II Domenica di Quaresima (Anno C) – La via di Gesù

 

UN ESODO CHE RIGUARDA TUTTI

Gen 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9, 28b-36

E’ la domenica della Trasfigurazione (anche se nel testo dell’Evangelo che oggi leggiamo, Luca non usa il termine greco metamorphosis, che giudica ambiguo per i destinatari di origine pagana del suo scritto, i quali conoscevano la metamorfosi di dei e ninfe), e la liturgia della Quaresima ci dona oggi uno squarcio di luce gloriosa, una gloria però che è a caro prezzo (1Cor 6, 20).

Al capitolo 9 di Luca, in cui è anche il racconto della Trasfigurazione, l’Evangelo del Regno comincia a correre per le strade degli uomini; il capitolo infatti si apre con Gesù che invia i discepoli a predicare l’Evangelo nei villaggi della Galilea. Questa predicazione suscita un’eco. La prima risonanza Luca ce la consegna per bocca della gente che esprime le più svariate ipotesi sull’identità di Gesù (Lc 9, 7-8); l’eco pio rimbalza sulle labbra vili e stupite di Erode Tetrarca che si chiede: «Chi è dunque costui?» (Lc 9, 9). Segue poi, in un clima di profonda pace, nella preghiera (Luca è il solo che ambienta questo episodio in un clima di preghiera) la domanda di Gesù ai suoi discepoli: «La gente chi dice che io sia?» e poi la domanda più compromettente: «E voi chi dite che io sia?». E Pietro risponde: «Il Cristo di Dio!» (Lc 9, 18-22).

Dunque la genteErode, i discepoliPietro…risposte possibili all’uomo circa l’identità di Gesù. Nel passo evangelico odierno è però il Padre a dare finalmente la risposta definitiva: «Questi è il Figlio mio, l’Eletto. Ascoltatelo!».

Iniziando la Quaresima domenica scorsa, abbiamo capito che c’è una lotta da compiere, ed oggi la voce stessa del Padre risuona per indicarcene la via: l’ascoltoL’antico, fondante precetto di Israele, Shemà, ora ha un indirizzo preciso: l’ascolto va teso verso di Lui, verso Gesù, verso il Figlio, l’Eletto.

Pietro, Giovanni e Giacomo sono per Gesù compagni d’una ascesa faticosa al monte della preghiera, e lì vedono il volto di Gesù diventare altro e le sue vesti sfolgorare; ci sono Mosè ed Elia, e Luca è il solo evangelista a precisare di cosa discorrono con Gesù: del suo esodo, quello che avrebbe compiuto a Gerusalemme…è l’esodo doloroso che Gesù affronterà passando per le acque di morte, per l’abisso della sofferenza. Poco prima (Lc 9, 21-24) Gesù aveva detto ai suoi discepoli una parola scandalosa sulla necessitas passionis, una parola accompagnata da uno sconcertante invito a stare con lui in  quell’atto di amore e di offerta di sé: è necessario dimenticarsi per seguirlo, e chi saprà perdere la vita la troverà e chi la vorrà preservare la perderà (cfr Lc 9, 24); ora sul Tabor il Padre chiede che si ascoltino proprio quelle sue parole scandalose, chiede ai discepoli di accettare quel Figlio Eletto che passa per lo scandalo della croce. Solo lui è il suo Figlio; solo lui è da ascoltare; non si ingannino ascoltando altri con parole magari più allettanti.

La strada è così tracciata anche per questa nostra Quaresima: la lotta è possibile perché Cristo ha vinto, ma ha vinto a caro prezzo (1Cor 6, 20); non si può ingaggiare quella lotta se non passando per quell’esodo doloroso. Altre vie non sono possibili.

Pietro, affascinato dalla luce del Tabor, commette un errore gravissimo, un errore che si porterà dietro sino alla fine dell’Evangelo quando quello stesso errore lo precipiterà fino al rinnegamento del Cristo sofferente. L’errore di Pietro è di voler dimorare nella luce della Pasqua senza passare per la passione; è un gran rischio volere la gioia e la pace sfuggendo la ruvidezza della croce.
Luca ironicamente commenta che Pietro non sapeva quel che diceva: sì, Pietro è un incosciente, come spesso accade anche a noi; vorrebbe delle scorciatoie, e in Matteo e Marco osa suggerirle anche a Gesù che lo apostrofa con il terribile nome di Satana. Scorciatoie a portata di mano: l’illusione che la vita sia la conquista dello star bene e basta…ad ogni costo; anche a prezzo dell’oblio di quanti sono nel dolore e nella morte: meglio dimenticarli, ci sporcano le illusioni…

Il rischio è quello che dice Paolo nel passo di della sua Lettera ai Cristiani di Filippi che oggi si proclama: comportarsi da nemici della Croce di Cristo!

L’Evangelo invece ci indica la via di Gesù, una via che è tutt’altro: è la via della compromissione senza mezze misure per un esodo che riguarda tutti gli uomini.
Gesù ci rivela il volto altro di un Dio che davvero si compromette, che all’uomo si offre tutto e senza riserve: Abramo, protagonista del racconto di Genesi che è la prima lettura di questa domenica, sperimenta un Dio che si impegna personalmente al sacrificio, che passa lui solo tra gli animali squartati impegnandosi appunto a versare il sangue. I due contraenti, in questo tipo antichissimo di alleanza, passavano assieme tra le bestie squartate per proclamare che ogni infedeltà al patto li avrebbe condotti a quella stessa fine cruenta; ad Abramo, però, non viene chiesto di passare tra quel sangue; solo il Signore lo farà, facendosi così carico di tutte le infedeltà all’alleanza.

L’ombra della Croce si allunga da quella notte di Abramo fino alla luce del Tabor; ormai è l’ora di seguire il Signore in un “esodo” che egli è pronto ad inaugurare con il suo sangue, e che bisogna accogliere con il coraggio di perdere la propria vita per conquistarla davvero.

La via sicura? Ascoltarlo, rifiutando le squallide scorciatoie che il tremendo buon senso del mondo sempre ci suggerisce.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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I Domenica di Quaresima (Anno C) – Lo stile di Gesù

 

UNA LOTTA COMBATTUTA E VINTA

Dt 26, 4-10; Sal 90; Rm 10, 8-13; Lc 4, 1-13

La Quaresima inizia subito mettendoci dinanzi alla necessità del combattimento spirituale e lo fa mostrandoci Gesù che inizia la sua missione di Figlio e Messia proprio combattendo, anzi iniziando a combattere.

L’incarnazione del Figlio non ha voluto assolutamente alcuna esenzione da questa lotta, proprio come tutti i figli di Adam: lotta per una vita che sia umana, lotta per un vita che abbia senso, lotta contro l’amore di sé, lotta per una vita alla presenza di Dio (cfr Gen 17, 1) e secondo la sua volontà. L’Adam esce dal suo nascondiglio ove l’aveva rintanato l’inganno del serpente, il quale gli aveva narrato Dio come rivale e nemico (cfr Gen 3, 8). In Gesù finalmente l’Adam esce pienamente allo scoperto ed affronta la lotta con il serpente antico e vince quella lotta; una lotta che tanti, anche nella Prima Alleanza, avevano combattuto ma mai con una vittoria piena. La Scrittura, infatti, non teme di mostrarci anche il peccato e le cadute dei padri: Abramo che tenta di realizzare da se stesso la promessa dandosi un figlio dalla schiava, senza attendere la promessa di Dio (cfr Gen 16, 1-4); Mosé che vacilla nella fede nel battere per due volte la roccia nel deserto a Meriba (cfr Num 20, 11-13); David che pecca con Betsabea (cfr 2Sam 11-12); Salomone che pecca di idolatria a causa delle sue mogli e concubine (cfr 1Re 11, 4) … uomini che hanno lottato ma non hanno sempre vinto.
Ora Gesù, uscito dal Giordano, è condotto dallo Spirito ad affrontare questo combattimento… gli Evangeli sono chiari su questo: è lo Spirito che lo conduce nel deserto, lì dove deve fare i conti solo con se stesso e con il tentatore; lì deve sperimentare quella parola che vuole contraddire Dio e le sue vie, quella parola che brucia la sua carne umana, carne comune a tutti gli uomini. La tentazione gli brucia dentro, ed è tentazione di assecondare le idee messianiche del suo popolo … in fondo la tentazione è una sola: essere accetto e popolare perché asseconda le attese della gente o essere obbediente alla Parola del Padre, usare la sua identità di Figlio o realizzarla nell’obbedienza povera ed amorosa.

Luca, come Matteo, drammatizza questa tentazione e la ricalca sul frutto proibito del giardino dell’in-principio: «buono da mangiare, bello da vedere, desiderabile per essere come Dio» (cfr Gen 3, 6).
Nella loro forma, le tentazioni sono pienamente accordate allo “stile” del diavolo (Luca così chiama il tentatore), di colui che vuole dividere da Dio, da se stessi, dagli altri! Dividere!
E’ sempre questo lo scopo del tentatore. Qui persegue il suo scopo cercando di far sì che Gesù si centri unicamente su se stesso, sulla sua infinita possibilità di imporsi, visto che è davvero Figlio di Dio! Le tentazioni, lo capiamo subito, sono allacciate direttamente al Battesimo al Giordano, in cui Gesù ha avuto la definitiva rivelazione di essere il Figlio (cfr Lc 3, 21-22), figliolanza che la stessa genealogia dell’Evangelo di Luca ha confermato: da Gesù la genealogia arriva fino ad Adamo, figlio di Dio (cfr Lc 3, 23-38)!
Ora il Figlio provi che è davvero il Figlio, anzi, sfrutti questa sua identità!

La prima tentazione è di ricchezza e di godimento senza fatica: quelle pietre che potrebbero diventare pane gli farebbero saltare ogni fatica umana e gli darebbero immensa ricchezza. Gesù dice no a questa logica di privilegio … c’è ben altro pane di cui si può vivere.
Gesù non disprezza il pane quotidiano (insegnerà a pregare per chiederlo!), ma indica anche altro di cui vivere, e quell’altro, la Parola del Padre, sarà anche via per dare il pane agli affamati nella strada della condivisione e dell’ascolto del bisogno dell’altro.

La seconda tentazione è di puntare al potere; è l’unica tentazione in cui il diavolo non dice “Se sei Figlio di Dio”! Il diavolo qui è audace e sfacciato, chiedendo di essere adorato; così l’Evangelista ci dice una verità cruda che dovremmo sempre ricordare: chi vuole smodatamente il potere (nelle parole del tentatore ricorre la parola “tutto”: Tutti i regni della terra; Ti darò tutta questa potenza) è uno che si prostra al diavolo; chi vuole tutto quel potere adora un altro dio. Gesù oppone anche qui un no fermo e distaccato. No! Riflettiamoci: Lui non ha voluto uno stato cristiano, un partito cristiano, un potere cristiano … “stato”, “partito”, “potere” sono tutte parole incompatibili con cristiano!
Non si può puntare al potere ed essere discepoli di Cristo! Se questo l’avessimo sempre capito, se avessimo gridato i nostri no netti ai tanti “Costantino” che si sono profilati nella storia cristiana; se non ci fossimo illusi alle lusinghe di imperi e corone; se avessimo detto quel no chiaro come lo disse Gesù nel deserto, allora non avremmo tradito l’Evangelo come troppo spesso abbiamo fatto. Gesù non puntò al potere, ma al servizio!

La terza tentazione è terribile perché è la tentazione dell’orgoglio, ed è una tentazione “religiosa”. Luca sposta l’ordine delle tentazioni di Matteo, e pone come culmine delle tentazioni questa del pinnacolo del Tempio; e questo certamente perché tutto l’Evangelo lucano punta a Gerusalemme, la Santa Città, meta di tutto l’Evangelo. Già il racconto dell’infanzia termina con l’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio (cfr Lc 2, 41-50); dal capitolo nono Luca fa iniziare un lungo viaggio di Gesù che ha come meta Gerusalemme e dunque la sua Pasqua e, per tener fermo questo intento, Luca “taglia” ogni andata intermedia di Gesù sempre a Gerusalemme (cfr Lc 9, 51). Tutto l’evangelo termina quindi a Gerusalemme, con gli apostoli che “stavano sempre nel Tempio” (cfr Lc 24, 53). Dunque anche le tentazioni culminano a Gerusalemme, ma questo culmine ci dice anche che la tentazione più subdola e sottile è proprio la tentazione “religiosa”, quella di presumere e pretendere di avere un Dio “a disposizione”, che obbedisca e faccia miracoli per accreditarci e farci avere potere! Terribile!

Lo stile di Gesù è un altro: è l’umiltà e l’obbedienza al Padre.
La pagina di oggi ci interpella e a livello personale e a livello ecclesiale.

Anche come Chiesa, vorrei dire principalmente come Chiesa, siamo tentati di continuo di pensare che se abbiamo soldi, se abbiamo un po’ di potere politico e se (magari!) potessimo fare i miracoli (e forse per questo incoraggiamo una fede miracolistica e chiediamo alche i miracoli per poter proclamare i santi!) avremmo risolto tutti i problemi. Sì, ma ci metteremmo dalla parte del diavolo!

Gesù fece miracoli, ma sempre come “segni”, non come soluzione dei problemi in modo spiccio; e mai per favorire le attese messianiche della gente … Gesù fece i miracoli per rendere credibile la via della Croce; non li fece per eliminare la Croce o per correggere la logica della Croce.
Gesù non saltò l’umano facendo pane dalle pietre, ma volle essere uomo senza esenzioni per essere davvero con noi.
Gesù non volle dominare il mondo con il potere di questo mondo ma divenne Signore attraverso la via dell’amore che fu la via della Croce!
Gesù non si gettò dal pinnacolo del Tempio per mostrare la grandiosità della potenza di Dio, poichè questa sarebbe stata una grandiosità secondo gli uomini che nulla direbbe dell’identità del vero Dio. Buttarsi dal Tempio sarebbe spettacolo, e non rivelazione! Gesù si getterà invece nelle mani del Padre nell’ora suprema dell’amore, nell’ora della Croce (cfr Lc 23, 46).

Le tentazioni ci dicono quale fu lo stile di Gesù, la sua strada; quale fu la sua lotta.

Nel deserto Gesù vinse, ma non vinse solo per sé; nel deserto Gesù immise il principio di questa vittoria nelle fibre dell’umanità tutta. Lottando e vincendo, nel deserto ci condusse già ad una possibilità di vittoria.

Il diavolo si allontanò da Lui in quell’ora, ma già progettando di tornare al tempo fissato: la passione infatti inizierà con «Satana che entrò in Giuda che faceva parte del novero dei dodici» (cfr Lc 22,3).

Nella cena Gesù dirà ai suoi che avevano perseverato con Lui nelle sue prove, nelle sue tentazioni (la parola greca che Luca usa è proprio “perirasmós”, la stessa che viene usata nel passo di oggi!), e ciò è rivelativo del fatto che tutto il cammino di Gesù fu un cammino di lotta, di resistenza nelle tentazioni. Proprio come il nostro cammino … è così! La vita cristiana è questo; chi pensa il contrario è un illuso che rischia di cadere miseramente.
La vita cristiana è lotta, ma una lotta che Cristo ha già combattuto e vinta per noi, ed a cui ci è richiesto di associarci per rendere piena e vera la nostra libertà.

La Quaresima è tempo di esercizio per assumere questa lotta quotidiana!
Con Cristo! Mai da soli!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXIX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fra voi non è così

 

O SI E’ SERVI, O NON SI E’!

Is 53, 2.3. 10-11; Sal 32; Eb 4, 14-16; Mc 10, 35-45

 

Eccoci alla terza libido: il potere.
Forse, e senza forse, è un culmine … questa forza è culmine perché serve a costruirsi, in quanto esercitare una sorta di potere su se stessi, sulla storia, sul reale, è punto di equilibrio e di capacità di essere quell’“adam” uscito dalle mani del Creatore, perché domini sul creato, sul reale. Un dominio che non è un rendere schiavo il reale, ma trasfigurarlo per umanizzarlo, per renderlo casa dell’uomo; allo stesso modo il potere su se stessi è quella capacità di dire di no a quelle dimensioni di morte e di “pre-dominio” che sono perverse e pervertenti; riguardo agli altri, il potere da esercitarsi rettamente è ciò per cui si è capaci di affermare la propria identità senza paure, senza infingimenti, senza svilirsi.

La forza della libido dominandi però può essere anche il culmine delle perversioni dell’uomo. Quando questa forza diviene idolatrica, fine a se stessa, quando ha per fine noi stessi, diviene la causa principe di ogni male, ed ha spremuto lacrime e sangue alla nostra comune umanità. E’ la libido dominandi che scatena le tirannidi, è la libido dominandi che scatena le forze delle maggioranze sulle minoranze, per annientarle ed umiliarle; è la libido dominandi, in fondo, che “infetta” l’uomo facendogli pervertire l’amore, così che l’altro diviene, anche nelle relazioni coniugali ed amicali, oggetto del mio potere!
E’ sempre la libido dominandi che disumanizza la relazione con le cose, volendo possedere per avere più potere, e sempre di più per avere ancora più potere!
E’ la libido dominandi che ha sempre scatenato le guerre, gli odii razziali, le mille e mille battaglie, per creare nemici e per divenirne vincitori!

L’Evangelo di questa domenica ci dice che questa libido così pervertente abita anche la Chiesa di Cristo, e Giacomo e Giovanni sono il “luogo” in cui si mostra questa pericolosa tendenza; proprio questi due fratelli, che il Nuovo Testamento individuerà quali “discepolo amato” (cfr Gv 13, 23) e primo tra gli apostoli a versare il sangue per Cristo (cfr At 12, 1-2), non sono nati “discepolo amato” e “martire per Cristo” … sono stati uomini che, come noi, hanno dovuto affrontare e vincere, tra lotte e cadute, quelle dominanti che vogliono schiacciarci e disumanizzarci. Nel racconto di Marco i due, in fondo, sono manifestazione di un atteggiamento con cui Gesù dovrà fare i conti sino alla fine, e con cui la sua misericordia e la sua grazia devono fare i conti in ogni epoca della storia della Chiesa, sua comunità:
Chi è che è primo?
Chi comanda?
Chi ha nelle sue mani il potere spirituale sugli altri?
Il potere nella Chiesa è più perverso che altrove. Il perché è chiaro: nella Chiesa, nelle società “religiose”, esso si può ammantare di “spiritualità”, si può ammantare di Dio, può divenire più facilmente imponibile perché sacralizzato! E’ tremendo!

Giacomo e Giovanni sono quelli che, nel passo di Marco di oggi, manifestano questo desiderio perverso di potere, ma il racconto ci fa capire che gli altri dieci non sono esenti da quello stesso peccato. Scrive infatti Marco che gli altri si sdegnarono con Giacomo e Giovanni, e non certo perché stigmatizzassero il loro desiderio di potere, ma perché quel potere lo avrebbero voluto anche loro.
Gesù, paziente, si rivolge a tutti come aveva parlato ai due fratelli. Quei due li aveva sfidati a bere il suo stesso calice ed a morire della sua stessa immersione.
Tuttavia è necessario decodificare la parola battesimo che noi, immancabilmente, riconduciamo su di un piano liturgico-simbolico-sacramentale. Gesù, infatti, chiede loro se sono pronti a lasciarsi “affogare” nella sua stessa immersione, a dare la vita. Il battesimo-immersione che Gesù sta per ricevere è l’essere sommerso dal peccato del mondo per prenderlo su di sé, per condividere il dolore e la morte che imperano nella storia. I due fratelli accolgono spavaldi la sfida, senza comprendere fino in fondo quello che stanno promettendo.
Lo capiranno con la vita, lo capiranno nella sequela di quel Rabbi che li ha afferrati!
Saranno, infatti, il primo e l’ultimo a morire per Lui: Giacomo di spada, e Giovanni di “consunzione”, lasciandosi cioè consumare dall’annunzio dell’Evangelo, in un martirio senza sangue ma testimone di un “rimanere” costoso, che sfiderà i venti e le tempeste dei decenni a venire.
Quella partecipazione al suo calice, afferma con forza Gesù, non è qualcosa che si conquista con meriti, ma qualcosa che si riceve in dono, per pura grazia. Nell’ora che il Regno verrà, alla destra ed alla sinistra del Messia crocefisso, vi saranno due ladroni: gli ultimi che potevano accampare “meriti”!

Ai dodici tutti assieme, dopo aver compreso che tutti sono accomunati da questo malsano desiderio di potere, Gesù dice una delle parole più inascoltate nella storia della Chiesa, ma anche tra le più ascoltate da chi, nella Chiesa, ha fatto davvero la differenza, facendo avvertire nella storia il profumo di Evangelo: «Quelli ritenuti capi delle genti le dominano ed i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra di voi però non è così».
Dobbiamo assolutamente sottolineare che Gesù non usa qui nessuna forma augurale o ottativa (non dice cioè: «tra voi non sia così»!).
No! Gesù usa un chiaro indicativo: Tra voi non è così!
O nella Chiesa si è servi, così come Gesù dice, o non si è Chiesa; si è altro!
La ragione non è data in modo moralistico, Gesù non è mai moralistico, ma in modo rivelativo: la ragione è Gesù stesso, la ragione è il Figlio dell’uomo e la sua scelta di servire, e di servire non facendo delle cose, ma dando la sua vita!
Il servo è tale – e lo dice anche Isaia nel celebre oracolo che oggi è la prima lettura – perché dà se stesso, senza nulla tenere per sé, senza nulla risparmiare!

L’antidoto alla libido dominandi è dunque il servire, che è donare la propria vita. L’apostolo Paolo, addirittura, nel suo inno cristologico nella Lettera i cristiani di Filippi scriverà che il Figlio di Dio si è fatto schiavo fino alla morte e alla morte di croce; schiavo significa che si è totalmente dato, alienato, offerto…non si appartiene più! Lui è la via per vincere la libidine del potere…Lui, schiavo crocefisso!

Questa sezione dell’Evangelo di Marco ci ha consegnato le tre “armi” per vincere il mondo con Gesù e come Gesù: l’amore fedele, la condivisione, il servizio come dono totale di sé! Così la sequela!

Quel che non ricerca queste vie è qualcosa che si maschera da cristianesimo, ma ne è solo una contraffazione ridicola e pervertita!

P. Fabrizio Cristarella Orestano




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I Domenica di Quaresima (B) – La tentazione

 

TEMPO DI FRAGILITA’ E LOTTA

 

Gen 9, 8-15; Sal 24; 1Pt 3, 18-22; Mc 1, 12-15

 

Tentazioni di Cristo (particolare) - Cappella Sistina

Tentazioni di Cristo (particolare) – Cappella Sistina

La Quaresima inizia con una pagina evangelica austera e duramente interpellante: la pagina delle Tentazioni di Gesù nel deserto. Anzi sarebbe bene dire, leggendo la redazione di Marco, la Tentazione di Gesù nel deserto perché il secondo evangelista, differentemente dagli altri sinottici, non descrive tre tentazioni, ma ci parla in modo sintetico dell’essere tentato di Gesù. E’ pagina che ci riguarda, e che ci riguarda in quanto discepoli che hanno fatto la fatica dell’ascolto di una voce che li ha chiamati e che, con gioioso stupore, hanno iniziato a seguire; e che ci riguarda poi in quanto discepoli che hanno scoperto la loro vocazione e la stanno percorrendo…

La vocazione di Dio, il suo sguardo che si posa su di noi, la sua voce che ci chiama per nome e che ci chiama figli, e lo Spirito che ci è donato, non ci mettono al sicuro dalla tentazione; di questo dobbiamo sanamente farci convinti, per non cadere in illusioni pericolose e in delusioni distruttive. La tentazione ci dice che siamo fragili e vulnerabili! La tentazione cerca chi si appresta a servire il Signore (cfr Sir 2, 1), e si appoggia alle nostre fragilità; ognuno di noi, se è onesto, può raccontare questa storia di fragilità.

L’Evangelo è oggi scioccante perché ci dice che Gesù si trovò in questa condizione di fragilità vulnerabile proprio all’indomani della sua vocazione, all’indomani della sua scoperta circa la verità del suo vero volto e della sua identità: «Tu sei il mio Figlio, l’amato»; all’indomani cioè della discesa su di Lui dello Spirito che consacrò la sua umanità per la missione di salvezza.
Marco lega in modo forte ed indissolubile la vocazione di Gesù alla tentazione, e così ci apre uno squarcio grande di riflessione sulla nostra condizione di discepoli: è proprio questa condizione di discepoli chiamati dal Signore, di uomini e donne che hanno scoperto un sogno di Dio su di loro, di persone che hanno sentito bruciare sulla propria carne il tocco straordinario ed inenarrabile di Dio, che “chiama” la tentazione e la lotta.

 Lo Spirito – scrive Marco – “caccia” Gesù nel deserto, ed il verbo “ekbállein” qui utilizzato indica proprio un’azione violenta, un’azione necessaria. Lo Spirito dunque fa solo questo: non è Lui che tenta Gesù, non è lì per aiutarlo, ma lo conduce ad affrontare la Sua fragilità.
Nell’Evangelo di Marco tale fragilità viene messa alla prova per lungo tempo: differentemente da Matteo e da Luca, Marco non dice che la tentazione di Satana arriva alla fine dei quaranta giorni (Matteo scrive infatti: «dopo aver digiunato quaranta giorni ebbe fame»), ma lascia intendere che quei quaranta giorni furono tutti di tentazione. Per quaranta giorni, dunque, Gesù deve guardare in faccia la sua fragilità e affrontare i pensieri cattivi che bussano al suo profondo… pensieri cattivi che riguardano la sua relazione con Dio, e quindi con il mondo.

A differenza di Matteo e Luca, Marco non specifica la natura delle tentazioni nè il modo di Gesù di affrontarle; e non dice neppure l’esito delle tentazioni, lasciando aperto il racconto. Alla fine del testo c’è quella misteriosa annotazione: «stava con le fiere e gli angeli lo servivano», e qualcuno ha voluto vedervi – certo a ragione – un ritorno al giardino dell’in-principio in cui Gesù, come l’Adam uscito dalle mani di Dio, è pacificato con il cielo (gli angeli) e con la terra (le fiere).
Marco ci dice che Gesù affrontò la lotta con la sua fragilità, con il mondo e le sue suggestioni. E lasciando aperto il racconto – non dicendocene cioè esplicitamente l’esito – suggerisce che tutto l’Evangelo sarà luogo di questa lotta, perché la tentazione si protrae per tutta la sua vicenda. Il verbo “peirázein” (“tentare”, “provare”) tornerà in seguito incarnandosi in situazioni concretissime, in cui il Figlio dovrà misurare la sua fragilità e la sua fedeltà al Padre.
I nemici di Gesù continuamente lo proveranno, fino all’ora suprema del Golgotha! Lì la fragilità giungerà all’estremo, e lì quella stessa fragilità narrerà per sempre il volto di Dio: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» esclamerà il centurione senza mezze misure.
Quell’uomo che – fragile – ha gridato l’abbandono di Dio chiedendogliene ragione; quell’uomo che ha urlato morendo, narra Dio perché totalmente affidato a Dio, e perché ha imboccato una strada per nulla scontata: una strada che va tanto lontano da ogni mondano buon-senso, che va tanto lontano da ogni compromesso che poteva salvarlo…

La lotta inizia per Gesù nel deserto, e dura per tutta la sua vita.
La lotta inizia per chi vuole seguire Gesù e dura per tutta la sua vita…è così! Il Gesù di Marco, infatti, uscendo dal deserto, inizia a chiedere di seguirlo, e di seguirlo in questa lotta: «Convertitevi e credete all’Evangelo»… Ecco lo “statuto” del discepolo! Ecco la via di ogni giorno! E guai a noi se un solo giorno fosse scevro da questa lotta!

La Quaresima è “sacramento” di questa condizione contemporanea di fragilità e di lotta. La Quaresima è tempo di prova costosa, ma in cui siamo preceduti ed accompagnati dall’umanità del Figlio di Dio che, senza sconti, ha affrontato la lotta con noi e per noi. La sua vittoria pasquale, che celebreremo alla fine di questi quaranta giorni, sarà luce gettata nel buio di tanti giorni di lotta senza quartiere, e a volte senza vittoria; di giorni di lacrime e sangue, che sono necessari alla nostra autenticità.

Chiamati da Dio, siamo riempiti di grazia e di gioia; chiamati da Dio, siamo contemporaneamente immersi in una lotta inesorabile da cui non ci possiamo sottrarre, e in cui dobbiamo lasciar lottare Cristo in noi.
La Quaresima è tempo di esercizio per questo: ricordandoci che siamo polvere  come ci ha fatto ripetere la Chiesa al Mercoledì delle Ceneri – e ricordandoci la nostra fragilità: una fragilità che Cristo ha “impastato” con il suo stesso sangue, per fare di noi quell’uomo nuovo con cui Dio fa un’alleanza di pace. Il nostro stato di uomini in lotta non è tuttavia uno stato di assenza di pace, ma uno stato di una pace paradossale che scaturisce da quella lotta che si incontra con la salvezza operata da Cristo.

Se la nostra cenere ci rattrista, la luce dell’arcobaleno di grazia che la illumina ci riempie di speranza: Dio salva ed illumina gli uomini, tutti gli uomini, e i cercatori di Dio sono gli “apri-pista” di tutta l’umanità, perché Cristo Gesù tutto ha assunto per tutto salvare!

Quaresima, tempo di prova e tempo di “radiosa tristezza” come dice la liturgia dell’oriente cristiano: la nostra povera cenere è inondata dalla luce della vita; la nostra povera cenere non resta cenere…
E’ allora tempo di prova, è tempo di lotta e, paradossalmente, tempo di luce multicolore e di pace, perché la pace è stare “al proprio posto”…e il nostro posto è quello nella lotta!
Fu così per Gesù, ed è così per ogni discepolo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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