Santa Famiglia (Anno C) – Vita donata

 

APPARTENERE A DIO

 

1Sam 1, 20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 1-2. 21-24; Lc 2,41-52

 

Il mistero del Natale si apre ad una vita tutta donata; la sapienza della Chiesa ce lo fa capire ponendo nel giorno successivo al Natale la festa di Santo Stefano, il Primo Martire; la vita di quel Bambino che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme sarà vita pienamente umana, e tutta la rivelazione cristiana ci grida che si è veri uomini solo se si ama fino all’estremo, perdendosi per amore (cfr Mt 10, 39). Tale fu la vita di Gesù, e così deve essere la vita del discepolo di cui Stefano subito è stato “icona”. Vita donata giorno per giorno, vita spesa per Dio e per gli uomini ma nella gioia… Vita che, per Gesù, culminerà nel dono pasquale fatto sulla croce, ma che è vita spesa amando giorno dopo giorno, e trovando in quell’amore la bellezza, la bontà ed il senso…
Se il Natale è il culmine dell’Avvento, rassicurandoci sulla fedeltà di Dio che mantiene le sue promesse e che quindi tornerà a compiere la storia, i misteri cristiani ci mostrano con tutte le loro infinite sfaccettature, come vivere l’attesa, che è il sapore più vero del tempo della Chiesa. Si attende la sua venuta dando la vita, come Stefano … non c’è altro modo per essere un vivente “maranathà

Questa domenica, detta della Santa Famiglia (una festa che direi “pastorale” in quanto creata di recente per avere un’occasione appunto “pastorale”, e parlare così della “famiglia cristiana”), oggi ci dà l’agio di fare un discorso più ampio su ciò che consegue al mistero dell’Incarnazione di Dio. Un discorso che, se fatto seriamente, ci indica ancora sentieri per essere pronti davvero alla venuta del Figlio dell’Uomo.

Non farei allora oggi il solito discorso “trito” sulla famiglia quale “primo nucleo della società”, sulla sua “sacralità” naturale e cristiana… Non lo farei anche perché – diciamocelo francamente – mai come in questi ultimi decenni noi Chiesa abbiamo parlato di “famiglia”, e mai come in questi ultimi decenni la “famiglia” patisce di lacerazioni e disfunzioni! Il problema, a mio umile parere, non è parlare della famiglia ma è annunziare l’Evangelo: quando si fa seriamente questo si evangelizza tutto l’uomo in tutti i suoi ambiti di vita, e quindi anche in quel primo ambito che è la famiglia.

E’ allora necessario che noi annunziamo con coraggio, con profondità, senza edulcorazioni e diminuzioni il mistero di Cristo; è necessario che noi credenti in Lui facciamo innamorare gli uomini di Cristo perché lo cerchino giorno per giorno, e siano uomini in attesa di Lui, impegnati davvero nella storia ma con la coscienza d’essere “stranieri e pellegrini” (cfr Eb 11, 13; 1Pt 2, 11).

 Oggi la liturgia ci dà l’occasione di fare una lettura globale di questo mistero di Cristo e ci invita ad una ricerca appassionata di Lui che è venuto a cercarci prendendo la nostra carne.
L’esito, come scrive Giovanni nel tratto della sua Prima lettera, che ascoltiamo quale seconda lettura, sarà il vivere da figli.

Il racconto di Luca che la Chiesa oggi propone è la conclusione dell’Evangelo dell’infanzia lucano; è un passo direi “unico”…unico perché pare “fuori schema” rispetto a tutto il racconto dell’infanzia; unico perché è l’unico squarcio che gli Evangeli ci aprono sulla vita di Gesù prima del Battesimo al Giordano…e questa “unicità” ci conduce certo ad una sua funzione specifica. Il testo, insomma, non va letto ingenuamente.

Uno smarrimento, quello del ragazzo Gesù, che avviene in un contesto preciso: la Pasqua; ed avviene all’interno di una vera fedeltà di Maria e Giuseppe alla Legge del popolo santo di Dio («si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua»). Un episodio che, al di là del racconto banale della “scappatella” di un adolescente intelligente, contiene un mistero di Dio ed un appello per noi a cui è consegnato l’Evangelo.
Il protagonista del racconto è Gesù. Finalmente! Sì, finalmente, perché fino a questo momento nel racconto di Luca si era parlato di Lui, ma non come di uno che agisce direttamente; fino ad ora il racconto l’aveva mostrato “infante”, cioè “senza parole”; ce lo aveva mostrato passare dalle braccia di Maria a quelle di Simeone, e – ancor prima – avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia quale segno per i pastori …
Ora no, ora per la prima volta Gesù parla.

Il contesto pasquale ci rimanda alla fine dell’Evangelo, quando in un’altra Pasqua Gesù verrà ugualmente smarrito per tre giorni ed al terzo giorno ritrovato dopo un’angoscia grande. In quel ritrovamento ci sarà la definitiva rivelazione della figliolanza divina.
Per Luca, infatti, il Gesù pasquale rivela il Padre, sia sulla croce («Padre nelle tue mani consegno il mio spirito» cfr Lc 23, 46), sia nel giorno della risurrezione («io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso» cfr Lc 24, 49) … e anche questo Gesù dodicenne rivela la sua figliolanza dichiarando che deve essere nelle cose del Padre suo. Dobbiamo far caso che le prime e le ultime parole di Gesù nell’Evangelo di Luca sono un rinvio al Padre!
Gesù rivela dunque di essere Figlio, e di appartenere tutto al Padre; nella prima lettura si è detto che Samuele è ceduto per tutti i giorni della sua vita al Signore; così è Gesù! E’ del Padre, ed in Lui la carne dell’uomo deve fare questo passaggio: scegliere di essere di Dio! E senza mezze misure!

La vocazione ultima e prima del cristiano è offrire la propria carne all’Incarnazione di Dio; è mostrare che si può essere nelle “cose del Padre” fino in fondo; è dare alla storia il “respiro” di Dio; è permettere a Dio di piantare ancora la sua tenda in mezzo agli uomini (cfr Gv 1, 14).
Gesù giovinetto, smarrito per tre giorni ed al terzo ritrovato, è allora narrazione di una “Pasqua annunziata” che si compie in Gesù perché in Lui, l’“esodo” è iniziato, e il Natale già ce lo diceva.

Il “vecchio uomo” in Lui si è mosso verso il “nuovo”; il “vecchio uomo” ormai si è iniziato a versare irreversibilmente nel “nuovo”!
Tutto sarà costoso, ma la novità di Cristo già oggi si può insinuare in tutte le realtà umane, in tutte le strutture umane.
Spetta a noi permettere all’uomo che siamo di incamminarsi verso quell’essere nelle cose del Padre; sempre più in pienezza.

Il mistero della figliolanza sarà così visibile e palpabile nelle nostre vite! E sarà annunzio di speranza!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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VI Domenica del Tempo Ordinario – Preceduti dall’Evangelo

PER SCENDERE AL CUORE DELLA LEGGE 

  –  Sir 15, 15-20; Sal 118; 1Cor 2, 6-10; Mt 5, 17-37  –

 

TorahQuando Matteo scrive il suo Evangelo, negli anni ottanta del primo secolo, il Tempio è stato distrutto e Israele sta cercando unità, quella che non è più possibile attorno al Santuario di Gerusalemme, nella fedeltà alla Torah. Israele cerca una nuova ortodossia rispetto alla Legge, una rinnovata fedeltà ad essa; in tal senso la Chiesa di Matteo, una comunità fatta di giudei che hanno riconosciuto in Gesù di Nazareth il Signore ed il Messia, si interpella: qual è la novità del cristianesimo rispetto alla potenza della Torah?

Matteo giunge ad una conclusione incredibile e paradossale, che dobbiamo pur dire anche se con tutto l’amore ed il rispetto che nutriamo – e dobbiamo nutrire – per la Santa Radice di Israele, per il Popolo sempre santo ed eletto che è Israele; il paradosso che Matteo ci porge è questo: è davvero giudeo chi si fa discepolo di Cristo Gesù.

Il testo di questa domenica, per giungere a questa conclusione, ci presenta un’apparente contraddizione: la Legge è immutabile, non passa e, contemporaneamente, Gesù dice di continuo “vi fu detto ma io vi dico”; come mettere assieme queste due affermazioni?

La categoria che ci fa superare il paradosso è la categoria del compimento. Gesù è il compimento delle promesse, è il compimento della Torah, è il compimento dei Profeti … per noi cristiani è chiaro che l’Antico Testamento (e forse, anche per questo, è meglio dire Primo Testamento!) è una realtà aperta, è annunzio, è premessa, e questo significa che, per far sì che esso sia quel che Dio ha desiderato che fosse, è necessario andare oltre; è necessario superarlo, ma non per abolirlo. Per carità! Per dargli pienezza di senso e di significato!

Gesù, in tal senso, viene a dare compimento, viene a dirci, dinanzi alla Legge, il profondo della Legge: non si tratta di osservare dei precetti formalmente, ineccepibilmente; si tratta di comprenderne e viverne il cuore …; non si tratta solo di non uccidere, cioè di non versare il sangue spegnendo la vita dell’altro uomo, si tratta di non ucciderlo nel proprio cuore, bollandolo come stupido o come pazzo …; si tratta di non uccidere il mio amore per lui. Se per uccidere si intende lo spargimento del sangue dell’altro, in tanti ci si può sentire estranei a questo precetto della Torah; ma se si va al cuore della Torah si scopre quante volte noi tutti siamo capaci di uccidere.

Il compimento cui si deve giungere ha come premessa le Beatitudini, che assolutamente non sono un nuovo codice morale (guai a leggerle così!); sono invece la proclamazione di un evangelo: il Regno è arrivato! Il Regno è già nel mondo, perchè Dio si è chinato con amore sulla storia, con la carne del suo Figlio, l’Emmanuele, che sigilla nella nostra carne realmente l’essere povero, l’essere mite, l’essere affamato e assetato di giustizia, l’essere misericordioso, l’essere puro di cuore, l’essere pacificatore … Lui che ha pianto per l’uomo suo fratello, Lui che è stato perseguitato ed ucciso … Che significa questo? Una cosa grande e di capitale importanza, per noi – personalmente – e per la prassi ecclesiale: viene prima l’Evangelo, prima l’annunzio del Regno che è Gesù, prima la conoscenza di Lui e del suo amore e poi la morale! Gesù annunzia prima le Beatitudini, e poi parla di comportamenti che portino compimento alla Legge!

Tale compimento della Legge può avvenire solo se si supera la giustizia degli scribi e dei farisei. Si badi bene che qui scribi e farisei rappresentano due reali e diversi modi di intendere la  giustizia, cioè l’adempimento della volontà di Dio: gli scribi sono gli uomini della lettera, dell’interpretazione materiale della lettera della Torah; sono quelli che si appagano e si sentono giusti, perchè osservano la lettera della Legge; i farisei sono quelli che credono di creare un “di più” con le loro pratiche; all’osservanza letterale della Legge essi aggiungono le pratiche che sono convinti che li salvino, perchè accumulo di “meriti”: l’elemosina, il digiuno, le preghiere fatte in un certo modo … Il discepolo di Gesù è invece quello che è capace di superare queste “giustizie”, perchè ha scoperto d’essere stato preceduto dall’Evangelo che è annunzio gratuito di un amore preveniente, che, in Gesù, si è mostrato in tutta la sua pienezza … Si ricordi sempre che Matteo (come tutti gli evangelisti!) scrive con una chiara visione della Pasqua di Gesù, nella quale la narrazione dell’Evangelo, la luce delle Beatitudini sono piene e complete.

Il discepolo, preceduto dall’Evangelo, risponderà all’Evangelo senza “giocare” con la Torah, senza cercare vie di applicazioni formali e poco costose per esser giusto; il discepolo, preceduto dall’Evangelo, sarà in grado di non fidarsi delle proprie pratiche per accumulare “meriti”. Come si può pensare di “meritare” dinanzi all’eccedenza dell’amore preveniente di Dio?

Ecco che la giustizia del discepolo supera quella e degli scribi e dei farisei, perchè la luce dell’Evangelo che lo precede lo rende capace di scendere al profondo della Torah, e trovarvi le ragioni profonde di Dio. Diviene chiaro al suo cuore, allora, che non si tratta solo di uccidere materialmente, ma si tratta di conservare e custodire tutta la vita dell’altro … Non si tratta di  commettere adulterio, giacendosi con altri dallo sposo o dalla sposa, si tratta di essere fedele all’amore per il coniuge fino all’estremo, nel fondo del proprio cuore, senza che neanche il desiderio inquini l’amore per colui o colei che è stato dato in dono da Dio, come “carne della propria carne”.

La lettura superiore del discepolo fa ravvisare che certi pronunciamenti stessi della Torah furono scritti per la durezza dei cuori, erano cioè generati dall’incapacità che la Torah stessa riconosceva all’uomo di comprendere a pieno, prima di Cristo,  l’amore preveniente di Dio.

Ora, però, la luce del Cristo, della sua croce, del suo amore, dell’Evangelo che è proclamazione del Regno, donato gratuitamente alla storia, rende possibile la nuova giustizia. Per questa nuova giustizia, il discepolo sarà capace di fare delle scelte radicali, sarà capace di togliere da sè cio che si oppone al Regno (e qui c’è l’iperbole del cavarsi un occhio, o del tagliarsi una mano!); per questo non sarà più necessario al discepolo giurare per affermare la verità: egli ha imparato un parlare schietto, in cui i sono ed i no sono no! Quando, infatti, si vive nella lealtà e nella verità, queste non possono essere intensificate da giuramenti di qualsiasi tipo.

Insomma è un mondo nuovo quello che sorge dinanzi alla proclamazione dell’Evangelo del Regno. Un mondo nuovo, di cui il discepolo, diventato sale e luce della terra come si diceva la scorsa domenica, diviene specchio chiaro, capace di superare la Legge perchè capace di scendere al cuore ed al profondo di essa, realizzando la piena umanità a cui la Legge tendeva, e che Gesù ha reso possibile. Il discepolo è servo di questa pienezza sulle tracce del suo Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Pentecoste – Compimento della Pasqua

FARE DELLA PASQUA LA VIA DA PERCORRERE NEL QUOTIDIANO

At 2, 1-11; Sal 103; Rm 8, 8-17; Gv 14, 15-16.23-26

 

La Pasqua di Gesù giunge oggi al suo compimento con il dono dello Spirito!

Nel libro degli Atti, Luca narra gli eventi che irruppero nella Chiesa al cinquantesimo giorno dalla Risurrezione (in greco cinquantesimo si dice “pentecostòs”), eventi che la Chiesa nascente comprese come pienezza del dono dello Spirito Santo che il Risorto inviava dal Padre suo. Luca inizia il suo racconto con una annotazione: mentre il giorno di Pentecoste stava per compiersi (ed usa il verbo “pleróo”); siamo, dunque, dinanzi ad un compimento. Anzi, dinanzi al compimento che è l’ingresso dello Spirito Santo nel mondo, dinanzi all’irruzione nella storia di Colui che è l’eterno amore del Padre e del Figlio; siamo dinanzi a questa irruzione dell’Amore nel cuore stesso dell’uomo!

Lo Spirito viene a custodire i credenti nella fede per renderli capaci di vita nuova segnata solo dall’amore; viene per dilatare il respiro della speranza lì dove gli uomini non avrebbero mai osato di dilatarlo! Viene per ricordare Gesù, viene – come ha scritto Paolo ai cristiani di Roma – a gridare nel nostro cuore, che ne era incapace, il dolce nome di intimità con Dio: Abbà! Lo Spirito viene a ricordare Gesù perché Egli non sia mai scambiato per un personaggio del passato; ne rende così attuali e vivificanti la parole, ne rende vivo e presente in ogni luogo ed in ogni tempo il suo Corpo nell’Eucaristia e, facendo questo, dà vita al suo Corpo che è la Chiesa!

Lo Spirito viene a trasformare sempre più gli uomini in fratelli…è opera grandiosa che porta compimento all’opera pasquale di Gesù di Nazareth che con la sua morte e risurrezione ha abbattuto il muro del peccato che separava l’uomo da Dio e l’uomo dall’uomo (cfr Ef 2, 14) …  ora lo Spirito irrompe con i suoi doni  accendendo d’amore i credenti e consegnandoli alla speranza.

La Pentecoste (Shevuoth) era per il popolo di Israele la festa del dono della Torah, e questo dono inestimabile della Legge data a Israele si compie nel dono di Colui che è la Legge definitiva … come Gesù, anche lo Spirito non viene ad abolire la Legge (cfr Mt 5, 17-18), ma viene a compierla in una pienezza incredibile … la Legge, infatti, si compie quando si ama con l’amore di Dio (pieno compimento della Legge è l’amore cfr Rm 13,10), e lo Spirito che è l’Amore del Padre e del Figlio è versato nel cuore dei credenti perché essi vivano da figli e non più da schiavi, perché essi siano liberati dalla paura per vivere nella vera libertà dei figli!

Lo Spirito è dato ai credenti perché essi siano sempre più coeredi di Cristo, portatori, cioè, di ciò che Cristo è, e di ciò che Cristo ha fatto … Cristo Gesù è Figlio, e lo Spirito ci fa figli, Cristo Gesù ha dato se stesso, e lo Spirito ci rende capaci di essere dono d’amore “fino all’estremo”; Cristo Gesù è assiso alla destra del Padre nei cieli  e lo Spirito – possiamo dirlo senza tema di sbagliare – è Colui che, dentro di noi ci grida sempre l’ulteriore e ci “trascina” verso la meta che è anche per noi il grembo di Dio.

Lo Spirito è allora Colui che suscita in noi la fede perché – come abbiamo ascoltato nel passo dell’Evangelo di oggi – ci ricorda Gesù che ci ha raccontato l’unico Dio in cui credere, che ci ha raccontato un Dio affidabile perché amante fino all’estremo. Lo Spirito è ancora Colui che suscita in noi l’amore perché Egli è l’Amore e, versato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5), ci spinge ad amare come Cristo ha amato (cfr 2Cor 5,14); lo Spirito, infine, è Colui che suscita e sostiene in noi la speranza perché mette nel nostro cuore quella speranza che non delude (cfr Rm 5, 4-5) perché fondata sull’evento Cristo!

La Pentecoste, dunque, è compimento perché il Dono che è lo Spirito rende il credente in Cristo compiuto (cfr Ef 4, 12-13), perfetto, incamminato cioè verso la pienezza della maturità.

Lo Spirito mette nel cuore i desideri di Dio e toglie sempre più – a chi da Lui si lascia guidare – i desideri della carne, cioè i desideri mondani, quelli che si oppongono a Dio.

Davvero la Pentecoste è la meta della Pasqua in quanto il Dono dei doni, che è lo Spirito, ci rende capaci di fare della Pasqua di Gesù davvero la via da percorrere nel quotidiano; insomma lo Spirito realizza in noi ciò che Gesù ha realizzato nella sua Pasqua: senza lo Spirito, la Pasqua di Gesù resterebbe opera sublime di amore e di vita che vince la morte ma sarebbe opera a noi inaccessibile!

In questo giorno santissimo di Pentecoste, nello Spirito, tutto questo ci è dato, e noi possiamo viverlo! Basta lasciarsi avvolgere dal fuoco dello Spirito che purifica, sana, riscalda, raddrizza, piega … è forte e dolcissimo, è riposo, è riparo, è conforto … è luce nel nostro profondo!

Se Cristo nella sua Pasqua ha creato l’uomo nuovo, è nello Spirito Santo che quell’uomo nuovo ci è donato e reso accessibile!

Dinanzi ai doni si possono fare solo due cose: rifiutarli o accoglierli! Chi accoglie il Dono che è lo Spirito e si lascia da Lui guidare è – come abbiamo ascoltato da Paolo – figlio di Dio!

Ecco: la Pasqua è compiuta! In Gesù Cristo il Padre voleva farci un solo dono, se stesso come Padre … voleva farci figli! La figliolanza è il grande compimento! Ed è il dono del Padre, attraverso il Figlio, nella potenza dello Spirito Santo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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