XXIV Domenica del Tempo Ordinario (B) – E’ il Messia

…MA UN MESSIA DIVERSO

 

Is 50, 5-9a; Sal 114; Gc 2, 14-18; Mc 8, 27-35

 

Già abbiamo sottolineato, in questo nostro percorso nell’Evangelo di Marco, che l’evangelista annota degli inizi: l’inizio dell’evangelo (1,1) che si manifesta con l’apparire del Battista e con la sua predicazione, l’inizio della predicazione del discepoli quando Gesù inizia appunto ad inviarli (6,7), ed ora qui Gesù inizia ad annunciare la via della croce.

La pagina che oggi si legge è davvero il cuore dell’Evangelo di Marco; è il centro della narrazione in cui viene posta la grande domanda, la più essenziale: «Voi chi dite che io sia?». E’ la domanda circa l’identità di Gesù; tutta la prima parte dell’Evangelo aveva mostrato, con i miracoli, che Marco chiama potenze, e le parole piene di exousìa, di autorità, un’identità di Gesù che però non è esaustiva, e può essere ingannevole se non viene corretta da ciò che Gesù stesso, da questo momento dell’Evangelo in poi, annuncia e rivela: la via della croce. Nel testo di oggi ascoltiamo il primo dei tre annunzi della Passione con cui Gesù svelerà sempre più il suo vero messianismo.

Le risposte della gente circa l’identità di Gesù sono vaghe e generiche: sono riletture di Gesù a partire dal passato (Elia, uno degli antichi profeti, Giovanni il Battista); Gesù rivolge la domanda ai suoi, a quelli che, nella sezione precedente, non capiscono e hanno bisogno di essere aperti alla parola nuova (il miracolo del sordomuto aveva al suo cuore quell’essenziale sospiro di Gesù: “Effatà”)…
Eccola ora la parola nuova che bisogna ascoltare; Gesù la dirà… è la parola sul suo soffrire: solo così si giunge a capire Lui chi sia.
Alla domanda di Gesù, Pietro ha risposto correttamente: è il Messia. Il problema di Pietro è però che quel Messia che lui pensa è quello secondo lui e non secondo Dio: è il Messia che risponde alle sue domande ed alle sue attese; è il Messia fatto ad immagine delle sue aspirazioni e del suo buon-senso

Gesù acconsente a quella risposta, ma chiede – come al solito in Marco – di non ridire alla gente quella parola “Messia” … è la verità, ma è una verità che può essere mal compresa, o compresa a partire dalle attese. Ora è, invece, tempo di farsi cambiare le attese!
E così Gesù inizia ad annunziare la via della croce: è sì il Messia, ma un Messia di intollerabile alterità; un Messia inconcepibile per ogni buon-senso religioso e per ogni attesa trionfalistica. E’ un Messia umiliato, riprovato, sofferente, ucciso! Non semplicemente morto, ma ucciso, morto per violenza.
Gesù stesso aveva dovuto comprendere, certo con paura e tremore, che l’unica via che poteva imboccare per raccontare l’amore-altro di Dio era quella che il Libro di Isaia già indicava: quella del Servo sofferente. La prima lettura di oggi ci ha fatto ascoltare un tratto del terzo dei carmi del Servo; Gesù deve aver sentito queste stesse parole trasalendo e comprendendole per sé, per il suo cammino di Messia diverso.

Marco scrive che Gesù annunzia la sua passione con parresìa, con franchezza, apertamente. Senza timore di scandalizzare, senza timore di essere abbandonato. Dire che è il Messia, che è il Figlio di Dio è esatto ma incompleto; c’è il rischio di leggere il Messia, il Figlio di Di, titoli che Marco aveva dato a Gesù fin dall’inizio del suo Evangelo!, secondo gli uomini e non secondo Dio.

E’ quello che fa Pietro! Pietro protesta (il verbo greco “epitimào” significa appunto “proibire”, “protestare”), vorrebbe proibire a Gesù di dire quelle cose: sono intollerabili! Pietro riconosce l’identità messianica di Gesù, ma rifiuta il modo di Gesù di essere Messia. Pietro faticherà fino alla fine a capire le vie altre di Gesù, fino a quando lo troveremo nel Getsemani, ancora armato di una spada!
D’altro canto Gesù, nell’Evangelo di Matteo, chiama Pietro barjona (cfr Mt 16, 17), che lungi dal significare “figlio di Giona”, significa in verità “latitante”, “terrorista alla macchia”.
Pietro dunque deve spogliarsi di quell’uomo vecchio che pretendeva di costruire il Regno di Dio restaurando con la forza il regno davidico contro l’impero di Roma; deve lasciare il proprio progetto per seguire davvero quello di Gesù. Se nella sua chiamata al lago, Gesù gli aveva chiesto di lasciare delle cose (le reti, la barca), qui Gesù gli chiede di lasciare i propri progetti, la propria visione delle cose e del mondo.
Gesù lo chiama satana perché in Pietro parla la tentazione, parla Satana che lo aveva tentato nel deserto per sviarlo dal progetto del Padre: Satana chiede a Gesù di essere un Messia che si afferma con gesti clamorosi, e Pietro gli vuole vietare la via della croce perché pensa che lo smentisca come Messia … in realtà sia Satana che Pietro cercano di impedirgli di fare la sua strada, quella che coincide con la volontà del Padre.

Gesù, si badi, non allontana Pietro da sé, ma gli dice di tornare al suo posto di discepolo: Dietro di me, Satana! Se Pietro tornerà al suo posto di discepolo non sarà più satana perché non pretenderà più di indicare la strada a Gesù ponendosi davanti a Lui come inciampo. Se tornerà al suo posto di discepolo imparerà a seguire il Maestro e a non sostituirsi a Lui nel fare progetti; se starà al suo posto di discepolo lo potrà seguire sulle vie difficili della passione, e così capirà chi davvero sia Gesù.
Quando Pietro avrà imparato questo, quando avrà imparato qual è il suo messianismo, lo seguirà fino alla croce, fino a lasciarsi crocefiggere per Lui e con Lui nel circo di Nerone nella lontanissima Roma … intanto deve ascoltare il Signore che parla con parole intollerabili, con le parole tra le più dure dell’Evangelo: seguirlo prendendo ciascuno la propria croce, che è quella su cui deve morire l’uomo vecchio con i suoi progetti, i suoi pensieri secondo il mondo, il suo tremendo buon-senso.
Deve ascoltare Gesù che dice quell’espressione paradossale e verissima: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per me causa mia e dell’Evangelo, la salverà».

Il problema è capire cosa è salvarsi. E’ realizzare i propri pensieri, è avere come fine se stessi, o è realizzare i progetti di Dio ed avere come fine il suo Regno? Il mondo pensa in un modo, Dio in un altro! Convertirsi è sostituire in noi i pensieri del mondo con quelli di Dio. E’ quanto Pietro è chiamato faticosamente a fare; è quanto noi siamo chiamati a fare.

Lasciamoci interpellare da Gesù: Tu chi dici che io sia?

Nella nostra cappella monastica il titulum crucis del grande Crocifisso dell’abside porta scritta in greco questa domanda: Voi chi dite che io sia?
Dinanzi al Crocifisso gli equivoci cadono tutti; se Lui è il Messia è un Messia crocefisso; vogliamo essere discepoli del Messia crocefisso?
Pietro lo volle, e finì anche lui su una croce … dobbiamo preoccuparci se non finiamo su una croce anche noi … lo scrivo e tremo, ma non posso non scriverlo; è bene che ce lo diciamo e che lo sappiamo … poi lottiamo per questo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Maria Santissima, Madre di Dio (B) – Circoncisione di Gesù

 

 DIO E’ FEDELE

Nm 6, 22-27; Sal 66; Gal 4, 4-7; Lc 2, 16-21

 

Trittico dell'Ascensione, Circoncisione,(particolare), di Andrea Mantegna - Galleria degli Uffizi, Firenze

Trittico dell’Ascensione, Circoncisione,(particolare), di Andrea Mantegna – Galleria degli Uffizi, Firenze

Il mistero dell’Incarnazione di Dio è benedizione per tutti i figli di Adam, per tutto il creato loro affidato fin dal giardino dell’“in principio” (cfr Gen 2, 15); ed è dono all’umanità tutta, che in Maria diviene terra per Dio!
Il mistero dell’Incarnazione è benedizione che giunge ai figli di Adam ed al cosmo attraverso Israele e attraverso le promesse di cui Israele fu ed è custode.

L’anno nuovo, nell’ottava del Natale, inizia così, con questa benedizione! Oggi dovremmo semplicemente lasciarci inondare dalla piena tenerissima di questa benedizione che ha un nome preciso: Gesù.

Il primo giorno dell’anno la Chiesa lo vuole dedicare non a riti strani e propiziatori, come avviene in tutte le culture, ma ad una serena contemplazione di ciò che è davvero questa benedizione, nella quale possiamo vivere il nostro tempo: quello che ci è dato; quello che misuriamo con le nostre convenzioni ed i nostri calcoli; quello che scorre, e che oggi giunge a declinare un numero preciso, 2015 dell’era cristiana; quel tempo che Dio ha riempito della sua Grazia, e nel quale possiamo gustare la sua presenza che salva! Oggi ci è detto che lo scorrere del tempo sull’orologio, sul calendario, il kronos, in Cristo è stato fatto kairòs, luogo cioè della Grazia, luogo di incontro con l’eterno, di incontro con Dio che trasfigura la storia.

Oggi la Chiesa celebra la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio: “Madre di Dio”,  il più grande titolo mariano … E’ Solennità che rinvia immediatamente a Cristo ed alla verità della sua carne come carne di Dio; non allora in primo luogo una celebrazione mariana, ma ancora una celebrazione della verità dell’Incarnazione di Dio. Il dogma ci dice che Maria, donna di questa nostra umanità, è Madre di Dio perché Colui che da lei nacque, e che legittimamente la chiamava “madre”, è il Verbo eterno di Dio, consostanziale a Dio, Lui stesso Dio! La grandezza paradossale di questa verità della nostra fede, posta dalla Chiesa al primo di gennaio, vuole chiedere ai cristiani di vivere il tempo in un’ottica nuova, in un’ottica di infinita speranza.
Infatti se il tempo, la storia, la nostra carne sono stati così riempiti ed assunti da Dio, non c’è più spazio per il non-senso, per lo scorrere di una clessidra che si consuma fino al nulla … se il tempo, la storia, la nostra carne sono stati luogo di Dio, nulla è più senza sbocco, nulla è più senza la possibilità della luce … “Se anche vado nell’oscura valle della morte non temo alcun male” cantò il santo profeta Davide (cfr Sal 23, 4). In Cristo Gesù questo è vero per sempre!

La liturgia di questo primo giorno dell’anno, se la sappiamo scrutare con cuore attento, ci mostra una radice santa di questa grande luce, nella quale ci è data la possibilità di vivere il tempo, la nostra storia in modo diverso …

L’Incarnazione è certamente un “novum” stupefacente ed inatteso, ma è tale perché compimento fedele delle promesse di Dio; in Gesù, Verbo eterno che pone la sua tenda tra noi facendo di una di noi la Madre di Dio, è il nostro salvatore, la nostra speranza, la sola via in cui possiamo trovare la nostra verità di uomini perché è il Messia di Israele, il Figlio di David,  è il Promesso al Popolo dell’Alleanza e delle benedizioni.

Luca  sottolinea tutto ciò con straordinaria acutezza, narrandoci della circoncisione di Gesù all’ottavo giorno dalla sua nascita, secondo le prescrizioni della Torah. A Gesù è stato impresso nella carne il segno dell’Alleanza con Israele, e così è fatto ebreo, ed ebreo per sempre! Così ci ha salvati! Solo così poteva salvarci: è la sua carne ebraica che, segnata dalla circoncisione, è la carne del Messia! Il Messia poteva esserci dato solo da Israele secondo le promesse!

Oggi la liturgia ci dice che non basta che il Figlio di Dio si sia fatto carne e che sia stato deposto nella mangiatoia di Betlemme; è necessario che quella stessa carne venga circoncisa; che sia carne di un figlio di Abramo perché sia il Messia e il Salvatore!
Se dimentichiamo questo, facciamo di Gesù quel che non è, il contrario di quello che è; ne facciamo un messia disincarnato! Se dimentichiamo infatti che il Verbo nato da donna, l’annunziatore del Regno, il Crocifisso, il Risorto è adempimento delle promesse ad Israele in una carne di ebreo, dimentichiamo allora che Egli ci ha salvati, come scrive Paolo (cfr 1Cor 15, 3-4), e come il Simbolo della fede ci fa ripetere ogni domenica, secondo le Scritture, essendo cioè adempimento della Promessa fatta ad Israele Popolo santo di Dio, scelto tra i popoli per essere luogo di questo avvento della benedizione per tutti i popoli (cfr Gen 12, 3).

Per questo oggi la liturgia della Parola si è aperta con la pagina del Libro dei Numeri (cfr Nm 6, 22-27), in cui è consegnata la benedizione che Aronne ed i suoi figli dovevano pronunciare su Israele: la benedizione consisteva nel pronunziare tre volte sul popolo il Santo Nome del Signore; e quel Nome posato sul popolo per tre volte ne definiva la santità, ne proclamava l’alterità. Con l’Incarnazione, il Nome che salva è Gesù! Nome che contiene il Santo Nome del Dio dei Padri, e che proclama che quel Dio salva tutti i popoli (“Jeoshua” significa proprio “JHWH salva”) … Ed oggi quella benedizione, attraverso Gesù Cristo, appartiene a tutte le genti!

Lui, adempimento di tutte le promesse fatte ad Israele; Lui, ebreo e Messia di Israele nella discendenza di David (cfr Lc 2, 27; Mt 1, 20) fa brillare su tutti gli uomini il Volto di Dio; Lui concede la vera pace ai figli di Adam, che di questa pace sono assetati, ma che tragicamente la cercano spargendo sangue, odio e morte …
Chi accoglie Lui accoglie la vera pace, e comincia a desiderare la vera pace senza inganni mondani … Chi accoglie Lui è riempito di quello stupore di cui l’Evangelo di oggi ci ha parlato, l’unica via per non essere chiusi nel “vecchio” e per aprirsi a quella speranza nella quale far scorrere i giorni, costruendo un mondo nuovo nella pace.

Dio è fedele, e sulla sua fedeltà possiamo giocarci i nostri giorni senza temere; possiamo comprometterci con la storia, perché Dio, in Cristo Gesù, non ha temuto di compromettersi con la nostra carne e la nostra storia.

Lasciamo irrompere in noi la pace e la luce di Cristo e tutto sarà nuovo!
Questo è ciò che dobbiamo sperare per l’anno di Grazia che sta iniziando. Il resto sono solo auguri vuoti e parole convenzionali!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXII Domenica del Tempo Ordinario – A ciascuno la propria Croce



…QUESTA E’ LA SEQUELA DI GESU’!

 

Ger 20, 7-9; Sal 62; Rm 12, 1-2; Mt 16, 21-27

Il Cristo giallo, di Paul Gauguin

Il Cristo giallo, di Paul Gauguin


Pietro ha “confessato” chi è Gesù… è il Messia! E’, dunque, il Figlio di Davide, il re d’Israele.
Ma che significava  tutto questo nel cuore di Pietro? Credo sia necessario capire una cosa: Pietro può arrivare a dire che Gesù è il Messia, ma non può andare oltre. Solo Gesù può dire cosa significa che Lui è il Messia.

La grande fatica che Gesù ha dovuto fare è stata quella di capire la sua identità messianica ma anche quella di reinterpretarla nell’oggi di quella storia, di quell’ora in cui veniva a visitare il suo popolo: il trono di Davide non esisteva più, il Regno di Davide era finito in pratica fin dal 587! Che significato può avere dunque per Gesù essere il Messia?

Gesù comprende, non senza sgomento, che la sua identità messianica si sposa con l’identità profetica, che la sua realtà di Messia coincide con quella di un Rabbi, di un Profeta. Gesù parla dunque di un patire “necessario”…si badi non un patire generico, ma un patire che è morte ignominiosa (“da parte degli anziani”, cioè è riprovazione ufficiale!) e violenta (“sarà ucciso”), una morte inflitta in giovane età.
Se è vero che Davide ha patito, e anche molto e anche da re, è tuttavia anche vero che non ha patito nel modo di cui sta dicendo Gesù; i re, insomma, non hanno prefigurato nulla di quanto Gesù sta dicendo. La morte violenta e ignominiosa l’hanno subita così i profeti.

Nella prima lettura di questa domenica abbiamo letto quello straordinario passo di Geremia in cui il profeta narra del suo dolore, della seduzione che ha sentito da parte di Dio e del dolore che ne è derivato, “obbrobrio e scherno ogni giorno”.
Gesù certamente ha dinanzi agli occhi questa esperienza di Geremia, ma è provocato soprattutto da quella figura misteriosa del Servo di Adonai, cantato dal Secondo Isaia nei suoi celebri carmi… Qui è l’originalità unica dell’interpretazione che Gesù fa del suo messianismo: un’interpretazione estranea ad Israele, e dunque estranea anche ai discepoli ed in questo caso specifico a Pietro.
Questi l’aveva chiamato Messia ma non ha capito cosa davvero diceva: certamente ha detto la verità, s’è lasciato guidare dal Padre, si è “guadagnata” per questo una beatitudine dalle labbra di Gesù (cfr Mt 16, 17)… ma ora? Beato per la sua attitudine di quell’ora di farsi piccolo poiché “ai piccoli il Padre rivela i suoi misteri” (cfr Mt 11,25), ora è già “diventato grande”: è sicuro di sé, ed ha smesso di pensare secondo Dio! Pietro ora è rientrato nelle logiche di calcolo degli uomini, è rientrato nella “carne e nel sangue”, ed è diventato persino arrogante: forse quella beatitudine l’ha reso vanaglorioso, tanto che osa passare avanti a Gesù rimproverandolo. Tratta Gesù come un bambino che non ha capito bene, cerca di spiegare a Gesù come vadano davvero le cose; e si “guadagna” un bel “Satana”, con le stesse parole con cui Gesù aveva respinto il diavolo nel deserto (“Yupaghe Satana”, qui con la sola aggiunta di “dietro a me”).

La differenza tra il Pietro della beatitudine e quello addirittura chiamato Satana sta nel fatto che il primo si fida di Dio ed il secondo si fida di sè. La beatitudine non è annullata, è invece fondata: si è beati se si lascia il primato a Dio ed alle sue vie, e se si rigettano le proprie vie, i propri pensieri e le proprie comprensioni. Se non si fa così, si costruisce su “carne e sangue” e non su Dio e i suoi progetti.

La seconda parte dell’Evangelo di questa domenica è in parallelo con la prima: bisogna capirlo bene perché è molto importante per noi: la storia messianica di Gesù non può non riflettersi sulla storia di coloro che vogliono seguire Gesù.
Pietro, in fondo, rifiutando la Passione di Gesù, il Messia sofferente, sta rifiutando la propria passione, sta rifiutando il discepolo sofferente. Pietro non si preoccupa tanto di Gesù, si preoccupa di sè: rifiuta di seguire un Messia che, in verità, aveva già detto una parola che ora prende tutte le sue fosche tinte: “un discepolo non è di più del suo maestro” (cfr Mt 10, 24).

Segue uno dei detti più fortemente autentici di Gesù, uno di quelli nei quali possiamo sentire proprio l’accento delle sue parole; è un mashal, un proverbio, volutamente urtante e paradossale: Chi vuol salvare la propria vita la perderà, e invece chi perde la sua vita per causa mia la troverà“.
Il tutto dopo l’invito a seguirlo, prendendo la propria croce: la propria croce è la propria sequela di Lui, è il modo di ciascun discepolo di far morire quell’uomo vecchio che pensa secondo l’uomo e non secondo Dio.
La sequela di Gesù è possibile solo a chi è disposto alla morte dell’uomo vecchio e a chi è disposto a smettere di pensare a sé, a dire no a se stesso….cosa significa rinnegare se non “dire no”?
La sequela è possibile solo a chi è disposto a smettere di avere in cima ai propri pensieri, il salvare se stesso. A Gesù lo diranno fino alla fine: sulla croce dovrà ancora sentire voci “sataniche” che gli grideranno “Salva te stesso!” (cfr Mt 27, 40). Chi salva se stesso, però, perde la vita, perché perde il senso della vita che è nell’amore, e chi salva la sua vita non salva gli altri.

Gesù qui dichiara che i suoi  discepoli non possono non essere che con Lui…chi non entra in questa sua via non è suo discepolo: nessuno si illuda!

Il testo di oggi si chiude con un fugace quanto forte accenno al giudizio finale, in cui il Figlio dell’uomo sarà protagonista: il Figlio dell’uomo renderà a ciascuno secondo il suo agire”. Qui si deve fare bene attenzione, perché non si sta parlando di opere, e di opere buone su cui si verrà giudicati ma si sta parlando di un agire preciso: la sequela di Gesù. Si sarà giudicati, insomma, sulla verità della sequela di Gesù, sulla verità del prendere la propria croce e di dire “no” a se stesso, sulla verità d’essere disposti a perdere la vita.
Si sarà giudicati sul proprio rapporto con Gesù!

Il giudizio, la parola definitiva di senso sulla nostra vita, sarà pronunciato sulla sequela o meno di questo Messia sofferente; sulla scelta o meno di accogliere il rischio mortale di essere discepoli di questo Messia, perdente per il mondo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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XVIII Domenica del Tempo Ordinario – Moltiplicare il pane


UNA FATICA CHE IN GESÙ TROVA FECONDITÀ

 

Is 55, 1-3; Sal 144; Rm 8, 35.37-39; Mt 14, 13-21

 

Ravenna, S. Apollinare Nuovo, Moltiplicazione dei pani e dei pesci

Moltiplicazione dei pani e dei pesci – S. Apollinare Nuovo (Ravenna)

Se si segue Gesù per amore, come le folle di questo racconto evangelico che culminerà nella moltiplicazione dei pani, non si fanno calcoli, si parte e basta!
Si sta dove Lui sta, fosse anche un deserto… perchè l’amore rende avventati!
Così sono queste folle di cui ci narra Matteo, ma così sono – in fondo – anche i discepoli… si segue Gesù e basta! La sua parola attrae e “seduce”, e non si può fare a meno di seguirlo quando veramente lo si è incontrato, e lo si è incontrato per quello che davvero Lui è: il solo che ha parole di vita (cfr Gv 6, 68)! Le folle hanno intuito questa verità, e non fanno calcoli di tempo o di provviste.

Gli apostoli si accorgono di questa imprudenza, e danno un consiglio dettato dal solito buon-senso: è opportuno tornare indietro, andare lì dove si trova ciò che è utile e rispondente a tutti quei bisogni “dimenticati” per stare con Gesù… Notiamo infatti che non sono le folle a chiedere pane, sono i discepoli che quasi “tornano in se stessi”, rendendosi conto di quella avventatezza.

Come al solito la risposta di Gesù spiazza. Non c’è bisogno che vadano altrove per soddisfare quei bisogni “dimenticati”: la soluzione è in quello stesso deserto in cui si sono inoltrati per seguire Lui; i discepoli, così, ricevono un ordine incomprensibile: “Date loro voi stessi da mangiare”.

Le loro risorse sono però davvero risibili: cinque pani e due pesci. E’ vero: quando ci si mette alla sequela di Gesù le nostre risorse sono sempre scarse ed insufficienti rispetto alle domande che Lui ci fa, rispetto alle vere necessità della sequela e del rimanere con Lui.

Che fare? E’ necessario consegnarsi a Gesù. Quando Gesù ci cattura (cfr Fil 3,12), solo Lui è la risposta alle nostre vite. Catturati da Cristo, catturati dal suo amore, solo nel suo amore possiamo trovare risposte piene dinanzi alle nostre insufficienze. La cosa meravigliosa è essere “caduti” nelle mani di Dio… Sì è meraviglioso essere sedotti da Lui, è meraviglioso diventare “avventati” per Lui…
E’ vero che l’autore della Lettera agli Ebrei dice che “è terribile cadere nelle mani di Dio” (cfr Eb 10, 31), ma è terribile per chi a quelle mani non vuole affidarsi; è terribile per chi di quelle mani ha paura, per chi disprezza quelle mani…
La folla di questa scena di Matteo è caduta nelle mani di Colui che la ama (ne sentì compassione … una compassione viscerale, materna, come ci suggerisce il verbo greco “splanchnίzo”).

Il suo amore moltiplica il nostro poco e lo rende molto per moltitudini. Il poco dei discepoli diventa cibo abbondante per quelle folle “sventate” … quelle folle che si sono fidate di Lui. Che grande libertà è mettersi a quella sequela senza fare calcoli o previsioni!
In questa libertà di amore si incontra un amore libero e pieno, che rende capaci le nostre vite di ciò che pareva impossibile.
I deserti fioriscono, e le povertà diventano abbondanza nelle mani del Messia Gesù. E’ meraviglioso stare nelle sue mani.

La scena della moltiplicazione dei pani ha certo una valenza teologica collegata da Matteo all’Esodo, in cui nel deserto il Signore provvide il pane per quelli che di Lui si erano fidati, per quelli che si erano “imbarcati” in una vicenda “folle” lasciandosi alle spalle un Egitto sì di catene, ma anche di sicurezze, per un deserto libero ma colmo di incertezze. Il richiamo a Esodo Matteo lo dà con quella chiara reminiscenza che emerge nell’espressione “cinquemila uomini senza contare le donne e i bambini  (cfr Es 12,37).
Lo stesso racconto è anche profezia del banchetto eucaristico in cui la nostra povertà, offerta all’altare di Cristo, diviene ricchezza infinita del suo Corpo e del suo Sangue per la nostra vita; per questo è anche il banchetto messianico che Davide imbandì simbolicamente quando benedisse il popolo nel nome del Signore e, a tutto il popolo di Israele, distribuì una pagnotta per ciascuno (cfr 2Sam 6, 19).

Per Israele compito del Re-Messia è assicurare il pane al popolo e qui Gesù compie proprio un gesto profetico e rivelativo per dichiarare, sulla linea di quell’episodio di Davide, di essere proprio Re-Messia. Il tutto è infatti preceduto dal ritirarsi di Gesù; in questo fare “anachòresis” è come se Gesù cercasse spazi di intimità con se stesso e con il Padre, spazi con cui rifugge dal dover rivelare tutto apertamente e “pericolosamente”.
Il pericolo Gesù lo coglie nei fraintendimenti possibili della sua realtà e missione…
Le folle qui tuttavia diventano per Gesù un richiamo forte; la loro presenza insistente e tutta abbandonata a Lui senza calcoli diventa per Gesù una domanda di rivelazione; la commozione del suo cuore diventa guarigione delle loro infermità, ma soprattutto rivelazione di essere il Re-Messia che provvede pane al suo popolo. Così, con un gesto di amore, Gesù spezza quei pani e dona vita e promesse.

Il gesto di moltiplicare il pane richiede però da Gesù un pane già esistente, quei cinque pezzi di pane… Gesù non fa “che le pietre diventino pane” (cfr Mt 4, 3), come aveva suggerito il diavolo in un altro deserto: fare del pane dalle pietre sarebbe un cedere alla tentazione di saltare l’umano e la fatica dell’umano; moltiplicare invece il pane è altro…è la fatica dell’uomo che in Gesù trova fecondità e moltiplicazione; direi che trova trasfigurazione.

Quel pane abbondante è poi consegnato alla Chiesa come ulteriore mandato: ai discepoli aveva detto “Date loro voi stessi da mangiare”…ma questo vale per sempre!
E le dodici ceste avanzate ne sono un segno: la Chiesa è chiamata a narrare il Messia nutrendo e fecondando l’umano, è chiamata a essere risposta a chi rischia se stesso per essere con Gesù, per cercare in Lui il senso della storia. La Chiesa, nei deserti che si aprono dinanzi ai cercatori di Dio, deve spalancare le vie di Cristo e non le vie asfittiche del buon-senso; la Chiesa dovrà incoraggiare a restare nel deserto, lì dove Cristo chiede di stare per lottare in sua compagnia, e non deve spingere a tornare “nei ranghi” delle logiche mondane, dove tutto pare più facile.
Facile però non significa vero.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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