Santissima Trinità (B) – Dio è con noi!

 

LA NOSTRA UNICA E SOLA PATRIA

Dt 4, 32-34.39-40; Sal 32; Rm 8, 14-17; Mt 28, 16-20

L’Evangelo di Matteo si apre e si chiude allo stesso modo, con un’affermazione, una promessa, una certezza, un qualcosa che l’umanità, a partire dall’evento Gesù, potrà sperimentare: Dio è con noi!
Al principio del suo Evangelo, infatti, Matteo, narrandoci la concezione verginale di Maria, ci dice: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele» che significa “Dio-con-noi”» (cfr Mt 1, 22-23).
Alla fine dell’Evangelo, Gesù stesso, nel passo che oggi si legge, promette: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli». Il Dio nascosto nel grembo di Maria all’inizio dell’Evangelo è nascosto, nel finale dello stesso Evangelo, nel grembo della Chiesa, e lì resta per tutti i secoli della storia; nascosto nel grembo della Chiesa perché la Chiesa lo annunzi e lo faccia conoscere, sperimentare. Perché la Chiesa lo consegni all’uomo, consegnando l’uomo a Dio.

La festa della Santissima Trinità, con i testi scritturistici che la liturgia oggi proclama, vuole che ci soffermiamo su questa presenza di Dio nella storia. Una presenza che ha bisogno di essere scoperta, vissuta, conosciuta. Una presenza a cui ci si può affidare.

Il passo di Deuteronomio di oggi è tutto pervaso dallo stupore di una presenza inimmaginabile di Dio; una presenza che assolutamente non è statica ma davvero operante e liberatrice; una presenza che il popolo ha sperimentato nei fatti dell’esodo.
Una presenza che si è fatta udire con una parola viva e creatrice, una parola che non annienta l’uomo: Israele infatti sa di aver ascoltato la voce di Dio dal fuoco, e di essere rimasto vivo dinanzi a cosa così grande! Una parola che, anzi, lo fa vivere perché gli consegna una via di vita, la Torah, una via di gioia…

Questa vicinanza di Dio, che già la Prima Alleanza proclama con stupore, nell’Incarnazione si è fatta appunto “carnale” e dunque palpabile in Gesù (cfr 1Gv 1, 1), ma con la sua Pasqua si è fatta addirittura intima all’uomo.
Paolo, infatti, nello straordinario testo tratto dalla sua Lettera ai cristiani di Roma, ci conduce al mistero trinitario che inabita il credente: questi, dice l’Apostolo, ha ricevuto uno «spirito da figli […] nel quale grida “Abbà, Padre” […] e lo Spirito attesta che, se figlio è anche coerede di Cristo», e quindi capace di partecipare alla sua dinamica pasquale.

Il Dio trino, il Dio che è amore (cfr 1Gv 4, 8) non è un Dio lontano e inesistente per le cose dell’uomo e della storia.
Non solo, infatti, Dio è entrato nella storia, ma ora la innerva con la sua presenza; e la vivifica non in modo miracolistico, ideale o – peggio ancora – disincarnato, ma attraverso un popolo che ha una precisa vocazione; una vocazione che Gesù, in questa finale di Matteo che abbiamo ascoltato, dice chiaramente!
Nel suo ultimo discorso, il Risorto ci permette un triplice sguardo: a Dio e al suo mistero trinitario, ai discepoli e alla loro inaudita missione, agli orizzonti sconfinati della salvezza che il Cristo ha realizzato nella sua Pasqua; una salvezza che si estende sia spazialmente che temporalmente («tutte le genti […] fino alla fine dei secoli»).

L’Evangelo di oggi ci dice chi siamo in quanto Chiesa.
In primo luogo siamo una comunità adorante: il primo atto che i discepoli fanno, infatti, dinanzi al Risorto è il prostrarsi in adorazione, ed a Matteo questo verbo piace molto! Anche qui crea infatti un’“inclusione” con il racconto dell’infanzia: lì c’erano i Magi che si prostrano in adorazione (cfr Mt 2, 11).
E’ la fede il primo e fondamentale atto che la Chiesa deve fare per essere Chiesa, e questo anche per il Quarto Evangelo: «Cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? Gesù rispose: Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (cfr Gv 6, 28-29). Una fede che non priva di dubbio («alcuni però dubitavano»), perché la fede vera non è mai meridiana ma sempre vespertina, o – come qualcuno preferisce – aurorale; il dubbio, che qui è anche simbolo e sintomo della ineludibile fragilità della Chiesa, non impedisce però l’adorazione e l’ascolto delle parole del Risorto.

La Chiesa è poi partecipe della missione di Gesù: una missione che si estende lungo i secoli e lungo tutta la faccia della terra. Gesù usa qui quattro verbi che ci fanno tremare i polsi: andate, ammaestrate, battezzando, insegnando…il Risorto imprime con il fuoco questi imperativi, queste priorità, nella “carne” della Chiesa…

Questa Comunità, inoltre, è permanentemente in stato di esodo: la Chiesa appartiene alla Trinità! E’ lì, in quel grembo santissimo di amore, che ha la sua destinazione; se custodisce la presenza di Dio nel suo grembo di sposa, deve sapere che la sua meta è il grembo d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Perché?
Perché è comunità di battezzati, chiamata a sua volta a «battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».

Nel nome” è un’espressione questa che indica destinazione, indica la consegna. La Chiesa, cioè, è destinata alla Trinità! Quella è la meta, ed è consegnata alla Trinità: è, insomma, di Dio ed è per Dio; la Chiesa ha la missione di destinare e consegnare l’umanità al Dio Trino che Gesù ha raccontato.

Andando, ammaestrando, battezzando e insegnando la Chiesa deve consegnare a Dio il mondo che Cristo ha salvato; la salvezza operata da Gesù, che nel Mistero Pasquale abbiamo contemplato, è affidata alla Chiesa perché la Chiesa la doni all’umanità, facendo dell’umanità un popolo in cammino verso Dio, non disinteressato alla storia ma con lo sguardo fisso sull’oltre della storia.

Lì, nell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito c’è la nostra unica e sola patria!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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VI Domenica di Pasqua (B) – Rimanere nel suo amore

 

CON UN NOME NUOVO, AMICO!

At 10, 25-27.34-35.44-48; Sal 97; 1Gv 4, 7-10; Gv 15, 9-17

 

 

Icona dell'amicizia

Icona dell’amicizia

Questa domenica siamo condotti ad una cima altissima della rivelazione di Dio in Cristo Gesù; o meglio, siamo condotti ad una profondità inaudita su cui è tanto difficile dire parole. Sia il tratto della Prima lettera di Giovanni che il passo del Quarto Evangelo, che oggi risuonano nelle nostre assemblee, avrebbero bisogno solo d’essere ripetuti nel cuore, masticati, “ruminati” perché lo Spirito ci faccia assaporare il senso più profondo e vitale che essi possono avere per noi uomini, per le nostre vite, per la possibilità di attraversare questa storia concreta in modo altro, diverso, sensato…gioioso!

Al centro del passo del Quarto Evangelo, infatti, c’è la gioia… la gioia di Gesù, la gioia eterna del Figlio che Lui vuole sia la nostra! La gioia! Parola difficile in ore di crisi, di dolore, di dubbi, di delusioni, di stanchezze, di peccato, di solitudine, di morte.
Eppure per Giovanni tutto deve condurre lì…alla gioia…a quella gioia che è il senso della vita, che è pienezza della vita. Il Quarto Evangelo fa dire a Gesù proprio di questa pienezza di gioia, e lo fa con il verbo greco “pleròo”, che è un verbo di compimento, per dirci che la gioia è meta e “compimento” di ogni vita.

Gesù, con la sua rivelazione di Dio, con il suo amore, non solo ci ha narrato l’amore ma ce lo ha anche dato; ci ha dato la possibilità di vivere una vita nella gioia più vera!

Le parole della Scrittura che oggi ci vengono consegnate sono una grande meta di tutta la rivelazione di Dio…parole non da capire intellettualmente, ma da farsi entrare dentro, parole da sussurrarsi nel cuore, da ripetersi incessantemente perché plasmino il nostro mondo interiore: «amatissimi, amiamoci gli uni gli altri perché l’amore è da Dio…perché Dio è amore».
Ecco la “casa” dell’uomo, l’amore di Dio!
E’ da lì, da quella “casa” che noi proveniamo, ed è a quella “casa” che è necessario tornare per rimanervi, per dimorarvi, appunto!

All’inizio del capitolo, con l’allegoria della vite e dei tralci che la scorsa domenica abbiamo meditato, Gesù ha cominciato, nel Quarto Evangelo, a proclamare la assoluta necessità a rimanere in Lui, a dimorare in Lui per prendere vita da Lui…
Oggi la Chiesa ci propone di continuare la lettura di quel capitolo, e qui il Gesù di Giovanni ci dice cosa è concretamente questo rimanere, quale è questa “casa”.
Il rimanere è rimanere nel suo amore.
Un’espressione, questa, di una profondità grande; pensiamoci bene: ha detto nel mio amore! Non cioè in un amore qualsiasi, che potrebbe avere le facce infinite delle nostre mistificazioni e dei nostri interessi, no! Nel suo amore…è lì che bisogna rimanere.
In primo luogo nell’amore con cui ci ha amati, il che significa che è necessario rimanere nella capacità di lasciarsi amare: rimanere nel suo amore è allora lasciarsi avvolgere dal primato del suo amore.
Nella sua Prima lettera Giovanni lo ha ribadito: «non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi»; tutto questo ci libera da ogni atteggiamento “religioso” per cui vogliamo fare delle cose per Dio, per essere amati e beneficati; ma Dio non ha bisogno di queste miserie, fatte di calcolo; il suo è amore che previene, e Gesù ne è icona lampante.

Dio non ha aspettato la nostra conversione per inviare il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati, ma – direbbe Paolo – mentre eravamo ancora peccatori Cristo morì per noi (cfr Rm 5, 8). Nell’ Evangelo di oggi Gesù ci conduce a questo stesso primato dell’amore parlando della nostra elezione, della nostra chiamata a Lui: non noi abbiamo scelto Lui ma Lui ha scelto noi

Rimanere nel suo amore allora è dare questo primato al suo amore per noi, lasciandosi amare e plasmare ogni giorno dalla sua presenza nelle nostre vite; significa riconoscere la nostra chiamata all’intimità con Lui come assolutamente gratuita. Tutto questo, però, in una condizione stabile, dimorando, restando in Lui!

Rimanere nel suo amore, poi, vuol dire che bisogna rimanere in quell’amore che ama fino all’estremo: solo quello così è il suo amore; non ha misura! La misura di quel suo amore è colma solo all’estremo; il suo amore è quello che lo ha condotto fino ai piedi dei suoi suoi, a contatto con le loro miserie e vergogne, è quello che sulla croce gli farà gridare “tetélestai” (“è compiuto” che è come dire “fino all’estremo”).  Il suo amore è quello che dà la vita; Gesù ha detto, nel testo giovanneo di oggi, «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita».

Rimanere nel suo amore è entrare in questa dinamica di amore che nasce dall’essere amati fino all’estremo, ed essere amati così nella più pura gratuità preveniente; rimanere nel suo amore è dimorare in questa “casa” dell’amore di Gesù, che è “casa” dell’amore che è la vita stessa di Dio…

In questo testo di Giovanni c’è continuamente un come: Come il Padre ha amato me così anch’io ho amato voi… Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato il comandamento del Padre mio e rimango nel suo amore…e più avanti: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi…
Questo “come” non è un invito all’imitazione, ma è rivelazione di una fonte: l’amore del Padre è fonte dell’amore del Figlio, l’obbedienza del Figlio alla volontà del Padre è fonte di una nostra rinnovata possibilità di obbedienza, l’amore del Figlio per noi è fonte del nostro amore reciproco!

Comprendiamo allora che in questa via dell’uomo nuovo non è il volontarismo che ci salva, ma è l’accoglienza di ciò che Dio ha “nel cuore” per noi, di ciò che il Figlio ha immesso nelle “vene” della storia, e nelle “vene dell’umanità!

L’uomo nuovo è colui che accoglie il “nome nuovo” che il Figlio gli dà: amico!

Davvero straordinario! L’amico è chi è ammesso nell’intimità dei propri pensieri, dei propri sogni, dei propri progetti; l’amico è colui per cui si dà la vita! Sentire su di sè questo nome nuovo di amico può rivoluzionare la nostra esistenza, perchè questo ci fa conoscere e sperimentare la fonte di una possibilità nuova e concreta di umanità…

In questo nome di amico, che è nome dato dall’amore, bisogna rimanerequesta è la “casa” del discepolo di Cristo!

Il nostro profondo ripeta con stupore: Amatevi come io vi ho amati!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 




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Tutti i Santi – Una scelta di campo!

ESSERE SANTI: COSTOSO MA PER TUTTI

 

Ap 7, 2-4. 9-14; Sal 23; 1Gv 3, 1-3; Mt 5, 1-12

 

Cristo risorto adorato da santi, di Beato Angelico (Predella Pala di Fiesole)

Cristo risorto adorato da santi, di Beato Angelico (Predella Pala di Fiesole)

La grande solennità che oggi si celebra davvero ci dilata il cuore!
Non si tratta solo di contemplare i santi giunti alla meta del cammino, e gioire per l’esito luminoso delle loro vite; si tratta invece di sentire che questo esito luminoso è possibile per tutti noi, per tutti i battezzati!

È la santità la grande meta della vita cristiana, anzi è la meta di ogni giorno.
La nostra chiamata è alla santità! Non una santità comodamente relegata in un indistinto futuro, in un’ora estrema di compimento, ma una santità che si costruisce e si vive giorno dopo giorno. Una santità che sia un’autentica alterità da vivere rispetto al mondo, alterità che può essere solo conformazione a Cristo ed al suo Evangelo.

La liturgia di questo giorno ci mostra la meta finale nella pagina dell’Apocalisse, dandoci una grande speranza con quella grandiosa molteplicità dei santi («Vidi poi una moltitudine immensa»), ma anche il nostro oggi nella redazione di Matteo delle Beatitudini, in cui ci appare chiaro che con l’Evangelo e con il Dio di Gesù Cristo non si gioca!
Le Beatitudini ci mostrano infatti uomini e donne che sanno di essere “uomini comuni, ma scelti da Dio, speciali perchè amati” (mi si perdoni la citazione!), con la certezza che la santità non è solo frutto di una conquista quotidiana, ma è frutto della grazia che davvero accompagna chi cerca Dio e desidera che la propria carne sia Evangelo vivente.
La realtà della nostra vita di salvati è questa, e Giovanni nella sua Prima lettera ci ha detto con limpida chiarezza che noi fin d’ora siamo figli di Dio!
“Fin d’ora”!
Le Beatitudini sono l’Evangelo di questo fin d’ora! Le Beatitudini sono un annunzio che il Regno è arrivato… Quello che i Profeti intravedevano come il futuro dell’era messianica, per Gesù è il presente, è l’oggi. Infatti oggi i poveri sono beati, e già oggi è loro il regno dei cieli. Nessuno è escluso da questo regno; non ci sono emarginati, anzi quelli che il mondo emargina sono i primi, i beati.

Il Regno è venuto perché Gesù ha vissuto le beatitudini, e non solo! Le beatitudini sono infatti “il modo di Gesù di pensare la vita” (Bruno Maggioni). Gesù ha fatto della vita un luogo in cui ha solo sperimentato il dono di Dio; la sua esistenza l’ha letta sempre come dono, e ciò l’ha spinto a farsi dono.

Matteo, dunque, elenca le Beatitudini non per beatificare delle situazioni (che sono, in verità, poco beate!), ma per beatificare degli atteggiamenti; la comunità di Matteo è invitata ad assumere quegli atteggiamenti che hanno radice nella povertà di spirito: il povero, già nella Prima Alleanza, è colui che ha fiducia in Dio, e solo in Dio; il povero costruisce la pace, rigetta la violenza, ha fame e sete di giustizia, è misericordioso, ed è puro perchè fa sempre corrispondere l’interno del cuore all’esterno della vita.
Il povero è afflitto. E su quest’ultima espressione, che è la seconda delle beatitudini elencate da Matteo, vale la pena soffermarsi: perché Matteo dà tanto rilevanza agli afflitti? Chi sono?

Per Matteo l’uomo delle Beatitudini fa propri i problemi del Regno, e ne soffre: è beato, allora, chi concretamente soffre perché la Chiesa è divisa, perché non è sempre segno della presenza di Dio; è beato chi soffre per i propri peccati; è beato chi lotta perché il mondo possa essere altro, e lo fa con l’arma più efficace che ha: la sua santità, la sua disponibilità a essere concretamente altro.

Le Beatitudini non sono quindi un generico sentimento buono e positivo, ma sono concreti e coraggiosi passi per un’umanità nuova e segnata dalla giustizia, dalla pace; sono concreti e coraggiosi passi per essere “icona” di Cristo Gesù, che le Beatitudini le incarnò e ne fece lo stile della propria vita, ne fece la sua risposta al Padre da cui tutto, nell’eterno e nella storia, comprendeva d’aver ricevuto.

La storia della santità nella Chiesa è la storia degli infiniti modi di declinare questo concretissimo essersi compromessi con l’Evangelo; è la storia dei modi sconfinati di incarnare le beatitudini che lo Spirito ha suscitato con la sua fantasia, il suo rispetto per le diversità delle persone, e con il suo realismo attento alla storia ed ai suoi aneliti.

Essere santi è costoso, ma è per tutti i battezzati; non si può, e non si deve desiderare un po’ meno di questo.
Creati per la santità, redenti dal Santo, non possiamo fare altro che lottare quotidianamente per la santità. Diversamente, tutto diventa grigio ed insensato, si smarrisce l’ umanità e si assumono volti deformati, in cui l’Adam non è più riconoscibile.

L’alternativa è netta: o santi o meschini. O santi o schiavi. O santi  o complici della mondanità e dell’odio. O santi o folli costruttori di una Babele che precipita nella confusione.

La santità è una scelta di campo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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V Domenica di Pasqua – Il Volto di Cristo


…NARRAZIONE DEL PADRE

 

At 6, 1-7; Sal 32; 1Pt 2, 4-9; Gv 14, 1-12 


Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

La liturgia di questa domenica pare che ci porti indietro rispetto alla Pasqua perché ci è presentato un tratto dei cosiddetti discorsi di addio di Gesù nel Quarto Evangelo. In realtà quei discorsi ci spalancano in pieno il dopo-Pasqua: in quelle pagine l’evangelista, con l’artificio letterario di discorsi testamentari, ci presenta le promesse e gli sconfinati orizzonti che l’andata via di Gesù, il suo “esodo” da questo mondo al Padre (cfr Gv 13,1), aprono alla storia, ad ogni uomo.

Le parole che Gesù pronuncia nel brano di oggi iniziano con una parola chiave per il Quarto Evangelo, una parola che ci deve essere molto cara: “moné”, cioè “dimora”, è la promessa che nella casa del Padre ci sono molte dimore, e Lui le prepara per ciascuno di noi; è parola chiave per Giovanni perché correlata al verbo più amato dal Quarto Evangelo, “ménein” che significa “rimanere”, “dimorare”, “restare”. La dimora che Gesù va a preparare con il suo “esodo” è la radice della possibilità che ci è data qui, nella nostra vita di credenti, di dimorare, rimanere in Lui, e fare della nostra vita un dimorare stabile nell’amore di Dio.

Le grandi auto-rivelazioni che ci sono in questa pagina sono provocate da due domande di Tommaso e di Filippo. Qualcuno ha ipotizzato che Giovanni ricalchi qui l’haggadàh (lett. “racconto”) della cena pasquale ebraica, in cui i piccoli fanno domande che hanno il preciso scopo di far avanzare e provocare il racconto dell’esodo fatto da chi presiede la cena. Qui avviene proprio così: le domande permettono a Gesù di pronunziare queste due grandi parole auto-rivelative.

Tommaso chiede quale sia la meta del Suo esodo (“Non sappiamo dove vai e come possiamo conoscerne la via?”), avendo detto Gesù – precedentemente – che di quella meta essi “conoscono la via”. E’ così, essi conoscono la via poiché hanno conosciuto Gesù, e a pieno lo conosceranno nell’esperienza pasquale, in cui definitivamente capiranno la sua identità. La via, dunque, non è una dottrina, non è un comportamento etico, non è una sapienza iniziatica come potevano pensare quelli che erano adusi a sentir parlare di religioni misteriche, a quel tempo molto diffuse. La via è Lui, la via è la sua carne di uomo, la via è la sua vita concreta, è l’amore con cui Lui la sta vivendo, “fino all’estremo” (cfr Gv 13,1). E’ la via perché è la verità; ed è la verità non perché dica delle verità o perché trasmetta una dottrina, ma perché è Lui stesso la verità. Lui è la verità dell’uomo, Lui è l’uomo in pienezza, è l’uomo capace di vere relazioni con Dio, con la storia, con gli altri, con la sua stessa umanità. Gesù è la verità perché Lui è la fedeltà che non si spaventa dell’infedeltà, e d’altro canto, in ebraico i concetti di verità e fedeltà sono coincidenti! Gesù è la vita perché la vita è Dio, e Lui ha posto la vita di Dio nella carne dell’uomo; e la sua carne apre ad ogni carne la vita di Dio, che è la comunione trinitaria, è l’amore che “circola” tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo! E questa vita la si accoglie solo se si accoglie Lui…

La domanda di Filippo, invece, si inscrive all’interno del grande desiderio dell’uomo, e in particolare dell’uomo biblico, di vedere Dio, di vedere l’“oltre”! La domanda di Filippo ci conduce ai vertici della rivelazione del Nuovo Testamento: Dio finalmente si è reso visibile! Visibile non in visioni spettacolari, straordinarie, numinose; non in teofanie simili a quelle che la Prima Alleanza ci descrive, a partire dal roveto ardente (cfr Es 3,1-6) ai fenomeni del Sinai (cfr Es 19,16ss), dalle visioni come quelle di Isaia (cfr Is 6) a quelle di Ezechiele (cfr Ez 1) o di altri profeti… Qui Gesù parla di un vedere che ha per oggetto un uomo, solo un uomo! Dio si è mostrato tutto in un uomo!

E’ straordinario!

Se non si capisce questo, nulla si capisce del cristianesimo, e nulla si capisce della portata rivoluzionaria e sovversiva della rivelazione cristiana; l’antico e bellissimo grido dell’uomo “Mostraci il tuo volto, Signore!” (cfr Es 33,18; Sal 105,4; Sal 27,8) riceve qui una risposta davvero inattesa, straordinaria: “Chi vede me, vede il Padre”. Ecco la “visione” di Dio: il volto di Cristo! Vedere Cristo e la sua umanità è vedere Dio… è qui la grande novità e la sovversione del cristianesimo! Qualcuno ha detto che qui sta la grande desacralizzazione di Dio, della “religione” che cessa di essere perciò “religione”… E’ vero! E’ proprio così! Dio non va più cercato nel miracolistico, nello splendore accecante e che fa paura, ma va cercato tutto nel volto di un uomo e – di conseguenza – nel volto di ogni uomo!

Se Gesù narra Dio attraverso tutto ciò che è, attraverso ciò che fa, attraverso ciò che dice, questo si riverbera sul volto dell’uomo tout-court…d’altro canto, la prima parola del Decalogo con il divieto di fabbricare immagini di Dio (cfr Es 20,4 ss) era certo una prescrizione per combattere ogni idolatria, ma aveva al fondo la consapevolezza che l’immagine di Dio nel mondo già c’è: è l’uomo creato a Sua immagine. Ora, in Cristo Gesù questo assume una pregnanza eccezionale, e quel volto santissimo, quell’umanità santissima, ci invita di continuo a cercare Dio nel volto dell’uomo che Egli ha assunto, ed ha assunto per sempre! Il Figlio Risorto, infatti, è uomouomo per sempre!

Gesù narra il Padre con le parole e le opere e qui, a Filippo, Gesù lo dice con chiarezza: “Le parole che io vi dico non le dico da me; il Padre che è in me fa le sue opere”. Lui è la Parola del Padre, Lui è l’agire del Padre, un agire che è tutto amore, un agire che si rivela offerta totale della vita!

La liturgia di questa domenica ci suggerisce che questa narrazione del Padre, che questa via, verità e vita che è Gesù, può e deve essere resa presente e tangibile alla storia dalla Chiesa. La Chiesa ha una vocazione: essere la vicenda pasquale di Gesù nella storia, in ogni oggi della storia.

L’elezione dei sette diaconi che Atti ci racconta nella prima lettura di oggi va proprio nel senso di continuare a narrare all’uomo la tenerezza di Dio, che provvede con amore al bisogno dei poveri e che ormai lo fa attraverso il corpo di Cristo che è la Chiesa: è attraverso l’umanità piena dei credenti che Cristo continua a narrare il Padre. E’ l’edificio di Dio che è la Chiesa, fatto di pietre vive – come scrive l’autore della Prima lettera di Pietro nella seconda lettura – che mostra il volto di Dio alla storia.

La via, la verità e la vita, la narrazione cioè del Padre che è Cristo, sono state consegnate alla Chiesa, ai credenti in Lui, a quelli che – dimorando in Lui – hanno scelto come via della loro umanità, come verità della loro esistenza, come vita che dia senso alla loro vita, Colui che – narrando Dio – ci ha narrato l’uomo. E all’uomo ha consegnato il compito di continuare questa narrazione con la “potenza” della sua Pasqua, con una “potenza” in-credibile al mondo, una “potenza” crocefissa, mondanamente perdente…ma una “potenza” amante e perciò salvifica!

Se noi Chiesa non narriamo così Cristo, e non siamo addirittura “diaframma” tra Lui e il mondo, smarriamo la nostra unica vocazione, assumendo altri volti che subito il mondo assimila a sè, e diventando come il mondo…e una Chiesa mondana non ha più nulla da narrare!

E’ terribile!

Lo sguardo fisso alla dimora preparata dal suo amore, e nel cuore un unico grande desiderio: dimorare in Lui!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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