VI Domenica del Tempo Ordinario – Preceduti dall’Evangelo

PER SCENDERE AL CUORE DELLA LEGGE 

  –  Sir 15, 15-20; Sal 118; 1Cor 2, 6-10; Mt 5, 17-37  –

 

TorahQuando Matteo scrive il suo Evangelo, negli anni ottanta del primo secolo, il Tempio è stato distrutto e Israele sta cercando unità, quella che non è più possibile attorno al Santuario di Gerusalemme, nella fedeltà alla Torah. Israele cerca una nuova ortodossia rispetto alla Legge, una rinnovata fedeltà ad essa; in tal senso la Chiesa di Matteo, una comunità fatta di giudei che hanno riconosciuto in Gesù di Nazareth il Signore ed il Messia, si interpella: qual è la novità del cristianesimo rispetto alla potenza della Torah?

Matteo giunge ad una conclusione incredibile e paradossale, che dobbiamo pur dire anche se con tutto l’amore ed il rispetto che nutriamo – e dobbiamo nutrire – per la Santa Radice di Israele, per il Popolo sempre santo ed eletto che è Israele; il paradosso che Matteo ci porge è questo: è davvero giudeo chi si fa discepolo di Cristo Gesù.

Il testo di questa domenica, per giungere a questa conclusione, ci presenta un’apparente contraddizione: la Legge è immutabile, non passa e, contemporaneamente, Gesù dice di continuo “vi fu detto ma io vi dico”; come mettere assieme queste due affermazioni?

La categoria che ci fa superare il paradosso è la categoria del compimento. Gesù è il compimento delle promesse, è il compimento della Torah, è il compimento dei Profeti … per noi cristiani è chiaro che l’Antico Testamento (e forse, anche per questo, è meglio dire Primo Testamento!) è una realtà aperta, è annunzio, è premessa, e questo significa che, per far sì che esso sia quel che Dio ha desiderato che fosse, è necessario andare oltre; è necessario superarlo, ma non per abolirlo. Per carità! Per dargli pienezza di senso e di significato!

Gesù, in tal senso, viene a dare compimento, viene a dirci, dinanzi alla Legge, il profondo della Legge: non si tratta di osservare dei precetti formalmente, ineccepibilmente; si tratta di comprenderne e viverne il cuore …; non si tratta solo di non uccidere, cioè di non versare il sangue spegnendo la vita dell’altro uomo, si tratta di non ucciderlo nel proprio cuore, bollandolo come stupido o come pazzo …; si tratta di non uccidere il mio amore per lui. Se per uccidere si intende lo spargimento del sangue dell’altro, in tanti ci si può sentire estranei a questo precetto della Torah; ma se si va al cuore della Torah si scopre quante volte noi tutti siamo capaci di uccidere.

Il compimento cui si deve giungere ha come premessa le Beatitudini, che assolutamente non sono un nuovo codice morale (guai a leggerle così!); sono invece la proclamazione di un evangelo: il Regno è arrivato! Il Regno è già nel mondo, perchè Dio si è chinato con amore sulla storia, con la carne del suo Figlio, l’Emmanuele, che sigilla nella nostra carne realmente l’essere povero, l’essere mite, l’essere affamato e assetato di giustizia, l’essere misericordioso, l’essere puro di cuore, l’essere pacificatore … Lui che ha pianto per l’uomo suo fratello, Lui che è stato perseguitato ed ucciso … Che significa questo? Una cosa grande e di capitale importanza, per noi – personalmente – e per la prassi ecclesiale: viene prima l’Evangelo, prima l’annunzio del Regno che è Gesù, prima la conoscenza di Lui e del suo amore e poi la morale! Gesù annunzia prima le Beatitudini, e poi parla di comportamenti che portino compimento alla Legge!

Tale compimento della Legge può avvenire solo se si supera la giustizia degli scribi e dei farisei. Si badi bene che qui scribi e farisei rappresentano due reali e diversi modi di intendere la  giustizia, cioè l’adempimento della volontà di Dio: gli scribi sono gli uomini della lettera, dell’interpretazione materiale della lettera della Torah; sono quelli che si appagano e si sentono giusti, perchè osservano la lettera della Legge; i farisei sono quelli che credono di creare un “di più” con le loro pratiche; all’osservanza letterale della Legge essi aggiungono le pratiche che sono convinti che li salvino, perchè accumulo di “meriti”: l’elemosina, il digiuno, le preghiere fatte in un certo modo … Il discepolo di Gesù è invece quello che è capace di superare queste “giustizie”, perchè ha scoperto d’essere stato preceduto dall’Evangelo che è annunzio gratuito di un amore preveniente, che, in Gesù, si è mostrato in tutta la sua pienezza … Si ricordi sempre che Matteo (come tutti gli evangelisti!) scrive con una chiara visione della Pasqua di Gesù, nella quale la narrazione dell’Evangelo, la luce delle Beatitudini sono piene e complete.

Il discepolo, preceduto dall’Evangelo, risponderà all’Evangelo senza “giocare” con la Torah, senza cercare vie di applicazioni formali e poco costose per esser giusto; il discepolo, preceduto dall’Evangelo, sarà in grado di non fidarsi delle proprie pratiche per accumulare “meriti”. Come si può pensare di “meritare” dinanzi all’eccedenza dell’amore preveniente di Dio?

Ecco che la giustizia del discepolo supera quella e degli scribi e dei farisei, perchè la luce dell’Evangelo che lo precede lo rende capace di scendere al profondo della Torah, e trovarvi le ragioni profonde di Dio. Diviene chiaro al suo cuore, allora, che non si tratta solo di uccidere materialmente, ma si tratta di conservare e custodire tutta la vita dell’altro … Non si tratta di  commettere adulterio, giacendosi con altri dallo sposo o dalla sposa, si tratta di essere fedele all’amore per il coniuge fino all’estremo, nel fondo del proprio cuore, senza che neanche il desiderio inquini l’amore per colui o colei che è stato dato in dono da Dio, come “carne della propria carne”.

La lettura superiore del discepolo fa ravvisare che certi pronunciamenti stessi della Torah furono scritti per la durezza dei cuori, erano cioè generati dall’incapacità che la Torah stessa riconosceva all’uomo di comprendere a pieno, prima di Cristo,  l’amore preveniente di Dio.

Ora, però, la luce del Cristo, della sua croce, del suo amore, dell’Evangelo che è proclamazione del Regno, donato gratuitamente alla storia, rende possibile la nuova giustizia. Per questa nuova giustizia, il discepolo sarà capace di fare delle scelte radicali, sarà capace di togliere da sè cio che si oppone al Regno (e qui c’è l’iperbole del cavarsi un occhio, o del tagliarsi una mano!); per questo non sarà più necessario al discepolo giurare per affermare la verità: egli ha imparato un parlare schietto, in cui i sono ed i no sono no! Quando, infatti, si vive nella lealtà e nella verità, queste non possono essere intensificate da giuramenti di qualsiasi tipo.

Insomma è un mondo nuovo quello che sorge dinanzi alla proclamazione dell’Evangelo del Regno. Un mondo nuovo, di cui il discepolo, diventato sale e luce della terra come si diceva la scorsa domenica, diviene specchio chiaro, capace di superare la Legge perchè capace di scendere al cuore ed al profondo di essa, realizzando la piena umanità a cui la Legge tendeva, e che Gesù ha reso possibile. Il discepolo è servo di questa pienezza sulle tracce del suo Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Nel nome di Gesù

CHIAMATI AD ABITARE LA STORIA

  –  Mal 3, 19-20; Sal 97; 2Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19   –

 

Crocifisso di San Domenico (particolare) - Cimabue

Crocifisso di San Domenico (particolare) – Cimabue

Oggi non si parla della fine del mondo … si parla, nell’Evangelo come nelle altre letture che la Chiesa ci propone, della storia … della storia e del suo cammino faticoso, contraddittorio, a volte sanguinoso, a volte luminoso, a volte grigio e spento … si parla della storia. In questa storia ci sono i discepoli di Gesù; essi devono sapere delle cose e devono essere avvertiti su altre. E’ quello che fa Gesù in questo tratto dell’Evangelo di Luca che fa parte della cosiddetta “grande apocalisse” del terzo evangelo. “Apocalisse” significa “rivelazione” … su cosa riceviamo qui una rivelazione?

Gesù prende le mosse da espressioni colme di ammirato stupore che alcuni hanno pronunziato dinanzi al Tempio ed alla sua magnificenza. Gesù interviene con una parola davvero scioccante per ogni pio ebreo … come Geremia, Gesù non si fa affascinare dalla grandiosità del Tempio, nè crede che esso sia indistruttibile (cfr Ger 7,4); quello che conta è altro! Nulla è sottratto al giudizio divino, neanche il Tempio del Signore. Bisogna stare attenti – dice Gesù – a non lasciarsi ingannare da parole false che metterebbero il Tempio al di sopra della Parola del Signore! Da questa affermazione sul Tempio, Gesù passa a dare delle notizie ai suoi discepoli e a dare degli avvertimenti, degli ammonimenti

Quali le cose che accadranno?

Sono le notizie: la prima è la distruzione del Tempio, ma poi ci sono altri fatti che segneranno la storia in cui i discepoli vivono; ci saranno guerre, rivoluzioni, terremoti, carestie e pestilenze, e ci saranno anche fenomeni spaventosi nel cielo; ancora più impressionante sarà però il sopravanzare della menzogna e della falsità anche dentro la Chiesa, dentro la Comunità credente …ci saranno anche lì degli ingannatori che si paluderanno di maschere false, addirittura usando non solo il nome ma anche l’identità del Cristo.

Sono profezie? A parte l’annunzio che riguarda Gerusalemme (che realmente deve essere stato più un monito circa un fatto prevedibile, dato l’andamento delle relazioni con Roma, e chiaramente una profezia “ex eventu”, messa cioè sulle labbra di Gesù dopo che la distruzione del Tempio è avvenuta) non si tratta di profezie, ma di una descrizione della storia per come è, per quello che la storia riserva sempre e sempre riserverà fino alla fine … certo i “ fatti terrificanti nel cielo” sono fuori dell’ordinario male quotidiano, e vogliono richiamare sul piano cosmico la caducità delle cose come, sul piano particolare, tale caducità Gesù l’aveva già sottolineata circa il Tempio di cui non rimarrà pietra su pietra

Insomma mi pare che il discorso vada nel senso che la storia, anche dopo la venuta di Gesù, rimarrà piena di contraddizioni e piena di dolori … la novità, nella storia, sono proprio i discepoli!

La storia, così segnata da male e dolore, così capace di perseguitare e accusare i giusti, i discepoli del Regno, avrà dentro di sè un seme di salvezza e paradossalmente questo seme di salvezza sono proprio quei perseguitati, quegli accusati, quei trascinati dinanzi ai tribunali del mondo …

Il Signore affida ai suoi, assieme a queste notizie circa la storia, su cui non bisogna farsi illusioni, anche dei moniti, degli avvertimenti: dinanzi a tutto questo, il rischio è avere una paura che raggeli (non vi terrorizzate), o cadere preda di inganni (non lasciatevi ingannare), o mettersi a seguire dei “salvatori” che rispondono alle attese di ore di pressura e terrore con false promesse (non seguiteli!). Rischio è, pensando che la fine sia imminente, mettere termine alla lotta, alla testimonianza, all’annunzio di quella parola paradossale dell’Evangelo che contraddice il mondo e la sua storia di morte (non sarà subito la fine) … Rischio grande potrebbe essere, nel corso della storia, il pretendere di salvarsi da soli con le armi della propria eloquenza e delle proprie ragioni … il Signore dice con chiarezza: “Io vi darò lingua e sapienza”, cioè: “non fidatevi della vostra lingua e della vostra sapienza” …

Fuggendo questi rischi il discepolo, immerso nella storia, deve proclamare Gesù come suo unico Maestro e Signore, e non seguire altri (non seguiteli!); il discepolo è chiamato a perseverare (con la vostra perseveranza salverete le vostre anime; in greco “iupomonè” cioè “resistenza”) … Questa perseveranza-resistenza è dimostrazione che ci si fida della parola di Gesù e della sua presenza, che ci si affida alla sua forza, e con quella presenza e quella forza è possibile camminare nella storia nonostante le sue contraddizioni. Anzi Gesù, in questo testo di Luca, ci dice che è possibile trasformare contraddizioni e persecuzioni in occasioni di vita, di testimonianza, di annunzio di novità in una storia malata di vecchiaia, di decadenza, di vie sempre uguali a se stesse in cui il male la vince sempre (questo vi darà occasione di testimonianza).

Il discepolo può essere allora una “parola nuova” per annunziare tempi nuovi, per annunciare la caducità del mondo e delle cose che il mondo più apprezza; il discepolo è testimone di uno sguardo che va oltre la storia, ma che non dimentica la storia nel suo concreto fluire; il suo sguardo all’oltre non gli fa abdicare dalla responsabilità verso questa storia, in cui egli è chiamato ad essere seme di vita.

Più volte in questo Evangelo si parla di nome di Gesù: Alcuni verranno falsamente nel mio nomesarete trascinati davanti a re e governatori a causa del mio nome…sarete odiati da tutti a causa del mio nome…

E’ il nome che salva (cfr At 4,12) e che il discepolo deve custodire nel profondo di sè; è quel nome che non deve essere mistificato e che, custodito, fa somigliare il discepolo al suo Signore il quale fu odiato, interrogato da tribunali perversi, trascinato dinazi a re e governatori (proprio in Luca, Gesù è portato davanti a Erode e a Pilato!), tradito ed abbandonato dagli amici…

Il Signore si è fidato del Padre fino alla fine, trasformando quell’orrore nel luogo supremo di testimonianza di Dio e nel luogo supremo dell’amore.

L’Evangelo di oggi ci consegna una parola nella quale il Signore confida di averci compagni in quest’opera strordinaria di abitare la storia,  con i suoi dolori e contraddizioni, da testimoni di un’alternativa e di una speranza!

La caducità delle cose e del mondo non ci pongono, come Giona, sotto un ricino in attesa di un grande rogo punitivo (cfr Gion 4, 5-11), ma in una compassione attiva per gli uomini nostri fratelli che, anche se si presentano con il volto di nemici, hanno diritto di avere da noi la testimonianza di una perseveranza amorosa che affonda le sue radici nel nome di Gesù nostro fratello e Signore, “autore e perfezionatore della nostra fede” (cfr Eb 12,2).




Leggi anche:

XIII Domenica del Tempo Ordinario – Guai a chi si volta indietro

Cristo benedicente, Antonello da Messina (National Gallery-Londra)DARE IL PRIMATO A GESU’ CRISTO

1Re 19, 16. 19-21; Sal 15; Gal 5, 1.13-18; Lc 9, 51-62

 

Il Messia Gesù è esposto al rifiuto, alla solitudine, all’incomprensione, perfino alla morte violenta! Dopo la domanda circa la sua identità (cfr Lc 9,18-20) Gesù l’aveva detto, ed ecco cominciano ad inverarsi quelle sue parole.

Dopo il rifiuto dei suoi concittadini a Nazareth (cfr Lc 4, 16-30) Gesù ora prova il rifiuto dei lontani: prova cosa significhi vedersi negata l’ospitalità perché “straniero” (una parola che non può non essere abolita dal parlare dei cristiani circa gli altri, tutt’al più bisogna dirla di se stessi, chiamati a essere “stranieri” per il mondo – cfr 2Pt 2,11 -); prova il rifiuto  perché considerato “nemico”. I samaritani mostrano tutta la loro intolleranza, e i discepoli vorrebbero rispondere ad intolleranza con intolleranza (e quante volte i cristiani sono stati tentati su questa tremenda via dell’intolleranza!). Ma la via dell’Evangelo è altra! Il problema è sempre quello: i discepoli non hanno compreso la “novità” che è Gesù, sono prigionieri degli stessi pregiudizi per cui Gesù è rifiutato; e il rifiuto qui si allarga perché in questo racconto l’evangelista Luca ci mostra un Gesù incompreso dai samaritani ma incompreso anche, per motivi diversi, dai suoi discepoli.

Sembra che il seguito del passo di questa domenica non sia collegato a questa prima scena, ed invece tra le due parti di questo evangelo c’è un nesso molto profondo; quel che segue, infatti, sono tre scene che riguardano la sequela di Gesù.

All’inizio di questo passo abbiamo letto che Gesù sta andando a Gerusalemme con “il viso duro”…lì si compirà il suo essere “tolto” (o come tradurrà in latino Girolamo, con espressione riassuntiva del mistero pasquale, la sua “ascensione”); Gesù sta dunque andando deciso, senza tentennamenti e rinvii verso quella Passione che ha già annunziato due volte (cfr 9, 22 e 9, 43-45). Il discepolo è disposto a seguirlo in questa precarietà rischiosissima, in questa avventura costosa che dà senso e consistenza a tutta la vita del Messia Gesù? Una via, quella di Gesù, che rifiuta le intolleranze e la violenza (il rimprovero a Giacomo e Giovanni che vorrebbero incenerire i samaritani è una chiara dichiarazione di intenti), e che sceglie la debolezza e l’insicurezza. Ecco perché quelle tre parole sulla sequela che Luca pone in questo brano! Le situazioni in cui nascono queste tre parole di Gesù su come seguirlo non hanno esito nel racconto di Luca, non sappiamo, cioè, questi tre uomini cosa abbiano fatto: siamo dinanzi a tre storie aperte, che puntano non tanto sulle vicende di quei tre ma sulle esigenze della sequela, sulle vicende di chi legge l’Evangelo.

Alla fine sarà importante sapere come noi ci poniamo dinanzi a questo Messia che sceglie la via incredibile, inusuale (per gran parte dei giudei addirittura una via “empia”) del celibato per un amore senza confini eppure compromesso fino al sangue;  l’espressione “non avere dove posare il capo” è infatti formula che significa “non avere moglie”. Sarà importante verificare se anche noi cerchiamo dilazioni per seppellire “morti” che ci rendono “morti” perché ci inchiodano ad un passato senza futuro, senza “novità”, ad un passato che vuole essere solo “morta” ripetizione di ciò che è noto! Con Gesù, invece, si entra in una storia gravida di futuro e perciò fatta di libertà…e la libertà – lo sappiamo – è anche luogo di rischio, di scelte, di incertezze, di ignoto. Alla fine sarà importante verificare ancora se per seguire Gesù noi siamo capaci di cogliere l’urgenza di tale sequela che non tollera, non dico scappatoie, ma neanche rimandi. Se nella prima lettura, tratta dal Primo libro dei Re, abbiamo visto, infatti, che Elia concede ad Eliseo di andare a salutare i suoi prima di seguirlo, Gesù no! Gesù non è Elia!

Certo, quelli qui radunati sono detti provocatori, di una radicalità sconvolgente … e non bisogna addolcirli, addomesticarli e neanche giustificarli! Vanno colti nella loro durezza e nei loro silenzi carichi di ulteriore. L’espressione più dura, “lascia che i morti seppelliscano i loro morti”, non è solo un’iperbole che vuole colpire il lettore, è una parola forte che vuole realmente capovolgere le nostre mentalità, le nostre priorità. Il problema non è di lasciare i morti inseppelliti, il problema è capire che dinanzi alla novità che è Gesù ed al Regno che l’Evangelo annunzia tutto impallidisce! Insomma qui non ci sono imperativi morali, ma c’è una rivelazione di chi è Gesù!

Qualche pagina precedente – la leggevamo la scorsa domenica – Gesù domandava: “Chi sono io per la gente? Voi chi dite che io sia?” Qui, in fondo, sta rispondendo Lui stesso: è tale che ogni precetto, anche santissimo (come quelli della Torah!) va in subordine! Prima Gesù ed il suo Evangelo! Guai a chi si volta indietro e si fa prendere da nostalgie, distrazioni, riserve … la sequela di Gesù non sopporta queste cose, perché un discepolo cosi non potrà mai annunziare il Regno; un discepolo così non è adatto al Regno perché è troppo dominato da altre cose, forse anche buone o addirittura “sante”, come l’affetto per i propri cari, per far regnare davvero Dio al primo posto!

Il problema è sempre lì: Gesù e il Regno non sono assolutizzanti, ma esigono un primato senza il quale il Regno non è più il Regno e rischia di diventare un sistema di idee, un’ideologia religiosa, o forse anche – come tanti oggi vorrebbero – una “religione civile” che rende migliori gli uomini e la loro convivenza con una serie di “buoni valori”! Nulla di tutto questo è l’Evangelo! Gesù è netto: o Lui è il Signore o nelle nostre vite non può essere nulla!

E’ duro? Certo! Ma è così!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XII Domenica del Tempo Ordinario – Voi, chi dite che io sia?

voi chi diteAPRIRE GLI OCCHI SU CHI SIAMO NOI 

Zac 12, 10-11; Sal 62; Gal 3, 26-29; Lc 9, 18-24

 

La gente che dice?”… “Voi che dite?

E’ il racconto di Luca della grande domanda di Gesù ai suoi che, negli Evangeli, fa da spartiacque nei loro racconti: dopo questa domanda e dopo ciò che da essa scaturisce, nulla sarà più come prima. Tutta la vicenda di Gesù si mette, diremmo, “in corsa” verso la Passione, e ciò che Gesù dirà, da questo momento in poi, farà comprendere ai discepoli che in quegli eventi che stanno per vivere è necessario trovare un senso che vada oltre il visibile ed il comune; un senso che illumini l’insensatezza della croce.

La domanda che Gesù pone circa la sua identità è un momento di svolta per l’evangelista Luca, come per altri momenti nel suo Evangelo: il Battesimo al Giordano; la scelta dei Dodici; la Trasfigurazione sul monte; l’insegnamento sulla preghiera e al Getsemani. Luca pone questa domanda in connessione con la preghiera di Gesù: qui, anzi, pare proprio che la domanda da porre ai suoi sorga in Gesù dopo che ha pregato; percepiamo quasi, dal narrare di Luca, che è la preghiera che mostra a Gesù che è tempo di svolta e che, in questa svolta, egli non può essere da solo ma deve “trascinare” con sé i suoi discepoli, quelli che davvero vogliono essere suoi discepoli….Pare che Gesù, in quella sua preghiera solitaria, si sia chiesto: “A che punto è il loro cuore? Cosa hanno percepito di me?”. Gesù è solo nella preghiera eppure nel suo cuore ci sono i suoi fratelli, pensa a loro, cerca di entrare, pregando appunto, nei loro poveri cuori.

La gente ha delle risposte che hanno tutte un grande difetto: sono risposte che mostrano di non cogliere che Gesù è una novità! E’ il  Battista, è Elia, è uno dei profeti redivivo…sempre uno del passato, certo un “nobilissimo” e grandissimo passato ma pur sempre passato

Gesù, invece, è venuto a portare la novità di Dio, anzi Lui è la novità impensabile ed inimmaginabile di Dio.

Se la gente dice questo, identificando Gesù con il passato e non cogliendo in Lui la novità, Gesù vuol sapere se i discepoli condividono questa “morta” opinione. La risposta che viene da Pietro è una parola che contiene l’idea della novità: “Tu sei il Cristo di Dio, una risposta che però non immagina fino a che punto giungerà la novità. E’ vero, Lui è il Santo di Dio, ma questa espressione si presta a molti fraintendimenti, ed è per questo che Gesù chiede ai suoi di non divulgare in giro quella parola sulla sua identità. Oltre al possibile fraintendimento c’è anche un altro motivo per cui è bene che tacciano: i discepoli stessi non sono preparati ad assumersi le conseguenze di essere discepoli di un messia reietto, di un messia crocefisso. Devono fare silenzio perché dovranno prima rendersi conto di chi sia davvero quel Cristo di Dio, di cosa significhi essere il Cristo di Dio; dovranno prima, come dice la profezia di Zaccaria che abbiamo ascoltato quale prima lettura, volgere “lo sguardo a colui che è stato trafitto”, solo allora potranno mettersi su quella strada che renderà autentiche le loro parole, solo allora potranno dire al mondo: Gesù è il Cristo!

Quale la strada che dovranno prendere per essere discepoli di quel Cristo? L’Evangelo di oggi lo dice con chiarezza, e lo dice a tutti (come è importante che questa parola, scrive Luca, Gesù la dica a tutti!): Se qualcuno vuol venire dietro di me dimentichi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.

L’identità vera del Cristo è quella di un inviato di Dio che dà la vita, che si fa rifiutare per amore e, se questo è vero per Gesù, dovrà essere lo stesso per ogni suo discepolo. Chi vuole camminare con Lui deve “dimenticarsi”, dire “no” a se stesso per dire “sì” a Dio ed ai fratelli, e deve farlo ogni giorno, cioè, sempre. Ogni giorno deve prendere lo strumento di quella “dimenticanza di sè” che è la croce. La croce è sinonimo qui non di un generico dolore ma di puntuale dimenticanza di sè per amore di Dio e del mondo, come ha fatto Gesù! Allora si comprenderà che Gesù è davvero una novità, non è il passato, ma il “novum” oltre ogni aspettativa!

Da questo momento in poi, infatti, Gesù cammina verso la Passione … l’unica via che gli resta è quella della solitudine e di una morte dolorosa oltre ogni dire. E qui si mostrerà la sorprendente novità della scelta di Gesù … Gesù non farà come altri che in simili circostanze si sono ritirati dal mondo che li rifiutava, hanno abbandonato il mondo al suo destino chiudendosi in un giustamente sdegnato isolamento. Gesù no: non si separa da chi lo vuole uccidere, resta in seno a quel popolo che lo rifiuta, e trasforma il rifiuto che subisce e che lo uccide in atto d’amore. La croce allora non è solo il coraggio di assumere la solitudine e la morte violenta, ma è il coraggio di trasformare la solitudine e la morte di cui è vittima in un gesto d’amore.

Ecco il “novum”!

Per capire Gesù non si deve, allora, guardare al passato, si deve guardare solo a Lui, a Gesù! Se si guarda a Lui, poi il passato si farà chiaro e darà conferme, ma è Gesù stesso il criterio per capire Gesù! In Lui si può contemplare quel perdere la vita che è salvare la propria vita.
Questo detto di Gesù purtroppo è stato spesso frainteso in modo spiritualistico come un dover abbandonare le “cose materiali” in favore di quelle “spirituali”, o come un dover abbandonare la vita terrena per una “vita migliore” in paradiso! Nulla di tutto ciò! Il detto ci vuole condurre a comprendere che tutta la propria esistenza deve essere impegnata sulla via dell’amore. L’uomo pensa sempre di salvarsi chiudendosi e conservandosi, Gesù propone perfettamente l’opposto: la vita si salva aprendola e donandola!

Questa via ci è possibile perché, come ha scritto l’Apostolo Paolo nel brano della sua Lettera ai cristiani della Galazia, “siamo rivestiti di Cristo” in forza del Battesimo; e immersi in Lui, se lo vogliamo, possiamo vivere la sua stessa vita.

Sapere chi sia Gesù ci apre gli occhi, in definitiva, su chi siamo noi. Sapere le sue vie, è sapere dove dobbiamo mettere i nostri passi di discepoli.

Su altre vie non è possibile camminare nella storia come discepoli di questo Messia rigettato, disprezzato e solo, ma amante e trasfiguratore; un Messia capace, cioè, di dare alla storia un volto umano, davvero umano.

Un volto tanto umano da essere divino, e tanto divino da essere pienamente umano.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche: