Battesimo del Signore – Lasciamo l’uomo vecchio

PER UNA VIA DI AMORE COSTOSO

   –  Is 42, 1-4. 6-7; Sal 28; At 10, 34-38; Mt 3, 13-17   – 

 

Il Battesimo di Cristo, Andrea del Verrocchio (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Il Battesimo di Cristo, Andrea del Verrocchio (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Anche oggi celebriamo un’epifania! Tre sono le epifanie che la Chiesa celebra: quella ai Magi, quella al Giordano nel Battesimo, e quella a Cana di Galilea ove Gesù “manifestò la sua gloria ed i suoi discepoli credettero in lui” (cfr Gv 2, 1-12). In questa domenica celebriamo il Battesimo di Gesù al Giordano.

Cosa fu per Gesù quell’ora?

Mentre tanti andavano dal Battista a farsi immergere nel Giordano, per proclamare una ferma volontà di conversione e chiederne la grazia, Gesù va al Giordano per farsi imergere anche Lui. Perchè?

Nell’Evangelo di Matteo c’è un dialogo tra Gesù e Giovanni Battista – che è solo di questo evangelista – che certamente ha carattere apologetico (vuole, cioè, difendere il primato di Gesù su Giovanni, e vuole affermare che Gesù non aveva bisogno di conversione!); ma questo dialogo ci dà anche luce sul perchè di questo scendere di Gesù nel Giordano, per mano di Giovanni.

Alla perplessità del Battista, Gesù risponde: Lascia fare, per ora, perchè conviene che s’adempia ogni giustizia”. Risposta questa che ha messo al lavoro generazioni e generazioni di Padri e di esegeti… che adempimento è questo di cui parla Gesù? Non può essere un adempimento puntuale di una Scrittura che Matteo, d’altro canto, non cita esplicitamente. Si tratta del fatto che Gesù e Giovanni devono adempiere essi stessi quello che è giustizia di Dio, cioè la sua volontà. Ma perchè Dio può volere che il Messia venga battezzato? La risposta sta nella solidarietà con i peccatori che Gesù è venuto a compiere: nell’Evangelo dell’infanzia si era detto che il bambino, concepito per opera dello Spirito Santo, avrebbe dovuto ricevere il nome di Gesù perchè “salverà il suo popolo dai suoi peccati” (cfr Mt 1, 21)… e come lo farà? Sottoponendosi ad un battesimo di annientamento, lasciandosi sommergere, “affogare” nella morte (cfr Mc 10, 38). Qui l’Emmanuele si consacra alla sua vocazione, e lo fa unendosi alla folla dei peccatori che accorrono al Giordano. Davvero è con-noi, davvero è l’Emmanuele.

Gesù al Giordano compie il primo passo verso il Golgotha: questa è la giustizia di Dio, questa è la volontà del Padre…che vada a cercare i peccatori, stando tra loro, e stando con loro!

L’epifania del Battesimo è un’epifania: una manifestazione a Gesù e – in Gesù – è manifestazione fatta a noi uomini; l’epifania che qui Gesù riceve è dunque la sua verità, di Figlio e Messia. Qui al Giordano avviene come una nuova nascita per Lui, una ri-nascita, in cui si rivela d’improvviso, al suo cuore ed alle sue orecchie, l’infinita ricchezza della sua identità: è il Figlio amato dal Padre, è oggetto di compiacimento e di gioia per quel Padre di cui sta adempiendo la volontà in quella fila di peccatori. La manifestazione che avviene per Gesù diviene allora anche per noi manifestazione di Dio, di come Dio si è messo in cammino con noi nella storia, di quali vie ha scelto, e di come ci chiede di seguirlo, di quale sequela ha bisogno l’Evangelo del Regno.

Isaia, parlando del Servo del Signore, ha detto che su di Lui scenderà lo Spirito; ed ecco che Matteo, mettendosi in parallelo con quella pagina che oggi costituisce la prima lettura, ci mostra lo Spirito che scende su Gesù come una colomba, un’immagine forse suggerita da Gen 1,2, in cui “lo Spirito di Dio aleggia sulle acque” primordiali; al Giordano lo Spirito aleggia sulle acque di un altro “archè”, di  un altro “principio”, sulle acque in cui si immerge il Figlio solidale con i peccatori per dare inizio ad una nuova creazione.

Questo gesto di Gesù di andare al Giordano è un gesto per nulla simbolico o esemplare; è un gesto che porta a compimento, e in modo definitivamente compromettente, l’Incarnazione! Da parte di Dio, questà è davvero la scelta della compagnia con gli uomini, sino al profondo di ogni uomo… fino agli abissi che abitano l’uomo… fino all’inferno in cui l’Adam è voluto scendere per inseguire se  stesso. Il Figlio amato non sta con l’uomo in modo asettico ed esteriore; Egli è venuto a cercare chi è perduto (cfr Lc 19, 10), e per questo è disposto a perdere se stesso.

Lo Spirito sarà la forza del suo donarsi, del suo offrirsi; sarà la forza per combattere il male e mostrare la vicinanza del Regno (“se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è giunto a voi il Regno di Dio” – cfr Mt 12,28).

La voce dal cielo, che Marco attestava essere rivolta a Gesù (“Tu sei il mio Figlio, l’amato” – cfr Mc 1, 11), Matteo la fa diventare un invito rivolto a noi uomini: è necessario riconoscere in quell’Uomo innocente ma solidale con i peccatori, il Figlio amato (scrive Matteo: “Questi è il mio Figlio amato”), via per ritrovare il “cielo”, Dio … E su quel Figlio sceso nelle acque del Giordano si aprono i cieli, quegli stessi cieli che il peccato, la disobbedienza dell’Adam avevano chiuso (cfr Gen 3, 24). In Gesù sarà possibile dunque ritrovare Dio come Padre, sarà possibile essere figli nel Figlio, e sarà possibile divenire luogo della dimora dello Spirito di Dio, per essere capaci di misericordia, di condivisione, di amore e di speranza.

Se il Figlio si è immerso tutto nelle acque, rese impure dal nostro peccato, noi uomini riceviamo in dono la possibilità di essere immersi nel Figlio per essere immersi nel Padre, nella forza dello Spirito. Le acque che furono strumento di morte nel diluvio (cfr Gen 6, 17) saranno, per i credenti in Cristo, luogo di nascita dell’uomo nuovo fatto ad immagine del Figlio; le acque, come quelle del Mar Rosso, saranno per i credenti passaggio dalla schiavitù alla libertà …

Ma nelle acque bisogna lasciare l’uomo vecchio, immagine del vecchio Adamo. Non ci sarà passaggio senza sacrificio, senza offerta, senza una morte…la morte costosa dell’uomo vecchio! L’infinitamente preziosa vita nuova ci sarà donata da figli nel Figlio: figli chiamati a camminare su quella stessa strada che Lui, dal Giordano, percorse in tutta la sua vita, insegnadoci ad essere uomini; una via di misericordia e di perdono, una via condivisione e di fraternità, una via che rigetta ogni mediocrità, scegliendo sempre l’Evangelo che ci fa contraddizione di ogni mondanità.

Gesù fece così, per questo venne nella nostra carne…

Al termine di questo Tempo di Natale ci chiede se vogliamo davvero seguirlo, e seguirlo da discepoli del Messia incamminato su una via di amore costoso.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica del Tempo Ordinario – Il principio dei Segni

 QUANDO MANCA L’AMORE E LA GIOIA, MANCA L’UOMO 

Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-11

 

Le nozze di Cana (Icona, Monastero di Ruviano)

Dopo l’epifania a tutte le genti incontrate dal “Re dei Giudei” attraverso i Magi venuti dall’oriente, e  dopo l’epifania avvenuta al Giordano, in cui il Padre si manifesta e dona lo Spirito al Figlio, ecco oggi la terza epifania a Cana di Galilea in cui il Figlio manifesta la sua gloria a quella piccola comunità di discepoli che è appena nata attorno a Lui. Una manifestazione che avviene in un contesto preciso ed altamente simbolico, quello delle nozze.

Il matrimonio in Cana di Galilea ci racconta l’inizio di quei segni che Gesù offre, nel Quarto Evangelo, affinchè gli uomini riconoscano la sua vera identità; il matrimonio in Cana ci annunzia un tempo nuovo che Gesù è venuto ad inaugurare per il Popolo della Prima Alleanza e per tutti gli uomini!

In tal senso, già il nome della località in cui Giovanni ambienta questo primo segno ha per molti un’eco simbolica: “Cana”, infatti, deriverebbe dal verbo ebraico “qanah” che significa “acquistare”, e ci porterebbe a contemplare quel “popolo che Dio si è acquistato” (cfr Es 15, 16; Dt 32, 6 oppure ancora il Sal 72, 4)…il popolo di Israele, depositario dell’Alleanza, e qui rappresentato dalla Madre di Gesù, la “Figlia di Sion”, e dai discepoli tratti da quel popolo santo e seme della comunità di Gesù appena nata…Questo popolo, “acquisizione” di Dio, ora deve iniziare a vedere la gloria del Figlio! Ed ecco questo sposalizio in Cana che predispone uno “scenario” ed un “tempo” che annunziano che è “ora” di nozze tra Dio e l’umanità attraverso “la Parola, carne divenuta” (cfr Gv 1,14) che si manifesta qui attraverso “l’acqua, vino divenuta” (cfr Gv 2,9)!

Le nozze! Ci riportano subito all’amore e alla gioia…e la Prima Alleanza aveva usato tante volte la metafora delle nozze per parlare dell’amore del Signore per il Popolo, del desiderio di Dio di un vincolo saldo e tenerissimo, fatto di fedeltà e di dono! I profeti avevano parlato di nozze con linguaggio amoroso, nostalgico, forte, ma anche con toni di promessa.

In questa domenica si ascolta il passo tratto dagli oracoli di Isaia in cui risuonano con chiarezza temi dell “amore” e della “gioia”: Per amore di Gerusalemme non tacerò”, “come gioisce lo sposo per la sposa così gioirà il tuo Dio per te”. Pensiamoci: amore e gioia! Qui a Cana il Dio fatto carne rivela, manifesta la sua gloria con un segno, quello dell’acqua diventata vino, dicendoci che è venuto a salvarci da quel male terribile e strisciante che annienta la nostra umanità, e che è simboleggiato dall’assenza di vino alle nozze: la mancanza di amore e di gioia! Diciamoci la verità, quando queste due cose mancano, manca l’uomo!

Gesù qui rivela di essere lo sposo venuto a dire l’amore e a dare l’amore, di essere lo sposo che gioisce per la sposa e le dona gioia e fecondità.

Quando non abbiamo amore e gioia, noi uomini sentiamo di essere stati “derubati” dell’essenziale; quando non abbiamo amore e gioia, noi uomini diventiamo cattivi ed egoisti, e siamo disposti a metterci anche al servizio della “morte” nell’illusione di raggiungere quegli scopi…è tremendo ma è così!

L’Evangelo di Giovanni pone come principio dei segni questo delle nozze in Cana, un segno che è annunzio di gioia e di amore! Il vino delle nozze che il Messia dona è buono (in greco “kalòs” che significa anche “bello”) ed è abbondante (più di seicento litri di vino!!)…il Messia è lo sposo capace di donare amore e gioia in abbondanza, è lo sposo capace di trasfigurare nella bellezza le vite degli uomini attraverso il suo amore! Insomma, attraverso Gesù, la Parola fatta carne, ogni uomo può gustare questo vino inebriante dell’amore e della gioia!

Certamente questo segno di Cana conduce all’“ora” in cui il segno diverrà realtà palpabile, visibile, pienamente accessibile…l’annunzio di Cana richiama all’”ora” in cui le vere nozze saranno celebrate sulla croce e saranno nozze di sangue in un “amore fino all’estremo” gridato dal Crocefisso nell’ora suprema del Golgotha (“tetélestai”, cioè “fino all’estremo”, fino al “télos”, fino, cioè, al pieno compimento!).

La Donna, la “Figlia di Sion”, la Madre presente a Cana, icona del popolo che Dio si è acquistato, sarà anche, con il Discepolo amato, presente nell’ora, e sarà segno di quella comunità credente che nasce dall’amore fino all’estremo del Figlio, nella duplice polarità di “Madre” e “Discepolo amato”.

Vorrei notare però ancora una cosa: l’epifania dell’“acqua, vino diventata” avviene a Cana di Galilea e non a Gerusalemme, o magari sul colle del Tempio; e neanche presso il monte Garizim, dove avviene il dialogo con la Samaritana, luoghi considerati, dai credenti,  “santi” e di culto…questa epifania in cui è offerto il vino del Messia, vino di gioia per l’amore sponsale di Dio, avviene in un luogo marginale, semplice, quotidiano, umile…di quella umiltà che è quotidianità anche ripetitiva…come le nostre vite! E’ lì che si dipana la vita della Chiesa sotto lo sguardo dello Sposo innamorato…è lì, e non nei “grandi eventi” (come orribilmente si usa dire oggi!), è lì, nel grigio quotidiano, che siamo amati e quindi abbiamo possibilità di accesso alla gioia che proviene da Dio!

Accogliere l’epifania dello Sposo, in attesa dell’ora delle nozze di sangue, è principio di un cammino di gioia nella certezza della promessa di una gioia più grande, senza confini: quella gioia che sgorgherà dall’amore pasquale del nostro Dio. E tutto questo siamo chiamati a viverlo e a portarlo nella storia concreta e contraddittoria di ogni giorno, quella nella quale viviamo, quella nella quale l’Evangelo ci vuole a lottare per l’ “uomo” che significa sempre, non dimentichiamolo mai, lottare per Dio!

Appena concluso il tempo di Natale, già si staglia all’orizzonte, nel segno di Cana, l’ombra amorosa della croce e la luce di speranza della risurrezione…e allora, come ha scritto Isaia, non saremo più chiamati “abbandonati”, né devastati”…ma saremo chiamati dal Signore “mio compiacimentoe la nostra terra “sposata”!

La Chiesa, sposa amata, annunzi questo al mondo e annunzierà vita, gioia, senso! Questo annunzio è il principio dei segni!




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Battesimo del Signore – Vivere da battezzati

ESSERE FIGLI NEL FIGLIO, ARDENTI NEL FUOCO

Is 40, 1-5.9-11; Sal 103; Tt 2, 11-14; 3, 4-7; Lc 3, 15-16.21-22

 

Battesimo di Cristo (Icona, Museo di Belgrado)

Questa domenica conclude, con grandissime prospettive, il Tempo di Natale e ci proietta in quel cammino quotidiano che la liturgia della Chiesa sottolinea come “Tempo ordinario” che non è un tempo “minore”, di minore importanza, ma è la nostra vita appunto “ordinaria”…qualcosa, dunque, di grande importanza!

La domenica del Battesimo del Signore ci ripresenta, come una grande sinfonia, tutti i temi che, in qualche modo, abbiamo udito e contemplato nei giorni del Natale. Risentiamo oggi le parole della consolazione per bocca del Profeta Isaia; infatti, la presenza di Gesù, il Figlio eterno fatto carne, vicinanza estrema di Dio, è davvero consolazione per le vie dolorose della storia, è davvero via dritta e spianata per giungere alla nostra piena umanità, come ha scritto Paolo nel bellissimo testo della Lettera a Tito che abbiamo ascoltato anche nella Notte del Natale: E’ venuto ad insegnarci a vivere in questo mondo…è questa la via della rivelazione cristiana per giungere a Dio…la via dell’uomo!

E il Figlio si immerge nelle acque torbide del nostro peccato, uomo tra gli uomini, infinitamente santo ma in fila con i peccatori, Signore della storia ma sottomesso alla mano del Battista!

Ora di grazia questa discesa nel Giordano; ora di grazia per noi uomini; ora di grazia per lo stesso Gesù che qui termina il suo percorso, diremmo oggi, di discernimento, nella ricerca della sua identità; ora di grazia per Lui che riceve dal Padre quella parola rivelativa: “Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto”!

Finalmente qui Gesù sa pienamente la sua identità di Figlio e la sua missione di salvezza che già il suo stesso solo nome portava. “Gesù” è in ebraico “Jeoshuah” che vuol dire proprio “Il Signore salva”. Con Gesù dalla nostra parte, in fila con i peccatori fino a diventare egli stesso “peccato” appeso alla croce, inizia per noi uomini un tempo nuovo, un tempo di consolazione e di possibilità di vita altra, tempo di compagnia piena e definitiva di Dio. In Gesù si manifesta la vicinanza  estrema di Dio alla storia e ad ogni uomo!

Nel passo di Luca che oggi si ascolta è impressionante un contrasto: il Battista, per dichiarare senza mezze misure di non essere lui il Cristo, sottolinea una infinita distanza tra lui stesso e quel Veniente che battezzaerà in Spirito santo e fuoco; dirà, infatti: “Non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali”. Dio invece, in quel Figlio sceso nel Giordano, grida la sua vicinanza all’uomo e alla storia!

Al Giordano Dio finalmente si rivela per quello che è: Padre e Figlio e Spirito Santo! Così la terra è raggiunta dalla voce del Padre, dalla carne del Figlio, dalla discesa dello Spirito “in forma corporea”; forte richiamo, questo, alla corporeità dell’uomo il quale lì, nella sua carne, dovrà dare accesso a Dio, al suo Soffio rinnovatore.

Se il primo Adam si era nascosto da Dio e i cieli si erano chiusi (cfr Gen 3,8.24), quest’ultimo Adam, Cristo Gesù, si spalanca a Dio nella preghiera e i cieli si aprono sulla storia degli uomini! Luca annota con sottigliezza, infatti, che la manifestazione di Dio avviene dopo il Battesimo e mentre Gesù pregava.

 “Pregava”… sì, è solo nella preghiera che il nostro essere figli si fa chiaro, e può dipanarsi come vita altra, vita di figli e non di schiavi, vita nella storia, “in questo mondo”!

La preghiera è l’“atmosfera” in cui il battezzato può sopravvivere come figlio! Senza questo “respiro” di vita che è la preghiera, pure se “nati” nel Battesimo, si muore soffocati quali figli di Dio!

Gesù di Nazareth nel “respiro” della preghiera scopre il suo vero volto di Figlio ascoltando la voce del Padre; nella preghiera permette ai cieli di aprirsi di nuovo per la storia…il “grido” di Isaia (63,19) riceve finalmente risposta: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”

La teofania del Giordano ci dice che i cieli ormai sono aperti: il Figlio è venuto nella nostra carne, lo Spirito di Dio aleggia di nuovo sulle acque per una nuova creazione (cfr Gen 1,2), la voce del Padre risuona colma di tenerezza e di compiacimento per l’uomo! Ora davvero tutto è possibile all’uomo amato da Dio!

Il Figlio amato sceglierà liberamente e per amore di pagare un prezzo per donarci la santità che è, non stanchiamoci mai di ripeterlo, piena umanità! Il Figlio di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, oggi lo contempliamo “affogato” nelle acque del Giordano sporche del peccato dell’uomo che il Battista immergeva per la conversione, ma lo contempleremo ancora confitto al legno dei maledetti per portare a pieno compimento la sua scelta di essere “con noi”!

Gesù nel suo amore ci ha davvero immersi in Spirito Santo e fuoco nel giorno del nostro Battesimo; in quel giorno santo per ognuno di noi ci è stato fatto un grande dono; in Gesù Dio ci ha fatti suoi e ha acceso in noi un fuoco che brucia tutto ciò che di Dio non è, e ci fa ardere di quell’amore capace di dare la vita! Il solo vero amore, perché vero amore è solo quello che dona la vita!|

Vivere da battezzati è questo! Essere figli nel Figlio ardenti del fuoco di Dio! E’questo il fuoco che dovrebbe scaldare e rinnovare il mondo.

I santi lo fanno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Epifania del Signore – Manifestazione della carne di Dio

…CHE ACCOGLIE E SALVA

 Is 60,1-6; Sal71; Ef 3,2-3.5-6; Mt 2, 1-12

  

C’è un dramma che si agita dentro ognuno di noi; è una divisione drammatica che scopriamo nel profondo di noi stessi: “Mi gioco o no nel seguire i desideri del cuore? Nel seguire quei desideri che per il mondo sono strani, scomodi, contro-tendenza, a volte giudicati folli … li seguo o rimango nella banale comodità quotidiana senza affrontare “viaggi”, ricerche, capovolgimenti, confronti pericolosi?” Dalla risposta che diamo a questa domanda dipendono molte cose. I Magi sono “icona” dell’uomo che vive una santa inquietudine dinanzi a se stesso, a Dio, alla storia … i Magi di cui Matteo solo ci narra la straordinaria “avventura” (e qui poco conta farsi domande sul genere letterario di questo brano o sulla verosimiglianza storica del racconto!) ci sono consegnati dalla Scrittura per permettere alla nostra riflessione sull’Incarnazione di Dio di fare un passo ulteriore e direi definitivo.

Epifania del Signore significa “Manifestazione del Signore” … il manifestarsi di Dio, per prima cosa, ci chiede di fare i conti con qualcosa in cui realmente ci imbattiamo: in un Dio che ci cerca e a noi si manifesta. Si manifesta incarnandosi, scegliendo cioè un “luogo” leggibilissimo in cui tutti potessimo riconoscerlo e trovarlo: la nostra carne, la nostra umanità.

La manifestazione richiede subito che ci sia chi colga questa manifestazione … l’Epifania del Signore ha in sé la richiesta di partire da sé per dare accesso nel proprio “mondo” a Colui che si è manifestato! L’ Epifania è dono che però chiede un “viaggio” rischioso!

L’Epifania che oggi celebriamo è porta spalancata ad ogni uomo, ad ogni storia, ad ogni razza … nessuno è escluso da questo dono che ci è venuto attraverso Israele e attraverso le promesse che Israele stesso ha custodito; per quanto si possa essere “lontani” il dono è per tutti! Il problema è scegliere di “giocarsi” per questo dono …

L’Evangelo di Matteo ci dice, nei suoi primi due capitoli, che a “giocarsi” rischiando è chiamato sia l’Israele fedele che i pagani … dell’Israele fedele Giuseppe è immagine e compimento: è partito dalla terra dei suoi desideri e dei suoi sogni per approdare nella terra dei progetti di Dio, nella terra dei sogni di Dio. Giuseppe si è “giocato” la vita con questi sogni di Dio. Lo stesso deve fare chi viene da “lontano”, il pagano, lo straniero; ed ecco i Magi: lasciano quello che hanno, le loro terre e meravigliosamente si mettono a seguire una stella!

Questo “partire” permette loro di mettersi inconsapevolmente in sintonia con i desideri di Dio. Essi non lo sanno ma seguendo quella stella sono divenuti cassa di risonanza alla prima parola che Dio rivolge all’uomo nel giardino dell’ “in principio”. Lì il Signore aveva chiesto all’Adam: Dove sei? Ora l’umanità diviene, nei Magi, eco di quell’antica domanda: Dov’è il re dei giudei che è stato partorito? I Magi sono segno di quella ricerca dell’uomo che desidera la vita (cfr Sal 34,13) e che usa le sue facoltà, la sua intelligenza e i desideri del suo cuore per mettersi in “viaggio”; Matteo ci dice che uomini così possono approdare a conoscere il “dove” della vita che è il “dove” di Dio solo se giungono a Gerusalemme e lì alle Scritture: solo la rivelazione contenuta nelle Scritture che Israele custodisce (Gerusalemme) può far approdare i cuori dei “cercatori di Dio” a quel “dove” impensabile dalla nostra intelligenza: il “dove” è una Madre, un Bambino, una gioia pura che esplode lì a Betlemme, “luogo” che le Scritture hanno indicato. Lì si ferma la stella ed iniziano a muoversi i cuori … i Magi si prostrano ed adorano: atti questi assolutamente irrazionali che riconoscono in quel Bambino la fonte della vita; e a quel Bambino dischiudono i loro tesori: le ricchezze della loro umanità che li hanno condotti a cercare Dio ed il suo Messia; ora quelle ricchezze vengono consegnate al Messia perché egli le assuma e le illumini ancora.

I Magi sono allora una prima risposta a quella domanda drammatica di cui dicevamo all’inizio; c’è però anche una seconda possibile risposta: “Non vale la pena mettersi in gioco, non vale la pena lasciare le certezze, non vale la pena seguire una stella … è meglio rimanere nelle proprie sicurezze e nel proprio recinto di mura …” E’ quanto fa Erode abbarbicato com’è al suo tremendo potere che vive solo di paure e  di menzogne, è quanto, più tragicamente, fanno gli Scribi di Gerusalemme che custodiscono la Santa Scrittura e sanno il “dove” di Dio ma non si muovono e anzi si fanno strumento di una violenza che cercherà Dio solo per ucciderlo.

Magi che hanno deciso che valeva la pena giocarsi troveranno la Vita e l’adoreranno, gli altri pretenderanno di sopraffare la Vita e la Luce … dinanzi a Dio ed alla sua impensabile presenza tra noi le vie possibili sono queste: quella dei Magi, quella di Erode, quella degli Scribi

I Magi aprono al Messia i loro tesori, Erode cerca di eliminarlo dal suo orizzonte perché teme che gli faccia ombra e contraddica la sua sete di potere, gli Scribi restano indifferenti, arroccati nelle loro certezze “religiose”, immobili perché incapaci di “sognare” con la Scrittura. Lo “sta scritto” per loro non è via di ulteriore ma solo terreno di possesso e certezze rassicuranti.

I Magi no! Alla fine partono da Betlemme ancora più “sognatori” … ancora meno arroccati in certezze imprigionanti … giunti al “dove” di Dio sono davvero liberi … liberi di credere più a un sogno che ad un re potente (Avvertiti in sogno di non tornare da Erode per un’altra strada fecero ritorno al loro paese) … Ora la loro è davvero un’altra strada.

I Magi sono primizia di tutta l’umanità a cui la domanda “Dove sei?” ha ricevuto da Dio stesso una risposta: “Dove sei? Se ti nascondi io vengo a cercarti e lo faccio nella tua stessa carne, nella tua fragilità, nella tua storia … vengo a cercarti ed accendo in te il desiderio di “oltre” perché possa sollevare lo sguardo verso le stelle e possa anche tu domandare “dove?. In quei “dove?” intrecciati ci incontreremo.”

Quando gli uomini incontrano Dio, Dio non disdegna i loro tesori; li accoglie, li trasforma e ne fa ancora luogo della sua Incarnazione. All’Epifania scopriamo che l’Incarnazione non cessa mai perché Cristo, manifestandosi ad ogni carne chiede a quella carne di poter essere luogo della sua presenza, chiede a quella carne di divenire terra di Dio!

La Manifestazione del Signore nel Bambino di Betlemme è disarmata e disarmante e prepara la Manifestazione suprema disarmata e disarmante che si compirà nella Pasqua di Croce e Risurrezione. La luce dell’Epifania si apre alla luce della Pasqua, piena Manifestazione della carne di Dio che accogli e salva.

Per questo motivo anche oggi la Chiesa, per antichissima tradizione, annunzia il giorno della Pasqua di questo anno di grazia 2011.

Lasciamoci scaldare dalla luce di Cristo, diamo accesso alla luce di Cristo che vuole abitarci ed indicarci la via della vita.

 




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