III Domenica di Quaresima – Cristo, alleanza definitiva e gratuita

ALLEANZA TRA L’AMORE DI DIO E L’UOMO

Es 20, 1-17; Sal 18; 1Cor 1, 22-25; Gv 2, 13-25

La terza domenica di Quaresima, e le altre che seguiranno fino alla Domenica delle Palme, in questo ciclo liturgico, si discostano dall’evangelo di Marco che quest’anno stiamo seguendo, e ci fanno entrare nel “mondo” del Quarto evangelo.

Un mondo straordinario e profondo che ci richiede una lettura a più livelli e che ci interpella con una narrazione che, mentre è fortemente attaccata alla storia (è il Quarto evangelo che ci permette per esempio, di datare la Pasqua di Gesù con l’indicazione – proprio nel brano di oggi – dei “quarantesei anni” che ci son voluti per costruire il Tempio; Erode iniziò la costruzione del Tempio nel 19 a.C. e quindi ci troviamo nel 28 d.C. e due anni prima della crocifissione di Gesù che così si deve collocare nella Pasqua del 30!), contemporaneamente ci chiede di leggere oltre la storia e di scendere ne profondo delle nostre stesse storie.
Dopo la domenica delle Tentazioni e quella della Trasfigurazione, nelle quali abbiamo visto la debolezza dell’uomo assunta dal Figlio amato in una promessa di luce e di gloria, oggi il cammino quaresimale ci chiede di scendere nelle nostre profondità. Se in Cristo c’è stata alleanza definitiva e gratuita tra l’amore di Dio e ciascun uomo, oggi, a noi battezzati, viene domandato che efficacia ha l’alleanza nelle nostre vite. Che spazio reale, concreto essa ha nei nostri passi, nei nostri giorni, nelle nostre scelte, nello scorrere del tempo che è la nostra vita.
La prima lettura, dal Libro dell’Esodo, ci ha fatto riascoltare i cosiddetti Dieci comandamenti … in realtà non si tratta di un elenco di comandi ma, come giustamente dicono gli ebrei, sono Dieci Parole (in ebraico “D’varim”). Non sono parole che limitano ordinando o vietando ma sono parole che plasmano, che creano, che rivelano la qualità dell’esistenza credente.
Non sono parole che bisogna “osservare”, ma parole da “custodire” (così dice in realtà in ebraico il vesetto 6) perchè palsmino la vita.
Nelle lingue occidentali abbiamo tradotto con l’imperativo dando a queste Dieci Parole il sapore di comandamenti ma l’ ebraico ha, grammaticalmente, l’incompiuto che è una specie di futuro che andrebbe tradotto: “Tu sarai capace di non avere altri dei difronte a me”; “Tu sarai capace di non pronunziare il nome del Signore tuo Dio” … e così via …
Insomma più che un comando è una promessa che ha una premessa importantissima, essenziale al senso delle Dieci Parole: “Io sono il Signore Dio tuo (e noi, quando insegniamo i cosiddetti “Dieci comandamenti” ci fermiamo qui!) che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto!” E’ un’affermazione di liberazione. La libertà è il dono che il Signore ha fatto al suo popolo, una libertà che è la condizione per cui si è capaci di La custodia delle Dieci Parole è allora segno dell’ingresso nell’alleanza; l’alleanza con Dio che è liberazione che rende capaci di essere uomini nuovi.
Solo chi è nello spazio di salvezza può custodire i comandamenti, può fare spazio al dono che Dio gli fa. All’alleanza si risponde con la custodia dell’alleanza e delle parole dell’alleanza, ma non è questa risposta che fa l’alleanza; quando infatti Israele si fece il vitello d’oro , Dio rinnovò l’alleanza senza nulla chiedere. L’alleanza è infatti sostenuta dall’amore di Dio che di continuo vuole risposte che sono per noi verifica di libertà e di amore.
Quelle parole custodite custodiranno l’opera di liberazione in noi e ci permettono di dare spazio a Dio nella nostra vita.
Le Dieci Parole custodiscono sul volto dell’uomo i tratti di Dio.
Il Dio che “grida” queste Dieci Parole ad Israele si rivelerà in tutta la storia della salvezza come un “Dio geloso” e, secondo un celebre Midrash, la parola sul “non avere altri dei difronte all’unico Dio” contiene in sè tutte le altre parole: infatti chi si fa idoli non riconosce il volto di Dio nel volto dell’uomo e chi si fa idoli non riconosce i diritti di Dio sulla sua vita. L’adulterio della sesta parola, in quest’ottica, è icona di ogni idolatria che ruba spazio a Dio nella vita degli uomini.
La gelosia di Dio, diversamente dalle nostre gelosie, che sono paura per noi stessi, paura di perdere chi si ama, è una gelosia che ”teme” per noi; è gelosia che vuole proteggere gli amati dal cadere nelle trappole degli idoli. E’ allora una gelosia liberante e che fa crescere.
Anche nel passo di oggi dell’Evangelo di Giovanni c’è la proclamazione profetica, da parte di Gesù, di questa gelosia liberante di Dio.
Togliamo, in primo luogo, da questo testo tutte le terribili letture moralistiche che pure hanno ammorbato le letture dell’Evangelo, quasi che questo fosse prima un libro di morale; l’evangelo è invece rivelazione di Dio, è annunzio gioioso di chi è Dio e di chi è l’uomo difronte a Dio.
Gesù scacciando i mercanti dal Tempio non fa polemica contro il “commercio sacro”, contro il lucro attorno al “sacro” (questa condanna è tutt’al più una conseguenza dell’annunzio del vero Evangelo!) ma “grida” i diritti di Dio … proclama che c’è uno spazio di Dio che non può essere ingombrato di “altre cose” … Gesù non va al Tempio per riformare la liturgia ed i costumi, va al Tempio, compiendovi questo gesto forte e provocatorio, per dare spazio a Dio in mezzo agli uomini. Il Tempio di Gerusalemme era solo un segno di questo spazio che spetta a Dio nello spazio degli uomini. Questo spazio di Dio è spesso occupato da “altro”…Gesù entrando nel Tempio vede un’ immagine di questa triste realtà; il profeta Zaccaria aveva terminato il suo libro proprio annunziando la “scomparsa dei mercanti dal Tempio” ma non per una “moralizzazione” del culto ma per affermare che finalmente Israele tutto sarebbe divenuto interamente spazio santo di Dio (cfr Zc 14,21). Gesù, compiendo questa parola, afferma che Dio è geloso del suo luogo di dimora; Gesù è venuto a rimuovere ciò che impedisce il dimorare di Dio nell’uomo.
Questo a costo di se stesso.
Lo “zelo ” per la dimora del Signore divorerà Gesù fino allo scandalo della croce di cui Paolo ci ha straordinariamente parlato nel testo della Prima lettera ai cristiani di Corinto . Perchè lo spazio di Dio in ogni uomo sia aperto e sgombero Gesù si fa vittima pasquale per una definitiva liberazione che renderà gli uomini capaci di dare spazio a Dio. Il Quarto Evangelo pone, infatti, questa scena della “purificazione” del Tempio nei giorni che precedono la Pasqua e, bisogna notarlo, Giovanni sottolinea che Gesù scaccia le bestie che venivano usate per i sacrifici con i loro venditori e con i cambiavalute che permettevano ai pellegrini di avere il denaro del Tempio con cui comprare le vittime sacrificali. Ormai non ci sarà più bisogno di quelle vittime, perchè Gesù sarà il vero agnello che prendendo su di sè il peccato del mondo (cfr Gv 1,29) toglierà ogni ingombro dello spazio di Dio.
La polemica che scaturisce da questo gesto violento di Gesù nel Tempio non a caso conduce subito alla croce, al mistero pasquale di morte e risurrezione per cui ci sarà un nuovo “naòs” (“santuario”; al v. 19 non c’è il termine “ierón”, “tempio”), il corpo del Crocefisso, che sarà riedificato in tre giorni ed in cui ogni uomo potrà trovare Dio, in cui ogni uomo potrà avere la grazia di aprire il proprio spazio a Dio, in cui ogni uomo sarà finalmente e definitivamente reso capace di lottare contro ogni ingombro di quello stesso spazio , contro ogni idolatria imprigionante.
Al cuore di questa Quaresima entri Gesù con il suo zelo ardente dentro di noi, entri a scacciare con la sua grazia tutto ciò che impedisce in noi la sua signoria liberante.
Venga a piantare la sua croce nelle nostre vite.
La croce, via costosa di amore, che a Pasqua il Padre dichiarerà di essere vita senza fine , è il vero segno che purificherà i cuori e li cambierà. La stoltezza della croce ci farà capaci di essere immagine del Figlio, l’uomo nuovo, l’uomo vero.
Celebrare Pasqua è immettersi in questa dinamica di libertà.




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