Epifania di Nostro Signore – Una chiamata ad incontrare e conoscere Dio

VITE COMPROMESSE CHE RACCONTERANNO LA LUCE

Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3a.5-6; Mt 2, 1-12

E’ la grande solennità dell’Epifania, della manifestazione del Signore! Colui che è nato nella nostra carne non si tiene nascosto, è manifestato agli uomini, a tutti gli uomini!
L’Epifania è la festa di questa universale chiamata ad incontrare e conoscere Dio in Gesù Cristo, Figlio di Dio.
Il racconto di Matteo ci ha mostrato due che si sono compromessi per questa venuta e questa manifestazione : Maria e Giuseppe.
Maria e Giuseppe hanno creduto l’incredibile, hanno messo in gioco i loro sogni e i loro progetti, sono partiti per un’avventura incredibile ed irraccontabile; attorno a questa nascita, ci narra Matteo , si muove un mondo capace di mettersi in gioco ed i Magi ne sono icona formidabile, icona di chi è capace di partire al buio, magari solo al lume di una stella, lasciandosi alle spalle sicurezze e comodità, sfidando l’incertezza ed in un confronto con un mondo che si rivelerà ostile ed ambiguo.
Matteo vuole dirci che questo Dio nella carne chiede una scelta di campo; Egli è segno di contraddizione e di discrimine tra uomo ed uomo, tra cuori e cuori; davanti a quel re che è nato si deve prendere una posizione, ci si deve scomodare.
Lui è nato per tutti , ma noi siamo capaci di essere ciascuno totalmente per Lui? Sappiamo avere il coraggio, come Maria e Giuseppe, come i Magi , di rischiare per Lui la vita, i progetti, i sogni, la nostra storia personale. Luca , nel suo evangelo, aveva detto questa categoria con le parole del vecchio Simeone: E’ qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori (cfr Lc 2, 34-35), Matteo ci dice lo stesso con questo racconto dei Magi in cui si mostra un mondo diviso da quel Bambino , un mondo che si solleva contro di Lui appena nato, un mondo capace di un’opposizione che si manifesta parallelamente alla sua manifestazione !
Gerusalemme, con il suo re pagano non adempie la parola di Isaia che abbiamo ascoltata quale prima lettura: non si riveste di lucenon è raggiante , il suo cuore palpita e si dilata … Gerusalemme è incapace di rivestirsi di luce e di cogliere la luce della stella come promessa di vita; la luce di quella stella , annunciata dai Magi, per questa Gerusalemme è minaccia che dà turbamento perché è minaccia delle sue vie mondane, delle sue scelte mediocri di potere, dei suoi comodi immobilismi … Gerusalemme con Erode e con coloro che avrebbero dovuto essere sapienti, si riveste di lutto e di delitto per ostacolare la luce di Dio. La tenebra sfodera tutte le sue armi contro la luce della stella del Messia e giungerà a versare sangue innocente. La tenebra non vuole la manifestazione di Dio perché Dio è luce e perché indica vie troppo diverse da quelle che essa propone.
I Magi , invece, non hanno paura di spalancare i loro tesori davanti al piccolo re che è nato … non si lasciano ingannare dall’ordinarietà umile di quel semplice Bambino e di sua Madre , né dalla semplice casa ove li trovano, una casa così diversa dalla reggia di Erode. I Magi sanno fare quello che Gerusalemme non ha saputo fare: sanno gioire ! Essi sì, si rivestono di luce perché la gioia è luce! Matteo, infatti, dice: Al vedere la stella essi gioirono di grande gioia ! Ormai le fatiche, le lotte, i “no” che hanno dovuto dire a se stessi ed ai propri progetti se li gettano alle spalle; quello che ora conta per loro è la gioia di quell’incontro e la via nuova che da ora possono percorrere (Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese).
I Magi, giunti a Betlemme, entrano nella casa, vedono il Bambino con sua madre e si prostrano in adorazione .
Questo entrare nella casa e questo incontrare il Bambino con Maria ci fa irresistibilmente pensare alla Chiesa. Maria ne è sempre “icona” (e poi c’è pure quel particolare della casa …) è lì, tra le braccia della Madre-Chiesa, nella casa che è la Chiesa che gli uomini potranno e dovranno incontrare il Signore … è lì che dovranno essere condotti per gioire di gioia grande .
Il problema è quando questa casa non è più casa di Cristo ma viene ingombrata di troppe cose che la rendono irriconoscibile e che offuscano e ostacolano l’incontro; il problema è quando quelle braccia non sono più braccia materne e offrono all’uomo altre cose, magari cose che il mondo gradisce e non la sua sola, vera ricchezza: Gesù !
Su questo, credo che in questo santissimo giorno, dobbiamo molto interrogarci per trovare vie nuove e radicali di essere Chiesa di Cristo in questo mondo, per essere casa e madre, per essere custode di quell’Evangelo che solo può accendere la gioia nei cuori.
Erode ed i sapienti di Gerusalemme restano nel loro torbido mondo fatto di un sapere senza vita e di una paura che tutto raggela, la Chiesa di Cristo, casa di comunione e madre che offre la sua vera ricchezza al mondo, può accendere la gioia e la speranza e può dare la possibilità di trovare un’altra via a chi, attraverso di lei, incontra il Signore! Se noi, Chiesa di Cristo, diventiamo un torbido mondo fatto di sapere senza vita e senza amore e di paure che raggelano e impediscono voli alti, gli uomini non potranno gioire di Cristo perché non avranno chi lo manifesterà loro.
Epifania significa “manifestazione” … oggi l’ “epifania” di Dio è affidata alle nostre vite; solo se saranno vite compromesse e messe in gioco per Gesù racconteranno la luce che dona gioia e dà speranza. Oggi dobbiamo fare assieme un sogno : una vita di Chiesa vera “epifania” di Cristo; in tutto e per tutto, senza né sconti, né addolcimenti, né compromessi.

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Maria, Madre di Dio – La benedizione di Dio

PER UNA VITA BELLA, BUONA E FELICE!

Nm 6, 22-27; Sal 66; Gal 4, 4-7; Lc 2, 16-21

 

Come è illusoria quell’espressione “anno nuovo, vita nuova” che tante volte si ripete e che, in questi giorni, ci siamo detti esplicitamente o implicitamente … espressione illusoria perché, diciamoci la verità, il semplice trascorrere del tempo sul calendario, secondo una convenzione che ci siamo dati e secondo i calcoli astronomici che la scienza ha fatto per computare un’intera rotazione della Terra attorno al sole, non cambia nulla nelle nostre vite! … L’unica cosa che davvero avviene e che ci facciamo più vecchi; ma la “vita nuova” è ben altro ed è possibile solo grazie a ben altro!
Certo, il trascorrere del tempo ci mostra la grazia di un tempo ulteriore che ci è dato, tempo da vivere e da riempire di bellezza e di senso, tempo da non sprecare né da far scorrere e basta; quanto però al “novum”, all’ulteriore che ogni uomo (coscientemente o incoscientemente) si attende, l’anno nuovo, il cambio di cifra sul calendario, non ha alcun peso o valenza; il “novum”, l’ulteriore, è possibile a pieno solo se sappiamo cogliere, all’interno del quotidiano che ancora si apre dinanzi a noi, la benedizione di Dio !
Proprio per questo la liturgia di questo giorno, ottava del Natale e primo del nuovo anno, si apre con la pagina del Libro dei Numeri in cui il Signore consegna a Mosè la parola da dire ad Aronne, capostipite dell’ordine sacerdotale in Israele; parola con cui dovrà benedire il popolo: “Ti benedica il Signore e ti custodisca,il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia,il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace. Così – aggiunge – porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò”.
La benedizione. Non è atto scaramantico, protettivo, come purtroppo spesso è letto anche da tanti cristiani; no, la benedizione è la salvezza di Dio, la sua presenza che fa essere, sostiene e dà pace, presenza che si “insinua” nell’umile quotidiano. La benedizione non è atto eclatante di salvezza (come per esempio l’apertura del Mar Rosso!), ma è lo “scorrere” di Dio nelle “vene” della nostra vita di ogni giorno; la benedizione è quella realtà per cui la terra dà frutto, l’umanità è feconda, la vita produce umilmente frutti di amore, gli uomini sanno incontrarsi nella pace e nella gioia della comunione; la benedizione è quella presenza di Dio che, scorrendo nel quotidiano, rende possibile la vita bella, buona e felice … la benedizione di Dio è quella sua presenza che sostiene e consola nelle ore di tribolazione e di pianto, è quella presenza che ci dona speranza anche nella morte e che ci fa cogliere che la nostra vita è ben più grande dei nostri limiti e anche dei nostri peccati!
Cogliere questa benedizione significa vivere alla luce di essa e sperimentarne la dolcissima
potenza. Cogliere la benedizione è lasciarsi portare da Dio sulle strade del “novum”, dell’ulteriore.
Cogliere oggi la benedizione è, per noi cristiani, soprattutto, un ricordarci di Gesù! Lui è la benedizione! La sua carne ha portato benedizione ad ogni carne, a tutta la storia … non c’è storia, vicenda, dolore, angoscia, gioia, fatica, speranza di uomo che non sia abitabile dalla benedizione che è Gesù! Il Signore l’aveva promesso ad Abramo: “In te saranno benedette tutte le stirpi della terra” (cfr Gen 12, 3b) e in Gesù l’ha realizzato! Gesù, figlio di Abramo, è l’adempimento di quella lontana promessa risuonata nel cuore di Abramo quando era ancora un Arameo errante … Ecco perché oggi, nell’ ottava del Natale, è di fondamentale importanza ricordarci di quei due versetti di Luca che sono al cuore del brano evangelico di questo primo giorno dell’anno: Quando furono passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo … E’ importante ricordare che la sua carne fu circoncisa e quell’atto rituale, in obbedienza alla Torah, lo fece ebreo, figlio di Abramo, “luogo” in cui s’adunarono tutte le promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza (cfr Lc 1, 55). Se la sua carne non fosse circoncisa, Gesù non potrebbe essere il Messia, il Salvatore, la benedizione per Israele e per tutte le stirpi della terra.
Oggi, allora, contemplando il mistero della sua circoncisione cantiamo la fedeltà di Dio che adempie le sue promesse e rende possibile ogni benedizione, ogni “novum” per noi, cantiamo la sua fedeltà che ci apre ad ogni possibilità di speranza.
Il bambino che abbiamo contemplato a Betlemme riceve il suo nome: Gesù . Sappiamo che quel nome è un nome anch’esso carico di promesse: Jeoshuah,il Signore salva”. Gesù: il nome che pronunziamo nella preghiera, il nome che pronunciamo nei pericoli o nelle invocazioni, il nome che speriamo d’avere sulle labbra nell’ora della nostra morte … il nome di Colui che è la benedizione per noi e per questo mondo, che troppo spesso crede di essere “benedizione” per se stesso, di non essere bisognoso di quella benedizione che tutto fa essere, fa rinascere e fecondare.

Il nuovo anno si apre con questa contemplazione della fedeltà di Dio che rende possibili i giorni degli uomini, della benedizione che li rende fecondi di vita e di bene, che li rende sensati; contemplazione però non di qualcosa di astratto, ma di un volto concreto, quello di Gesù di Nazareth, nato da donna, nato sotto la legge quando i tempi furono riempiti come ha scritto Paolo nel testo della Lettera ai cristiani della Galazia che oggi abbiamo ascoltato. Contemplando la benedizione di Dio che tutta s’aduna in Gesù oggi la Chiesa ci indica anche il sublime mistero della Divina Maternità di Maria. Quella fedeltà di Dio non si spaventa di passare per il grembo di una donna che potesse dare vera carne d’uomo e di uomo ebreo al Figlio dell’Altissimo; il nostro Dio è passato per la sua carne ed il suo sangue tanto che di Maria possiamo dire quella parola paradossale: l’umile donna di Nazareth, nata nel tempo e nello spazio, in un oscuro villaggio di Galilea, è Madre di Dio!
Lei è la prima che si fa inondare dalla benedizione e fa scorrere nelle “vene” della sua umile storia la promessa di Dio e la sua fedeltà! In Lei il sangue dell’uomo diventa sangue di Dio, la carne dell’uomo diventa carne di Dio. Il Figlio nasce davvero nella nostra piena umanità … ricordiamo che il Verbo incarnato è nato “sporco”, come ci rammentano con sapienza teologica le icone bizantine della Natività in cui si vede la scena della levatrice che lava il Bambino appena nato, sapiente sottolineatura iconografica della vera, piena umanità di Cristo contro ogni “docetismo”: è nato “sporco”, come tutti noi, da una vera Madre … Il Figlio di Maria è il Figlio eterno! Mistero insondabile di unità, garanzia di benedizione su ogni giorno dell’umanità.
Questo anno di grazia che si sta aprendo dinanzi a noi sia colmo di questa consapevolezza, di questa fedeltà di Dio accolta e custodita perché divenga nostra fedeltà all’evangelo che Gesù, benedizione di Dio a tutte le genti, è venuto a portarci per la nostra gioia!
Sarà un anno felice, al di là degli eventi lieti o tristi che porterà, solo se sarà pieno di un coraggioso al Dio fedele!
E’ questo l’augurio che dobbiamo farci in questo primo giorno dell’anno: fedeli al Dio fedele! Forza della nostra fedeltà sarà la sua benedizione.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

IV Domenica di Avvento – La nostra arroganza verso Dio

VIE CHE SONO ALTRO E OLTRE

  –  2Sam 7, 1-5.8b-12.14a.16; Sal 88; Rm 16, 25-27; Lc 1, 26-38  –  

 

Il nostro tempo è segnato da una grande arroganza dell’uomo; un’arroganza che non solo si esercita verso l’altro uomo, specie se più debole o bisognoso, ma anche verso l’“alto”, verso Dio, verso l’ulteriore, verso il “non misurabile dalle nostre categorie, dai nostri metri, dalle nostre bilance, dal nostro sentire.
Sempre più l’umanità è tentata di guardare solo all’interno dei confini della storia, di quella che può controllare, convinta com’è che le risposte alla storia vengono solo dalla storia.
E Dio?
O lo si esclude, come fa la gran parte degli uomini “emancipati”, o lo si riduce allo spazio di poche occasioni rassicuranti (certe tappe della vita o le feste “irrinunciabili” come il Natale) oppure lo si inquadra nel prevedibile, nella “conservazione” di un esistente che sempre si ripete e nella pretesa, addirittura, di accampare “meriti ” presso di Lui. E così lo si fa andare a finire nel computo dei profitti …
E’ il rischio mortifero che oggi corre il cristianesimo; la via opposta a questa è la fede cristiana … non un cristianesimo che assomma in un gran calderone tradizioni, “religione”, buonismi di varia natura, rassicurazioni, moralismi, controllo, potere, elemosine che fanno sentire “buoni” (magari “per lo meno a Natale!”) e tante altre contraffazioni di questo genere ma fede cristiana che è aprire gli orizzonti della storia, della propria storia ad un ulteriore di Dio che non è deducibile dalla storia ma avviene nella storia, irrompe nella storia.
Davide, nel racconto del Secondo libro di Samuele che oggi ci è proposto, è tentato di “religione”, è tentato di arroganza tanto da voler erigere una casa a Dio come l’ha fatto per sé (si noti che l’ha costruita prima per sé!); a un simile atteggiamento stoltamente presuntuoso, autosufficiente e “religioso” il Signore risponde con una profezia affidata a Natan (il quale pure lui deve “convertirsi” dalla sua approvazione al progetto del re!) in cui ristabilisce gli equilibri: il primato è suo, Davide non si inganni (forse le sue vittorie lo hanno accecato!); la casa la darà il Signore a lui e non sarà né di cedro, né di pietra ma sarà di carne e sarà una casa stabile per sempre.
Parole misteriose che vanno ben oltre la storia di una dinastia (per altro disastrosamente corrotta e annientata in poco più di quattro secoli!), parole che dischiudono una via imprevedibile in cui solo Dio ha primato ed iniziativa.
L’ Avvento di Dio è in questo orizzonte e non in quello del prevedibile o del controllabile. In questa quarta domenica del nostro cammino d’Avvento la liturgia ci chiede di deporre ogni traccia in noi di arroganza e di miopia. La venuta del Signore si accoglie solo nell’umile disponibilità a vie e a logiche che sono “altro” e “oltre” e solo deponendo noi stessi e i nostri progetti.
Quest’ultima tappa di Avvento ci chiede di dare spazio a Dio, ci chiede di divenire noi stessi spazio aperto a Dio, con tutto ciò che siamo.
La scena dell’Annunciazione che oggi riascoltiamo ci presenta un quadro di gratuità da un lato (in Maria non c’è alcun merito!) ma anche, dall’altro, di una piena disponibilità a farsi spazio per Dio cosa questa che implica un rinunziare ai propri progetti riconoscendo la priorità e la grandezza di quelli di Dio.
E’ quello che fa Maria: lei, promessa a Giuseppe, deve volgere le spalle al suo umile e dolce progetto, alla sua promessa al ragazzo che ama, per permettere a Dio di realizzare il suo progetto e compiere le sue promesse. Incredibilmente è Maria, con il suo “” il compimento di quella promessa fatta da Natan ad un re tanti secoli prima.
Certo Maria è opera di Dio totale e gratuita ma l’opera di Dio non annulla l’uomo; lei deve esercitare la sua piena e totale libertà; la “porta” dell’umanità la deve aprire lei, è lei la possibilità umana di risposta.
Dio è presente in tutta la sua realtà in quell’ora di Maria: il Padre l’ha riempita di grazia e la sta interpellando, il Figlio vuole essere accolto e chiamato per nome da lei (Lo chiamerai Gesù! aveva detto Gabriele), lo Spirito è pronto a scendere su di lei per fare del suo corpo di vergine un corpo di madre … ma se questo è vero da parte di Dio, Maria non rinunzia alla sua “parte”: pone domande, cerca risposte, dice il suo “”.
L’avvento di Dio non schiaccia l’uomo ma lo rende responsabile della sua storia e di quella del mondo; l’avvento di Dio non vuole le arroganze e le presunzioni dell’uomo ma chiede all’uomo di essere pienamente e totalmente se stesso; l’avvento di Dio chiede che l’uomo prenda nelle mani coscientemente la propria libertà per poi consegnarla a Lui perché divenga terreno e spazio di una venuta che si faccia stabile dimora di pace e misericordia.

Immacolata Concezione – Maria, donna dell’Avvento

TERRENO LIBERO, ACCOGLIENTE E FECONDO DELLA PAROLA

Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11.12; Lc 1, 26-38

Secondo il racconto di Genesi che oggi si ascolta, Eva aveva peccato perché aveva creduto ad una menzogna insinuante del tentatore (il serpente striscia, si insinua … proprio come la tentazione, specie la più sottile!): “Puoi non essere più creatura e puoi diventare come Dio” e il “terreno” di Eva diventò “terreno” di morte e miseria, di dolore e maledizione (parole tutte che il testo di Genesi enumera con sgomento!) … il “terreno” di Eva però, si badi bene, non è un terreno primordiale, un’origine infausta che sta solo in un “in-principio” di cui portiamo, nostro malgrado i segni. Non è così!

Una lettura così di queste pagine forti e paradossalmente luminose del Libro della Genesi è un vero errore, un errore che in qualche modo potrebbe deresponsabilizzarci. Il “terreno” di Eva è il nostro “terreno” quotidiano, è il “terreno” infestato dai nostri “no” alla creaturalità , dai nostri “no” a Dio e alla sua signoria , “no” sottili e, a volte, inconfessati e inconfessabili. I nostri “terreni” generano morte perché è vero che noi vogliamo essere come Dio , misura noi stessi del bene e del male, del vivere e del morire, dei tempi e degli spazi che appartengono solo a Dio. Eva è figura potente che evoca il buio dell’uomo, di quell’uomo che, creato per generare vita (il nome di Eva è evocativo di vita!) finisce per generare morte.  Oggi Eva è posta dalla liturgia della Chiesa a fare da sfondo antitetico all’icona di Maria, la Vergine di Nazareth.  Al cuore dell’Avvento oggi Maria ci è posta innanzi come “terra” feconda perché accoglie il seme di Dio e così genera Dio nella carne rimanendo con fermezza creatura e creatura umile e colma di stupore . Se Eva agisce e, con le sue mani, strappa il frutto di morte e disobbedienza, Maria sceglie di “non agire” per permettere a Dio la sua azione, la sua opera. Maria, nel notissimo passo di Luca dell’Annunciazione, fa domande, chiede, ma lo fa solo per essere più obbediente , chiede per mettere tutte le sue azioni solo sotto il segno della più vera obbedienza .  Maria scopre che c’è un primato di Dio nella sua vita, che Dio ha guardato a Lei “prima” e non rispondendo a sue azioni di “giustizia”. Maria si sente chiamata da Gabriele colmata di grazia con un nome cioè che rivela un “prima” in cui lei stessa non ha parte. In fondo, dire che Maria è l’Immacolata è affermare questo “prima” gratuito di Dio.  Maria, diversamente da Eva, diversamente da noi, non ha la presunzione di avere tutto nelle sue mani, non ha la presunzione di voler controllare tutte le possibilità, non ha la presunzione del potere “assoluto”, sciolto cioè dalla coscienza di essere creatura.  La sua verginità, paradossalmente feconda, ci racconta con fermezza che nulla è impossibile a Dio; la verginità di Maria (come la sterilità di Elisabetta che genera il Battista, o prima ancora quella di Sara che genera Isacco o quella di Anna che genera Samuele) ci spalanca dinanzi l’impossibile che Dio fa possibile con la sua grazia e la sua misericordia.  Come dicevamo, Gabriele chiama Maria “riempita di grazia” (così è più esatto tradurre il testo di Luca: Rallegrati, riempita di grazia !) perché è tale non per sua virtù, per suoi meriti, per sua potenza … è “piena di grazia” perché riempita di grazia.  Il primato è sempre di Dio, e Maria lo riconosce … diversamente da Eva, Maria si dichiara serva della Parola che in lei deve solo trovare il “terreno” per piantare la sua tenda di vera carne.  Maria offre al Messia, al Figlio dell’Altissimo, all’Atteso, la sua carne di creatura e, dalla sua carne germina Dio! La sua carne di donna, fatta madre dalla grazia, diverrà in Gesù carne di Dio. E’ vertiginoso!  La solennità di oggi celebra dunque non tanto un privilegio di Maria ma soprattutto il sogno di Dio su di lei, il compimento in lei dell’evangelo della grazia. Nella sua “povera” carne di donna splende una possibilità offerta agli uomini: la possibilità di essere terra di Dio … rimanendo terra ma essendo tutta di Dio. Il mistero di oggi è la santità di Maria, è il suo essere stata “messa da parte ” dal progetto di Dio. Il Signore l’ha prescelta e salvata, l’ha separata dal terreno “infestato ” di Eva, l’ha fatta terreno santo, nuovo su cui il Figlio poteva piantare la sua tenda.  Maria è “tutta santa” (come dicono le Chiese d’oriente volgendo in forma positiva l’appellativo occidentale di Immacolata ) perché Dio così l’ha voluta per l’incarnazione del Figlio. Gesù che percorrerà le strade degli uomini facendosi carico di tutte le loro miserie, dei loro orrori, dei loro peccati, nasce da una carne come la nostra ma tutta di Dio fin dal momento del suo concepimento.  Maria è tutta di Dio (e la sua verginità ne è conferma) e lo è cosciente e consapevole, felice della sua condizione di creatura e di chiamata; Maria obbedisce e non vuole fare né un po’ di più, né un po’ di meno di quanto Dio le chiede … Maria si fa disponibile a che la Parola avvenga in lei.  Nel nostro percorso di questi giorni Maria è per noi figura straordinaria dell’Avvento per il suo essere terreno libero, disponibile, accogliente e perciò fecondo della Parola. Maria è icona dell’Avvento perché la sua attesa è rivolta tutta, da quell’ora del suo sì , a Colui che cresce dentro di lei e da lì deve portare pace e salvezza a tutte le genti.  Così deve essere anche per noi che siamo chiamati a far crescere Cristo in noi (cfr Ef 4, 13) fino alla pienezza.  La Vergine Immacolata, Madre del Signore, la Figlia di Sion in cui si compie ogni promessa ci insegni ad essere, con gioia e coraggio, terreno di un Avvento che è maturazione piena in noi di Cristo compimento di ogni verità dell’uomo.

P. FABRIZIO CRISTARELLA ORESTANO