I Domenica di Avvento – Come custodire la Speranza

VIGILANDO NEL QUOTIDIANO

  –  Is 2, 1-5; Sal 121; Rm 13,11-14a; Mt 24, 37-44   

 

Candele dell'Avvento

Candele dell’Avvento

L’Avvento. Un tempo nel quale ci si deve porre nella giusta direzione: volgere lo sguardo al Veniente. A partire dalla memoria santa della sua venuta nella nostra carne, celebriamo il suo quotidiano venire a noi, celebriamo – dilatando il cuore – quel suo venire, che attendiamo “nella beata speranza”. Se dimentichiamo che Cristo non è solo Colui che è venuto, ma è il Veniente, la nostra storia resta prigioniera di se stessa, resta impigliata nella rete dei giorni e agonizza fino a morire uccisa da se stessa. Se la storia resta chiusa sotto un cielo sigillato, senza spiragli di speranza, di vera speranza, soffoca e muore! Nel passo dell’Evangelo – quest’anno ci accompagnerà l’Evangelo di Matteo – Gesù ci dice “come” custodire quella speranza, “dove” attendere il suo irrompere. “Vigilando” e nel “quotidiano”. Ci sono delle attitudini più contrarie all’Avvento: l’indifferenza, l’orgoglio, la presunzione di bastare a se stessi e di essere al riparo da ogni compromettente domanda di senso. Attitudini contrarie all’Avvento perché l’Avvento presuppone stupore, umiltà, attesa di chi solo può compiere la storia, la mia e quella del mondo. Non può vivere l’Avvento chi crede di bastare a se stesso, chi crede che l’orizzonte della vita sia solo il “fare” per un “utile”; non può essere uomo o donna d’Avvento chi reputa ridicola e superflua ogni domanda sul senso; non può essere uomo o donna d’Avvento chi si ostina a rimanere ingabbiato negli oggi senza vie d’uscita; non può essere uomo o donna d’Avvento chi non “sogna”. Uomo d’Avvento è solo chi “sogna” … e” sognare” non significa stare con la testa tra le nuvole, ma essere capace di guardare “oltre”, essere capace di credere che l’oggi non è chiuso nell’oggi, “sognare” significa credere all’utopia di una terra promessa che ci sarà data, e verso cui è bello e sensato camminare a costo di qualsiasi cosa; ”sognare” per un cristiano è avere lo sguardo puntato verso il Veniente, che è compimento definitivo di ogni “sogno” mentre dona forza al sognare. Buon Avvento!

E ricomincia un anno liturgico…

La Chiesa nella sua sapienza materna ci riporta di nuovo all’Avvento perché ancora si possa celebrare il Natale del Signore. Il Natale, come tutte le feste liturgiche, non è una commemorazione (per dirla semplicemente NON E’ il compleanno di Gesù!); il Natale, la Pasqua, gli altri misteri della salvezza non li commemoriamo, ma li celebriamo! Celebrare significa far entrare quel mistero nel nostro vivere quotidiano di credenti. Celebrare è permettere al Cristo di far germinare i frutti della sua salvezza nella nostra vita di ogni giorno. Per questo abbiamo bisogno continuamente di celebrare i santi misteri della nostra fede. Per questo, ogni anno, il ciclo liturgico pare ci faccia tornare indietro; in realtà non torniamo indietro ma andiamo avanti in quanto ognuno di noi non è quello che era lo scorso anno all’inizio dell’Avvento; oggi abbiamo bisogno del mistero del Veniente; oggi, per quel che siamo, per quel che la storia ha operato in noi, per quello che la Grazia ha fatto in noi, per quello che il peccato e le durezze di cuore hanno prodotto in noi! E’ ciò che noi siamo oggi ad aver bisogno di compiere il percorso d’Avvento…e così sarà per tutto questo nuovo anno liturgico. Oggi, a questa domenica di inizio Avvento, portiamo allora i frutti dell’anno che è appena passato, vi portiamo anche le ferite ed i fallimenti; e oggi, paziente e misericordioso, il Signore dice a ciascuno di noi: Ricominciamo il cammino!All’inizio di questo nuovo percorso, allora, facciamoci una domanda essenziale: siamo disposti a lasciarci “ferire” dalla Parola? Solo questa disponibilità potrà schiudere il nostro cuore, la nostra vita a ricevere quella stessa Parola trasformante. Si riprende il cammino perché possiamo essere plasmati ancora dalla mano tenera e forte, misericordiosa ed esigente del Signore.

L’Avvento. Ecco il primo passo del nuovo cammino di quest’anno.

L’Avvento. Un tempo nel quale ci si deve porre nella giusta direzione: volgere lo sguardo al Veniente.

A partire dalla memoria santa della sua venuta nella nostra carne, celebriamo il suo quotidiano venire a noi, celebriamo, dilatando il cuore, quel suo venire che attendiamo “nella beata speranza”. Se dimentichiamo che Cristo non è solo Colui che è venuto, ma è il Veniente, la nostra storia resta prigioniera di se stessa, resta impigliata nella rete dei giorni e agonizza fino a morire uccisa da se stessa. Se la storia resta chiusa sotto un cielo sigillato, senza spiragli di speranza, di vera speranza, soffoca e muore!

Chi crede in Cristo, chi spera in Lui, chi lotta per amare come Lui, non può non essere che un annunziatore mite e fermo di questo irrompere di Dio che dà senso a tutta la storia.

La storia, come dice Isaia nell’oracolo luminoso che oggi si proclama come prima lettura, è piena di spade, di lance, è piena di popoli che alzano la mano a colpire altri popoli, è piena di gente che non fa altro che esercitarsi nelle mille guerre che ogni giorno si combattono; e non solo quelle dei campi di battaglia ma anche quelle “pulite” ed ipocrite che si combattono nella politica corrotta, nelle famiglie che non sono più famiglie, nella spietata lotta di chi accumula ricchezze anche a scapito dei poveri, nella lotta senza esclusione di colpi di chi impone le proprie idee per prevalere e dominare…e perfino nella Chiesa in cui, troppe volte, diamo accesso al mondo con le sue derive. Isaia dinanzi a queste cose, però, proclama una speranza: un futuro non fatto dall’opera dell’uomo. Un futuro fatto da un’azione di salvezza che solo Dio compie: Perché da Sion uscirà la Legge e da Gerusalemme la Parola del Signore. Questa promessa dà ad Israele un compito preciso: camminare alla luce del Signore. Chi nutre questa speranza cammina già alla luce di quella speranza, e così già alcune spade si trasformano in vomeri, alcune lance si forgiano in falci e qualcuno cessa di fare delle guerre il suo orizzonte quotidiano. Questa speranza crea un popolo nascosto in mezzo alle genti, che custodisce una luce…

Nel passo della Lettera ai cristiani di Roma che oggi è proposto alla nostra riflessione, Paolo esorta a riconoscere questa luce ed a vivere di questa luce; la Chiesa, di fatto, può vivere di questa luce perché sa che essa è già sorta in Cristo, che in Lui le guerre sono cessate, che in lui Dio ha detto la Parola definitiva alla storia mostrandoci chi è davvero l’uomo!

Celebrare l’Incarnazione è contemplare il vero volto dell’uomo, quello di Cristo; quel volto di carne, quella vita umanissima è la grande novità di Dio nella storia, è principio di una novità che è la nostra speranza.

La venuta di Cristo nella storia, nella carne dell’uomo, ha lasciato un’umile traccia: noi credenti che, per quanto sempre in lotta con ciò che vorrebbe vincere la nostra speranza, siamo i custodi di un’attesa, di quell’attesa che è capace di trasformare ogni oggi.

Nel passo dell’Evangelo – quest’anno ci accompagna l’Evangelo di Matteo – Gesù ci dice come custodire quella speranza, dove attendere il suo irrompere. Il discorso di Gesù non vuole rispondere alla martellante domanda sul “quando” del suo ritorno; se rivelasse un “quando” tutti i giorni che precedessero quel punto fissato perderebbero consistenza e valore, e Gesù non è venuto nella storia per svuotare la storia, ma per darle concreta consistenza di amore. In ogni oggi bisogna vigilare. Ecco il “come”. Chi attende vigila, non si fa appesantire dal sonno (Paolo ha scritto nel passo di oggi: E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno!), non si stordisce con la ricerca smodata di soddisfare le proprie voglie, vive il quotidiano attento al quotidiano fuggendo la peste dell’indifferenza.

L’indifferenza è la dimenticanza del futuro, è la dimenticanza della morte che non deve essere ombra inquietante sul nostro vivere ma potrebbe proiettare su noi una grande luce ed una grande sete di incontro, un grande desiderio di “oltre”. Desiderio di un “oltre” che già può cominciare qui proprio vigilando, attendendo il ritorno di Lui, dell’Amato … Vegliare nell’attesa è esprimere concretamente quanto lo attendiamo, gustandolo nel desiderio. Questo non per dimenticare la storia ma per vivere il quotidiano riempendolo d’attesa. Nel’Evangelo di oggi gli esempi che Gesù propone riportano proprio al quotidiano: due uomini sono nel campo … due donne saranno alla mola … Sì, nelle occupazioni quotidiane … Ecco il “dove” … lì si opererà la distinzione tra quelli che “attendono” e quelli che “dormono”… apparentemente i due uomini, come le due donne, fanno la stessa cosa ma quello che è determinante non è il “cosa” si fa ma il “come” si fa. L’esempio che Gesù propone poi dei tempi di Noè sottolinea proprio questa incosciente inconsapevolezza ed indifferenza: Mangiavano, bevevano, prendevano moglie e marito (cioè facevano le cose quotidiane necessarie per la vita (mangiare e generare) ma lo facevano senza accorgersi di come la storia nella quale vivevano stesse precipitando verso un abisso. Il loro dramma fu la noncuranza di Dio, fu l’essere accecati dall’indifferenza e dall’ orgoglio presuntuoso. Queste sono proprio le attitudini più contrarie all’Avvento: l’indifferenza, l’orgoglio, la presunzione di bastare a se stessi e di essere al riparo da ogni compromettente domanda di senso. Attitudini contrarie all’Avvento perché l’Avvento presuppone stupore, umiltà, attesa di chi solo può compiere la storia, la mia e quella del mondo.

Non può vivere l’Avvento chi crede di bastare a se stesso, chi crede che l’orizzonte della vita sia solo il “fare” per un “utile”; non può essere uomo o donna d’Avvento chi reputa ridicola e superflua ogni domanda sul senso, non può essere uomo o donna d’Avvento chi si ostina a rimanere ingabbiato negli oggi senza vie d’uscita, non può essere uomo o donna d’Avvento chi non sogna. Uomo d’Avvento è solo chi sogna … e sognare non significa stare con la testa tra le nuvole ma essere capace di guardare “oltre”, essere capace di credere che l’oggi non è chiuso nell’oggi, sognare significa credere all’utopia di una terra promessa che ci sarà data e verso cui è bello e sensato camminare a costo di qualsiasi cosa, sognare per un cristiano è avere lo sguardo puntato verso il Veniente che è compimento definitivo di ogni sogno mentre dona forza al sognare quotidiano … il sogno vive nel cuore della Speranza …

Sognare è attendere la venuta del Figlio dell’uomo che sarà misericordiosa e tutto compirà, ma sarà anche giudizio sulla vicenda del mondo e sulle vicende degli uomini.

All’inizio dell’Avvento ci sembra strano questo volto di Cristo giudice … preferiremmo essere condotti davanti ad un Gesù da presepe che sembra innocuo. Sembra. Sì, proprio così: il bambino di Betlemme sembra innocuo, ma in realtà provoca il mondo a mettersi in discussione, a comprendere che Dio si presenta dove non te lo aspetti e come non te lo aspetti … e non si pensi solo all’ultimo giorno della storia in cui Lui svelerà il senso e il non-senso degli uomini, l’inattesa venuta si compie ogni giorno e lì bisogna riconoscere la visita del Figlio dell’uomo. Lui con la sua Parola vuol “ferire” il nostro cuore di pietra per entrarvi e portare contraddizione alla mondanità che lo abita.

L’Avvento allora davvero ci pone la domanda cui si accennava all’inizio: sei disposto ad essere uomo di attesa che sa che la salvezza non può darsela da solo? Sei disposto a lasciarti “ferire” dalla Parola dell’Evangelo? Sei disposto a volgere lo sguardo lontano vivendo la fatica di riconoscere in ogni giorno le visite del Verbo?

L’Avvento non è l’attesa di una data (che in fondo è convenzionale anche se così cara ai nostri cuori) ma è l’attesa di una Persona che desidera visitarci ogni giorno, è l’attesa di Cristo che svelando a noi il suo volto ci svela anche le esigenze dell’Evangelo che, c’è poco da fare, giudicano i nostri passi, le nostre scelte, il nostro profondo.

Vigilare è allora lasciarsi giudicare dall’Evangelo, dalla sua forza, dal suo irrompere al di là di ogni attesa e previsione.

Vigilare è essere disposti a lasciarsi sorprendere da Dio vivendo il presente pienamente e senza sconti.

Buon Avvento!

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Bartimeo

LASCIARSI GUARIRE E ILLUMINARE DA DIO

Ger 31, 7-9; Sal 125; Eb 5, 1-6; Mc 10, 46-52

 

E’ strano: i discepoli, quelli che erano con Gesù e si sentivano dalla sua parte (tanto in intimità con Lui da pretendere di “dargli insegnamenti” come Pietro e tanto da chiedergli con sfacciataggine i primi posti come Giacomo e Giovanni) non capiscono chi davvero è Gesù e non si sono ancora compromessi…e qui, invece, a Gerico, incontriamo uno “ai margini”, uno rifiutato, uno zittito che si compromette: è Bartimeo il cieco!

Marco ce lo presenta come “icona” del vero discepolo disposto ad uscir fuori dalla sua condizione, dalla sua cecità, dalla sua mendicità per mettersi sulla strada di Gesù.

Dinanzi alla cecità dei discepoli, di fronte alla passione di Gesù annunziata tre volte ed ormai imminente, Marco, con questo racconto del cieco Bartimeo, ci dice che è necessario lasciarsi guarire ed illuminare da Gesù per poter entrare con Lui nella passione, al seguito di questo Messia altro che i Dodici ancora non riescono a comprendere e ad accettare.

Bartimeo è cieco, e sa di esserlo, e sa di aver bisogno di Gesù; è diventato cieco (infatti chiede di riavere la vista; alla lettera di “ri-vedere”!); la vita, il “mondo” l’hanno reso cieco, e Bartimeo conosce questa sua vicenda di accecamento. E’ quanto accade a tanti…forse a tutti? Si diviene ciechi per i “fumi” del mondo, per le false piste che il mondo prepara perchè si creda “possibile” ed allettante ciò che, alla fine, ci rende ciechi, insensibili, egoisti, bramosi di dominio.

Notiamo che Bartimeo chiama Gesù con un titolo messianico pericoloso (“Figlio di Davide”), pericoloso perchè è un titolo che evoca direttamente una regalità fraintendibile; Gesù, però, questa volta non rifiuta questo titolo, lo accetta; tra poco, infatti, sulla croce, ogni fraintendimento sulla sua regalità verrà spazzato via. Gesù desidera incontrare quel povero che lo aveva chiamato Figlio di Davide. Nessuno sente la voce di Bartimeo e quelli che la sentono vogliono farlo tacere: solo Gesù sente davvero quella voce di povero che chiede luce e salvezza. Chiede che sia chiamato. Quelli che vanno a chiamarlo lo fanno con un invito che non può che essere una chiara allusione a ciò che avviene nel credente che si lascia illuminare da Gesù, ed è disposto a seguirlo per la sua via: Coraggio! Alzati! Ti chiama. Una chiara allusione alla risurrezione: “égheire” è l’imperativo del verbo “egheíro” che è il verbo che il Nuovo Testamento userà per dire la risurrezione di Gesù. E Bartimeo si alza lasciando il mantello che, nella tradizione Biblica, è il segno della dignità e della potenza dell’uomo (pensiamo ad Elia che lascia il suo mantello ad Eliseo investendolo così del suo ministero profetico; cfr 2Re 2,13-14). Il mantello di Bartimeo è la sua vita di prima, la sua condizione di prostrato, di umiliato, di accecato. E Bartimeo si trova dinanzi a Gesù, e Gesù si pone dinanzi alla libertà e alla volontà di Bartimeo: Che vuoi che io faccia?, gli chiede. Bartimeo gli chiede di riavere la vista chiamando Gesù “Rabbunì” che signigica “Maestro mio”: ecco che Bartimeo apre qui la sua libertà alla luce di Gesù. Con Lui Bartimeo dichiara di voler avere una relazione profonda e personale; si apre alla luce che è relazione con questo Maestro che non insegna solo belle parole ma che sta andando a Gerusalemme a dare la vita…Se il cieco di Betsaida (cfr Mc 8, 22-26) era stato guarito “a tappe”, Bartimeo è guarito immediatamente; in più Gesù non lo rimanda a casa. Come non aveva impedito a Bartimeo di gridare il “segreto messianico” (“Figlio di Davide!”) così non gli impedisce di seguirlo sulla strada per Gerusalemme! Ecco il fine del discepolato: gridare chi è Gesù, lasciandosi illuminare da Lui, e seguirlo sulla via verso la Passione.

Questo mendicante, a differenza del giovane ricco, ha un nome che l’Evangelo custodisce e che ci consegna: è icona di quel discepolato che anche i Dodici devono imparare da questo povero. Bartimeo è un insegnamento estremo che Gesù dona a Pietro, che si mette come inciampo tra Lui e Gerusalemme (cfr Mc 8,32-33), dona ai Dodici che disputano sul primato dell’uno sull’altro (cfr Mc 9, 33-37),e dona a Giacomo e Giovanni che vogliono posti di potere (cfr Mc 10,35-40). Bartimeo è l’antitesi del giovane ricco, è la “beatitudine” dei poveri che è resa visibile: un povero che ancora si spoglia per seguire Gesù sulla sua stessa via di spoliazione, sulla via del Figlio di Davide che da re si farà schiavo fino alla croce.

Per l’evangelista Marco, Bartimeo è un invito al suo lettore che – ricordiamolo – era il catecumeno il quale, nel prepararsi al Battesimo, doveva decidere di lasciare la sua vita di prima per seguire questo Dio scandaloso, che si era lasciato “affogare” (alla lettera “battezzare”; cfr Mc 10,38) nella violenza del mondo per raccontare l’amore del Padre. Un invito a gridare a Gesù di poter vedere fino in fondo quello che accadrà a Gerusalemme! Un invito a chiedere a Gesù di non lasciarsi scandalizzare dalla croce, un invito a chiedere occhi per continuare a leggere, senza paura, l’Evangelo con cui imparerà a seguire Gesù sulla sua stessa strada.Per seguire Gesù è necessario contemplare, nella fede, il suo cammino. La sequela è itinerario faticoso che richiede conversione, spoliazione, vendite, scelte di servire e di dare la vita come il Figlio dell’Uomo.on è un caso che tutta questa sezione dell’Evangelo di Marco che riguarda la sequela autentica di Gesù – dalla domanda “Voi chi dite che io sia?” (cfr Mc 8,29) fino all’invito a servire dando la vita come il Figlio dell’uomo (cfr Mc 10,45) – sia racchiusa tra due guarigioni di ciechi: il cieco di Betsaida che pian piano vede (Mc 8, 22-26) e Bartimeo che vede subito e si mette a seguire Gesù immediatamente!

Bartimeo, al termine di questo cammino sulla sequela di Gesù, è davvero per noi provocazione e domanda. Lasciamoci interpellare e gridiamo verso Gesù senza lasciarci mettere a tacere dal mondo che non crede alle novità e che vorrebbe che tutto restasse immutato per custodire un presente imprigionanante ma comodo, forse monotono ma pieno di sicurezze.

La luce che Gesù dona illumina nuovi cammini e chiama a rischi pieni di vita!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

XXXI Domenica del Tempo Ordinario – Il desiderio di Zaccheo

OGGI DEVO FERMARMI A CASA TUA

  –  Sap 11, 2 -12,2; Sal 144; 2Ts 1,11-2,2; Lc 19, 1-10  –

 

Eccolo qui il pubblicano della parabola di domenica scorsa…prende carne, identità…si chiama Zaccheo e non è solo pubblicano è addirittura “archipubblicano”, cioè capo dei pubblicani e abita a Gerico…

Alla fine dal capitolo precedente Gesù è entrato a Gerico e ha fatto un miracolo fortemente simbolico, ha aperto gli occhi ad un cieco mostrando che la luce può far irruzione nelle tenebre e ora, attraversando la città, nell’incontro con Zaccheo, mostra come la luce può trasformare anche le tenebre più fitte o quelle che noi crediamo più fitte ed impenetrabili. Zaccheo, come il cieco, desidera vedere Gesù e per vederlo sale su di un sicomoro…Zaccheo è sì un “grande” nella sua città (è archipubblicano!) ma è piccolo di statura e cerca di superare il proprio limite e quello che gli altri (la folla) creano per lui per poter vedere Gesù. I verbi del “vedere” sono centrali in questa narrazione: Zaccheo vuole vedere Gesù e poi scoprirà di essere visto da Gesù, anzi il verbo che Luca qui usa si  può tradurre con  “sollevare lo sguardo osservando”

Il desiderio rozzo di Zaccheo di vedere Gesù certo non è sufficiente per conoscere Gesù ma è sufficiente perché Gesù si faccia conoscere da lui. Il suo desiderio è comunque la porta aperta attraverso cui lo sguardo luminoso di Gesù può giungere a Zaccheo; era lontano e Gesù si è fatto vicino, era estraneo e Gesù desidera entrare nella sua intimità: Oggi devo fermarmi a casa tua. Tutto in questa espressione di Gesù è carico di senso: prima cosa c’è la connotazione dell’ “oggi”, tema carissimo a Luca che ne farà come un filo d’oro in tutto il suo Evangelo. Dall’ “oggi” degli angeli del Natale (Oggi è nato per voi un Salvatore che è Messia Signore 2,11) alla prima autopresentazione di Gesù a Nazareth quando, dopo aver letto il rotolo del profeta Isaia, dice Oggi si sono compiute queste parole che avete udite (4,21) e fino alla scena della croce in cui al ladro appeso accanto a Lui  Gesù dirà: Oggi sarai con me nel paradiso.

Per Luca è un tema teologicamente carico: è l’ “oggi” di Dio in cui, nell’incontro con Lui, la storia di ogni uomo può prendere il sapore dell’eterno, il Regno si fa accessibile in un “oggi” che è svolta del tempo. Alla fine di questo episodio Gesù ribadirà la realtà di questo nuovo tempo per Zaccheo e per chiunque lo accolga: Oggi la salvezza è entrata in questa casa. Nella prima frase che Gesù rivolge a Zaccheo c’è ancora una parola densissima: Oggi devo fermarmi a casa tua. “Devo”…è la stessa parola che è usata per annunciare la necessità della passione. La necessità di Dio è stare presso l’amato, è la necessità della croce, della prossimità ai peccatori; questa è cosa essenziale alla missione di Gesù: Devo fermarmi a casa tua. Zaccheo assaggia le “primizie” di questa “necessitas passionis”!

Anche l’ultima parola è bellissima: Oggi devo rimanere a casa tua. E’ il verbo (carissimo all’autore del IV Evangelo) che significa “restare”, “dimorare” e che Luca userà per le parole dei discepoli di Emmaus: Rimani con noi perché si fa sera…Non si tratta allora di un semplice fermarsi, di un “far tappa” da lui. Gesù entra in quella casa per rimanervi, per dimorarvi; ecco perché alla fine del’episodio potrà dire: Oggi la salvezza è entrata in questa casa! E’ la vicenda di ogni uomo che, consapevole o inconsapevole, cerca Dio perché cerca  altro e si serve di sicomori più o meno fortunosi; è quella ricerca in cui si fa strada un’altra ricerca, quella di Dio, che, preesistente a quella dell’uomo, finalmente trova una porta aperta attraverso cui far passare il suo sguardo e far sentire la sua voce che chiama per nome: Zaccheo!  Un nome che può avere un duplice significato: infatti può significare “puro” oppure, se diminutivo del nome Zekharyah, può significare “Dio ricorda”… Quando Dio si ricorda di noi ci fa puri, ci dona la possibilità di esserlo per sua grazia. Ed è quanto avviene a Zaccheo!

Quando Gesù alza il suo sguardo su Zaccheo appollaiato sul sicomoro, non gli ha chiesto nulla se non ospitalità nella sua casa, chiedendo di entrarvi e rimanervi; non gli chiesto direttamente una conversione; questa sarà solo il frutto di quello sguardo (dal basso!) e di quelle parole cariche di promessa. Scendendo dal suo sicomoro Zaccheo rinasce; l’ archipubblicano muore e nasce il discepolo capace di sentirsi, come ogni vero discepolo, un “peccatore perdonato”; capace di separarsi da ciò che lo rendeva schiavo (il danaro che riscuoteva per Roma e che rubava per sé); capace di non lasciarsi neanche fermare dalle parole malevole della folla che, criticando Gesù, disprezza come sempre lui identificandolo con il suo peccato. Proprio dinanzi a questa folla che mormora e disprezza Zaccheo ha il coraggio di proclamare l’uomo nuovo che è: la sua ricchezza la condivide con i poveri e ciò che ha frodato lo restituirà al quadruplo  La parola di Zaccheo è piena di due cose: di verità e di fiducia in Dio. Benedetta verità! Così rara! Zaccheo non ammanta l’amara  verità delle sue frodi con belle parole e non la copre con la pur lodevole carità per i poveri; ormai lo sa: la carità è una cosa e ripristinare la giustizia è un’altra cosa! Con i suoi atti Zaccheo mostra che si fida di Dio: pensiamoci, gli resterà ben poco se la sua ricchezza era frutto delle sue frodi. Ma ormai Zaccheo è un uomo libero perché ha compreso che Dio si è davvero ricordato sempre di lui, anche nelle sue lontanaze e perversità.

Anche in questo bellissimo episodio Luca ci mostra  che  il cammino del Buon Samaritano prosegue; infatti il Figlio dell’uomo salendo a Gerusalemme trova ancora un povero ferito (ironicamente è un ricco) e se ne fa carico perché entri luce nelle sue tenebre e pace nel suo cuore. La scena che Luca ci consegna è tutta pervasa da una sottile aria di gioia: Zaccheo accoglie Gesù con gioia e ci pare quasi vedere Gesù afferrato dalla stessa gioia quando coglie l’irrompere della luce e della pace in quell’esistenza carica di possessi ma priva di vita.

Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto. Solo se ci annoveriamo coraggiosamente tra i perduti saremo cercati e salvati; solo se avremo il coraggio di perdere la faccia dinanzi al mondo arrampicandoci su di un sicomoro.

Epifania di Gesù – Per un’altra via

CHI INCONTRA CRISTO SI COMPROMETTE!

Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3a.5-6; Mt 2, 1-12

 

I Re Magi, icona (Monastero di Ruviano)

I Re Magi, icona (Monastero di Ruviano)

Ci sono cari i Magi che credono ai sogni che vengono da Dio più che alle parole di un re potente, che credono a quel sogno più che al buon senso che va nella direzione del mondo.

Per un’altra via ritornarono al loro paeseun’altra via…c’è molto da riflettere su questa altra via. In fondo se la celebrazione dll’Incarnazione no ci pone su un’altra via sarà stato vano questo tempo, queste liturgie! Possiamo dire che l’estrema parola dell’Evangelo in questo tempo di Natale è proprio questa altra via dei Magi.

Questi sapienti, cercatori di Dio, devono compiere un percorso di conversione: hanno visto una stella, un fenomeno grande che solca i cieli e pretendono di trovare ciò che cercano, grazie a quella stella, nelle cose grandi…e così vanno al palazzo di un re…Lì però ricevono una parola di contraddizione, una parola che contrappone proprio grandezza e piccolezza: Dove nascerà il Cristo? A Betlemme perché sta scritto:”E tu Betlemme non sei davvero la più piccola…(Mi 5, 1; Mt 2, 6)  La Santa Scrittura orienta altrove: non nella grandezza ma in un altrove non prevedibile; la stella, con l’ausilio della Scrittura, è diventata più eloquente e li conduce verso un segno piccolo e povero dove Dio si fa trovare: una casa, un bambino e sua madre!

Il Dio che li ha scomodati per una ricerca, una conversione e per un’altra via è davvero il Dio di un’altra via: sceglie di entrare nella storia degli uomini sotto il tetto povero di una comune casa, nascendo come un bambino. Dio non ha preso scorciatoie per essere tra noi: non un Dio che cammina tra gli uomini, ma un uomo che cammina tra gli uomini!

I Magi riconoscono questa stupefacente alterità di Dio, vi si convertono e proclamano  giunta a termine la loro ricerca; gli uomini del cammino si fermano e si prostrano: ciò che possiedono (l’oro) è posto ai piedi di quel bambino, ciò che sono con le loro fragilità e caducità (la mirra) è offerto a quel bambino, ciò che sognano (l’incenso) è dato a quel bambino. I Magi ci testimoniano che ha incontrato davvero Dio chi è disposto a compromettersi con tutto ciò che ha, che è e che sogna con questo Dio.

Il Dio che si è incarnato non lo ha fatto per scherzo: anche Lui ha dato senza remore ciò che aveva (non considerò un tesoro geloso…Fil 2,6), entrò in una fragilità estrema (divenne carne…Gv1, 14), realizzò il sogno di Dio…

I Magi sono figura universale: ogni uomo può spalancarsi alla manifestazione (epifania) di Dio in Gesù Cristo; non solo Israele di cui Gesù è parte ma ogni uomo può percorrere quella via altra che si apre all’incontro con Dio nella sua fragilità.

I Magi rappresentano tutti quegli uomini che nei secoli avranno il coraggio di mettersi in gioco per il Dio di Gesù Cristo, che avranno il coraggio di apparire dei perdenti e dei fuggiaschi perché non vogliono per sé né le vittorie del mondo, né le vie che tutti percorrono… I Magi sono quelli che umilmente stanno dalla parte della luce…la liturgia odierna è tutta pervasa di luce fin dalle parole di Isaia: Alzati rivestiti di luce perché viene la tua luce (Is 60,1)…una luce che però costa, non perché bisogna meritarla o comprarla, costa perché bisogna sceglierla, abbandonarsi ad essa, per essa lasciare le vie tenebrose…

I Magi rimangono puri dinanzi a quella corte di Erode in cui un potere perverso e violento si turba dell’intervento di Dio e del suo linguaggio celeste (la stella), un potere capace di contagiare il suo turbamento a tutta Gerusalemme…come un morbo maligno…un potere che mente (anch’io venga ad adorarlo) nascondendo il suo cuore omicida dietro i veli melliflui di una religio e di una pietas

I Magi però crederanno più ai sogni di Dio; d’altro canto sono uomini che hanno avuto il coraggio di mettersi in viaggio per una stella, per un barlume di luce…quel barlume però fa strada alla vera luce; i Magi sanno adorare e chi adora si dimentica, chi adora proclama umilmente che la sua vita dipende da un Altro a cui puntualmente va restituita.

Celebriamo l’Epifania del Signore, rimaniamo cioè aperti alle sue epifanie, alle sue manifestazioni nella storia, nelle nostre umili storie…Nel giorno dell’Epifania siamo invitati ad avere occhi e cuore pronti alle sue manifestazioni,ad avere un occhio penetrante per saper intelligere nella storia il passare di Dio; nel giorno dell’Epifania siamo invitati a fare questo a partire dalla vita della Chiesa in cui è necessario riconoscere le sue manifestazioni, a partire dalla liturgia della Chiesa che ci conduce alla nostra vita…

Per questo oggi, per antichissima tradizione, la Chiesa annunzia ufficialmente il giorno della Pasqua dell’anno in corso e quindi tutti i giorni santi che non vogliono altro che rendere santi, pieni di Dio e perciò giorni che vanno per un’altra via, tutti i nostri giorni.