II Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Unum necessarium

 

FACENDO SI ASCOLTA

Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-12

 

Dal giorno dell’Epifania abbiamo contemplato le tre epifanie di Dio in Cristo Gesù: la prima ai Magi, segno di tutte le gente chiamate all’incontro con Lui (cfr Mt 2, 1-12); la seconda al Giordano, in cui la manifestazione del Dio Trino giunge a pienezza nel Figlio in fila con i peccatori ed ormai consapevole a pieno di essere il Figlio amato, manifestazione a Gesù stesso che giunge al culmine della sua ricerca di una vocazione e di una identità (cfr Lc 3, 21-22); la terza a Cana di Galilea, in cui il Figlio si manifesta quale Sposo innamorato ed in cammino verso l’ora.

L’oracolo di Isaia che oggi è la prima lettura ha un vertice di grandissima tenerezza, un vertice che dovremmo ripeterci ogni qual volta sperimentiamo solitudine e devastazione nelle nostre vite: «Non ti si chiamerà più ‹Abbandonata›, né la tua terra sarà più detta ‹Devastata› … la tua terra sarà detta ‹Sposata› perché il Signore tuo Dio si compiacerà di te e la tua terra avrà uno Sposo … così ti sposerà il tuo Creatore … come gioisce lo sposo per la sposa così il tuo Dio gioirà per te!» A Cana viene fatto manifesto che lo Sposo giunge!

Comprendiamo bene allora che questa domenica non deve essere svilita con delle “catechesi prematrimoniali” che, per quanto nobilissime ed utilissime, non hanno diretta correlazione con i testi di oggi, se non per il fatto che le nozze umane hanno radice nell’amore sponsale di Dio, che il sacramento nuziale è tale perché il nostro Dio in Gesù si è manifestato quale Sposo.
E’ allora Cristo Sposo che oggi celebriamo e contempliamo; il testo di Giovanni è carico di valore simbolico e di rimandi teologici. Guai a leggerlo sono come un “miracolo” … a volte anche come un miracolo per buontemponi che hanno finito il vino (a tal proposito ricordo una tirata “comica” di Dario Fo!). Giovanni qui, invece, ci sta consegnando ancora un “archè”, un principio: è il principio dei segni, quelli che devono condurre al segno supremo della croce, luogo dell’amore estremo di Dio, luogo dell’ora del Messia che qui a Cana è solo annunziata; i segni che dovranno condurre i discepoli e poi i lettori dell’Evangelo a contemplare quel Dio che dona la vita per la sua sposa che è l’umanità («Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» cfr Gv 3, 16). Giovanni, ricordiamolo, non chiama mai “miracoli” i “miracoli”, ma sempre segni, cioè atti, gesti che rimandano ad una realtà ulteriore. Il fine non è il prodigio, ma è indicare l’identità di Gesù … tutti i segni di Giovanni indicano chi è Gesù: è lo Sposo, è la Parola cui bisogna consegnarsi fidandosi (cfr Gv 4, 46-54 La guarigione del figlio del funzionario del re), è la via che ci toglie da ogni immobilismo (cfr Gv 5, 1-9 Il paralitico alla piscina); è il pane che viene dal cielo (cfr Gv 6, 1-13 La moltiplicazione dei pani); è colui che domina le acque di morte (cfr Gv 6, 16-21 Il cammino sul mare), è la luce del mondo (cfr Gv 6, 1-41 Il cieco nato), è la risurrezione e la vita (cfr Gv 11, 1-44 La risurrezione di Lazzaro) … Un percorso dunque con cui Gesù ci conduce a contemplare il prezzo d’amore che il Figlio eterno di Dio paga per condurci in questo esodo verso l’uomo nuovo.

All’uomo manca la gioia: non hanno vino, dice la Madre! La Madre è qui più di Maria: è Israele che presiede alle nozze tra il Messia e la sua Comunità; è Israele che, immerso nel mondo, fa esperienza del bisogno di un Salvatore; è Israele che sa che la gioia è impossibile senza l’intervento del Salvatore … una gioia che verrà consegnata all’umanità nella Pasqua del Figlio, ma qui Israele chiede, per bocca della Madre, che sia un segno che conduca a quella pienezza di nozze. D’altro canto, in tutto l’Antico Testamento il vino era stato segno della Parola che salva e che dà gioia, e quella Parola il Figlio già la sta pronunciando; il vino è l’Evangelo che ora il Figlio consegna all’umanità, e già tutti i gesti e le parole che il Figlio compie e dice sono la buona notizia che la Pasqua compirà e realizzerà.

E’ vero che l’ora non è ancora giunta, ma già c’è un’ora: l’ora dell’Evangelo che comincia a correre … le definitive saranno sul Golgotha, quando il Figlio innalzato attirerà tutti a sé (cfr Gv 12, 32), quelle nozze – scriveva Caterina da Siena – saranno nozze di sangue … a Cana c’è l’epifania di quest’amore di sposo che si incammina verso le nozze di sangue, nozze in cui canterà la gloria del Padre offrendosi a tutti e senza riserve.
A Cana di Galilea c’è un archè dei segni, ma c’è anche l’archè della fede della Chiesa … è qui che la comunità di Gesù che ha – secondo il racconto di Giovanni, appena una settimana di vita – (cfr Gv 1, 19-2,1), inizia a credere, a fidarsi di Lui …

Certamente poi la fede sarà passata nel crogiuolo, sarà passata nel torchio dell’abbandono, del non capire, del rifiuto, del rinnegamento, del tradimento … Quella che però sarà purificata è già la fede, ed è sorta a Cana dove la Chiesa nascente ha sentito di essere amata, sposata, non più abbandonata!

La Figlia di Sion, Gerusalemme, adombrata dalla Madre, conduce lo Sposo-Messia alla Chiesa e chiede di fare tutto quello che Lui dirà … E’ la via che Israele ha sempre percorso, la via di ascolto che diviene immediatamente vita: «Tutto ciò che il Signore da detto noi lo faremo e lo ascolteremo» (così alla lettera!) dice il popolo alla stipula dell’Alleanza nel deserto (cfr Es 24, 7); facendo si ascolta, facendo si adempie, facendo si comprende la volontà di Dio.

«Fate tutto quello che vi dirà» … sono le parole con cui la Madre, nel Nuovo Testamento, parla per l’ultima volta (mi viene da pensare con qualche perplessità alle “Madonne” che parlano tanto!?): è Israele che consegna a tutti gli uomini l’“unum necessarium” (cfr Lc 10, 42) che è l’ascolto obbediente. Un ascolto obbediente che permette di gustare il vino buono che è l’Evangelo, che permette di entrare nella gioia delle nozze, un ascolto obbediente che deve divenire sequela sulle vie dell’Esodo Pasquale che il Figlio dovrà realizzare per compiere l’ora che a Cana è solo annunziata. La Madre-Israele è lì presente quando la Chiesa inizia a credere e sarà presente alla fine del Quarto Evangelo ai piedi della croce, all’ora; lì sarà con il Discepolo amato, consegnati l’uno all’altra, nell’ora delle nozze di sangue; sono il principio della nuova umanità.

Cana: epifania di Dio nel Cristo Sposo. Il fine dell’Incarnazione è questo fine sponsale che avrà la sua pienezza nell’eterno: dalle nozze annunziate a Cana, alle nozze di sangue sul Golgotha, fino alle nozze eterne con il Veniente principio e meta della storia: «Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta: Vieni!» (cfr Ap 22, 17).

Colui che verrà è lo Sposo innamorato già segnato dalle stigmate dell’amore e pronto ad accogliere la Sposa nel suo abbraccio eterno.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXX Domenica del tempo Ordinario (B) – Con occhi nuovi

 

PER ESSERE DISCEPOLI FINO ALLA CROCE

Ger 31, 7-9; Sal 125; Eb 5, 1-6; Mc 10, 46-52

 

Seguire Gesù è la grande opportunità che l’uomo riceve in dono; seguire il Figlio di Dio venuto a portarci su vie di vita strappandoci dalle vie della morte. Seguirlo, però, è un rischio perché per seguirlo bisogna dire dei no netti al mondo ed al suo modo di pensare; guai a chi pensa secondo gli uomini, secondo il mondo (cfr Mc 8, 33). Per seguirlo bisogna capire chi si sta seguendo: un Messia crocefisso, uno schiavo crocefisso e non un imperatore trionfante. Per seguirlo bisogna lasciarsi alle spalle le logiche con cui noi uomini cerchiamo sempre e solo di salvare noi stessi (Mc 8, 35); per seguirlo bisogna non lasciarsi imprigionare dalle tre libido, potenze capaci di disumanizzarci e di cui, nelle scorse domeniche, l’Evangelo ci ha dato i tre “antidoti”:
– la fedeltà nell’amore (Mc 10, 9-12);
– la condivisione (Mc 10, 21);
– il servizio che è dare la vita (Mc 10, 43-45).

La sezione dell’Evangelo di Marco sulla sequela, però, non si è conclusa lì; oggi c’è la vera conclusione con questo ultimo miracolo di tutto l’Evangelo: la guarigione del cieco Bartimeo.
Una narrazione vivace, simpatica e accattivante che conclude, possiamo dire, tutta l’attività pubblica di Gesù, e fa entrare nel contesto delle ultime polemiche che sorgono tra Gesù ed i suoi nemici, ma soprattutto nella narrazione della Passione.
La conclusione della sezione della sequela è affidata a quest’uomo cieco, che Marco ci indica come vero esempio di sequela; è come se l’Evangelo ci dicesse che non bisogna guardare ai discepoli per capire la sequela, ma a questo piccolo uomo di Gerico. In verità è l’unico miracolato dell’Evangelo ad avere un nome (insieme a Lazzaro, ma lì siamo nel IV Evangelo e siamo in tutto un altro mondo!), e sappiamo quanto il nome abbia importanza nella riflessione biblica e nella sequela del Signore…pensiamo, di contro, al giovane ricco restato senza nome perché incapace di sequela (cfr Mc 10, 22).

In tutta questa sezione, i discepoli si sono mostrati perplessi, esitanti, incapaci di comprendere le parole e le esigenze di Gesù (cfr Mc 10, 26.32.35); Bartimeo, invece, è icona di una sequela immediata e piena di luce Subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada»).
Questo cieco è anche risposta ad una domanda che i discepoli hanno fatto a Gesù davanti alle esigenze radicali del Regno, dinanzi al demone del possesso che aveva raggelato il giovane ricco e che essi sentono che possa raggelare anche loro: «Se è così allora chi mai potrà salvarsi?».
Gesù aveva risposto indicando loro non le vie della loro bravura, delle loro azioni e dei loro meriti, ma la via di Dio che rende possibile l’impossibile: «Tutto è possibile presso Dio» (Mc 10, 26-27). Ora questo cieco mostra che ciò che pareva impossibile, inimmaginabile perfino diviene possibile presso Dio, presso Gesù … diviene possibile ciò che un attimo prima era addirittura impensabile: un cieco vede, uno seduto nell’immobilità ora segue Gesù lungo la via
E’ straordinario: la potenza di Dio rende capaci gli impotenti; quell’uomo immobile nelle tenebre diviene discepolo coraggioso.

Quale la via di accesso a questa possibilità di Dio? Solo una: la fede, ed una fede che si è espressa in preghiera: «Figlio di David, abbi pietà di me»! E’ un grido insistente, che è addirittura considerato fastidioso dai presenti; ma quel grido è la porta spalancata di quel cuore in cui l’ingresso di Dio renderà possibile l’impossibile. Gesù sa leggere quel grido: è grido di fede, è la fede che lo ha salvato, è la fede che gli ha fatto credere che quel Rabbi potesse spalancargli l’oltre e l’impensabile.

Nell’Evangelo di Marco il primo miracolo è quello della liberazione di un indemoniato a Cafarnao (cfr Mc 1, 23-27); questo che leggiamo questa domenica è invece l’ultimo miracolo che Marco ci narra, e non è un caso: Gesù è venuto per liberare l’uomo dalle potenze del male e per introdurlo nella luce che è la sua sequela. Non si rimane liberi dal male e nella luce se non si segue Gesù, se non si mettono i piedi sulle Sue tracce. Chi legge l’Evangelo ha bisogno di luce per poter entrare nella Passione, ha bisogno di uno sguardo altro, uno sguardo che solo Dio può dare, uno sguardo impossibile presso gli uomini. Bartimeo è simbolo di un vedere diverso, illuminato dalla potenza di Dio; solo con un vedere così si può entrare nella Passione ed essere capaci di sostenerne il santo scandalo. Per vedere il Crocefisso e cogliere in Lui il Figlio di Dio c’è bisogno di occhi nuovi, illuminati dalla grazia.

Bartimeo, allora, ci prende per mano e ci conduce nelle ore tenebrose della Passione … ci fa camminare con lui dietro a Colui che ha preso la croce per servire e dare la vita. Bartimeo ci dice che è possibile anche a noi, fragili, ciechi, egoisti, tesi sempre e solo a salvare noi stessi; è possibile anche a noi infedeli, avidi e schiavi di noi stessi essere discepoli fino alla croce nella fedeltà, nella condivisione, nel dono totale di sé!

Nulla è impossibile presso Dio! Nessuno dica, dunque, “non è per me!”…

E’ per te solo se vuoi e se ti fidi! Grida: Figlio di Davide, abbi pietà di me!, e l’impossibile diverrà possibile!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Quaresima (B) – La liberazione è vicina

 

LA CROCE, VIA DI RITORNO AL PADRE

2Cr 36, 14-16.19-23;  Sal 136;  Ef 2, 4-10;  Gv 3, 14-21

1960 ca., Marc Chagall, The Exodus

The Exodus di Marc Chagall

 

Con questa quarta domenica il nostro cammino verso la Pasqua di Cristo, e verso la nostra Pasqua in Lui, si avvia al compimento. La liturgia di questo giorno ci mostra già il compimento. Da un lato oggi sentiamo di deserti e di esili, ma dall’altro intravediamo le vie di liberazione: mentre si parla di esilio, si dice di Ciro il Grande che apre porte insperate di libertà; mentre si parla di deserto, Gesù ci annunzia il Figlio dell’uomo innalzato come segno di guarigione; mentre si guarda all’uomo “morto” a causa dei suoi peccati, si parla di Cristo che vivifica, e fa con-risuscitare “con” Lui e con-sedere nei cieli “con” Lui, come scrive l’autore della Lettera ai Cristiani di Efeso… E’ allora davvero tempo di “radiosa tristezza”, e la Chiesa è certa di questo chiamando questa domenica con il nome “laetare”: è domenica di santa letizia per i doni promessi e per le vie di libertà che la Pasqua ci apre, in un già che avrà pienezza al compimento della storia… Oggi siamo invitati alla speranza, alla gioia vera: la liberazione è vicina, il Figlio dell’uomo innalzato attira tutti.

La Quaresima, se è stata davvero verifica del nostro vivere da discepoli, ha fatto emergere il peccato e la nostra incapacità a custodire la Parola e ad amare gli altri; ma Dio suscita liberazione (Ciro il Grande, nel racconto del Libro delle Cronache, è presentato come un “chiamato” dal Signore), Dio ama tanto il mondo da dare il Figlio che sarà “innalzato” nel deserto delle nostre infedeltà…volgere a Lui lo sguardo ci guarisce dal morso del serpente antico. La vergogna di Cristo sulla croce fa diventare tollerabile la nostra vergogna per il nostro peccato.

 Il testo tratto dal Secondo libro delle Cronache ed il passo dell’Evangelo di Giovanni sono accomunati da quella che potremmo definire una “confessione” di Dio: il suo amore per la creazione. Questo Dio ha infatti “inviato i profeti perché amava il suo popolo e la sua Dimora”… e “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio”. La stessa azione di Dio che desidera purificare il male che abita le sua creature è mossa solo da questo stupefacente amore eterno; il motivo del rallegrarsi è allora riposto in questa salvezza generata dall’amore di Dio.
L’autore delle Cronache non racconta solo una storia, così come aveva fatto l’autore dei Libri dei Re che narrano gli stessi fatti, ma interpreta quegli avvenimenti e ne fa una lettura teologica: il peccato e la ribellione del popolo furono tali da far pensare che non ci fosse più possibilità di “guarigione”, e quel Tempio distrutto ne sembrava una tremenda icona. Dio però appare “insoddisfatto” di quella consequenzialità meccanica di peccato-castigo, e così suscita Ciro, il Re dei Persiani, che trasforma in salvatore per il suo popolo, di quel popolo che nulla ha fatto per meritare una salvezza.
Quella che sembrava una punizione si dimostra essere luogo di misericordia; Dio è capace di trasformare il persecutore in salvatore e così crea una via per riportare il popolo alla fedeltà. La misericordia è via per la conversione, e non il contrario! Ciò che regge la vita del popolo, ha compreso il Cronista, è l’amore incondizionato di Dio; tutto il resto è occasione e conseguenza. Il tempo dell’esilio è allora tempo di rinascita, in quel tempo completo (settanta anni, numero simbolico perché storicamente l’esilio durò cinquanta anni!) il popolo può ritornare: è un tempo concesso per la conversione, che però avverrà solo dinanzi all’esplodere dell’imprevedibile e immeritata misericordia.

Parallelo all’esilio, che diviene luogo di salvezza e di rinascita, è l’innalzamento del Figlio dell’uomo, in cui si narra l’amore di Dio che salva e guarisce. Il passo che oggi si legge fa parte del primo grande discorso di Giovanni, e siamo nel cosiddetto capitolo di Nicodemo, un capitolo ampio e complesso; la liturgia di oggi ce ne fa leggere solo un tratto, in cui si intrecciano parole che l’Evangelista pone sulle labbra di Gesù e parole della Chiesa di Giovanni. Nelle parole di Gesù c’è  il primo annunzio della Passione che, nella teologia giovannea, avviene con il linguaggio dell’innalzamento: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo». L’Innalzato è il Figlio che così rende eloquente l’Amore del Padre: nell’innalzamento il Figlio unisce cielo e terra e, attraverso la croce, ritorna al Padre. la croce, dunque, si presenterà in tutto l’Evangelo come via di ritorno al Padre; una via su cui il Figlio non ritorna da solo al Padre, ma “trascina” con sè tutti gli uomini amati e cercati dal Padre (cfr Gv 20, 17).
In questa domenica di letizia, tutto questo ci deve allora far vedere la croce come luogo di comunione, via di accesso a Dio, come nuova scala di Giacobbe (cfr Gen 28, 10-22); i Padri spesso hanno fatto questa lettura della croce come scala che unisce cielo e terra, secondo il racconto dell’episodio di Giacobbe.
Gesù però qui cita in modo esplicito un altro testo, il testo del Libro dei Numeri (Nm 21, 4-9) in cui si racconta della mormorazione dei figli di Israele nel deserto, simbolizzata dal morso di serpenti velenosi (alla lettera “ serpenti infiammati”). Mosè, dinanzi agli israeliti che muoiono per quel morso “infiammato”, prega il Signore, e questi gli ordina di costruirsi un serpente di rame e di innalzarlo su di un’asta: chi lo guarderà sarà guarito dal veleno dei serpenti! Una immagine, questa, fortemente connotata culturalmente, in cui si intrecciano vari sensi: da un lato, per molte culture antiche, il serpente era simbolo di vita e di guarigione, perfino di immortalità e dall’altro, nella cultura biblica, il serpente è simbolo insinuante di morte e peccato (forse proprio in polemica con la venerazione e adorazione del serpente diffuse tra i popoli vicini)… L’idea che c’è dietro a questa pagina del Libro dei Numeri è che si guarisce da un male contemplando una figura di quello stesso male: sarà infatti proprio contemplando il male supremo, l’uccisione del Figlio di Dio, che si guarirà dal male; sarà contemplando l’Amore crocefisso che si guarirà dal veleno dell’odio e dell’orgoglio…

Al termine dell’Evangelo, Giovanni dirà della necessità di volgere lo sguardo al Trafitto (cfr Gv 19, 37) per aderire a Lui, per credere in Lui; e Nicodemo, andando a quell’appuntamento con il Trafitto innalzato, verrà alla luce, lui che era andato da Gesù di notte (cfr Gv 3, 2); e sarà capace di accogliere quel corpo trafitto e consacrarlo come Tempio definitivo (cfr Gv 19, 39-40), “luogo” di incontro di ogni uomo con il Dio che ha «tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito».
In quel Trafitto innalzato avverrà ogni giudizio; ed il giudizio avverrà – diremmo – per pura contemplazione: nella logica del Quarto Evangelo, per il giudizio non ci sarà bisogno che il Figlio dell’Uomo venga sulle nubi del cielo (cfr Mc 14, 62); per il giudizio basterà che sia innalzato il Crocefisso: è la fede nel Crocefisso che determina il giudizio, è il confronto con quell’amore che silenziosamente manifesterà il giudizio. Questo, dunque, non sarà questione di “sentenze”, ma questione di adesione al Figlio Innalzato e donato dall’amore del Padre; sarà questione di adesione a quell’amore del Padre.
Una tale visione è molto liberante, ma richiede una costante vigilanza. Il giudizio, così, non è un qualcosa che si esaurisca in un momento, ma diviene realtà quotidiana che discerne se i nostri passi vanno nella luce o vanno nelle tenebre. Scrive infatti Giovanni qualche pagina avanti del suo Evangelo che chi crede ha la vita eterna: usa dunque un verbo al tempo presente, perchè la vita eterna di cui parla il Quarto Evangelo non è un qualcosa riservato ad una vita futura, ma è già, in qualche modo, presente in un oggi che voglia e sappia “respirare” il respiro di Dio, che è l’amore del Padre narrato nell’Innalzato.

Tutto questo deve essere letto in un’atmosfera serena e di luce, e non in un clima in cui il giudizio abbia un sapore incombente, che affligge ed opprime l’uomo. Giudizio e guarigione, al contrario, vivificano ed autenticano la vita quotidiana: il giudizio infatti non è teso a condannare, ma chiede di esporre la vita all’Innalzato, per averne guarigione volgendo a Lui lo sguardo.

Tutto questo non è operazione astratta ma avviene in un luogo concreto, nel luogo della tentazione e della prova…è lì che il Signore si piega sull’uomo per guarirlo.
Dice infatti Gesù: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo»: nel deserto, in Cristo innalzato sulla Croce, Dio si offre all’uomo; nel deserto possiamo gioire e lasciarci guarire; nel deserto, con lo sguardo fisso a Lui, camminiamo verso la luce della Pasqua!
Nel deserto!
Il deserto non si salta, si attraversa…
Il deserto è la nostra condizione, perchè è ciò che sta tra ogni “Egitto” di schiavitù e la Terra promessa della libertà dei figli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica di Quaresima (B) – La luce della bellezza

 

La Trasfigurazione, Beato Angelico - Firenze

La Trasfigurazione, Beato Angelico – Firenze

AL CUORE DEL DOLORE DEL MONDO

Gn 22, 1-2.9a.10-13.15-18; Sal 115; Rm 8, 31b-34; Mc 9, 2-10

 

E’ la domenica della Trasfigurazione! Se domenica scorsa Gesù si è mostrato come Colui che lotta nella nostra lotta, come Colui che ci dona la sua vittoria nelle nostre lotte, oggi Gesù ci mostra sul suo volto l’esito della nostra storia con Lui, delle nostre lotte e soprattutto dell’opera della grazia in noi.
Marco scrive che Gesù «si trasfigurò» utilizzando il verbo greco “metamorphein”; e per comprendere meglio questo trasfigurarsi, Matteo nella sua narrazione di questo episodio dice che «il volto di Gesù risplendette come il sole» (cfr Mt 17, 2): quel volto è promessa di luce per i nostri volti!
Marco continua dicendo che «le sue vesti divennero risplendenti e così candide quali nessun lavandaio della terra potrebbe farle»: Gesù si mostra avvolto di vesti candide, luminose; quelle vesti sono promessa per noi, che saremo rivestiti di luce (cfr Is 60, 1). Se la Quaresima, come dicevamo, è tempo di “radiosa tristezza”, oggi la liturgia della Chiesa pone l’accento sul “radiosa” …

La Trasfigurazione non è un momento di “trionfo” di Gesù, non è un momento in cui, stanco della kenosi (dell’abbassamento), mostra la sua divinità. Il trionfo terreno è sempre stato aborrito da Gesù, e non lo avrebbe voluto neanche a beneficio consolatorio dei tre discepoli più intimi; la volontà di rinnegare la kenosi si era già rivelata come tentazione, quando nel deserto satana gli aveva suggerito di mettere alla prova Dio con un gesto sovrumano, come quello di volare dal pinnacolo del Tempio.
La Trasfigurazione è mistero di rivelazione, è rivelazione della vocazione dell’uomo! Una vocazione di luce, di bellezza, che l’uomo riceve definitivamente in Cristo Gesù! E’ Lui la benedizione promessa a tutte le genti; è Lui l’Isacco condotto sul monte e offerto, Lui figlio di Abramo e Figlio di Dio.

La cosa straordinaria del mistero della Trasfigurazione è che questa luce, questa benedizione, questa bellezza sono tutte in un uomo! E’ nell’umanità di Gesù che splende Dio, è nell’umanità di Gesù che ci è narrato e consegnato Dio e la sua luce.

Scrive Paolo: «Dio abita una luce inaccessibile» (cfr 1Tm 6, 16) ma sul Tabor quella luce si è fatta accessibile all’umanità, perché è nell’umanità di Cristo Gesù che essa splende.

La Trasfigurazione però non è neanche una bella emozione da gustare, come pensa Pietro nella narrazione dell’evangelo di oggi; questi certo capisce una cosa: “è bello!”, ma dovrà capire che quella bellezza promessa non può essere estraniamento dalla storia e neanche dal “brutto” della storia, che è il dolore.
La Trasfigurazione è annunzio del Regno e della sua bellezza, ma non può restare chiuso nelle tende del Tabor come Pietro sogna: il Regno attraversa la storia, e deve portare la luce di Dio al cuore del dolore del mondo. Scendere dal Tabor per andare a Gerusalemme sarà proprio questo: portare la bellezza del Regno al cuore della passione, cioè al cuore delle sofferenze dell’uomo, dei suoi “inferni”, della sua morte.

Scendendo dal monte, i tre si sentono dire che non si può parlare di quella luce se non dopo che il Figlio dell’uomo sia risorto da morte, cioè non prima che abbia portato quella luce di bellezza fino al cuore del dolore e della morte … solo dopo che il Figlio dell’uomo avrà gridato il suo lacerantissimo “perché?” (cfr Mc 15, 34).

Il Padre lì, sul monte della bellezza aveva detto l’ultima sua parola: «Questi è il Figlio mio, l’amato, in cui mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!», sintesi straordinaria – questa – di tutto il cammino dell’Alleanza, di tutta la ricerca amorosa di Dio nei confronti dell’uomo: il figlio amato ci ricorda Isacco, come abbiamo ascoltato nella prima lettura di oggi («Prendi tuo figlio, il tuo unigenito, l’amato, Isacco … e offrilo in olocausto» cfr Gen 22, 2); la compiacenza di Dio ci ricorda che è il Servo sofferente (Ecco il mio servo: io lo sosterrò. Il mio eletto in cui mi compiaccio, cfr Is 42, 1); il comando dell’ascolto, infine, ci conduce alla radice di tutta la fede biblica, a quella permanente richiesta di ascolto su cui si fonda l’Alleanza (Sh’mà, Israel … ascolta, Israele, cfr Dt 6, 4). Quell’antico Sh’mà ha ora però una convergenza inimmaginabile: l’ascolto richiesto è un ascoltare Lui, il Figlio amato, il Servo; Colui che è la compiacenza di Dio: Gesù!

Come la luce della bellezza così anche l’ascolto ora riposa su un uomo, sull’uomo Gesù. Ascoltare Lui compie l’antico Sh’mà, come ci vien detto dal colloquiare di Gesù con Mosè ed Elia che avevano tracciata la strada dell’attesa: Mosè, che aveva detto «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. Ascoltatelo» (cfr Dt 18, 15); Elia, che la sapienza di Israele afferma che dovrà tornare per preparare la via al Messia (cfr Mal 3, 23-24).

Marco dice che al termine della manifestazione luminosa tutto torna come prima, e che i tre discepoli non videro più nessuno se non Gesù solo. Resta solo Gesù e neanche più ammantato di luce … resta Gesù e basta. E’ quel Gesù quotidiano, vorrei dire ordinario, che bisogna ascoltare con coraggio; è quel Gesù “e basta”, che bisogna avere il coraggio di seguire per strade che devono attraversare il dolore, l’inferno e la morte. Nella passione quel Gesù racconterà incredibilmente la  e porterà il Regno al cuore del dolore del mondo!
Chi ha il coraggio di obbedire alla voce del Padre, ascoltando il Figlio amato, parteciperà con Lui e per Lui alla straordinaria impresa di trasformare il mondo, portando la bellezza di Dio ed il suo Regno al cuore dell’uomo, ma partendo dall’abisso del dolore.
Il Centurione, dinanzi alla croce del Figlio dell’uomo, dinanzi al suo grido inarticolato ed alla sua morte, riconoscerà paradossalmente quel bagliore del Regno, e capirà che l’orrore della morte è stato abitato dalla bellezza di Dio: «Davvero quest’uomo era il Figlio di Dio!» (cfr Mc 15, 39); ed è bello che Marco metta sulle labbra del centurione la sottolineatura “quest’uomo”!

L’Evangelo di oggi si chiude con un silenzio carico di domande, carico di attese … i tre discepoli scendono in silenzio … il quotidiano non è il Tabor: quando si intravede e si gusta la bellezza di Dio, bisogna subito andare alla vita per portare il Regno al cuore del mondo.

Dal Tabor si scende in silenzio, “ruminando” le parole dell’Evangelo e della promessa, e puntando con coraggio, con Gesù, verso Gerusalemme. A Gerusalemme la luce del Regno, che sul Tabor sfolgora sul volto di Cristo, sarà donata ad ogni uomo! La via sarà quella della croce, ma la meta è la pace gioiosa della Pasqua!
Ricordiamo sempre che la Quaresima non è un riposo, è cammino!

La Pasqua sarà ingresso nel riposo!

Intanto, allora, buon cammino.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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