VI Domenica di Pasqua – La Chiesa

ESSERE DIMORA DI DIO!

At 15,1-2.22-29; Sal 66; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14, 23-29

 

La Chiesa nata dalla Pasqua di Gesù è immersa nella storia; come sapientemente ha voluto scrivere il Concilio Vaticano II, essa non è difronte al mondo ma nel mondo. E’ nel mondo come lievito nella pasta (cfr Mt 13,33), come sale, come luce posta in alto (Mt 5, 13-16) e questo nonostante le sue molteplici e palesi infedeltà. Questo essere nel mondo le fa sentire però tutta la contraddizione che la mondanità le propone,essa comprende, quando davvero è Chiesa di Cristo, di dover essere portatrice di un annunzio fatto non di sapienza umana ma di stoltezza della croce. Il mondo le si mostra ostile come fu ostile con Gesù…un ostilità che oggi ha più il sapore dell’indifferenza, checchè se ne dica.

La parola dell’Evangelo che risuona in questa domenica è per la Chiesa la più grande consolazione, ma soprattutto è la grande, straordinaria strada su cui la Chiesa può e deve continuare il cammino nella storia.

E’ una parola di promessa a cui Gesù è restato fedele, tanto è vero che noi siamo qui; senza quella promessa di Lui e senza la sua fedeltà la Chiesa non potrebbe essere più, sarebbe solo una “societas” di uomini e noi l’avremmo distrutta da molti secoli. Se la Chiesa permane nella storia (oggi in questa forma, domani chissà…) è solo per la promessa fedele di Dio. Culmine di questa promessa è la presenza di Dio nel credente, esito straordinario ed inaudito della rivelazione cristiana, esito estremo dell’incarnazione di Dio e della Pasqua di croce e risurrezione. Una presenza che va accolta attraverso una custodia, quella della Parola! Il verbo greco che Giovanni usa per dirci questo è un verbo che in sé ha sì il senso di osservare, ma soprattutto di conservare, di custodire. La Parola che è Gesù va custodita, così si accoglie Dio in se stessi e gli si fa spazio. Dio non si merita, si accoglie! La vera vita è essere abitati da Dio e ciò è possibile solo custodendo la Parola. Come già sentivamo nel discorso sul Pastore (cfr Gv 10) anche qui il testo passa velocemente da Gesù al Padre: accogliere la Parola che è Gesù, conservarla e custodirla è accogliere Gesù stesso e il Padre; tutto questo è reso possibile dall’invio dello Spirito Paraclito. Solo nell’Evangelo di Giovanni è usata questa parola che evoca un venire accanto, vicino; Gesù in Giovanni chiama così lo Spirito Santo che invierà ai suoi, nel mondo, dopo la sua Pasqua ma, chiamandolo un altro Paraclito (cfr Gv 14,16) afferma di essere Lui stesso il primo Paraclito perché venuto vicino a noi, in nostro aiuto. L’invio promesso dello Spirito Paraclito ha soprattutto uno scopo: rendere viva la Parola di Gesù, anzi, vorrei dire ancora, la Parola che è Gesù. Non si tratta tanto di ricordare dei contenuti, un messaggio, delle osservanze da compiere, qui si tratta di tenere presente una persona: Gesù, con tutto ciò che ha detto e fatto. L’Evangelo è tutta la vita di Gesù , tutta la vita di Gesù dà ragione anche alla resurrezione e la rende credibile: una vita spesa per amore come quella di Gesù non poteva infatti restare nella morte perchè questa è contraddizione dell’amore.

Nell’Evangelo di Luca il tema è ricorrente e anche gli angeli al sepolcro chiedono alle donne, se vogliono comprendere quella tomba vuota, di ricordarsi delle parole di Gesù (cfr Lc 24, 6-8)…e le donne potranno andare ad annunziare la grande notizia agli apostoli perché esse si ricordarono (cfr Lc 24,8). Il ricordarsi di Gesù, opera dello Spirito in noi, rende viva la sua Parola e rende palese al nostro intimo di essere abitato da Dio. Affermazione questa davvero vertiginosa che qui giunge ad una pienezza di rivelazione e di realizzazione in Cristo ma che già la Prima Alleanza aveva chiara come la grande meta della vita del credente. Lo Shemà Israel ha questa dinamica: dall’ascolto la conoscenza e l’adesione e finalmente l’amore.

I rabbini di Israele dicevano: lo Shemà provoca in noi la Shekinà, cioè la presenza del Signore! Il Salmo 132 dice: Non concederò sonno ai miei occhi finchè non trovi una dimora per il Signore, ma la tradizione sinagogale amava tradurre interpretando questo versetto in modo straordinario: Non concederò sonno ai miei occhi finchè io non divenga un luogo per la Shekinà del Signore!

Già Israele aveva questa attesa e Gesù ne è il compimento!

Questa liturgia di oggi davvero ci dà una meta vertiginosa ma che è il frutto più vero e grande della Pasqua che abbiamo celebrata: essere dimora di Dio!

Davvero non possiamo concedere sonno ai nostri occhi finchè non avremo il coraggio di accogliere il grande dono, finchè la nostra libertà, nelle vesti dell’ascolto della Parola e della memoria di Cristo, Parola uscita dal Padre, non si apra, per la forza del Paraclito a quella presenza di Dio che cerca il nostro intimo per prendervi dimora.

Non concederò sonno ai miei occhi finchè io non divenga un luogo della Shekinà del Signore! (Targum al Salmo 132, 4-5)

 




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