Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – Un pane altro

 
…CHE TOGLIE LA FAME DI ETERNO

 

Dt 8, 2-3. 14-16; Sal 147; 1Cor 10, 16-17; Gv 6, 51-58

 

(Foto di Antonio Navarro)

(Foto di Antonio Navarro)

Il “Corpus Domini non celebra un evento della storia della salvezza come il Natale, la Pasqua, la Pentecoste. Il “Corpus Dominiè lode al Signore per un grande dono, per il dono dell’Eucaristia…è quel dono che ogni domenica raduna il popolo di Dio attorno al Risorto; è quel dono che la Chiesa ha cominciato a celebrare ogni giorno per vivere la presenza ininterrotta del suo Signore “in mezzo” ad essa (cfr Gv 20,19); è quel dono, appunto, di presenza in un perpetuo donarsi di Cristo alla storia, finché la storia scorrerà e gli uomini vivranno.

L’evangelo di questa solennità ci porta al capitolo 6 di Giovanni, al discorso che Gesù fa dopo il segno dei pani: la folla che l’ha seguito è affamata, e Gesù moltiplica per essa il pane, ma il segno è travisato: la gente, infatti, spera d’aver trovato il condottiero che le serve, che la nutre e dà gratuitamente da vivere…e vuole farlo re; Gesù fugge dicendo no all’immagine di Lui che si son fatti quegli uomini, e dice no alla tentazione del potere. A Cafarnao trova l’occasione per dar ragione di quel segno del pane moltiplicato; molte volte, nel lungo discorso che il Quarto Evangelo pone qui, Gesù usa la parola pane: “pane del cielo”, “pane vero”, “pane vivo”, “pane di Dio”, “pane della vita”…Gesù vuole far capire che non c’è solo quel pane impastato ed infornato che toglie la fame all’uomo; c’è anche un altro pane che toglie la fame più radicale che l’uomo ha: la fame di vita vera, di senso, di “oltre”, di eterno, di Dio…è ciò che ha detto Mosè nel passo del Deuteronomio che anche oggi si ascolta, con il celebre “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”…

Gesù è venuto per dare all’uomo un pane che plachi quella fame profonda e radicale che ha l’uomo, e che – se non appagata – rende l’uomo disumano.

Il passo che leggiamo oggi si ritrova nella seconda parte del discorso; nella prima parte Gesù parla del pane come segno della sua missione di Figlio, disceso da Dio come vera e definitiva manna per sostenere con la sua parola, la sua presenza e la sua vita gli uomini amati dal Padre. Nella seconda parte del discorso Gesù fa un passaggio davvero ardito! Inizia con una auto-rivelazione, nella forma tipica del Quarto Evangelo: Io sono il pane vivo disceso dal cielo…per poi dire che quel pane bisogna mangiarlo, di quel pane bisogna nutrirsi (verbo “fàgo”), e quel pane altro non è che la sua carne per la vita del mondo.

La sua parola scandalizza gli astanti, e Gesù – dinanzi allo scandalo – non attenua il suo discorso, ma lo rende ancora più ardito, più scandaloso: parla di mangiare la sua carne e bere il suo sangue come necessari ad avere vita…
E poi rincara lo scandalo, perché quella carne bisogna masticarla, usando qui il verbo greco “trògo” un verbo – diciamolo pure – brutale, un verbo che indica una concretezza sconcertante, uno spessore realistico di forte impatto. Purtroppo in italiano tutto ciò non viene reso, poiché la traduzione utilizza il verbo “mangiare” come se dietro ci fosse sempre il verbo “fàgo”. E’ questo masticare, dunque, che fa dell’uomo uno “destinato” alla vita eterna, e poi alla risurrezione.

L’Eucaristia non va smaterializzata, ha scritto di recente Luciano Manicardi, non va resa tanto “spirituale” da non interessare più la nostra concretezza, la nostra carne; il verbo “trògo” con la sua brutalità ci richiama ad una nostra compromissione con la carne del Figlio dell’uomo, e ad una compromissione vera del Figlio dell’uomo con noi, tanto da voler essere masticato, distrutto per diventare nostra carne, per diventare nostro sangue.

La croce non fu forse proprio questo?
La croce, il mistero del corpo spezzato e del sangue versato, non fu forse un lasciarsi annientare del Figlio dell’uomo per entrare nelle fibre più dolenti della storia? Per raggiungerci nei nostri inferni? Masticare la sua carne è assumere quella logica di amore che non salva se stesso; è assumere Cristo, come vita da vivere nel concreto degli atti quotidiani!

L’Eucaristia, nella prassi cattolica “smaterializzata” e – diciamocelo! – ridotta a fragile particola che non ha più nessuna parvenza di pane, deve ritrovare per i cristiani la sua concretezza cruda, esigente: una concretezza che sia appello al nostro “corpo” e al nostro  “sangue” a percorrere quella stessa via di Cristo, via di dono, di offerta di sè.
Vivere l’Eucaristia non è atto neutrale e “religioso”, non è un atto rassicurante; è entrare, invece, nel rischio mortale attraversato completamente da Cristo Gesù per dare alla storia un volto nuovo.

L’esito di un uomo “eucaristico”, in tal senso, è la vita eterna e la risurrezione, che non sono la stessa cosa ripetuta due volte (Chi “mastica” la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno). La vita eterna è la vita nella carne, nel quotidiano concreto e “banale” ma innervato da Cristo; è la vita che “respira” l’atmosfera di Dio, che è nutrita dall’agàpe, e che trova in essa senso e bellezza. La risurrezione è l’approdo di una tale vita in Cristo, di una vita in Lui vissuta a pieno nella storia! Insomma il vivere qui la vita eterna conduce alla risurrezione nell’ultimo giorno!

Come Cristo, chi vive nell’amore e nel dono di sé che l’Eucaristia grida alla nostra umanità, non può rimanere nella morte, ma accede alla risurrezione… Un uomo come Gesù non poteva rimanere nella morte (gli angeli al sepolcro chiedono, infatti, alle donne di ricordarsi di Gesù, della sua vita, delle sue parole, per capire che Lui non poteva che risorgere! cfr Lc 24, 6); così anche l’uomo “cristificato” dall’Eucaristia, plasmato da quel corpo manducato e da quel sangue bevuto, reso capace di un quotidiano all’amore, non resta nella morte: Lui lo risusciterà nell’ultimo giorno.

p. Fabrizio Cristarella Orestano