IV Domenica di Quaresima – Scelti da Lui

            

A PRESCINDERE DAI NOSTRI MERITI

–  1Sam 16, 1.4.6-7.10-13; Sal 22; Ef 5, 8-14; Gv 9, 1-14  –

"Gesù Cristo guarisce il cieco nato" (El Greco, 1570)

“Gesù Cristo guarisce il cieco nato” (El Greco, 1570)

Siamo giunti alla domenica detta Laetare (cioè “Rallegrati” che è l’inizio dell’antifona di ingresso di questa celebrazione ripresa da Is 66,10); la luminosità della Quaresima qui si fa esplicita; la radiosa tristezza ci è offerta oggi  chiaramente perché il segno del Cieco nato, che questa domenica leggiamo nell’Evangelo, ci indica Gesù come luce per il mondo e la sua Pasqua, ormai vicina, come “luogo” in cui per sempre questa luce vince le tenebre!

Anche oggi, come domenica scorsa, un racconto articolato ed intrigante del Quarto Evangelo. A differenza dei ciechi degli Evangeli Sinottici, questo cieco di Giovanni non chiede nulla, non sospetta neanche che possa guarire perché la luce la ignora, non sa proprio cosa sia: è cieco dalla nascita. Vive la sua condizione di tenebra, immerso nella tenebra … è Gesù che prende l’iniziativa di accostarsi a lui, e lo fa compiendo subito un gesto creazionale: fa del fango con la terra e la propria saliva e con esso gli unge gli occhi (Giovanni scrive “epéchrisen – cioè “unse” – un composto del verbo “chrio” da cui deriva “Christos”) … con questo gesto Gesù annuncia che è venuto per creare una nuova umanità che, uscita dalle tenebre del peccato, può intraprendere un cammino straordinario di immersione ed identificazione con Lui, il Cristo, il Figlio dell’uomo, il Verbo della vita, l’Inviato di Dio, Colui che narra il Padre … Unto come Gesù, è inviato ad immergersi nell’Inviato (la piscina di Siloe – la parola la  stessa radice del verbo ebraico che significa inviare – assurge qui a simbolo di Cristo stesso, Inviato dal Padre), come Gesù è perseguitato e cacciato fuori, è fatto capace di dire “Io sono” (che nel Quarto Evangelo solo Gesù può dire tanto che neanche il Battista dice Io sono voce ma dice semplicemente “Io voce di uno che grida” cfr Gv 1,23).

Come comprendiamo, è un vero itinerario battesimale che si dipana: dall’incontro con Cristo, all’immersione nell’Inviato di Dio; un itinerario che diviene vita, vita di immersione nel mondo con le sue contraddizioni e le sue resistenze violente al Regno.

E’ importante notare che Gesù, dopo la guarigione, scompare dalla scena e lascia solo colui che era stato cieco, lo lascia da solo, senza altro appoggio che ciò che ha sperimentato nell’incontro con Lui. Il guarito deve così scoprire, nel rapporto con il mondo, cosa aveva significato quel gesto e quella parola di Gesù, cosa aveva significato anche quella sua obbedienza alla parola che Gesù gli aveva detto: Va’ a lavarti alla piscina di Siloe. Colui che s’è lasciato illuminare, trasformare da Lui ora è capace di trovare in se stesso la forza ed il modo per affrontare diversamente la vita.

L’Evangelista Giovanni ci dice in questo racconto che è questa la via battesimale: chi è di Cristo perché unto da Lui, immerso in Lui, obbediente a Lui, ha ricevuto da Lui doni tali da avere di che testimoniare e di che spingersi sempre più avanti nella testimonianza a Colui con cui ormai “fa corpo” in quanto  unto come Lui, immerso in Lui, capace addirittura di dire l’“io sono” che, nel Quarto Evangelo, solo Gesù dice; chi è di Cristo è generato alla luce, ed è luce lui stesso!

E’ davvero straordinario il percorso di quest’uomo guarito, e straordinario può essere il percorso di noi uomini guariti, ricreati, immersi in Cristo, unti da Lui e come Lui, resi capaci di vivere nella luce.

La Quaresima è tempo in cui è necessario ancora riappropriarsi del nostro Battesimo, di rileggere la nostra vita a partire dall’evento-incontro con Lui, da quella scelta che il Signore ha fatto di ciascuno di noi a prescindere dai nostri “meriti”. Sì, perché c’è anche per noi un’elezione gratuita, che ci sceglie anche quando noi non ci siamo. Penso che la prima lettura di questa domenica, tratta dal Primo libro di Samuele, voglia condurci proprio a questa riflessione: siamo stati scelti quando eravamo assenti, e da uno che non guarda le apparenze ma al cuore, al profondo dell’uomo perché è in quel profondo che vuole abitare; Davide è scelto da Dio, attraverso Samuele, tra tutti i suoi fratelli di lui molto più appariscenti, ed è unto dal Profeta senza esitazioni. Tutto ciò comporterà a Davide una vita diversa; una vita di fatiche, di lotte, di persecuzioni, ma anche di vittorie … Davide attraverserà anche il peccato, ma saprà sempre ritrovare il profumo di quell’unzione di gioia con cui Dio l’aveva preferito ai compagni (cfr Sal 45,8).

Davide, il Cieco guarito, i cristiani di cui parla l’autore della Lettera ai cristiani di Efeso chiamati ad essere figli della luce … tutte icone per interpellarci sull’oggi del nostro Battesimo, sulle conseguenze che ha oggi il nostro Battesimo! Che compromissione per Cristo siamo oggi disposti a vivere? Lo spazio della nostra vita quotidiana è segnato da Cristo? Il Cieco guarito ha compiuto il suo esodo dalle tenebre all’adorazione del Signore Gesù; è questo l’esodo battesimale che oggi va verificato, l’esito non deve essere altro che l’adorazione del Signore

Al termine del racconto, Gesù si mostra di nuovo e ciò che l’Evangelista scrive è bellissimo: Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori e, avendolo trovato gli dice: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?” e gli si rivela e gli rivela anche il senso di quella vista che gli ha donato: vedere Lui (“Chi è perché possa credere in Lui?” E Gesù: “E’ colui che parla con te!”), perché se si vede Lui si è entrati nella luce che tutto trasforma, nella luce della vita. Gesù va a trovare colui che era stato cacciato fuori per condurlo al suo ovile: si prende cura di lui, lo porta con sé; se prima lo aveva lasciato solo a testimoniare nella storia e alla storia, ora gli mostra che, in realtà, non era solo ma era accompagnato da una custodia che non viene mai meno. Ormai il guarito, se vuole, gli appartiene.

E questa è anche la nostra vicenda con Lui; per questo allora davvero possiamo rallegrarci accogliendo l’invito di Isaia e della liturgia della Chiesa! L’aurora luminosa che è Cristo Signore colora già di rosa l’orizzonte della storia (il rosa dei paramenti liturgici di questa domenica di gioia attenua sì il violaceo ma tingendolo dei colori della nuova aurora!); la Pasqua che celebreremo ancora ci annuncia che tutto è stato compiuto dall’amore di Dio; ora c’è un frattempo che noi dobbiamo riempire di compromissione gioiosa, adorando Lui, il Cristo, come Signore della nostra vita.

Apriamo con coraggio gli occhi sul suo volto che ci ha scelti, chiamati, amati, legati a sé, inviati nel mondo a compiere le opere di luce di Dio … contemplando il suo volto scopriremo su quel volto la misericordia che ogni giorno ci guarisce e ci illumina; per questo possiamo gioire! La vita in Cristo è vita di lotta, ma non disperata perché non c’è peccato che non trovi perdono e non c’è notte che, nel Risorto, non si tinga di nuovo dei colori dell’aurora!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

II Domenica di Quaresima – L’incandescenza di Dio

 

UNA VIA DI ASCOLTO

   –  Gn 12,1-4a; Sal 32; 2 Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9  –

 

 

La Trasfigurazione, Beato Angelico - Firenze

La Trasfigurazione, Beato Angelico – Firenze

La Scrittura che questa domenica ci è proposta dalla Chiesa inizia con la prima parola di rivelazione che il Signore dà ad Abramo: “Vattene”, “Esci”, “Va’ verso te stesso” … tutte traduzioni possibili di quel “lek lekà” ebraico che Dio dice ad Abramo.

Dopo la domenica della lotta della scorsa settimana, oggi è la domenica dell’uscita verso … Verso dove? Certo è uscita dalla nostra odierna condizione, dalla nostra condizione di prigionieri del visibile e dello sperimentabile … dalla condizione di gente che crede solo al “concreto” e all’utile

C’è un altrove promesso all’uomo ed insito nell’uomo … è necessario uscire per andare verso una terra promessa che ci appare essere prima fuori da noi e poi, più si cammina sulla via di questa ricerca dell’oltre, e più capiamo che quel confine è dentro di noi: ecco perchè è lecito tradurre quella prima parola di Dio ad Abramo con “va’ verso te stesso”! Lì, entrando nelle profondità dell’uomo, anche nelle profondità torbide e negative, per via di contrario e per via di desiderio, scopriamo le altezze della nostra vocazione.

Paolo, nel passo della sua Seconda lettera a Timoteo di cui oggi leggiamo un tratto, parla di questa vocazione, che è una parola eternamente detta su di noi, una parola a cui oggi siamo chiamati a prestar fede.

Se domenica scorsa la lotta prendeva tutta la “scena”, oggi la “scena” è presa tutta dalla luce a cui quella lotta deve, vuole e può condurci.

La Trasfigurazione di Gesù è mistero grande ed insondabile dell’Evangelo … è luogo di rivelazione dolcissima ma esigente. Con un esempio, che i Padri amavano molto, nella Trasfigurazione si vede come la nostra natura umana, a contatto, per l’Incarnazione, con il “fuoco” di Dio, è diventata “rovente” di Dio … Quell’incandescenza della natura umana di Gesù si mostra ai discepoli per quell’attimo straordinario sul Tabor. Quando il ferro è incandescente è tutto fuoco, è fatto fuoco, ma non smette di essere ferro. Ecco perchè i Padri amarono quest’immagine, per parlare sia dell’Inacaranzione e sia della divinizzazione dell’uomo; è un’immagine che fa salva l’alterità e l’unità.

La Trasfigurazione è allora icona delle icone (e ben fanno i nostri fratelli d’oriente a chiedere ai giovani iconografi di dipingere come opera prima proprio l’icona della Trasfigurazione), perchè in questo mistero è detta alla Chiesa la meta ultima di ogni sua fatica, la meta ultima della nostra umanità. A cosa è chiamata la nostra umanità? E’ chiamata a questa uscita da sè, a questa “metamorfosi”; è chiamata ad acconsentire ad essa con tutte le sue forze. E il mistero del Tabor ci dice che ci sarà incredibilmente possibile splendere di Dio!

Che meta!

Noi, creature di cenere e fango splendere di Dio!

Questa straordinaria finestra sulla luce del Verbo fatto carne, che è la Trasfigurazione, si chiude con una parola perentoria del Padre: Ascoltatelo!

Questa uscita verso lo splendore di Dio che Cristo ci ha reso possibile, si ottiene solo e sempre nell’ascolto, e nell’ascolto di Lui, di Gesù … il Padre chiede che si ascolti Gesù in cui tutto si compie: si compie la via di Mosè, che da lontano vide la terra promessa, e si compie la via di Elia, che proclamò sempre e solo il primato del Dio Unico. Ora la terra promessa è l’umanità di Gesù, ora il Dio Unico si è fatto vicinissimo nella nostra carne, nell’umanità di Gesù!

Per un attimo il Padre, sul Tabor, mostra l’incandescenza del Figlio amato e amante, e chiede ascolto. Mi pare a questo proposito di dover notare un particolare di straordinario interesse e suggestione: se il Padre ha chiesto di ascoltare Lui, qual è la prima parola che Lui ora pronunzierà? “Non abbiate paura!” e poi, subito dopo, la sua parola risuonerà ad annunziare la Passione. Bisogna ascoltare una Parola, che incredibilmente annunzia di non temere, e annunzia la Croce.

Questo rende chiaro da dove proveniva quel “fuoco” che aveva resa “incandescente” l’umanità di Gesù: certamente dalla natura divina, ma da una natura divina che non può che raccontarsi, mostrarsi nell’amore, e in un amore senza confini. La “parola quella della croce” (cfr 1Cor 1, 18) è ciò che rende “incandescente” il Figlio amato … ascoltarlo significherà lasciarsi palsmare da quella parola della croce, che è parola d’amore senza limiti. L’uscita che bisognerà compiere sarà allora uscita dalle nostre glaciali freddezze per approdare al fuoco dell’amore che trasfigura.

Questa seconta tappa di Quaresima, mostrando una meta luminosa alla Chiesa, non le dà uno “zuccherino” … no! Le mostra sì la bellezza di una meta che neanche potevamo immaginare, che neanche potevamo concepire nei nostri sogni più appassionati, ma le consegna anche una via di ascolto, in cui fare la fatica del discernimento per accogliere l’ulteriore di Dio in noi.

Sentiamo l’appello dell’ulteriore?

Se lo sentiamo, il nostro cammino di Quaresima procede secondo la volontà di Dio, ed anche in questo anno di grazia potremo portare i frutti nuovi e duraturi che il Signore si attende dai suoi discepoli.

Senza paura intraprendiamo ancora un esodo, sentendo nel cuore già lo scaldarsi della nostra umanità che ha una sublime vocazione: essere “rovente” di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

V Domenica del Tempo Ordinario – Perdersi per dare frutto

PRESENZA E NASCONDIMENTO

 

  –   Is 58, 7-10; Sal 111; 1Cor 2, 1-15; Mt 5, 13-16   – 

Maria, donna del silenzioC’è un particolare, in questo celebre evangelo di oggi, che ci fa riflettere profondamente sulla nostra vocazione cristiana. Gesù, per dire cosa devono essere i suoi discepoli nella storia, nel mondo, usa due paragoni, la luce ed il sale:Voi siete il sale della terra … voi siete la luce del mondo”. Si badi, che non dice: “Voi siete sale della terra, voi siete luce del mondo” … Matteo usa l’articolo determinativo: il sale, la luce … allora, non uno degli elementi che può dare sapore alla terra, nè una luce che splende nel mondo … E’ come se dicesse che il sapore lo possono dare solo i cristiani, che la luce la possono dare solo loro. Non è un’affermazione arrogante o che deve generare arroganza; è invece un’affermazione piena di consapevolezza che non può non divenire responsabilità!

Insomma, senza la presenza dei cristiani in seno al mondo, ed alla storia degli uomini, il mondo non avrebbe sapore, il mondo sarebbe immerso nelle tenebre; questo perchè i cristiani hanno una vocazione precisa, quella di essere il prolungamento e l’attualizzazione di Cristo in ogni luogo ed in ogni epoca della storia. Se i discepoli di Cristo vivono le Beatitudini, lottano per viverle, e le scelgono come orizzonte vitale della loro esistenza (il testo dell’evangelo di questa domenica segue immediatamente quello delle Beatitudini, con cui inizia il discorso della montagna), essi non potranno che essere il sale e la luce per il mondo.      

Questo è ciò di cui il mondo ha davvero bisogno. Gesù è l’unico salvatore e l’unico senso della storia, e questo noi cristiani non dobbiamo mai “svenderlo” o dimenticarlo – al di là di ogni pur bellissimo desiderio di dialogo con altre vie religiose; perciò, l’unico modo per dare salvezza alle tenebre del mondo e per dare sapore di Dio al mondo insipido – o tante volte infestato dal sapore disgustoso del non-senso – è portare al mondo la presenza di Cristo sale e luce. Solo i suoi discepoli possono fare questo; se non lo faranno, mai nessuno lo farà, nessuno lo può fare… e il mondo restera insipido o, peggio, disgustoso e immerso nella tenebra.

Le immagini che Gesù usa sembrano, in un certo senso, contraddittorie: il sale, per essere ciò che deve essere, deve scomparire, deve perdersi all’interno del cibo; invece la luce, per essere luce, deve essere visibile, posta su di un candelabro, deve essere città sul monte; la contraddizione ci dice la complessità e la varietà della presenza cristiana nel mondo; una complessità che racconta il “di più” dell’Evangelo, che sempre deve cercare vie di presenza non arrogante, che si perde e diluisce nella massa, ma che al contempo deve dare luce essendo luce, perchè senza quella luce evangelica (che è sempre la luce di Cristo, perchè Lui solo è la “vera luce” – cfr Gv 1,9) tanti volti perversi del mondo rimarrebbero nascosti, occulti, e perciò capaci ancor più di generare morte! La duplice dinamica del nascondimento e della visibilità non vuole creare schizofrenia, ma equilibrio e verità per una presenza che deve essere umile e non arrogante, significativa e luminosa della verità di Cristo, senza però umiliare e schiacciare.

E’ una grande sfida…è la sfida di una presenza su cui Gesù ha “scommesso” tutta la sua missione di salvezza; tutto ciò che Lui ha detto e ha fatto, l’ha consegnato alla Chiesa perchè lo ridica e lo ricompia in ogni tempo ed in ogni luogo della storia. La sfida consiste nel saper compiere le opere dell’Evangelo e proclamarne la Parola, in modo che l’uomo di tutte le latitudini e di ogni tempo possa coglierne la vitalità e la proposta radicalmente umanizzante; la sfida è quella di proseguire il mistero dell’incarnazione senza mai “svendere” l’Evangelo adeguandolo ed adattandolo, ma solo e sempre rendendolo parlante per l’uomo di ogni tempo e cultura; la sfida è l’equilibrio, davvero essenziale, tra il perdersi nascosti come il sale ed il mostrare la luce; la sfida è dover accettare che, per essere sale e luce, il discepolo deve saper immergersi tutto, con coraggio, nel mistero pasquale del Signore che, non ci stancheremo mai di ripetercelo, è costoso! E’ costoso il perdersi del sale: quello sciogliersi del sale è un morire, ma un morire che produce sapore; ed è solo attraverso quel morire che il sale dà sapore; se il sale rimanesse in bei cristalli impenetrabili non compirebbe la sua “missione”! La luce è ugualmente costosa: se, infatti, ci si lascia “incendiare” dalla luce primordiale che è Cristo si comincia a bruciare, e solo allora si produce luce: la luce infatti è frutto di combustione, di un ardere che consuma, che strugge …

Dunque, “sale” e “luce” da un lato dicono due cose che si oppongono (nascondimento e splendore), da un altro lato dicono una uguale necessità, tutta cristologica, di perdersi per dare frutto… proprio come il chicco di grano di cui Gesù parlerà nell’Evangelo di Giovanni “se non muore non produce frutto” (cfr Gv 12, 24); sì, se il sale non si perde non può dare sapore … e se non si brucia non si può illuminare.

Lo Spirito ci suggerirà come custodire il nascondimento per irradiare luce; Lui ci farà cogliere le vie per realizzare questo paradosso…. i santi ci sono riusciti! In loro, a volte, i due tempi sono stati distinti (si pensi a Teresa di Lisieux, per esempio: prima nascosta nel Carmelo di Lisieux, monaca oscura e ignota come tante, poi luminosa per tutta la Chiesa attraverso vie che solo la sapienza di Dio poteva disporre). Altre volte le due dimensioni sono mirabimente intrecciate (si pensi a Francesco d’Assisi, in cui il paradosso dell’umiltà nascosta e della narrazione di luce di un “alter Christus” si manifestò continuamente). Se loro ci sono riusciti ora tocca a noi trovare la nostra via come singoli credenti, come comunità, come Chiesa…

Sale e luce … assieme … è necessario!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

III Domenica del Tempo Ordinario – Sulle rive del nostro quotidiano

L’ENTUSIASMO DI UN SI’

 Is 8, 23 – 9, 2; Sal 26; 1Cor 1, 10-13.17; Mt 4, 12-23

 

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

C’è un evento di salvezza essenziale nel passo dell’Evangelo di Matteo di questa domenica: Gesù inizia a predicare!

Se abbiamo contemplato gli inizi della sua vicenda nella nostra carne, se abbiamo contemplato il suo manifestarsi alla storia quale presenza che salva, se abbiamo ascoltato che è l’Agnello che prende su di sè il peccato del mondo, che è altresì l’incredulità ed il rifiuto di Dio, nel passo di oggi esplode l’evento per cui, Colui che è la Parola, inizia ad annunziare (il verbo utilizzato è “kerússein”!), inizia cioè a proclamare il Regno che è venuto a portare nella storia in modo definitivo.

Matteo ci racconta che ci fu un giorno in cui Gesù fece scoccare l’ora in cui la Parola diretta di Dio iniziò a percorrere le strade del mondo, e iniziò la predicazione del Regno. Già Israele aveva sognato questo regnare di Dio nella storia degli uomini, e nei cuori degli uomini, ma ora Gesù annunzia che il Regno è davvero vicino; e Matteo pone sulle labbra di Gesù un verbo che significa non tanto una vicinanza spaziale quanto una vicinanza temporale: è, cioè, il tempo in cui Dio, in Gesù, vuole che il suo Regno davvero inizi nei cuori degli uomini. Il primo cuore in cui questo Regno prende forma e forza è proprio il cuore umano di Gesù, nostro fratello … il Regno è davvero vicino, è venuto, cammina in questa storia, su questa terra, respira questa nostra aria…

L’inizio della predicazione di Gesù, annunziatore del Regno già con la sua sola presenza, per Matteo invera definitivamente le parole di profezia del Libro di Isaia, che oggi costituiscono la prima lettura, e che Matteo puntualmente cita: “Il paese di Zabulon e di Neftali sulla riva del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti, il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce, su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte, una luce si è levata”. Le parole del profeta si riferivano ad un evento storico di liberazione di quelle popolazioni appartenenti alle tribù di Zabulon e di Neftali, che erano state umiliate dall’Assiria e deportate … la liberazione, che Matteo collega a quell’oracolo, è però una liberazione su di un altro piano, un piano teologico. Quella liberazione, annunziata dalla speranza del profeta, è rinascita di un popolo ridotto a essere non-popolo; analogamente, la rinascita che la luce dell’Evangelo di Gesù porta in quelle stesse terre provoca la novità di vita in alcuni uomini galilei, dei pescatori, che vengono alla luce come “pescatori di uomini”, come discepoli di Gesù, annunziatore del Regno e dimora stessa del Regno!

In questo passo evangelico, la salvezza è qualcosa di estremamente concreto, qualcosa che si mostra immediatamente nelle vite di questi uomini: uomini con i loro nomi precisi … importante il nome! Il nome, infatti, è segno di un’identità, di una concretezza umana che è chiamata a coinvolgersi con Gesù senza tante complicazioni, senza tante domande o ulteriori riflessioni: se Luca e Giovanni, nei loro racconti, pongono le prime chiamate dopo eventi o parole significativi (per Luca, una pesca miracolosa – cfr Lc 5, 1ss – per Giovanni, le parole del Battista e la sua testimonianza – cfr Gv 1, 29-37), per l’evangelista Marco, e poi anche per l’evangelista Matteo, invece, la chiamata di Gesù è come l’irrompere improvviso di una luce che non vuole dilazioni, che chiede un immediato, un sì generoso e senza domande. La stessa parola di promessa che Gesù fa a Pietro ed Andrea è una parola ambigua e senza nessun precedente nella tradizione ebraica che potesse renderla chiara: essere “pescatori di uomini” non è un contratto, non è una promessa di ricompensa, non specifica vie di un possibile percorso o mete da raggiungere; essere “pescatori di uomini” non dà nessuna assicurazione sul futuro … e i quattro rispondono con la stessa logica: non valutano pro o contro, non cercano di fare patti, non fanno domande nè chiedono assicurazioni semplicemente (divina semplicita!) lasciano tutto e seguono Gesù!

Certo questo modo di raccontare ha più sapore teologico che storico, ma ci grida un’esigenza: il non pretendere di capire tutto e di sapere tutto davanti al Signore che chiama; questo racconto grida l’esigenza di lasciarsi illuminare dalla luce di Cristo, che rivela le tenebre in cui tanto spesso sediamo; grida l’esigenza di lasciarsi afferrare dalla luce per seguire la luce, fidandosi della luce.

La verità è che i nostri calcoli ed i nostri metri di giudizio sono davvero miseri, e ci lasciano il più delle volte “raggelati” in un immobilismo che pietrifica … e tanti rimangono con le loro reti e le loro barche, con i loro progetti e i loro affetti lì sulla spiaggia, incapaci di volgere lo sguardo a quell’ulteriore, che Gesù solo può indicare. C’è poco da fare, con Lui si va sempre verso un ignoto che può fare certamente paura, ma è un ignoto in cui Lui c’è, e tanto ci può bastare se davvero abbiamo fatto esperienza di Lui. Solo una debole esperienza (o un’esperienza inesistente!) produce uomini di deboli o inesistenti slanci.

Con la pagina di oggi l’Evangelo di Matteo ci mostra Gesù che inizia la sua missione con tre azioni precise: annunzia il Regno, chiama e cura. Questa triplice azione sarà la via per quei pescatori diventati pescatori di uomini: stare con Gesù per annunziare e mostrare il Regno presente; essere, a loro volta, voce che chiama altri uomini alle esigenze della sequela; chinarsi a curare le infermità degli uomini loro fratelli, a curare la terribile malattia della durezza-di-cuore (la “sklerokardía”) che conduce al vuoto e al non-senso, a curare la malattia dell’immobilismo che toglie all’uomo la passione per la vita, per l’oltre, per la ricerca appassionata del volto stesso dell’uomo.

Gesù passa sulle rive del nostro quotidiano, sempre … porta la luce del Regno perchè ci mostra, nella sua persona, come Dio può regnare in un cuore d’uomo, facendo dell’uomo una dimora dell’amore e della compassione, una dimora di misericordia e di fraternità. Quando incrociamo quello sguardo di luce, lasciamocene afferrare e partiamo con Lui.

Certo il “colpo di fulmine” dei discepoli al lago dovrà trasformarsi in un rimanere che non si stanca, un rimanere che non si tira indietro: quegli stessi discepoli che seguirono Gesù immediatamente, “lasciando tutto”, sono gli stessi discepoli che “fuggirono abbandonandolo” (cfr Mt 26,56) in una triste notte di primavera … La loro sequela entusiastica dovrà passare quindi per le domande, per le incapacità a comprendere, per le viltà, per le paure, per le cattive interpretazioni del Regno (“sedere alla destra e alla sinistra di Gesù nel Regno” cfr Mt 20,21), dovrà passare per l’ora buia della croce … ma poi, quegli stessi discepoli, torneranno, e solo allora potranno essere – davvero e per sempre – pescatori di uomini fino ai confini del mondo … solo allora, perchè avranno fatto esperienza della fragilità del cuore dell’uomo nella loro stessa fragilità; e potranno aiutare gli uomini ad attraversare le domande, perchè essi stessi le avranno attraversate; potranno aiutarli nelle loro paure, perchè nella loro carne avranno sempre la memoria di quella paura che li aveva pietrificati dinanzi alla croce; solo allora, dopo il buio, potranno indicare la luce che a Pasqua sperimenteranno! Verrà dunque il tempo delle domande e delle paure, ma i discepoli le potranno affrontare e dominare solo per quel già detto su quella spiaggia di Galilea: un sì certamente fragile, ma vero, e detto “al buio”… fidandosi solo di un’intuizione di luce. In seguito, il sì degli inizi sarà più puro, ma quel sì piccolo e imperfetto, nel suo entusiasmo, era necessario.

Matteo vuole dunque dirci questo: prima la sequela e poi le domande; prima il sì e poi la fatica per custodirlo; prima la consegna piena al Regno e poi le lotte per la fedeltà e la forza necessaria per rialzarsi dalle cadute. Tutto questo può sembrare logico, tuttavia spesso scegliamo vie tortuose, in cui si cercano prima le assicurazioni, le mete ben definite, le certezze degli esiti … vie, queste, che non permettono mai un inizio; vie di rimandi senza fine. Gesù sa che la via della fiducia e della consegna è via di vera libertà: Gesù lo sa perchè questa è la via che Lui stesso ha percorso con il suo sì pieno al Padre; un sì che non sapeva dove l’avrebbe condotto, un sì che sapeva essere costoso, ma non quanto costoso: così ci ha salvati, così ci ha guariti e a questo ci chiama. Oggi.

p. Fabrizio Cristarella Orestano