesù significherà il farsi carico dell’impurità per inchiodarla alla croce (cfr Col 2,14); in questo testo, infatti, Gesù tocca il lebbroso: un atto inaudito che taglia chiunque fuori dalla purezza legale; toccando quell’uomo Gesù prende su di sè la sua impurità (la sua morte) come farà con l’emorroissa da cui si lascerà toccare, e come farà con la bambina morta che Lui stesso toccherà prendendola per mano (cfr Mc 5,21-43); tutti gesti che facevano contrarre impurità. Per Marco è chiaro: Gesù sta prendendop su di sè ogni impurità dell’uomo per liberare l’uomo e così il lebbroso sarà purificato, la donna sanata, la bambina restituita alla vita … e sulla croce, lasciandosi “toccare” dall’estrema impurità , donerà a tutti noi, impuri perchè segnati dalla morte, la vita vera e piena.
Nel suo racconto Marco agiunge un particolare che non può essere casuale: da quel momento Gesù non può più entrere in città ma se ne stava fuori in luoghi deserti. Riflettiamoci: è la stessa sorte del lebbroso. Ha preso su di sè quella segregazione, quella esclusione. E’ chiaramente un’annotazione sottile ma mi pare potentemente rivelativa della vicenda di Gesù che per santificare il popolo con il proprio sangue, sopportò la passione fuori della porta della città (cfr Eb 13,12). Ecco l’Evangelo: in Gesù Dio cerca la nostra impurità e la nostra morte e la porta su di sè per darci la vita.
Chiediamo alle nostre concrete esistenze se ci fidiamo di questa vita che Gesù ci offre. troppo spesso ci fidiamo di più di pseudo-vite che portano in giro la morte camuffata da vita e avvolta di menzogna, vite finte che non sono capaci di gridare la propria verità: “Impuro! Impuro!”
Vite finte che sono incapaci di fidarsi di quel “se vuoi tu puoi purificarmi” dell’umile lebbroso di Galilea.
Cogliere questo Evangelo è gettarsi con fiducia nelle braccia del volere di Gesù.




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