II Domenica dopo Natale – L’eterno di Dio

LE RADICI DELL’INCARNAZIONE

Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

C’è oggi nella liturgia uno sguardo che cerca di portarci oltre il tempo, nell’eterno di Dio, in quell’ in principio  da cui tutto prese vita.

Il mistero dell’Incarnazione non ha radici verso il basso della storia ma ha radici in alto, verso quell’eterno imperscrutabile in cui hanno dimora i sogni di Dio, i suoi progetti…l’autore della lettera agli Efesini, di cui oggi leggiamo un tratto del primo capitolo, parla di un in principio, di un prima della creazione in cui il Dio che Gesù ci ha rivelato come Padre ha un progetto eterno come il suo cuore paterno, una predestinazione che dobbiamo intendere come un fine meraviglioso sognato per la sua creatura: l’essere figlio! Questo sogno dell’ in principio Dio l’ha realizzato in Gesù Cristo.

Tutto questo la liturgia odierna lo pone sotto una chiave di lettura essenziale per comprendere il Dio della Bibbia che desidera liberarci da ogni atteggiamento religioso e quindi imprigionante. Tutto va letto dunque nell’ottica del DONO, della GRATUITA’. D’altro canto se la scelta, il sogno di Dio è prima della creazione del mondo, come dice la lettera agli Efesini, questo è un sogno che noi non abbiamo potuto né generare, né meritare! E’ un dono che ci precede in modo assoluto, un dono non meritato e che non può neanche essere ricambiato, può essere solo accolto.

L’evangelo che ci fa contemplare l’intimità eterna del Verbo con il Padre e come dal cuore di questa intimità fiorisca una nuova intimità, quella con la carne dell’uomo. Il Verbo divenne carne e pose la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1, 14); lo stupore di Giovanni è qui straordinario e sottolinea l’assoluta gratuità di questa incredibile e impensabile via di Dio: l’Incarnazione è un dono nel quale si riceve grazia su grazia (Gv 1, 16); l’amore gratuito di Dio è stato riversato da Gesù su noi uomini già con il suo assumere la nostra fragilità, l’amore gratuito di Dio è stato narrato da Gesù in tutto ciò che ha detto e fatto. L’unicità del cristianesimo, ricordiamolo sempre, è proprio qui: è nell’uomo Gesù che Dio si è reso presente in tutto, è nell’uomo Gesù che Dio si è narrato, incontrare l’uomo Gesù è incontrare Dio… quella carne fragile di Cristo è il vero santuario, il tempio definitivo…questa carne fragile la incontreremo per l’ultima volta nel quarto Evangelo nella scena della sepoltura (Gv 19, 38-42), quando Nicodemo lo ungerà con 100 libbre di unguenti: il nuovo tempio, quello definitivo in cui tutti gli uomini potranno incontrare Dio, per la letteratura intratestamentaria, sarebbe stato consacrato proprio con quella quantità di unguenti che Nicodemo userà per Gesù! Nicodemo a nome di Israele lì consacra il nuovo tempio!

Il dono di Dio si manifesta in quella carne fragile che ha posto la sua tenda tra di noi e  ha percorso l’itinerario di un uomo, fino all’amore estremo della croce e fino a scendere nella tomba…in quella umanità si può incontrare Dio! Il tempio ormai è la sua carne!

Questa prima domenica del nuovo anno ci deve lasciare pieni di una consapevolezza: Dio si è fatto DONO all’uomo, in Gesù questo dono è stato pieno e definitivo; riconoscere questo dono ed abbandonarsi ad esso è l’unica via, via che contraddice ogni religione e ci libera da ogni presunzione di merito e di ricambio.

Contemplato il dono non ci resta che lo stupore dal quale può sgorgare solo un canto di lode che proclami la gloria di Dio; perché solo chi ha conosciuto Gesù ha potuto conoscere la gloria di Dio!




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Santissima Trinità – Il mistero d’Amore

LA TRI-UNITA’ DI DIO

 Es 34,4-6.8-9; Dn 3; 2Cor 13,11-13; Gv 3, 16-18

 

 

Icona della Trinità (di Andrej Rublëv, Mosca)

Icona della Trinità (di Andrej Rublëv, Mosca)

Dopo le grandi celebrazioni pasquali, la Chiesa oggi vuole una sosta contemplativa sul mistero fontale di tanto amore! L’amore pasquale che Cristo Gesù ci ha donato con la sua Croce e la sua Risurrezione, quell’amore che è stato finalmente effuso sulla Chiesa e sul mondo e che ora è dono fatto all’umanità intera, non è un meraviglioso sentimento, non è un moto bello di un’anima bella e neanche il moto intimo del cuore sublime di Dio. No! Quell’amore è la vita stessa di Dio!

La Trinità di Dio (o come scrive Basilio, la Tri-unità di Dio!) non è un astruso mistero su cui non bisogna indagare perché resta comunque incomprensibile! Probabilmente proprio l’incomprensione del mistero trinitario ha fatto sì che il cristianesimo si riducesse così spesso a “religione” e a “religione” tra le altre “religioni”. L’incomprensione del mistero trinitario produce conseguenze gravissime nella fede e nella prassi dei cristiani. Non è solo questione di teologia, è questione di “conoscenza” autentica di questo nostro Dio che non è un Dio generico, un Ente Supremo qualsiasi, ma è Padre, Figlio e Spirito Santo.

Il mistero della Trinità ci dice che Dio è comunione, anzi è la comunione fontale; e ce lo dice non per darci una mera nozione, ma perché noi entriamo esistenzialmente, vitalmente in questa comunione, in questo abbraccio di Dio. Un Dio solitario non può essere amore, tutt’al più ama … il Dio che Gesù ci ha raccontato è amore perché nel suo intimo è comunione, è relazione di amorosa tra persone, è amore che ama, che si lascia amare, che si dona

Questo mistero che è compimento di rivelazione su Dio dà ragione profonda a quanto già la Prima Alleanza aveva “conosciuto”. Infatti il nome che il Signore rivela al Sinai a Mosè che torna con due nuove tavole di pietra lì sul monte dopo la scoperta del peccato del popolo che s’era prostrato al Vitello d’oro, è “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà”! Ad un Dio così Mosè osa chiedere la “compagnia” costante nella fatica del cammino verso la Terra Promessa: Che il Signore cammini in mezzo a noi.

Questo Dio compreso come infinita misericordia e fedeltà suscita nel cuore di Mosè la “parola” più bella che un uomo possa pronunciare davanti al volto di Dio: la “parola” della solidarietà col peccato degli altri uomini.

Credo che questa “parola” di Mosè sia una “parola” cardine della Scrittura, “parola” che ci mette al riparo da ogni èlite di pretesa giustizia: Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità! Mosè prende anche su di sé il peccato e la colpa di tutti, anche se non si è prostrato al Vitello d’oro (era sul Sinai con il Signore!) si sente non estraneo al peccato dei fratelli, solidale con alla loro miseria ed idolatria.

Ecco cosa fa la “conoscenza” del cuore di Dio! Ancor più può produrre in noi discepoli di Cristo la “conoscenza” del mistero trinitario, mistero di unità, di amore, di misericordia fedele, mistero di un amore che si è fatto solidale con l’umanità fino alla Croce del Figlio che, donando la vita e raccontando l’amore, ha fatto pace tra cielo e terra non rimanendo al di là del peccato, ma facendosi Lui stesso peccato (cfr 2Cor 5,21; Gal 3,13)!

L’amore di Dio per il mondo peccatore è detto da Gesù, nel dialogo con Nicodemo di cui oggi leggiamo un breve tratto, proprio con il dono di un Padre del proprio Figlio. E’ una rivelazione di una relazione d’amore che si estende ad abbracciare il mondo, è rivelazione di una salvezza che non scende da un Dio che resta in alto ed impassibile ma che viene da un Dio solidale che dona il suo Figlio,  da un Dio che nel Figlio si consegna.

Accogliere la Pasqua di Cristo è allora accogliere questo dinamismo d’amore che è la vita trinitaria nella propria vita. Paolo, nel testo della Seconda lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge, ci ha detto con chiarezza cosa sia questa accoglienza: si accoglie questo dinamismo di Dio riconoscendo la grazia del Signore Gesù Cristo, cioè l’assoluta gratuità della Croce e della Risurrezione; riconoscendo l’amore di Dio, riconoscendo cioè di essere amati non di un amore qualsiasi fatto di sentimenti passeggeri ma di un amore eterno che a tutto può dare senso; riconoscendo la comunione dello Spirito Santo, cioè l’opera finale della salvezza che è la “koinonia”, è l’amore che, non solo ama l’altro ma lo cerca e si compromette per lui, si sporca le mani per il fratello e con il fratello.

Questo è il Dio dell’Evangelo e noi celebriamo sempre questo Dio Trino, Comunione, perfezione di ogni dinamismo d’amore. Celebrare non significa compiere dei bei riti ma significa dare accesso al mistero nel nostro vivere quotidiano; celebrare è spalancare le porte della vita al mistero di Dio! Celebrare la Trinità (in realtà è quello che ogni liturgia cristiana fa, non solo in questa domenica … per carità!) è aprire la vita a quella stessa gratuità, a quello stesso amore, a quella stessa comunione che è la vita stessa di Dio!

Celebrare l’ Amante, l’ Amato e l’Amore, direbbe S. Agostino, è per il discepolo di Cristo farsi amante, amato, amore. Personalmente ed in una comunità credente. O la Chiesa è icona di questo amore trinitario nell’amore che ama, che si lascia amare e che si dona o non è più Chiesa di Cristo e rischia di essere organizzazione di una “religione” che più nulla ha a che vedere con l’Evangelo di Gesù suo Signore!




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IV Domenica di Quaresima – Oggi, tempo di radiosa tristezza!

LA DOMENICA DELLA GIOIA

2Cr 36, 14-16.19-23; Sal 136; Ef 2, 4-10; Gv 3, 14-21

Questa è la domenica della gioia; è la domenica detta “Laetare ” dalle parole dell’antifona di ingresso di questa liturgia tratte dal Libro di Isaia : “Rallegrati, Gerusalemme e voi tutti che l’amate riunitevi. Esultate e gioite voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione”. Parole piene di consolazione per chi ha fatto un’esperienza di tristezza per le proprie fragilità e peccati e si trova dinanzi ad una salvezza improvvisa e immeritata. Il nostro sguardo, allora, deve essere rivolto con speranza grande verso l’orizzonte nuovo e limpido di questa salvezza.

Il nostro cammino verso la Pasqua si avvia al compimento ed i testi della Scrittura che oggi la Chiesa propone ci mostrano questo compimento. Ci sono immagini di esilio e di deserto: Babilonia luogo di esilio conseguenza del peccato, il deserto in cui Mosè innalza il serpente di bronzo perché siano guariti quelli che erano stati morsi dal fuoco della mormorazione contro il Signore; l’esilio ci richiama però anche sottilmente l’“uscita”, l’“esodo” del Figlio dal seno del Padre che lo ha inviato perché ha tanto amato il mondo!
Rallegrarsi! Ma perché? Perché la liberazione è vicina, è possibile; il Figlio si è fatto innalzare sulla Croce e da lì attira tutti a sè (cfr Gv 12, 32).
Rallegrarsi sì! Perchè, se è vero che esilio e deserto ci ricordano il nostro peccato e tutte le nostre contraddizioni all’alleanza, ci ricordano tutti gli spazi di Dio ingombri in noi da altro, se è vero che la Quaresima ci ha condotti a far emergere la nostra incapacità a custodire la parola dell’alleanza, è vero anche però che difronte a tutto questo c’è l’amore incondizionato di Dio. E’ allora proprio vero quello che proclamano le Chiese d’Oriente: questo della Quaresima è un tempo di “radiosa tristezza”! Oggi dobbiamo porre l’accento sull’aggettivo: radiosa !
L’amore che fa diventare radiosa la tristezza per i nostri peccati ci è ricordato sia dal passo del Secondo libro delle Cronache che oggi apre la liturgia della parola sia dal passo dell’Evangelo di Giovanni; tutti e due i testi ci consegnano parole calde e certe: “Il Signore inviò i profeti perché amava il suo popolo e la sua dimora ”, “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio” … E noi sappiamo dove l’amore si è a pieno manifestato: in Cristo crocefisso .
Dinanzi alla nostra inadeguatezza alle esigenze dell’Evangelo noi proviamo vergogna e questo potrebbe condurci alla frustrazione o peggio ancora al cinismo (quel cinismo che fa dire a tanti – anche ad uomini di Chiesa! – “deve andare cos씓non illudiamoci, è sempre stato cos씓l’uomo è così e bastamica vogliamo cambiare il mondo !?”). Il Figlio innalzato è però luce per tollerare la nostra verità di miseria e per lottare per l’Evangelo senza stancarci. La vergogna di Cristo sulla croce, infatti, rende tollerabile la nostra vergogna .
Ecco allora il motivo per rallegrarci in questa domenica!
Il Libro delle Cronache non è un libro che semplicemente racconta dei fatti (questo, circa la fine dell’ esilio babilonese, lo avevano già fatto il Secondo libro dei Re e il Libro di Esdra ) è un libro che interpreta quei fatti, ne vuole trovare il senso .
Il peccato del popolo e dei suoi capi civili e religiosi ha contaminato tutto e, perfino il luogo santo, il Tempio, che Dio si era “santificato” (“separato”) per sé in mezzo al suo popolo, è stato reso impuro. Il peccato è stato così grande che non c’è più rimedio (alla lettera: “non c’è più guarigione”!); l’autore delle Cronache però capisce che questa contaminazione senza rimedio, senza possibilità di guarigione, diviene luogo di misericordia; una misericordia che percorre una via impensabile: Ciro Re di Persia! Lui sarà strumento di salvezza per il popolo che nulla ha fatto per meritare salvezza!
E’ un “evangelo”: Dio trasforma il male in terreno di amore, trasforma l’oppressore in salvatore e così cerca di riportare il popolo infedele alla fedeltà a qull’amore a cui Lui, il Signore, mai era venuto meno.
Ecco dunque il senso : ciò che regge la storia del popolo è l’amore incondizionato di Dio; per l’autore del Libro delle Cronache Dio regge sempre le sorti della storia, anche quando a dominare è un pagano…questo è motivo di grande speranza, di grande consolazione: Dio ama e liberamente libera!
L’esilio allora ha un motivo che è la disobbedienza del popolo e la sua infedeltà ma è anche “tempo necessario ”; infatti se prima il testo ha detto che “non c’è più guarigione”, più avanti l’autore parla di “sabati necessari” (sarebbero i settanta – ecco perché “sabati” – anni di esilio); ma “necessari” a cosa? A rinascere; è il tempo concesso per la conversione . Ciò che era inguaribile il Signore lo sana !
Nel passo dell’Evangelo di Giovanni torna il tema della rinascita ; è un tratto del dialogo tra Gesù e Nicodemo ed è il momento in cui Gesù dà il primo annunzio della Passione: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. C’è il deserto, luogo di lotta e di cammino faticoso per uscire dall’esilio e c’è il tema dell’infedeltà nella memoria degli israeliti morsi dai “serpenti brucianti ” che troviamo nel Libro dei Numeri (21, 4-9): pare che non ci sia guarigione ma il Signore ordina a Mosè l’innalzamento del serpente di bronzo e chi volge al serpente lo sguardo sarà sanato … allo stesso modo gli uomini morsi dalla morte e dal non-senso bruciante devono volgere lo sguardo al Cristo inchiodato al legno dei maledetti, condannato ad una morte insensata e vergognosa. Quello sguardo renderà possibile la guarigione. Al termine dell’Evangelo, Giovanni scriverà, dopo il colpo di lancia, quella citazione del Libro di Zaccaria : “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. E’ chiaro che non si tratta di un “guardare” materiale, si tratta di “volgere al Cristo la vita”, si tratta di “convertirsi” a Lui comprendendo, per quel che ci è possibile, a cosa è giunto l’amore di Dio per il mondo, per l’uomo.
Il testo giovanneo parla di giudizio ma è chiaro che qui “giudizio ” è opera di guarigione , di risanamento ; c’è una situazione ferita , e mortalmente ferita, ed il Crocefisso in questa situazione (la condizione dell’uomo) è giudizio e guarigione. E’ giudizio non perché pronunzi sentenze ma perché il suo stesso e solo innalzamento sulla croce giudica tutto il non-amore che è nel mondo e che ferisce senza guarigione la vita degli uomini.
Vivere alla presenza del Crocefisso significa permettere a questo giudizio liberante , a questo giudizio di un amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) di arrivare in ogni angolo della nostra vita … un giudizio che discerne la verità: “Dove vanno i nostri passi? Verso la luce o nelle tenebre?”
Aderire (credere) esistenzialmente al Crocefisso è vita: Chi aderisce (chi crede) ha la vita eterna dirà Gesù, sempre nel IV Evangelo (cfr Gv 5,24)! Gesù usa il presente : ha la vita eterna! Non è allora qualcosa che riguardi una vita futura ma il qui ed ora di ogni discepolo!
Lo scopo di Giovanni non è metterci angoscia, facendoci sentire il peso d’un giudizio quotidiano e continuo, ma dirci che avere lo sguardo rivolto al Crocefisso ci permette di vivificare ed autenticare la nostra esistenza credente. Davanti al volto di Gesù innalzato , in un amore fino all’estremo, siamo chiamati a pronunziare una parola di senso e di verità sulle nostre vite.
Il giudizio e la guarigione vengono dalla croce di Cristo innalzata nel deserto delle nostre infedeltà! Proprio lì! Non è allora un giudizio astratto ma è un giudizio che avviene nel luogo della tentazione e della prova; lì il Signore si piega per portare guarigione. Il Figlio è venuto, commenta la Chiesa giovannea (ricordiamo che i vv da 16 a 21 del capitolo 3 di Giovanni non sono parole che dice Gesù ma sono un commento a quella rivelazione dell’innalzamento da parte della Chiesa) non per una condanna ma per una guarigione che passa per la sua morte.
Anche se il testo di oggi non comprende i primi versetti del dialogo con Nicodemo, non possiamo non ricordare che il tutto era partito da un’affermazione limpida e netta di Gesù: E’ necessario rinascere dall’alto. Permettere, cioè, a Dio di “rifare” la nostra esistenza credente il che può avvenire solo se si mette fede in Gesù. Questo porta alla luce che permette di vedere lontano e di discernere l’oggi; e non possiamo non ricordare che Nicodemo era andato da Gesù di notte (cfr Gv 3,2).
E’ tempo di uscire da quella notte che ci rende anonimi ed irresponsabili. E’ tempo di venire alla luce e senza temere che la luce illumini le nostre vergogne … dinanzi a noi c’è Uno che ha scelto la nostra vergogna lasciandosi innalzare sulla croce e, illuminando le nostre vergogne, le guarisce con la sua misericordia piena d’amore.
L’autore della Lettera ai cristiani di Efeso ha aggiunto consolazione a consolazione in questa domenica di gioia: le nostre infedeltà non stancano l’amore di Dio che è ricco di misericordia e ci salva non per le nostre opere di giustizia (chi potrebbe salvarsi così?) ma per sua grazia.
E’ allora davvero possibile rinascere!
E’ possibile gioire senza sentirsi schiacciati dalle nostre vergogne!
Basta volgere lo sguardo al Trafitto per noi… Volgersi a Lui è guarigione e vita nuova.
E’ tempo di gioire e di mettere tutta la nostra speranza nel Signore…Lui guarisce e fa vivere…possiamo essere uomini nuovi. E solo per un motivo: in Cristo Dio ci ha tanto amati
Fino all’estremo!
E’ vero, la Quaresima è un tempo di radiosa tristezza!

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