II Domenica di Quaresima – La Trasfigurazione

GESU’ CI MOSTRA IL SUO VOLTO

 Gen 12, 1-4a; Sal 32; 2Tm 1, 8b-10; Mt 17, 1-9

 

E’ la domenica della Trasfigurazione! Se domenica scorsa Gesù si è mostrato come Colui che lotta nella nostra lotta, come Colui che si dona la sua vittoria nelle nostre lotte, oggi Gesù ci mostra sul suo volto l’esito della nostra storia con Lui, delle nostre lotte e soprattutto dell’opera della grazia in noi; per Matteo il volto di Gesù brillò come il sole; quel volto è promessa di luce per i nostri volti; per Matteo Gesù si mostra avvolto di vesti candide come la luce; quelle vesti sono promessa per noi: saremo rivestiti di luce (cfr Is 60,1).

Se la Quaresima, come dicevamo, è tempo di “radiosa tristezza”, oggi la liturgia della Chiesa pone l’accento sul “radiosa” …

La Trasfigurazione non è un momento di “trionfo” di Gesù, non è un momento in cui, stanco della kenosi (dell’abbassamento) mostra la sua divinità; il trionfo terreno è sempre stato aborrito da Gesù (e non lo avrebbe voluto neanche a beneficio consolatorio dei tre discepoli più intimi), la volontà di rinnegare la kenosi si era già rivelata come tentazione quando nel deserto satana gli aveva suggerito di mettere alla prova Dio con un gesto sovrumano come quello di volare dal pinnacolo del Tempio. La Trasfigurazione (o, come dice il testo greco, la metamorfosi) è mistero di rivelazione, è rivelazione della vocazione dell’uomo! Una vocazione di luce, di bellezza che l’uomo riceve definitivamente in Cristo Gesù! E’ Lui la benedizione promessa a tutte le genti; è Lui, figlio di Abramo e Figlio di Dio, l’adempimento di quell’antica promessa fatta ad Abramo nell’ora di quella primordiale chiamata: Vattene dalla tua terra … in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra.

La cosa straordinaria del mistero della Trasfigurazione è che questa luce, questa benedizione, questa bellezza sono tutte in un uomo! E’ nell’umanità di Gesù che splende Dio, è nell’umanità di Gesù che ci è narrato e consegnato Dio e la sua luce.

Scrive Paolo che Dio abita una luce inaccessibile (cfr 1Tm 6, 16) ma sul Tabor quella luce si è fatta accessibile all’umanità perché è nell’umanità di Cristo Gesù che essa splende.

La Trasfigurazione però non è neanche una bella emozione da gustare, come pensa Pietro nella narrazione dell’evangelo di oggi. Questi certo capisce una cosa: “è bello!” ma dovrà capire che quella bellezza promessa non può essere estraniamento dalla storia e neanche dal “brutto” della storia che è il dolore. La Trasfigurazione è annunzio del Regno e della sua bellezza ma che non può restare chiuso nelle tende sul Tabor come Pietro sogna; il Regno attraversa la storia e deve portare la luce di Dio al cuore del dolore del mondo. Scendere dal Tabor per andare a Gerusalemme sarà proprio questo: portare la bellezza del Regno al cuore della passione, cioè al cuore delle sofferenze dell’uomo, dei suoi “inferni”, della sua morte.

Scendendo dal monte i tre si sentono dire che non si può parlare di quella luce se non dopo che il Figlio dell’uomo sia risorto da morte, cioè non prima che abbia portato quella luce di bellezza fino al cuore del dolore e della morte … solo dopo che il Figlio dell’uomo avrà gridato il suo lacerantissimo “perché?” (cfr Mt 27, 46).

Il Padre lì sul monte della bellezza aveva detto l’ultima sua parola: Questi è il Figlio mio, l’amato, in cui mi sono compiaciuto. Ascoltatelo! Sintesi straordinaria questa di tutto il cammino dell’Alleanza, cioè di tutta la ricerca amorosa di Dio nei confronti dell’uomo: il figlio amato ci ricorda Isacco (Prendi tuo figlio, il tuo unigenito, l’amato, Isacco … e offrilo in olocausto cfr Gen 22, 2); la compiacenza di Dio ci ricorda che è il Servo sofferente (Ecco il mio servo: io lo sosterrò. Il mio eletto in cui mi compiaccio cfr Is 42, 1); il comando dell’ascolto ci conduce poi alla radice di tutta la fede biblica: una permanente richiesta di ascolto su cui si fonda l’Alleanza (Sh’mà, Israel … ascolta, Israele cfr Dt 6, 4). Quell’antico Sh’mà ha ora però una convergenza inimmaginabile, l’ascolto richiesto è un ascoltare Lui, il Figlio amato, il Servo, Colui che è la compiacenza di Dio: Gesù!

Come la luce della bellezza, così anche l’ascolto ora riposa su un uomo, sull’uomo Gesù. Ascoltare Lui compie l’antico Sh’mà come ci vien detto dal colloquiare di Gesù con Mosè ed Elia che avevano tracciata la strada dell’attesa; Mosè che aveva detto Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. Ascoltatelo (cfr Dt 18,15); Elia che la sapienza di Israele afferma che dovrà tornare per preparare la via al Messia (cfr Mal 3, 23-24).

Matteo ci dice che al termine della manifestazione luminosa tutto torna come prima e che i tre discepoli non videro più nessuno se non Gesù solo. Resta solo Gesù e neanche più ammantato di luce … resta Gesù e basta. E’ quel Gesù quotidiano, vorrei dire ordinario, che bisogna ascoltare con coraggio; è quel Gesù “e basta” che bisogna avere il coraggio di seguire per strade che devono attraversare il dolore, l’inferno e la morte. Nella passione quel Gesù racconterà incredibilmente la bellezza e porterà il Regno al cuore del dolore del mondo! Chi ha il coraggio di obbedire alla voce del Padre, ascoltando il Figlio amato, parteciperà con Lui e per Lui alla straordinaria impresa di trasformare il mondo portando la bellezza di Dio ed il suo Regno al cuore dell’uomo ma partendo dall’abisso del dolore. Il Centurione, dinanzi alla croce del Figlio dell’uomo, dinanzi al suo grido inarticolato ed alla sua morte riconoscerà paradossalmente quel bagliore del Regno … capirà che l’orrore della morte è stato abitato dalla bellezza di Dio: Davvero costui era il Figlio di Dio! (cfr Mt 27, 54).

L’Evangelo di oggi si chiude con un silenzio carico di domande, di attese … i tre discepoli scendono in silenzio … il quotidiano non è il Tabor: quando si intravede e si gusta la bellezza di Dio, bisogna subito andare alla vita per portare il Regno al cuore del mondo.

Dal Tabor si scende in silenzio, “ruminando” le parole dell’Evangelo e della promessa e puntando con coraggio, con Gesù, verso Gerusalemme. A Gerusalemme la luce del Regno, che sul Tabor sfolgora sul volto di Cristo, sarà donata ad ogni uomo! La via  sarà quella della croce ma la meta è la pace gioiosa della Pasqua! Ricordiamo sempre che la Quaresima non è un riposo, è cammino!

La Pasqua è ingresso nel riposo! Intanto, allora, buon cammino.

V Domenica del Tempo Ordinario – Sale della terra e luce del mondo

ESSERE DENTRO, DISPOSTI A COMPROMETTERSI

 Is 58, 7-10; Sal 111; 1Cor 2,1-5; Mt 5, 13-16

 In ogni cristiano è in atto una lotta; c’è poco da fare, se eliminiamo la consapevolezza di questa lotta in noi credenti in Cristo lo facciamo solo per appiattire la nostra vita cristiana, lo facciamo solo perché tutto scorra in modo banale e rassicurante, in modo quietistico; troppe volte nella Chiesa i cristiani, a tutti i livelli di responsabilità, agiscono solo per controllare che tutto proceda secondo uno schema solito, metodico, osservante ma non compromettente; non si vogliono sbalzi, non si vogliono lotte che producano messe in discussione; non si vogliono vere svolte! E’ tristemente così! E lo è, in primo luogo, nelle nostre singole vite.

La verità è invece un’altra: in chi segue Cristo proprio l’Evangelo genera una lotta senza quartiere tra due sapienze; quella del mondo e quella di Gesù Cristo e del suo Evangelo.

Paolo, nel tratto della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi ascoltiamo, ce lo dice e lo fa, in fondo, narrando la lotta che lui stesso ha dovuto combattere: sapere solo Cristo crocefisso è voltare le spalle ad ogni altra sapienza … prima di andare a Corinto (ci narra At 17, 13-34) Paolo aveva tentato di battere le piste della sapienza del mondo, anzi della sapienza umana più sapiente che c’era al suo tempo, quella greca. Ad Atene, infatti, tentò un annunzio della fede non dico attraverso la sapienza umana, ma certo con un compromesso con essa: aveva parlato del Dio ignoto di cui aveva visto un’ara e aveva rivelato di conoscerlo; per parlarne però aveva creduto di dover saltare a piè pari la croce; si lanciò così a parlare della sola resurrezione … ad Atene Paolo fallì perché la sapienza mondana non ricevette lì alcun colpo mortale da una sapienza diversa; così Paolo a Corinto andrà solo con la sapienza di Cristo che è la sapienza assurda, ignominiosa, vergognosa, scandalosa della croce: Ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocefisso! E la fede di quei Corinti nacque fondandosi sulla sapienza di Dio che contraddice le sapienze sagge e piene di buon senso del mondo.

Insomma il cristianesimo è rottura con il mondo! Le beatitudini, che domenica scorsa la liturgia ha fatto risuonare in tutta la Chiesa, ce lo hanno proclamato con forza e con la loro polemica elencazione di ciò che il mondo considera il peggio: povertà, pianto, mitezza, fame e sete, purezza, pacificazione, misericordia che perdona, persecuzione … il peggio o quanto meno vie che non pagano. Sono però queste le vie di Cristo e di questi crocefisso per amore.

Su questa linea dobbiamo oggi ascoltare il prosieguo del discorso sul monte che la liturgia ci propone: imboccare la via della potenza debole di Dio è diventare qualche altra cosa ma non per se stessi ma proprio per quel mondo che è ingannato dalla sua stessa sapienza.

Notiamo infatti che Gesù dice ai suoi, che sono disposti ad imboccare l’alterità delle Beatitudini, che essi sono sale della terra e luce del mondo. “Della terra” e “del mondo”. Insomma se accolgono il sapore nuovo di Cristo la terra (e ricordiamo che l’uomo è l’adam, cioè il fatto con l’adamah che significa terra!) comincerà ad avere un altro sapore, quello di Cristo; come il sale essi saranno nascosti e invisibili ma daranno alla terra il suo vero sapore portandovi quello di Cristo. Lo dovranno dare “dall’interno” perché il sale o sta “dentro” le cose o, dall’esterno, mostra solo un inutile biancore. Essere “dentro” significa essere disposti a compromettersi, a incontrarsi e scontrarsi con le insipienze e le corruzioni del mondo. Gesù fece così: diede all’umanità sapore di Dio lasciandosi toccare dai lebbrosi, lasciandosi sommergere dal male che l’uomo si porta addosso (cfr Mt 8,17) e sentendone l’orrore fino alla lotta nel Getsemani, lasciandosi baciare dal traditore, lasciandosi inchiodare al legno dei maledetti … In questo nascondimento Gesù ha fatto risplendere la luce pasquale! Per questo Paolo ad Atene fallì: volle parlare di luce di resurrezione saltando il nascondimento della croce! Capiamo così che le due immagini che Gesù usa sembrano solo opposte (il sale si nasconde per essere quel che deve essere e la luce che non si deve nascondere ma anzi deve avere visibilità!); in realtà non sono opposte ma sono inestricabilmente legate l’una all’altra.

Per Gesù fu così: l’estremo nascondimento della croce è stato il brillare più alto! La gloria di Dio è luminosa sulla croce tanto che il centurione ed i soldati gridano: Veramente costui era il Figlio di Dio! (cfr Mt 27,54).

La lampada è posta sul lucernario della croce, e da lì illumina i lontani … lo fa però in un nascondimento estremo, su quel legno in cui nessuna gloria pare possa risplendere.

Il discepolo di Gesù o lo segue in questa contraddizione o non lo segue affatto! Il discepolo di Gesù deve avere il coraggio di fare la fine del sale perchè solo così risplenderà come luce.

Il sale non si deve preoccupare di “fare” il sale, deve esserlo … la luce non si deve preoccupare di “fare” la luce, deve esserlo … quando si è sale e si è luce poi bisogna avere un altro coraggio quello di farsi collocare dalla mano di Dio: nel mondo, sul lucerniere. Sapendo che nel mondo ci sarà l’incontro-scontro con l’iniquità ed il non-senso e che il lucerniere ha la forma della croce.

IV Domenica di Quaresima – Oggi, tempo di radiosa tristezza!

LA DOMENICA DELLA GIOIA

2Cr 36, 14-16.19-23; Sal 136; Ef 2, 4-10; Gv 3, 14-21

Questa è la domenica della gioia; è la domenica detta “Laetare ” dalle parole dell’antifona di ingresso di questa liturgia tratte dal Libro di Isaia : “Rallegrati, Gerusalemme e voi tutti che l’amate riunitevi. Esultate e gioite voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione”. Parole piene di consolazione per chi ha fatto un’esperienza di tristezza per le proprie fragilità e peccati e si trova dinanzi ad una salvezza improvvisa e immeritata. Il nostro sguardo, allora, deve essere rivolto con speranza grande verso l’orizzonte nuovo e limpido di questa salvezza.

Il nostro cammino verso la Pasqua si avvia al compimento ed i testi della Scrittura che oggi la Chiesa propone ci mostrano questo compimento. Ci sono immagini di esilio e di deserto: Babilonia luogo di esilio conseguenza del peccato, il deserto in cui Mosè innalza il serpente di bronzo perché siano guariti quelli che erano stati morsi dal fuoco della mormorazione contro il Signore; l’esilio ci richiama però anche sottilmente l’“uscita”, l’“esodo” del Figlio dal seno del Padre che lo ha inviato perché ha tanto amato il mondo!
Rallegrarsi! Ma perché? Perché la liberazione è vicina, è possibile; il Figlio si è fatto innalzare sulla Croce e da lì attira tutti a sè (cfr Gv 12, 32).
Rallegrarsi sì! Perchè, se è vero che esilio e deserto ci ricordano il nostro peccato e tutte le nostre contraddizioni all’alleanza, ci ricordano tutti gli spazi di Dio ingombri in noi da altro, se è vero che la Quaresima ci ha condotti a far emergere la nostra incapacità a custodire la parola dell’alleanza, è vero anche però che difronte a tutto questo c’è l’amore incondizionato di Dio. E’ allora proprio vero quello che proclamano le Chiese d’Oriente: questo della Quaresima è un tempo di “radiosa tristezza”! Oggi dobbiamo porre l’accento sull’aggettivo: radiosa !
L’amore che fa diventare radiosa la tristezza per i nostri peccati ci è ricordato sia dal passo del Secondo libro delle Cronache che oggi apre la liturgia della parola sia dal passo dell’Evangelo di Giovanni; tutti e due i testi ci consegnano parole calde e certe: “Il Signore inviò i profeti perché amava il suo popolo e la sua dimora ”, “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio” … E noi sappiamo dove l’amore si è a pieno manifestato: in Cristo crocefisso .
Dinanzi alla nostra inadeguatezza alle esigenze dell’Evangelo noi proviamo vergogna e questo potrebbe condurci alla frustrazione o peggio ancora al cinismo (quel cinismo che fa dire a tanti – anche ad uomini di Chiesa! – “deve andare cos씓non illudiamoci, è sempre stato cos씓l’uomo è così e bastamica vogliamo cambiare il mondo !?”). Il Figlio innalzato è però luce per tollerare la nostra verità di miseria e per lottare per l’Evangelo senza stancarci. La vergogna di Cristo sulla croce, infatti, rende tollerabile la nostra vergogna .
Ecco allora il motivo per rallegrarci in questa domenica!
Il Libro delle Cronache non è un libro che semplicemente racconta dei fatti (questo, circa la fine dell’ esilio babilonese, lo avevano già fatto il Secondo libro dei Re e il Libro di Esdra ) è un libro che interpreta quei fatti, ne vuole trovare il senso .
Il peccato del popolo e dei suoi capi civili e religiosi ha contaminato tutto e, perfino il luogo santo, il Tempio, che Dio si era “santificato” (“separato”) per sé in mezzo al suo popolo, è stato reso impuro. Il peccato è stato così grande che non c’è più rimedio (alla lettera: “non c’è più guarigione”!); l’autore delle Cronache però capisce che questa contaminazione senza rimedio, senza possibilità di guarigione, diviene luogo di misericordia; una misericordia che percorre una via impensabile: Ciro Re di Persia! Lui sarà strumento di salvezza per il popolo che nulla ha fatto per meritare salvezza!
E’ un “evangelo”: Dio trasforma il male in terreno di amore, trasforma l’oppressore in salvatore e così cerca di riportare il popolo infedele alla fedeltà a qull’amore a cui Lui, il Signore, mai era venuto meno.
Ecco dunque il senso : ciò che regge la storia del popolo è l’amore incondizionato di Dio; per l’autore del Libro delle Cronache Dio regge sempre le sorti della storia, anche quando a dominare è un pagano…questo è motivo di grande speranza, di grande consolazione: Dio ama e liberamente libera!
L’esilio allora ha un motivo che è la disobbedienza del popolo e la sua infedeltà ma è anche “tempo necessario ”; infatti se prima il testo ha detto che “non c’è più guarigione”, più avanti l’autore parla di “sabati necessari” (sarebbero i settanta – ecco perché “sabati” – anni di esilio); ma “necessari” a cosa? A rinascere; è il tempo concesso per la conversione . Ciò che era inguaribile il Signore lo sana !
Nel passo dell’Evangelo di Giovanni torna il tema della rinascita ; è un tratto del dialogo tra Gesù e Nicodemo ed è il momento in cui Gesù dà il primo annunzio della Passione: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. C’è il deserto, luogo di lotta e di cammino faticoso per uscire dall’esilio e c’è il tema dell’infedeltà nella memoria degli israeliti morsi dai “serpenti brucianti ” che troviamo nel Libro dei Numeri (21, 4-9): pare che non ci sia guarigione ma il Signore ordina a Mosè l’innalzamento del serpente di bronzo e chi volge al serpente lo sguardo sarà sanato … allo stesso modo gli uomini morsi dalla morte e dal non-senso bruciante devono volgere lo sguardo al Cristo inchiodato al legno dei maledetti, condannato ad una morte insensata e vergognosa. Quello sguardo renderà possibile la guarigione. Al termine dell’Evangelo, Giovanni scriverà, dopo il colpo di lancia, quella citazione del Libro di Zaccaria : “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. E’ chiaro che non si tratta di un “guardare” materiale, si tratta di “volgere al Cristo la vita”, si tratta di “convertirsi” a Lui comprendendo, per quel che ci è possibile, a cosa è giunto l’amore di Dio per il mondo, per l’uomo.
Il testo giovanneo parla di giudizio ma è chiaro che qui “giudizio ” è opera di guarigione , di risanamento ; c’è una situazione ferita , e mortalmente ferita, ed il Crocefisso in questa situazione (la condizione dell’uomo) è giudizio e guarigione. E’ giudizio non perché pronunzi sentenze ma perché il suo stesso e solo innalzamento sulla croce giudica tutto il non-amore che è nel mondo e che ferisce senza guarigione la vita degli uomini.
Vivere alla presenza del Crocefisso significa permettere a questo giudizio liberante , a questo giudizio di un amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) di arrivare in ogni angolo della nostra vita … un giudizio che discerne la verità: “Dove vanno i nostri passi? Verso la luce o nelle tenebre?”
Aderire (credere) esistenzialmente al Crocefisso è vita: Chi aderisce (chi crede) ha la vita eterna dirà Gesù, sempre nel IV Evangelo (cfr Gv 5,24)! Gesù usa il presente : ha la vita eterna! Non è allora qualcosa che riguardi una vita futura ma il qui ed ora di ogni discepolo!
Lo scopo di Giovanni non è metterci angoscia, facendoci sentire il peso d’un giudizio quotidiano e continuo, ma dirci che avere lo sguardo rivolto al Crocefisso ci permette di vivificare ed autenticare la nostra esistenza credente. Davanti al volto di Gesù innalzato , in un amore fino all’estremo, siamo chiamati a pronunziare una parola di senso e di verità sulle nostre vite.
Il giudizio e la guarigione vengono dalla croce di Cristo innalzata nel deserto delle nostre infedeltà! Proprio lì! Non è allora un giudizio astratto ma è un giudizio che avviene nel luogo della tentazione e della prova; lì il Signore si piega per portare guarigione. Il Figlio è venuto, commenta la Chiesa giovannea (ricordiamo che i vv da 16 a 21 del capitolo 3 di Giovanni non sono parole che dice Gesù ma sono un commento a quella rivelazione dell’innalzamento da parte della Chiesa) non per una condanna ma per una guarigione che passa per la sua morte.
Anche se il testo di oggi non comprende i primi versetti del dialogo con Nicodemo, non possiamo non ricordare che il tutto era partito da un’affermazione limpida e netta di Gesù: E’ necessario rinascere dall’alto. Permettere, cioè, a Dio di “rifare” la nostra esistenza credente il che può avvenire solo se si mette fede in Gesù. Questo porta alla luce che permette di vedere lontano e di discernere l’oggi; e non possiamo non ricordare che Nicodemo era andato da Gesù di notte (cfr Gv 3,2).
E’ tempo di uscire da quella notte che ci rende anonimi ed irresponsabili. E’ tempo di venire alla luce e senza temere che la luce illumini le nostre vergogne … dinanzi a noi c’è Uno che ha scelto la nostra vergogna lasciandosi innalzare sulla croce e, illuminando le nostre vergogne, le guarisce con la sua misericordia piena d’amore.
L’autore della Lettera ai cristiani di Efeso ha aggiunto consolazione a consolazione in questa domenica di gioia: le nostre infedeltà non stancano l’amore di Dio che è ricco di misericordia e ci salva non per le nostre opere di giustizia (chi potrebbe salvarsi così?) ma per sua grazia.
E’ allora davvero possibile rinascere!
E’ possibile gioire senza sentirsi schiacciati dalle nostre vergogne!
Basta volgere lo sguardo al Trafitto per noi… Volgersi a Lui è guarigione e vita nuova.
E’ tempo di gioire e di mettere tutta la nostra speranza nel Signore…Lui guarisce e fa vivere…possiamo essere uomini nuovi. E solo per un motivo: in Cristo Dio ci ha tanto amati
Fino all’estremo!
E’ vero, la Quaresima è un tempo di radiosa tristezza!

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III Domenica di Avvento – Gaudete!

IL CRISTIANO PERVASO DALLA GIOIA E’ UN EVANGELO

Is 61,1-2.10-11; Cantico da Lc 1; 1Ts 5, 16-24; Gv 1, 6-8.19-28

 

Oggi la liturgia della Chiesa ci invita al gaudio, alla gioia … è la domenica detta “gaudete” (dall’“incipit” dell’antifona d’ingresso della Messa) perché è tutta pervasa da una certezza di compimento, da una certezza di vicinanza del Signore. Il rosa è il colore dell’aurora e per questo i paramenti liturgici hanno oggi questo colore; l’aurora della salvezza, del mondo nuovo, è alle porte perché il Signore bussa e desidera solo che noi gli apriamo le porte della nostra vita (cfr Ap 3, 20).
Rallegratevi” ci ripete oggi la Chiesa … e dicendoci questa parola ci fa interrogare sullo stato della nostra gioia cristiana. L’apostolo Paolo nel passo della Prima lettera ai cristiani di Tessalonica che oggi si proclama, ci indica una via quotidiana da percorrere come credenti: Sempre gioite, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie (in greco “eucaristèite”). Insomma lo spazio della vita del cristiano è pervaso da una gioia radicale e da un profondo senso di stupita gratitudine e, poiché il credente riconosce che questa gioia, questi doni, questo stupore che fanno bella la sua vita vengono da Dio, ecco che non può essere altro che un uomo eucaristico , cioè, un uomo del ringraziamento; quando poi cerca la fonte di quella gioia e di quello stupore che rendono “altro” la sua vita, il credente non può che riconoscere che quella fonte è solo e sempre una persona: Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, Messia e Salvatore. E’ così: per il cristiano la fonte della gioia è Gesù che è presente anche se, nell’oggi, la sua è una presenza celata, una presenza che non si impone nell’evidenza.
E’, infatti, sempre vero quello che il Battista, che oggi è ancora protagonista di questa terza tappa d’Avvento, dice con ferma certezza: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete … Il Battista indica così una presenza celata ma non per questo meno vera.
La presenza di Cristo pervade la storia ma si coglie solo nella fede e per grazia; dare credito a questa presenza nascosta è aprire la vita alla causa più radicale di gioia: Dio è con noi ! E, se questo è vero, anche nella tribolazione, del dolore e perfino nella morte, possiamo dire con cuore pacificato: Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? (cfr Rm 8,31). E allora la gioia può fiorire anche tra le lacrime, anche tra le contraddizioni perché è una gioia che non dipende in alcun modo dal mondo, ma solo dal Cristo!
Nel quarto evangelo ci sono due cose che sono del Cristo e sono diverse assolutamente da quelle del mondo: la pace e la gioia. Infatti Gesù nel quarto evangelo parla della sua gioia e quella stessa sua gioia Gesù la mette nel cuore dei suoi … si badi che questa parola sulla gioia è consegnata alla Chiesa nell’imminenza della passione! Non è allora una gioia “facile”, da buontemponi, da scanzonati allegri perché tutto va bene … è la gioia che deriva da Cristo e dal suo amore e che diviene evangelo !
Il cristiano, pervaso da questa gioia, è infatti lui stesso un evangelo, una bella notizia. La bella notizia è che la gioia può mettere radici anche in questa “valle di lacrime ” perché la causa è solo Gesù e Gesù presente. L’uomo della gioia è come il servo di cui canta il Libro di Isaia; è consacrato per una sola cosa: per portare la bella notizia della libertà, della consolazione, della misericordia senza condizioni! Il servo proclama questo evangelo rivestito di gioia: Gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio … è questa gioia che rende credibile l’evangelo! Senza gioia l’evangelo è irriconoscibile, perde la sua forza rinnovatrice, la sua forza d’attrazione.
E’ la gioia di una via certamente esigente e lontana da ogni mezza misura, ma è gioia vera perché legata ad una presenza di Dio che brucia dentro e legata ad un sapore diverso e sensato che così la vita assume.
Il Battista, nelle parole dell’Evangelo di Giovanni che la Chiesa ha scelto per questa terza tappa dell’Avvento, ci è presentato come il testimone della luce, come il profeta che ha saputo leggere la volontà di Dio ed ha piena consapevolezza della sua identità; Giovanni sa chi non è ma sa anche chi è … e, sapendo chi è, sa pure cosa deve fare. L’austero profeta del Giordano è qui profeta della gioia e testimone della gioia. E’ testimone di una presenza, come dicevamo, nascosta ma reale e luminosa. Giovanni sa di non essere lui la luce ma sa anche di dover aprire varchi alla luce vera … e la luce è simbolo potente di gioia .
La profezia è questo: saper ascoltare Dio e dire, di conseguenza, parole di senso alla storia, leggere la storia e scoprirvi le tracce di Dio … il Battista è consacrato con l’unzione profetica per preparare l’irruzione gioiosa della luce, la sua profezia però ci appartiene perché anche noi siamo stati unti dallo Spirito per la profezia e per la testimonianza. Cose queste che costano, ma che non possono essere eluse da chi davvero ha conosciuto Cristo Gesù. Quando quella presenza nascosta si è rivelata alle nostre vite (a volte per attimi brevissimi ma luminosi!), quando abbiamo sentito la sua carezza nella tribolazione, la sua forza nella nostra debolezza, la sua parola nei silenzi più profondi, allora abbiamo compreso che nulla poteva più essere come prima e che quella presenza nascosta, non evidente, doveva essere testimoniata ed annunciata con forza e con coraggio, a qualunque prezzo, come il Battista che ha il coraggio e la parresia di dire dei no netti e dei altrettanto netti. Allora abbiamo capito di dover essere testimoni di una gioia e di una presenza che sempre attendiamo e che colora d’aurora anche i giorni in cui il mondo crede più al tramonto e alla notte che alla luce!
Viene nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. E’ così! Cediamo il nostro cuore alla gioia!