Natale del Signore (Anno C) – Dalle labbra di Gesù

 

PAROLE PER LA NOSTRA VITA

 

Notte Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2, 1-14

Aurora Is 62, 11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20

Giorno Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18

 

Oggi è facile fare retorica teologica o retorica di buoni sentimenti, di propositi di rinnovamento… Non vorrei tuttavia parlare in “pretese”, con un linguaggio, cioè da prete scontato!

Vorrei allora tentare altro; vorrei che il Mistero dell’Incarnazione, mistero duro ed esigente, impregnato di un sudore che a Dio non avrebbe dovuto appartenere, di lacrime e sangue che a Dio non avrebbero dovuto appartenere, ci desse uno sguardo duro ed esigente sulla nostra vita, sulla nostra esistenza credente, sulla nostra coscienza ecclesiale …
“La gioia di Dio è passata attraverso la povertà della mangiatoia e la pena della croce, perciò essa è invincibile e inconfutabile” così ha scritto Bonhoeffer; e allora vorrei che oggi ascoltassimo queste esigenze evangeliche dalle “labbra” di Gesù …
Mi sono chiesto: “Cosa ci direbbe Lui per farci celebrare nella verità il suo Natale? Cosa ci direbbe per non farci essere insensati in questi giorni?”
Ed ecco cosa mi viene in cuore … certo è una “simulazione”, ma forse non tanto; mettendosi in ascolto della Parola, che abbondante la Chiesa ci offre in questo giorno santo, le esigenze dell’Evangelo mi paiono lampanti!
E’ bello sentirsele ripetere da Gesù:

«Tra poco canterete con esultanza il “Gloria” … ma prima desidero parlarvi … Vi pare strano? Forse vi pare strano, perché in questo giorno siete abituati a vedermi neonato, e i neonati non hanno parole … Certo, mi rappresentate come uno strano neonato: già con la manina che benedice … ma sono stato un neonato come tutti voi e la mia manina non benediva … Oggi voglio però parlarvi al di là di tutto questo; non vengo a rompere l’incanto del vostro Natale, voglio invece accrescere il vostro incanto di questa notte, incanto pieno di tenerezza; vi parlo perché sono il Vivente, il Veniente … nella notte di Betlemme ero un bimbo come tutti, ma ora vivo per sempre con i segni della Passione, io sono il Risorto, l’Alfa e l’Omega!
Nell’eterno del Padre vi amo con un cuore di uomo perché in questa notte presi la vostra carne tenerissima e tremenda; ho provato il freddo, ma anche il calore del seno di mia Madre; ho provato le gioie di sere liete con amici che si amano, ma ho provato anche la delusione e il tradimento, ho provato le risate di gioia e le lacrime insopprimibili; ho vissuto la vostra vita e la vostra morte … ed è meraviglioso! Vedete? Non so dire: era meraviglioso … dico è meraviglioso!
Tra poco canterete il “Gloria”, come gli angeli nella notte di Betlemme, e le vostre voci giungeranno in cielo: è bella la voce dei figli, è bella la voce dei fratelli, è bella la voce della casa …
Cantate uniti! E’ Natale, <bambini> di ogni età!
Cantate e state uniti! Unitevi davvero, non per conquistare il potere, ma per lasciarlo agli altri; non per dominare il mondo, ma per regalare il dominio a quelli che – senza questo terribile giocattolo – si arrabbiano troppo!
Vi sembro strano? Vi sembro arrendevole? Se è così, sono proprio io! Solo io posso essere così <pazzo> da dire queste cose!
Se cantate il “Gloria” fatelo pure, ma come gente che vuole vivere il Natale a modo mio … d’altro canto io ho <inventato> il Natale …
Come cantarlo? Siate pronti a perdere tutto ciò che agli altri interessa tanto: soldi, potere, successo! Purchè vi lascino le cose sante, e non ne facciano mercato!
Dite ai potenti piccoli e grandi: TENETEVI TUTTO, MA LASCIATECI SOGNARE! Sentirsi più buoni non basta…il mondo attorno a voi ha il ruggito del leone e il sibilo del serpente! C’è bisogno di risposte concrete! Ma non <concrete> come pensa il mondo!
Le risposte concrete sono risposte che vogliono rischio e vita … pensate a come ho rischiato io, e a come è stato il mio vivere … è tutto lì … non barate!
Non vi accontentate della breve pausa natalizia e poi via… peggio di prima: è un’insopportabile contraffazione della PACE che gli angeli cantano stanotte! E’ un’insopportabile contraffazione dei miei sogni che rendono non credibile l’Evangelo!
Per fare questo SOGNATE! Sognare è importante, non come rifugio illusorio nella penombra del vostro privato, ma come forza creativa di chi vuole essere davvero la mia Sposa, mia Chiesa!
Voglio una Sposa che sogna! Se tutti sognate la stessa cosa, il desiderio si avvera! I sogni che muoiono all’alba sono quelli concepiti in solitudine e dimenticati durante il giorno per mancanza di riscontri … siate l’uno il riscontro dell’altro!
Niente ingenuità e vuoto spiritualismo, beninteso! Ma neanche cecità, cinismo e sconforto … e niente BUON SENSO! Oh, quello! … Può uccidere l’Evangelo! Io non sono il buon senso! Siate acrobati dell’incredibile! Io lo sono stato … lo sono … E c’è una regola che gli acrobati sanno a memoria: GUARDARE IN ALTO! Guai ad abbassare gli occhi alle cose sottostanti … si precipita e precipitano anche i sogni!
Con il sogno dell’Evangelo cambieremo il mondo!
Ve la sentite di venire con me a cambiare il mondo con il sogno dell’Amore? Se ve la sentite, allora cantate! A me o tutto o niente!
Se la vostra risposta è TUTTO, se avete il coraggio di chiedere la grazia del TUTTO e del no netto al buon senso, allora cantate, cantate fratelli miei in questa notte di Evangelo, in questa notte di gioia, in questa notte di Natale…»

Forse tutto questo non aiuterà per preparare l’omelia di Natale … perdonate … vuole essere, però, un abbraccio e un augurio a tutti da parte di questa nostra comunità monastica! Santo Natale!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santa Famiglia (B) – Riconoscere Colui che attendiamo

 

…NELL’ORDINARIO DELLE NOSTRE VITE

 

Gen 15, 1-6;21, 1-3; Sal 104; Eb 11, 8.11-12.17; Lc 2, 22-40

 

La presentazione di Gesù al Tempio, di Rembrandt (particolare)

La presentazione di Gesù al Tempio, di Rembrandt (particolare)

Arriva puntuale, tra il Natale e la Circoncisione di Gesù all’Ottava, la festa della Santa Famiglia. Nata per motivi “pastorali”, questa festa rischia di sviarci, con riflessioni moralistice e “pratiche” (!), dalla contemplazione del Mistero dell’Incarnazione che a Natale abbiamo celebrato.
D’altro canto, come già abbiamo avuto modo di dire negli scorsi anni, la possibilità di prendere ad esempio la Famiglia di Nazareth per le nostre famiglie lascia un pochino perplessi: c’è una madre vergine, un padre “putativo” ed un figlio che è Dio! Una realtà un tantino distante dalle nostre situazioni; quel che da Maria e Giuseppe dobbiamo cogliere perciò è di un respiro più ampio, tanto più ampio di quello delle varie e lodevoli “pastorali familiari”: nel loro “sì” al progetto di Dio c’è una via ecclesiale che riguarda tutti i credenti in Gesù, e non solo le famiglie.
I testi biblici di questa domenica ci danno l’agio di leggere con maggiore profondità il mistero dell’Incarnazione, e prendono le distanze da discorsi “familiaristici” oggi tanto “di moda” nella pastorale della Chiesa.

La Scrittura oggi ci fa riflettere ancora una volta sul tema della fedeltà di Dio! La promessa fatta ad Abramo di essere benedizione per tutti i popoli si adempie in Gesù, il Figlio eterno venuto nella carne. E’ Gesù il primogenito che, come Isacco sul monte, è portato al Tempio per esservi offerto: Maria e Giuseppe, obbedienti alla Legge, senza sentirsene esentati per la straordinarietà della loro vicenda, entrano nelle vie ordinarie del loro popolo e portano il Bambino al luogo cuore della fede di Israele, al Tempio; e lì, al cuore di Israele, avviene un incontro: la Prima Alleanza incontra l’Alleanza Definitiva…le promesse incontrano l’adempimento, l’attesa diviene presenza!

Le braccia di Simeone, vecchio e colmo di attesa, sono le braccia della Prima Alleanza che riconosce il Messia grazie all’azione dello Spirito. Il Messia poteva entrare nel Tempio quel giorno, ed essere sfiorato e non riconosciuto persino da Simeone: quanti in quel giorno avevano visto un padre ed una madre ordinari con il loro bimbo qualunque; eppure Simeone, come poi Anna, ha la capacità di riconoscere Colui che attendeva.

Come Simeone, qui si distanzia da ogni attesa banale e trita del Messia!
Come è capace questo vecchio di scavalcare le immagini di un Messia glorioso e potente, e fermarsi a contemplare un Bambino fragile ed ordinario?  Luca ce ne dà una spiegazione; due sono i fattori che permettono a Simeone di fare questo “salto”: il primo è l’attesa nutrita di assiduità con la Parola della Scrittura, nutrita di presenza alla presenza di Lui, di scelta di dimorare con Dio (la vecchia Anna – dice Luca dimorava notte e giorno nel Tempio).
Queste cose, però, non sarebbero sufficienti se non fossero accompagnate dall’opera dello Spirito Santo che, come ha fecondato il grembo di Maria (cfr Lc 1, 35) così ora rende fecondo Israele – rappresentato dai due vecchi – di fede, di capacità di riconoscimento e di capacità di profezia.
Lo Spirito, che aveva preannunciato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia, rende il suo cuore, già vigilante nell’attesa, capace di riconoscere in quel Bambino portato al Tempio il Messia atteso; lo Spirito gli apre gli occhi ad un riconoscimento. Se ci pensiamo, l’Evangelo di Luca si concluderà ancora con un riconoscimento: sulla via di Emmaus, quei due uomini delusi incontrano un viandante ordinario come tanti, che cammina sulla loro stessa strada e, alla mensa di Emmaus, essi lo riconoscono e non possono che tornare indietro ad annunziarlo come compimento di tutte le speranze.
Il rischio diversamente è grande: sfiorare Gesù, e non lasciarsene sedurre, non lasciarsi interpellare da Lui.

Il vecchio Simeone non solo lo riconosce, ma riconosce in Lui delle domande che pesano: quel Bambino chiede di schierarsi; quel Bambino è segno di contraddizione, impone di fare scelte di campo, e senza infingimenti.

Il Natale vuole questa scelta…non si resta neutrali dinanzi al Natale. Chi resta neutrale, chi rimane come prima, non ha celebrato il Natale di Nostro Signore Gesù Cristo: ha fatto una festa suggestiva ed evocativa che si “gioca” attorno ad una nascita (per tanti un po’ mitica!), ed attorno ad un bambino…tutti segni di umane speranze e di tenerezze, ma il Natale non è questo, e non voleva questo!
Natale vuole riproporre ai credenti una scelta di campo! Nel Natale, d’altro canto, Dio ha fatto una scelta di campo: ha scelto gli umili, i piccoli, i poveri, l’uomo con le sue fragilità, ha scelto i peccatori, ha scelto noi…Lui porterà questa scelta di campo fino alle estreme conseguenze, fino alla croce!

Noi che scelta di campo facciamo? Per chi? Con chi?
Oggi questa domanda ci è gridata dalle parole profetiche di Simeone.
In questa richiesta, forse, si può trovare una parola per la vita delle nostre famiglie. La vita familiare è il più diffuso ordinario, e la liturgia di oggi mi pare che suggerisca che è in questo ordinario che bisogna far brillare lo straordinario di un riconoscimento e di una scelta di campo. L’ordinario può divenire un luogo “esplosivo” di vita nuova oppure la tomba di ogni slancio, la tomba dei sogni e delle speranze.

Il Bambino di Betlemme è quel Gesù che interpella in tal senso ogni suo discepolo, chiede la vita…e gli sconti non sono possibili!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Natale del Signore (B) – Nel cuore di ogni uomo

 

ALLA SCOPERTA DELLA “STANZA BELLA

 

Notte Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2, 1-14

Aurora Is 62, 11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20

Giorno Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18

 

Pastori, Monastero di Ruviano

Pastori (Icona, Monastero di Ruviano)

Il Natale viene sempre per riportarci nella fede, nell’autentica fede cristiana ad un senso di piena fiducia in un compimento e in una verità cui tutti aneliamo. Sì, tutti vi anelano, anche quelli che imboccano vie di non-senso, di morte, di violenza, di avidità, di prevaricazione (e a volte – troppo spesso – anche noi credenti siamo contagiati da queste vie insensate, le scegliamo e ne percorriamo dei bei tratti!); vi anelano poi anche quelli che hanno nel più profondo un desiderio di senso e di pienezza…
Ce ne convinciamo a partire dai nostri sogni più radicati, a partire da quella “stanza segreta” che ciascuno di noi sente dentro, e in cui albergano affetti, ricordi, dolcezze, nostalgie, desideri di pace; ove albergano le cose più “sante” che sono patrimonio della nostra piccola storia personale… E se questo è vero per me, questo luogo profondo – mi dico – sarà vero per tutti gli uomini, anche per quelli che giudichiamo “cattivi”, quelli che compiono nefandezze.

Il Natale viene a ricordarci la bellezza dell’uomo, al di là di ogni pessimismo, di ogni lettura disperata del reale e della storia, non perché ci infonde un senso di passeggera bontà (questa è una delle mistificazioni del Natale), ma perché ci ricorda che l’uomo è bello-buono (cfr Gen 1, 31) in quanto viene dalle mani di Dio, e perché Dio stesso l’ha creato perchè fosse sua dimora, tanto che, in un giorno benedetto e santissimo di questa storia, Lui si fece uomo e volle abitare in mezzo a noi.

Il Natale allora viene a togliere dalla storia la disperazione; viene a dire all’uomo che non è parte di un gorgo insensato di eventi, che non è una dei miliardi e miliardi di “formiche” che si sono affannate su questa terra per poi cadere nel nulla. Il Natale viene a dirci che non siamo nè senza senso nè abbandonati. Non siamo venuti dal caso, e non siamo abbandonati a noi stessi ed a quel vortice di egoismi e ingiustizie che abbiamo creato con la terribile “legge del più forte”.

Natale ci racconta di un Dio che sceglie di farsi compagno dell’uomo, e che viene a vivere con noi e per noi; che viene a vivere per insegnarci a vivere in questo mondo, come scrive Paolo nella sua Lettera a Tito che stanotte si legge in tutte le nostre liturgie.
Natale viene a dirci che, tra le tenebre che noi abbiamo prodotto, una luce brilla!
Natale viene ad assicurarci che davvero nel cuore di ogni uomo c’è quella “stanza bella”, e che bisogna gridare a tutti di aprirla e leggerne il contenuto, di aprirla e darvi accesso a quel Dio che non volle guardare a distanza l’umano, ma lo fece suo e suo per sempre.

Natale viene a garantire che Dio è fedele, e che nessuna sua parola va a vuoto; che le sue promesse si realizzano ed anche al di là di ogni immaginazione, anche al di là di ogni promessa stessa; le fedeltà di Dio trascendono sempre le sue stesse promesse, realizzano di più di quanto la promessa aveva fatto intravedere e sperare!
Nessuna promessa messianica, infatti, aveva mai osato sognare che il Messia sarebbe stato Dio stesso! Eppure, nella mangiatoia di Betlemme, Maria avvolge in fasce il suo figlio che però è anche il Figlio eterno di Dio, che è la Parola fatta carne, come scriverà Giovanni (cfr Gv 1, 14); è cioè Colui che dona senso a tutto, e che viene ad abitare la nostra umanità. E, se la Parola si è fatta carne, il senso può abitare l’uomo, la sua carne, la sua storia.

Natale viene a spazzar via ogni insano pessimismo, ogni disperazione: camminiamo verso un compimento, un compimento tanto più grande di quanto avremmo potuto immaginare a partire dalla Promessa!

Natale, però, non viene a portarci un passeggero ottimismo!
Natale è esigente perché ci narra l’amore di Dio e la sua compromissione con noi e per noi. E’ esigente perché chiede ai credenti di farsi spazio per Dio, perché Lui continui a piantare la sua tenda tra di noi. Dio ha bisogno di “terra” per compiere le sue promesse! Non possiamo prestargliela, no! Bisogna dargliela, tutta e con fiducia.

Questo è il compito di noi cristiani, dare la nostra “terra” a Lui, per tutti…perché Lui venga ogni giorno, e venga poi nell’ultimo giorno! A noi è richiesta questa consegna del nostro “terreno”, della nostra umanità…a noi è richiesta questa consegna per tutti gli uomini, in favore di tutti gli uomini.

Oggi siamo chiamati a credere che l’uomo (ogni uomo!) è oggetto dell’amore di Dio: Pace in terra agli uomini amati dal Signore, così cantano gli angeli del Natale…e noi, per questa pace, abbiamo la vocazione di consegnare il nostro “terreno”…
Lo fece Israele, lo fece Maria, lo fece Giuseppe…e venne Gesù, “il più bello tra i figli dell’uomo” (cfr Sal 45, 3) e in quella bellezza di Lui c’è ogni bellezza e bontà che possiamo sognare. Se anche noi faremo lo stesso nella nostra generazione, Gesù verrà ancora, nel nostro oggi, e porterà bellezza e compimento a questa storia tante volte immersa nel sangue, nella tenebra e nel non-senso, ma chiamata da Dio ad essere ben altro.
Ecco perchè la storia ha bisogno di santi, di uomini che sappiano dare “terreno” a Dio, il loro “terreno”, uomini disposti a lasciarsi “espropriare”…

Natale chiede santi! Solo vivendo questa lotta per la santità potremo decentemente fare Natale! Il resto è folklore, è dolciume senza dolcezza, è luce artificiale, è illusione di bontà che dura un giorno, e di una pace che è solo piccola ed ingannevole tregua.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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I Domenica di Avvento (B) – Vigilate!


IL RITORNO DEL FIGLIO DELL’UOMO

 

Is 63, 16b-17.19b; 64, 2-7; Sal 79; 1Cor 1, 3-9; Mc 13, 33-37

 

San Marco Evangelista, di Andrea Mantegna (1448) - Francoforte

San Marco Evangelista, di Andrea Mantegna (1448) – Francoforte

Nulla di più sbagliato di leggere l’Avvento come tempo di preparazione o attesa del Natale: il Natale è un fatto del passato, e non si attende qualcosa che è passato!
L’Avvento, con cui iniziamo questo nuovo anno liturgico, è un tempo di un’importanza grande nel percorso spirituale dei discepoli di Cristo, in quanto è un tempo che ci fa puntare lo sguardo sul ritorno del Figlio dell’uomo al termine della storia; è un tempo in cui sentire in verità che la storia è una storia orientata, non è un garbuglio inestricabile e senza senso, come potevano pensare nel mondo greco-romano per il quale la storia era un “eterno ritorno” governato dalle forze oscure ed insensate del fato: una visione – questa – fonte di un’angoscia infinita! La fede ebraico-cristiana ha invece custodito la certezza di una storia in cammino verso un orizzonte, di senso e di compiutezza.

Verrebbe quasi da dire che l’Avvento è più importante del Natale, se non fosse che il Natale è il mistero adorabile e stupefacente dell’Incarnazione di Dio nella nostra fragilità umana e nella materia del cosmo tutto.

Il fatto che si deve cogliere è che l’Avvento determina il ritmo e la pienezza del nostro cammino nell’oggi, cammino che non può rimanere in un asfittico presente senza porte e senza ali…l’Avvento spalanca le porte, e dona le ali verso il futuro di Dio…alla fine dell’Avvento c’è il Natale, ma come celebrazione che, oltre a chiederci di continuare in noi, personalmente e come Chiesa, il mistero dell’Incarnazione, ci rassicura sul ritorno di Gesù Signore al termine della storia. Il Natale ci dice che, se già è venuto un giorno nell’umiltà della nostra umanità, nella stalla di Betlemme, così verrà di nuovo, tornerà, e non verrà meno alla sua promessa.
La storia è allora tutta orientata verso il ritorno di Gesù nostro Signore!

Ecco che allora l’imperativo è la vigilanza!
In quest’anno che incomincia avremo come guida l’Evangelo di Marco, certo con alcune “intrusioni” degli altri Evangeli (già la terza e la quarta domenica d’Avvento ci presenteranno passi di Giovanni e di Luca), e Marco, nel passo di questa prima domenica dell’anno, ci grida con ferma speranza e grande forza questo imperativo; lo pone sulle labbra di Gesù all’inizio e alla fine del passo di oggi, creando così un’inclusione molto significativa.
Marco usa due verbi diversi, con sfumature diverse, per dire questo vigilare: all’inizio dice “agriupneîte” che significa “state desti”, “state svegli”, “scrutate”, “spiate”, quasi a dire che è necessario avere lo sguardo puntato su quella venuta, di cui bisogna saper cogliere i segni; alla fine del brano usa invece un altro verbo, “gregoréo” con un’accentuazione più all’operosità di questo tempo di vigilanza… L’Evangelo di Matteo, alla conclusione dello scorso anno liturgico, con tre parabole ci ha detto cosa è davvero vigilare…Marco in fondo ci dice lo stesso, con questo breve passo in cui possiamo cogliere i tre medesimi sensi del vigilare che già Matteo indicava.

Vigilare è “essere attrezzati per un’attesa che può essere lunga”, poichè «non sapete se tornerà a sera, a mezzanotte, al canto del gallo o al mattino».
Vigilare è “rischiare”: se il padrone ha lasciato ai servi la sua “exousìa”, il suo “potere”, questo lo si può esercitare solo rischiando, trafficando quell’“exousìa”, che altro non è se non la logica dell’Evangelo del Signore crocefisso.
Vigilare poi è “essere operosi nell’amore fattivo” affinché il padrone, al suo ritorno, non trovi dei dormienti, ma degli uomini pronti a operare!

L’invito alla vigilanza è tipicamente cristiano; si trova poco nella letteratura rabbinica e nell’apocalittica giudaiaca, ed è un tema connesso non ad un generico “giorno del Signore“ (lo “yom Adonai”), ma ad un preciso evento: il  ritorno del Figlio dell’uomo!

Marco chiede una vigilanza duplice, una vigilanza su due livelli.
L’evangelista rileva infatti un doppio pericolo: da una parte, si rivolge a quei cristiani che hanno rallentato l’intensità della loro attesa, cristiani che tendevano cioè ad adattarsi troppo bene a questo mondo; un pericolo, questo, in cui incorrono oggi le Chiese dell’opulento occidente… Sì, opulento nonostante la “crisi”, e non dobbiamo temere di ribadirlo; dall’altro canto, Marco si oppone alle idee degli esaltati ed alle speculazioni dei falsi profeti che gridano di continuo di una fine imminente.
Ai primi Marco dice di essere vigilanti, non dimenticando la venuta del Signore che potrebbe piombare mentre non la si attende, o – addirittura – non la si attende più; una venuta che deve esser colta come termine e forza dell’esserci in questo mondo.
Ai secondi però dice: “Non è ancora la fine! Vivete l’oggi in pienezza e senza darvi sconti, vivete l’oggi con lo sguardo puntato ad una venuta il cui tempo è noto solo al Padre” (cfr Mc 13, 32).

La frase conclusiva dell’Evangelo di questa prima domenica di Avvento ha poi una grande forza: «Ciò che dico a voi, lo dico a tutti: vigilate!»; con questa frase Gesù stende il suo sguardo, spaziando sugli uomini di tutti i tempi…parole che vogliono raggiungere ciascuno di noi…parole che hanno risonanza universale, raggiungendo ogni uomo là dove si trova e vive, perché possa udire la voce di Gesù e la sua Parola, e farne tesoro.

La parola chiave dell’Avvento è allora vigilate!… Parola forte e provocatoria, che viene a cercarci nel nostro oggi concretissimo, e ciascuno di noi sa quale è il suo oggi concretissimo, cosa oggi circola ed agisce nella sua vita, cosa lo richiama, cosa lo seduce.

Vigilare è non permettersi di evaporare in nessuna sonnolenza.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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